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La menopausa e la psiche femminile 

Le mestruazioni rivestono per la donna significati particolari, sono il prorompere all’esterno dell’energia femminile e l’utero testimonia la ciclicità della vita poiché ogni 28 giorni crea e distrugge la sua forma.

Nell’ambivalenza di vita e morte stanno i simboli cardine della mestruazione e la femminilità è scandita da ritmi di crescita e morte e dal separarsi, è questo, infatti, un altro tema fondante la vita psichica femminile; separarsi significa “perdere”, perdere prima il bambino come parte di sé nel parto, poi il figlio quando diviene adulto, poi la propria capacità procreativa, infine la propria giovinezza.

Il riconoscimento formulato già da Paracelso che l’uomo è anche figlio del suo ambiente e delle sue condizioni di vita, dovrebbe essere oggigiorno una componente della medicina. Invece, per molte donne la menopausa o è vissuta in un modo eccessivamente medicalizzato, quasi come fosse una patologia, o rimane ancora un tabù.

I sintomi della menopausa legati al corpo e alla mente

Tra gli svariati sintomi della menopausa, alcuni sono legati al generale stato di salute:

  • osteoporosi
  • occhio secco
  • secchezza vaginale
  • spossatezza
  • dolori articolari
  • tachicardia
  • calo di memoria

altri sono più sintomi di natura psicologica:

  • irritabilità
  • ansia
  • insonnia
  • alterazione del tono dell’umore e depressione
  • scarsa concentrazione

Ogni modificazione dello stato fisiologico della donna si riflette nelle mutazioni del proprio corpo come vissuto psichico, spesso la medicina, invece, parla di funzioni e ignora le emozioni, cioè descrive la menopausa annullando le percezioni soggettive e culturali che in questa fase della vita hanno un grande peso nel vissuto della donna.

La medicina dovrebbe integrare il suo sapere anche con il sapere psicologico, secondo il quale non esiste un essere corporeo che non sia accompagnato da un sentire, cioè da una risonanza emotiva rispetto all’ambiente che lo circonda.

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Come affrontare i disturbi legati alla menopausa 

Il miglior metodo di affrontare i disturbi legati alla menopausa è quello di restare attive, sentirsi utili e reinventarsi, amare e sentirsi amate. E’ importante che non vi sia una ristagnazione, cioè che si trovino dei livelli di riscatto e di rinascita, risvegliando interessi sopiti e inesplorati precedentemente al fine da attivare gli ormoni del benessere.

Infatti, vi sono dei temi nel cammino della vita che non vanno rifiutati, altrimenti il corpo ne risentirà e tematizzerà ciò che non ha vissuto, compiti di vita che penetrano nelle profondità corporee, pertanto è importante per affrontare la menopausa riempire i fossati esistenti tra le varie discipline mediche e puntare sull’integrazione di queste, in quanto in questo periodo è evidente l’unione indissolubile di mente e corpo.

A tal proposito l’alimentazione, ad esempio, ha una grandissima importanza, sarà perciò necessario la valutazione dello stato nutrizionale della donna e la personificazione di un intervento dietetico, così la valutazione degli ormoni, dalla funzionalità della tiroide e del metabolismo osseo.

Menopausa e alimentazione

In menopausa si va incontro ad infiammazioni acute, allo stress ossidativo e a cambiamenti fisico-metabolici.

Quindi, tale fase di vita porta con sé dei cambiamenti fisici che vanno contenuti con una corretta alimentazione, altrimenti sfociano in un aumento di peso e in una riduzione dello stato di salute, perciò è necessario scegliere un’alimentazione ricca di antiossidanti e che protegga anche la pelle dai radicali liberi.

Inoltre, va considerato che il cibo ha un valore molto importante sugli stati mentali a causa della stretta interconnessione tra le condizioni dell’intestino e il cervello, in quanto l’intestino cambia i pattern dei neurotrasmettitori che modulano lo stato dell’umore (serotonina, dopamina, noradrenalina e melatonina).

Poichè l’organismo entra in un periodo di stress metabolico in quanto mutano gli equilibri ormonali è importante mettere in campo fattori protettivi.

Essi possono essere il ricorso alla fitoterapia per rinforzare il tono estrogenico del corpo, la valutazione degli ormoni che sono alla base di numerosi processi fisiologici (estradiolo e calo del desiderio sessuale sono strettamente connessi, così l’estradiolo è connesso all’aumento del girovita e alla ritenzione di liquidi).

La sessualità è fondamentale per la vita di coppia ed è risaputo che gli eventi biologici hanno un grande impatto sullo scatenarsi di una disfunzione o di una problematica, in questa fase l’identità femminile rischia di essere sminuita, disinvestita e non accettata da sé e dal partner, generando anche scarsa libido e sensazione di mancato appagamento.

Infine è importante anche valutare i livelli di cortisolo, melatonina, dopamina e serotonina che determinano la regolazione emotiva, perchè. le donne hanno il diritto a star bene anche in menopausa e, ormai, possono farlo.

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Affidarsi ad un professionista per affrontare la menopausa è sicuramente un valido strumento per migliorare il proprio stato di salute, con conseguente miglioramento della qualità della vita.

 

Dott.ssa Regina Valentini

Psicologa, psicoterapeuta psicosomatista

Riferimenti:  Menopausa, Psiche della donna
Redattore: Dott.ssa Regina Valentini


March 26, 2015 Newsletter

C’è chi lo fa per necessità e chi, invece, lo fa per ragioni etiche; sempre più persone, oggi, sostituiscono il latte di origine animale, con uno di derivazione vegetale. Gli intolleranti al lattosio, i vegetariani estremi o vegani e chi ha il colesterolo alto, può scegliere tra diverse tipologie di latte ricavate da alimenti vegetali.

La soia, come in molti sapranno, è un legume originario della Cina, dove fu coltivata per la prima volta più di 5 mila anni fa. I frutti, simili ai fagioli, sono gialli e lunghi dai 3 agli 8 cm. Arrivò in Europa alla fine del 1800, inizialmente, solo per essere studiata ma, più tardi, fu anche coltivata. Non solo in Europa, le coltivazioni di soia ben presto, si estesero in tutto il mondo.

Il latte di soia si ottiene tramite un processo di macerazione, della durata di circa una notte, della soia intera oppure della sua farina. Poi, la soia è macinata e, a essa, è aggiunta l’acqua necessaria ad ottenere la consistenza desiderata. La purea ottenuta è portata a ebollizione. Infine, il tutto è filtrato per eliminare i residui. La preparazione è piuttosto semplice, infatti, il latte di soia può essere tranquillamente fatto in casa. In commercio, invece, lo troverete con la dicitura “bevanda di soia”, come vuole la legislazione europea.

I benefici più importanti del latte di soia sono principalmente due: non contengono lattosio e colesterolo.

Circa il 75% della popolazione mondiale, è intollerante al lattosio. Una buona fetta di popolazione mondiale, quindi, può trovare quasi tutti i benefici del latte vaccino in un latte di origine vegetale senza il rischio di avere reazioni allergiche. Tuttavia, è meglio fare attenzione, perché anche la soia può causare allergie (anche se in una percentuale esigua).

Come molti altri alimenti di origine vegetale, il latte di soia è privo di colesterolo. Non male come caratteristica per un alimento, soprattutto se pensiamo che una tazza di latte di mucca contiene, invece, 20 milligrammi di colesterolo, quasi il 7% della quantità raccomandata per un maschio adulto. Questa importantissima caratteristica, rende il latte di soia un alimento molto consigliato per chi ha il colesterolo alto o per chi ha sofferto o soffre di problemi cardiaci.

Invece, le proteine contenute nel latte di soia sono sostanzialmente le stesse del latte di mucca. Sono però, più digeribili e hanno un elevato tenore di lisina, un amminoacido essenziale per il corpo umano che va assunto esclusivamente attraverso l’alimentazione.

Questi i benefici fino ad oggi provati dalla scienza, si stanno facendo, però, altri studi per verificare l’ipotesi che la soia aiuti a prevenire nella donna il tumore al seno e nell’uomo il tumore alla prostata. Ci sarebbero, poi, ulteriori benefici per le donne in menopausa. Gli isoflavoni di soia, che agiscono in modo simile agli estrogeni, potrebbero, infatti, aiutare contro le vampate di calore e prevenire l’osteoporosi. Ma è tutto, ancora, da verificare!

Agli intolleranti al nichel questo latte non è consigliato d’uso giornaliero.



June 19, 2014 Newsletter

Numerose evidenze scientifiche pubblicate nel corso degli anni hanno ampliato la conoscenza delle potenzialità metaboliche dell’intestino, conferendogli un’importanza fondamentale per il buon funzionamento del nostro sistema immunitario, del nostro sistema endocrino e della nostra sfera psichica. Oggi il nostro intestino deve essere considerato un organo di fondamentale importanza per la salute ed il benessere di tutto l’organismo.

A livello intestinale si riscontrano una notevole quantità di germi e batteri . La cosa più importante è che questa la flora intestinale  “fisiologica” sia in simbiosi con l’organismo. Questa condizione di equilibrio è definita eubiosi.

Quando questo equilibrio viene alterato si può generare una condizione patologica chiamata Disbiosi. I sintomi spesso sono aspecifici, caratterizzati da un’alterazione del transito intestinale, sia in termini di stitichezza ma a volte anche di sindrome diarroica. Il tutto associato frequentemente a gonfiore addominale, flatulenza, digestione lenta, stanchezza (la flora batterica produce vitamine B), suscettibilità alle infezioni, diminuzione delle difese immunitarie (la flora batterica produce anticorpi), candidosi intestinale e/o vaginale, vaginiti e cistiti ricorrenti nella donna.

Tra i fattori che possono contribuire a generare la Disbiosi vi sono:

alimentazione sbilanciata (uso eccessivo di grassi, zuccheri, carni rosse ed insaccati in genere, carenza di frutta e verdura, abuso di sostanze alcolici, fumo, ecc.), scarsa od insufficiente attività fisica, utilizzo di terapie farmacologiche protratte nel tempo (es. l’assunzione indiscriminata e prolungata di antibiotici, cortisonici, estroprogestinici, lassativi, ansiolitici, vaccini, chemioterapie, ecc).

Ma anche: contatto con sostanze quali conservanti e coloranti alimentari, radiazioni ed emissioni elettromagnetiche, metalli tossici contenuti in alimenti o in contenitori di alimenti o nelle stoviglie (alluminio, mercurio, piombo), pesticidi, ormoni steroidei alimentari.

 La comparsa di processi infiammatori intestinali, spesso legati ad una cattiva alimentazione e/o all’uso indiscriminato di farmaci (antiinfiammatori, antibiotici) in associazione ad una condizione di disbiosi intestinale possono essere responsabili non solo di malattie a carico del nostro intestino ma anche a livello di altri distretti come ad esempio la pelle (dermatite atopica, acne, psoriasi), infezioni delle vie urogenitali (candidosi vaginale, cistite, prostatite), malattie metaboliche (obesità, diabete, sindrome metabolica), malattie della sfera psichica (ansia, depressione), malattie autoimmuni (tiroidite cronica, artrite reumatoide).

Un corretto inquadramento clinico consente di programmare un piano terapeutico individualizzato che prevede, non solo un cambiamento dello stile di vita del paziente e delle sue abitudini alimentari, ma deve anche portare all’individuazione di quei presidi utili a consentire il ripristino della salute ed il benessere dell’intestino, e di conseguenza di tutto il nostro organismo.

Per fare ciò occorre intervenire utilizzando pre e probiotici, modificando il regime dietetico (inserendo ad ogni pasto verdura cotta o cruda per stimolare la crescita dei batteri intestinali e incrementare l’apporto di frutta), aumentare l’apporto di liquidi nel bilancio idrico giornaliero.

Disbiosi in Gravidanza

Da alcuni recenti studi, è emerso che durante la gestazione, il feto può entrare in contatto con microorganismi di provenienza materna. Frammenti di DNA batterico sono stati rinvenuti, infatti, nel cordone ombelicale, nel liquido amniotico e addirittura nel meconio.

La loro presenza è resa possibile dal fatto che l’intestino della donna gravida, durante la gestazione, diventa più permeabile e ciò favorisce la traslocazione batterica. Questo aspetto è di fondamentale importanza perché, se la donna si trova in condizioni di Eubiosi, il contatto del feto con i ceppi batterici corretti creerà una condizione molto favorevole che permetterà all’intestino del neonato di entrare in contatto i bifidi. Se, invece, la donna gravida si trova in Disbiosi, si può assistere al passaggio dal circolo ematico materno, attraverso la placenta, al feto di ceppi batterici diversi che potrebbero comportare una maggiore esposizione a patologie da parte del neonato.

Il terzo trimestre di gravidanza è fondamentale per lo sviluppo del feto. Se l’intestino della gestante è in Eubiosi, sarà favorita una corretta elaborazione del cibo introdotto, con una minore estrazione di calorie dagli alimenti ed un più facile controllo del peso. In caso contrario, la presenza di Disbiosi intestinale durante la gravidanza determina un maggiore assorbimento di calorie che porterà ad un incremento ponderale della gestante con aumento del rischio di insorgenza di diabete gestazionale, mentre nel nel neonato si può assistere allo sviluppo di diabete infantile, allergie, obesità infantile, ecc. La Disbiosi è direttamente coinvolta nell’obesità perché crea una condizione di infiammazione a basso grado responsabile della scorretta elaborazione ed assorbimento dei principi nutrizionali con conseguente incremento di peso. La stessa problematica la si può verificare anche in individui normali anch’essi in Disbiosi.

La Disbiosi favorisce, inoltre, lo sviluppo di un intestino permeabile, con conseguente incremento della predisposizione allo sviluppo di malattie infiammatorie croniche dell’intestino quali M. di Crhon, RCU, Gluten Sensitivity ed anche Autismo

L’allattamento al seno da parte di una donna in Eubiosi è protettivo in quanto consente di abbassare il rischio di insorgenza di diabete, obesità, malattie autoimmuni e allergie nel neonato. Attraverso l’allattamento al seno, inoltre, si ha un ridotto sovraccarico funzionale a carico di fegato e reni.

Un altro aspetto importante dell’allattamento al seno è determinato dal fatto che, oltre alle IgA secretorie, il latte materno è ricco di Lisozima. Entrambe queste molecole inibiscono la proliferazione di patogeni, favorendo la crescita di bifidi. La Lattoferrina materna, invece, facilita l’assorbimento del ferro a livello intestinale sottraendolo ai patogeni che lo utilizzano (bacteroides ed enterobatteri).

Nel latte artificiale, la Lattoferrina viene denaturata ed il ferro resta nel lume intestinale e si trasforma in un ottimo substrato nutritivo per alcuni patogeni quali enterobatteri e bacteroides. L’allattamento artificiale, inoltre, facilita l’instaurarsi e lo sviluppo di clostridum ed escherichia spp associato ad un ridimensionamento della popolazione di bifidobatteri.

I bifido batteri sono i ceppi più importanti del piccolo intestino. Vanno assunti soprattutto nel terzo trimestre di gravidanza per stimolare la produzione di serotonina con riduzione delle alterazioni del tono dell’umore (riduce la possibilità che si possa instaurare una Sindrome depressiva postpartum), contribuiscono a contenere la problematica della stipsi in gravidanza associandoli ad un coretto stile di vita ed alimentare, favoriscono l’assorbimento di vit B12, riducono il rischio di diabete gestazionale.

 A cura del Dr. Stimolo Angelo – Medico Chirurgo, esperto in Idrocolon terapia e benessere intestinale.



La terapia con campi magnetici è tradizionalmente usata per patologie ortopediche; negli ultimi anni alcuni studi hanno dimostrato l’utilità anche in altre patologie ed in particolare quelle di pertinenza neurologica.

Nel nostro Istituto dal 2001 il trattamento con campi elettromagnetici di bassa ed alta frequenza viene utilizzata singolarmente o in associazione con trattamenti farmacologici in varie situazioni. Lo scopo della relazione è di illustrare tre casi clinici in cui la terapia con campi elettromagnetici a frequenza ultrabassa si è dimostrata efficace; la tecnologia utilizzata è la risonanza ciclotronica endogena.

Per tutti i casi lo schema terapeutico prevedeva 2 frazioni settimana della durata di 30 minuti ciascuna per un totale di 12 sedute con una valutazione clinica a metà trattamento.

Primo caso: uomo di 41 anni con diagnosi radiologica di sclerosi multipla (luglio 2003-lesioni all’encefalo e midollo spinale); gli esami evidenziarono alti valori di stress ossidativo.

La sintomatologia consisteva in dolori in sede cervicale e lombare e un moderato deficit motorio dell’arto inferiore destro.
Trattamento terapeutico: trattamento con prodotti antiossidanti e terapia con campi elettromagnetici con frequenza variabile da 10 a 30 Hz e intensità variabile tra 10 e 25 microTesla.
Al termine del trattamento si era verificato un significativo miglioramento dei sintomi; la RM di controllo ha evidenziato una riduzione del numero e dimensioni delle lesioni attive. Tale quadro si mantiene anche alla ultima RM(febbraio 2007)

Secondo caso: donna di 23 anni con quadro radiologico (RM 2005)di sclerosi multipla e lesioni encefaliche e midollari con importanti deficit motori neurologici;gli esami evidenziarono alti livelli di stress ossidativo; la paziente era in cura con Interferone da un anno con malattia stabile.
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Trattamento terapeutico:campi elettromagnetici con frequenza variabile tra 10 e 20 Hz e intensità variabile tra 20 e 30 microTesla;come terapia di supporto trattamento energico con prodotti antiossidanti.
L’ultima RM(dicembre 2006) ha mostrato una significativa riduzione delle lesioni ed in particolare modo di quelle midollari.
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Terzo caso: uomo di 70 anni con broncopneumopatia cronica severa( stadio III Gold) in cura da alcuni anni con broncodilatatori e steroidi associata disfunzione sistodiastolica ventricolare sinistra.
I sintomi più evidenti erano la dispnea ed episodi continui di apnea notturna che limitavano molto la qualità di vita.
Dopo cinque sedute con campi elettromagnetici il paziente riferiva un notevole miglioramento della quantità e qualità del sonno e seppure meno evidente anche della dispnea.
La frequenza era di 40-45 Hz con una intensità tra 70 e 90 microTesla.
Alla fine del ciclo di terapia era ben evidente un miglioramento dei parametri respiratori ed anche della qualità di vita. La malattia era radiologicamente stabile.

In tutti e tre i casi riportati l’aggiunta di campi elettromagnetici al trattamento farmacologico ha evidenziato un miglioramento della qualità di vita con quadro radiologico di regressione in 2 casi e stabilità nel terzo.
In considerazione degli aspetti prognostici,psicologici e socioeconomici di queste patologie a nostro avviso è un risultato importante.
Oltretutto il trattamento con campi elettromagnetici è stato ben tollerato e senza effetti collaterali.
Pertanto riteniamo che la terapia con campi elettromagnetici a frequenza ultrabassa possa rappresentare una valida opzione in associazione con altri presidi in una strategia terapeutica integrata; inoltre la possibilità di eseguire eventualmente il trattamento a domicilio risulta particolarmente interessante.

Comunque,in futuro è auspicabile la costituzione di adeguati studi clinici controllati al fine di approfondire in maniera sempre più dettagliata gli aspetti concernenti i parametri tecnici,la sinergia con altre terapie e l’interazione con tessuti biologici.

del Prof. Giuseppe di Fede e Marco G. M. Mancuso

da ELECTROMAGNETIC BIOLOGY AND MEDICINE Volume 26, Numero 4 Anno 2007



January 30, 2013 Newsletter

Lo stato di salute del nostro organismo dipende da molteplici fattori ed esso si riflette in misura rilevante sul nostro atteggiamento posturale.Intervenendo sulla postura si facilita il nostro stato di equilibrio psicofisico e si favorisce una miglior funzionalità di tutto il corpo, di conseguenza una ottimale applicazione del principio di auto guarigione.

La postura può essere influenzata da fattori strutturali, emotivi, energetici, viscerali, tra loro correlati.
Le cause strutturali possono essere determinate da problemi della vista, da malocclusione, dall’appoggio podalico, disfunzioni a carico degli
arti; tutto questo influisce sulla colonna vertebrale che può essere la causa o l’effetto di tali disfunzioni. Un attenta analisi obiettiva, avvalendosi di test kinesiologici, supportati dai dati forniti da una pedana podobarometrica, è in grado di fornire al medico, anche specialista (non focalizzato ad una visione settoriale del problema e dell’organismo), importanti dati sull’origine del problema primario e indirizzare la terapia in modo mirato. Senza ricorrere, se non in casi di effettiva necessità, ad indagini più impegnative ed invadenti.

Il medico ginecologo può sostenere la propria paziente in stato di gravidanza, prevenendo problemi di larga diffusione per questo stato, quali la stipsi o la sciatalgia (spesso dovuti all’ assetto della colonna vertebrale), malesseri assai diffusi, causa di sofferenza diretta non solo per la futura mamma, ma anche per il bimbo che porta in grembo.
Alcune piccole disfunzioni, insignificanti in un periodo di normalità, tendono ad accentuarsi con il procedere della gravidanza e quindi del nuovo assetto posturale assunto dalla donna.

Il medico dentista o l’ortodontista, possono verificare quanto l’intervento da loro progettato possa o meno influire sulla postura del paziente e suggerirgli interventi collaterali di riequilibrio, prima di procedere con il proprio, qualora si rendesse necessario. Sono raccomandate tecniche innovative in tal senso che sfruttano la capacità recettoriale (i nostri sensori) invece della tradizionale vettoriale (forze, trazioni ecc.).

Il Fisiatra, il neurologo e il medico legale, possono usufruire degli importanti e precisi dati forniti dalla pedana baropodometrica, per le loro valutazioni sullo stato di equilibrio nei singoli casi, sia in posizione statica che deambulatoria.

L’ortopedico è quindi in grado di prescrivere ortesi plantari con la massima precisione e accuratezza nel non creare fastidiosi problemi di adattamento posturali collaterali.

L’ottico o l’oculista possono verificare se le disfunzioni visive sono primarie o conseguenti ad adattamenti compensatori di una postura non proprio in equilibrio.



November 30, 2012 Newsletter

La gravidanza è uno stato particolare durante il quale tutto il metabolismo della donna va incontro a profonde modificazioni. È bene quindi provvedere con un cambiamento nutrizionale in grado di fornire il corretto apporto calorico e tutti i nutrienti necessari alla mamma e alla crescita del bambino.

Durante le visite di routine, peso e bilancia sembrano essere il fulcro cruciale per gran parte di medici e ginecologi. In realtà, accanto al capitolo del controllo del peso, si apre quello sul corretto apporto di macro e micronutrienti e quello riguardante la prevenzione di sindromi allergiche e intolleranze. Per il benessere di mamma e bambino è importante quanto la donna mangia, ma è fondamentale che cosa mangia. La gestazione deve essere un momento di “educazione alimentare” e non di “restrizione”.

Data la posta in gioco, la gravidanza può essere per la donna un’ottima occasione per acquisire nuove conoscenze in ambito nutrizionale come il corretto frazionamento dei pasti durante la giornata, il corretto apporto di tutti i macronutrienti (carboidrati, proteine, fibre, lipidi) e micronutrienti (sali minerali, vitamine) e la prevenzione di allergie e intolleranze.

L’aumento ponderale in gravidanza è strettamente correlato al peso pre-gravidico e al BMI (Boby Mass Index o Indice di Massa Corporea): un BMI corretto e nella norma lascia di solito ben sperare in un aumento di peso corretto rispetto a un BMI da sottopeso o sovrappeso. Nel primo trimestre, è previsto un aumento di peso di circa 2 kg, dal secondo trimestre il controllo deve essere più oculato e non deve essere superiore ai 500g settimanali onde evitare sofferenza fetale.

In generale evitare gli alcolici e limitare i “nervini” (caffè, tè, cacao) che stimolano la contrazione muscolare e quindi anche quella uterina.

E’ bene frazionare i pasti rispettando lo spuntino di metà mattina e metà pomeriggio così da evitare pasti abbondanti che possono aggravare sintomi quali gonfiore, nausea, vomito. Sempre per gli stessi motivi è consigliato evitare cibi “pesanti” quali fritti, piatti troppo conditi, grassi animali (lardo e pancetta), dolci a base di panna e burro. Nei casi di nausea e vomito evitare piatti in brodo, preferire una colazione salata a quella dolce, prediligere le verdure cotte e condimenti a base di limone (ricordiamo che la presenza di vitamina C favorisce l’assorbimento del ferro presente negli alimenti).

È consigliata la massima igiene alimentare e un’abbondante idratazione (2L di acqua al giorno).

Tenere presente l’aumento del fabbisogno nutrizionale e in particolare di vitamine, calcio, potassio, ferro, fosforo e acido folico; da qui l’importanza di un’alimentazione completa. Meglio sopperire a tale fabbisogno da fonti naturali (gli alimenti) prima che dagli integratori (per quanto riguarda l’acido folico, di cui gli alimenti sono poco ricchi, è bene assumere un integratore secondo indicazione medica). Si consiglia di accompagnare i pasti principali con una buona porzione di verdura (meglio se di stagione) e di assumere due porzioni di frutta al giorno. Frutta, verdura e legumi sono ricchi in micronutrienti. Prediligere, inoltre, i cibi integrali (il pane integrale ad esempio contiene sette volte più ferro di quello bianco).

Veniamo ora all’importanza di un’alimentazione sì equilibrata ma allo stesso modo “preventiva”, come già accennato, nei confronti di allergie e intolleranze alimentari. Ad esempio, nei casi di donne particolarmente allergiche, alcuni studi riportano una minore incidenza di forme allergiche ereditarie se, durante la gravidanza, la donna ha seguito un controllo nutrizionale atto a ridurre tutti i nutrienti che potrebbero far scaturire il problema già nel neonato. Preferire quindi alimenti “anallergici” quali carni bianche, pesce, riso, latte di capra, ecc. riducendo il consumo di latte vaccino e latticini, uova e alimenti molto allergenici (fragole, pesche, frutta secca, cacao, ecc.).

La nutrizione della donna gravida deve essere sì “libera” e a suo gusto secondo le cosiddette “voglie”, ma è comunque giusto attenersi a un profilo nutrizionale molto vario così da evitare, o accentuare, intolleranze alimentari nella mamma e quindi “accumuli” nel nascituro.

Se sospettate di essere intolleranti o se semplicemente volete assicurarvi di seguire un’alimentazione corretta anche per il vostro bambino, una buona idea potrebbe essere quella di eseguire il test ALCAT per le intolleranze alimentari. In seguito, un esperto potrà indicarvi il tipo di alimentazione più idonea per voi, così da evitare spiacevoli sintomi in un momento tanto atteso! L’ALCAT Test, diffuso da più di vent’anni e validato da numerosi studi condotti presso centri di ricerca (Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, Laboratorio di Immuno-Allergologia, pubblicazioni sulla rivista ufficiale dell’European Academy of Allergology and Clinical Immunology), permette di seguire una terapia non farmacologica ma nutrizionale. Dopo una prima fase di eliminazione dei cibi risultati positivi al test, si procederà con la reintroduzione graduale e controllata di tutti gli alimenti.

In conclusione, oltre che per il rischio di aumento ponderale, il controllo dell’alimentazione della madre in gravidanza è importante per lo sviluppo del feto e per la prevenzione di allergie, intolleranze alimentari, dermatiti atopiche, bronchioliti, coliti, ecc., sintomi che possono presentarsi già dalle prime settimane di vita del bambino.

a cura della dr.ssa Jessica Barbieri, Biologa Nutrizionista, Consulente IMBIO – Istituto di Medicina Biologica Milano.



October 30, 2012 Newsletter

Le proprietà nutritive del latte sono sempre state associate al concetto di salute e crescita, e il suo consumo è parte di una cultura popolare che si tramanda da generazioni.Si tratta, infatti, di un alimento indispensabile per il bambino in crescita. Per gli adulti il discorso è differente e per valutare gli effetti positivi del suo consumo dobbiamo considerare diversi aspetti. Primo fra tutti, la qualità del prodotto.

La gestione dell’allevamento delle mucche da latte è stata modificata nel tempo, con importanti conseguenze nelle proprietà e nella sicurezza dell’alimento: il latte che beviamo oggi ha una qualità inferiore rispetto a quella di tanti anni fa. Perché il latte sia di massima qualità, le mucche dovrebbero poter pascolare e alimentarsi in erba, libere di muoversi per tutto il giorno. Lo scenario può essere invece molto diverso: le mucche sono mantenute in batterie, con mangimi a base di soia, fieno e alimenti derivati. Non possono muoversi liberamente e passano gran parte del tempo a mangiare biada, sottoposte a stress produttivo con la somministrazione di fattori di crescita che aumentano la produzione di latte, anche di 4 o 5 volte in più rispetto alla normalità.

Il latte prodotto dalle mucche al pascolo sarà quindi più ricco di omega tre, antiossidanti naturali, proteine, calcio e minerali, mentre quello prodotto dalle mucche in batteria conterrà questi fattori nutritivi in quantità ridotta.

Altra importante considerazione riguarda la correlazione tra il consumo di latte e latticini nell’adulto e il rischio di contrarre patologie prostatiche, fino al cancro prostatico. [Torniainen S. et al Lactase persistence, dietary intake of milk, and the risk for prostate cancer in Sweden and Finland, Cancer epidemic, Bio makers e prevention, 2007, 16 (5), pp. 956-61].

Dall’altra parte però esiste anche un ruolo protettivo per il tumore al colon, data la presenza nel latte di una sostanza chiamata lattoferricina che deriva dalla digestione enzimatica della lattoferrina, nota per le proprietà anti cancro e immunostimolanti.

Nella donna, un elevato consumo di latte e latticini favorisce la produzione di cisti ovariche, seno fibromatoso e tumore al seno. Ecco perché le linee Guida della prevenzione anticancro, diffuse dai centri di terapia oncologica, sconsigliano il consumo di latte alle donne che hanno avuto un problema oncologico a seno, utero e ovaie.

Inoltre, Il 55% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio, il principale zucchero del latte. Tuttavia, esiste una grande variabilità geografica: nei paesi dell’Europa settentrionale il 60-70% delle persone mantiene Ia funzione dell’enzima che digerisce il lattosio. Man mano che si scende dal nord Europa, invece, l’attività della lattasi si riduce: nella nostra penisola e dintorni, bacino del Mediterraneo, il deficit genetico per la Lattasi è molto frequente.

Come tutte in tutte le situazioni confuse, è importante non adottare concetti estremi e prese di posizione inutili. Forse basta una domanda molto semplice: abbiamo bisogno di grandi quantità di latte e prodotti lattiero caseari?
I bambini sì, è chiaro per tutti. Gli adulti no!

Infine, è importante ricordare che uno screening genetico può aiutarci a individuare le persone che possono trarre beneficio da un’alimentazione a base di prodotti lattiero caseari. La personalizzazione del consiglio nutrizionale, e il buon senso, ancora una volta, prevalgono sulle credenze popolari. Bisogna rivolgersi a uno specialista in nutrizione che possa avvalersi dell’indagine genetica, per meglio consigliare e educare non solo il singolo soggetto ma tutta la famiglia.



December 30, 2011 Newsletter

Con la sindrome metabolica aumenta il rischio di sviluppare una malattia oncologica. È quanto emerge dal III Congresso Internazionale ARTOI, tenutosi a Roma il 2-3 dicembre 2011.

Numerose ricerche scientifiche internazionali rilevano l’importanza del controllo del peso per ridurre il rischio di sviluppare una patologia tumorale. Diversi studi sono stati avviati anche a livello nazionale presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, reparto di Medicina Preventiva e Predittiva, diretto dal prof. Franco Berrino. Tali studi hanno valutato un campione di pazienti colpite da tumore al seno, sottoposte a terapia tradizionale e nutrizionale, con particolare attenzione al controllo del peso e a determinati parametri metabolici e di laboratorio (livelli ormonali, indici glicemici, parametri metabolici).

Con grande sorpresa dei ricercatori, si è constatato che i pazienti in sovrappeso sono più a rischio di ripresa della malattia rispetto ai pazienti che, attraverso un’alimentazione adeguata e a basso carico glicemico, tengono sotto controllo il peso.

Chi segue una dieta a basso apporto di zuccheri, con poca carne rossa ed eliminando i cibi ricchi di sostanze grasse, gli insaccati e gli alcolici, ad esempio, ha meno possibilità di sviluppare una malattia oncologica.

Le terapie nutrizionali e farmacologiche in grado di ridurre il rischio della malattia possono essere individuate attraverso opportune indagini genetiche che analizzano la predisposizione alla sindrome metabolica. Tra queste vi sono l’indagine della predisposizione alla resistenza insulinica, che porta allo sviluppo del diabete tipo due, del metabolismo dei grassi (lipidi) e quella della predisposizione alla iperomocisteinemia.

Infine, è importante sottolineare che la valutazione dei fattori di rischio della sindrome metabolica – obesità di tipo viscerale, aumento del girovita > 88 cm nella donna e > 102 cm nell’uomo, ipertensione, alti valori di trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo ‘buono’ ed elevati livelli di glicemia – consente di contrastare nel tempo non soltanto il rischio di sviluppare un cancro al seno, ma anche al colon- retto, al pancreas e altri distretti corporei.



October 30, 2011 Newsletter

La resistenza insulinica può essere definita come una condizione in cui una data concentrazione d’insulina produce un effetto minore di quello atteso.

Epidemiologicamente è un fenomeno rilevante con una prevalenza stimata del 3% nella popolazione statunitense e variabile tra il 3 e il 16% nella popolazione occidentale. La minore prevalenza si registra nella popolazione giapponese, dove si attesta al 2% circa.

Secondo le stime dell’OMS, a causa del progressivo aumento della vita media e dell’incremento demografico nei paesi sottosviluppati, la prevalenza mondiale di questa patologia è destinata a modificarsi significativamente soprattutto nella fascia di popolazione tra 45 e 64 anni dove potrebbe arrivare a raddoppiare entro il 2030. Nella fascia di popolazione oltre i 65 anni, data l’aspettativa di vita media della donna superiore a quella dell’uomo, ci si potrebbe aspettare una maggiore prevalenza nel sesso femminile.

La resistenza insulinica predispone all’intolleranza glucidica e con essa allo sviluppo della sindrome metabolica e del Diabete mellito di tipo 2 con le complicanze che ne conseguono.

Oltre che nelle alterazioni del metabolismo glucidico, la resistenza insulinica sembra essere implicata in un concomitante incremento dei trigliceridi e una diminuzione del colesterolo HDL; è importante inoltre rilevare che la predisposizione genetica può aumentare il rapporto trigliceridi / HDL (colesterolo buono).

La diagnosi precoce di tipo genetico che è possibile effettuare presso IMBIO (Istituto di Medicina Biologica di Milano), permette di attuare un programma nutrizionale adeguato, con particolare attenzione al tipo di alimenti che influenzano l’espressione del gene mutato che saranno quindi eliminati o ridotti dall’alimentazione.

Con un piano alimentare personalizzato in base al risultato del test e un’attività fisica moderata e costante si può ridurre, fino ad abbattere, la possibilità di sviluppo del Diabete Mellito di tipo 2.


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