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Dicembre 30, 2011 Newsletter

La farmacogenomica è una scienza emergente in grado di evidenziare come le nuove conoscenze sul DNA umano e sui suoi prodotti (gli RNA e le Proteine) possano essere utilizzati nella scoperta e nello sviluppo di nuovi farmaci.

Nonostante il genoma umano sia comune agli individui per la sua quasi interezza, esistono circa 3 milioni di polimorfismi. Poiché ciò che cambia è un singolo nucleotide (o base), queste variazioni individuali sono chiamate Polimorfismi di Singolo Nucleotide (o SNPs).

Capire e interpretare il comportamento dei geni, consente alla farmacogenomica di scoprire nuovi farmaci, soprattutto quelli più innovativi, in grado di curare malattie per le quali oggi non vi è cura disponibile. Studiare i geni ci aiuta a comprendere il meccanismo patogenetico di una malattia, ma ciò che è fondamentale conoscere è il significato della variabilità naturale nelle sequenze di DNA.
Questa analisi permetterebbe, infatti, non soltanto di capire perché differenti pazienti rispondano diversamente ai farmaci, ma soprattutto di progettare una terapia in grado di valutare l’interezza e la complessità del genoma umano.

Vi sono numerosi esempi in cui gli studi sul genotipo hanno individuato associazioni clinicamente rilevanti tra polimorfismi genetici nei bersagli farmacologici e le malattie. Attualmente, però, le più grandi opportunità di applicazione clinica provengono dalla correlazione tra le variazioni genetiche e gli enzimi coinvolti nel metabolismo dei farmaci.

Esiste un numero ristretto di polimorfismi rilevanti nell’ambito degli enzimi farmaco metabolizzanti (DMEs). Molti di essi, tra cui il polimorfismo a carico della tiopurina metiltranferasi (TPMT), danno origine a mancati effetti terapeutici o a eccessive risposte di farmaci comunemente utilizzati per trattare malattie cardiovascolari, cancro, disordini del sistema nervoso centrale e dolore. Il TMPT è responsabile del metabolismo dei farmaci contenenti tiopurina. Pazienti con un deficit congenito di TMPT soffrono di una severa e potenzialmente fatale tossicità ematopoietica quando esposti a dosi standard di tiopurina. Test genetici del TMPT hanno mostrato la loro efficacia nel management clinico di pazienti con leucemia linfoblastica acuta. Inoltre i test di farmacogenomica sono diventati parte integrante del trattamento del carcinoma mammario metastatizzato, con l’utilizzo di Trastumazab (Herceptin). Questo anticorpo clonato è infatti in grado di bloccare il recettore HER2 nella sua attività di progressione di formazione tumorale, metastasi e resistenza agli agenti chemioterapici. Il test per HER2 è in grado, dunque, di individuare i pazienti sovraesprimenti HER2 che rispondono al Trastumazumab. Sono stati inoltre effettuati studi sulla famiglia enzimatica CYP2D6, o 2D6, responsabile del metabolismo del 25% di circa tutti i farmaci.

Polimorfismi di questi geni incidono infatti sulla farmacogenomica e farmacodinamica di composti quali amitritilina, fluoxetina, perfenazina, timololo, propafenone, codeina e destromorfano. Fino a poco tempo fa, i test di farmacogenomica venivano usati principalmente in un limitato numero di centri accademici ed ospedali universitari. L’espansione e la diffusione di questi test evidenzia come la tendenza odierna e futura sia l’abbandono della “classica farmacologia”, basata sullo studio generale della patologia, a favore di un’innovativa terapia individualizzata.

Personalizzare la cura significa dunque prevedere ed evitare effetti collaterali, migliorando così l’azione e l’efficacia del composto farmacologico.



Dicembre 30, 2011 Newsletter

Con la sindrome metabolica aumenta il rischio di sviluppare una malattia oncologica. È quanto emerge dal III Congresso Internazionale ARTOI, tenutosi a Roma il 2-3 dicembre 2011.

Numerose ricerche scientifiche internazionali rilevano l’importanza del controllo del peso per ridurre il rischio di sviluppare una patologia tumorale. Diversi studi sono stati avviati anche a livello nazionale presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, reparto di Medicina Preventiva e Predittiva, diretto dal prof. Franco Berrino. Tali studi hanno valutato un campione di pazienti colpite da tumore al seno, sottoposte a terapia tradizionale e nutrizionale, con particolare attenzione al controllo del peso e a determinati parametri metabolici e di laboratorio (livelli ormonali, indici glicemici, parametri metabolici).

Con grande sorpresa dei ricercatori, si è constatato che i pazienti in sovrappeso sono più a rischio di ripresa della malattia rispetto ai pazienti che, attraverso un’alimentazione adeguata e a basso carico glicemico, tengono sotto controllo il peso.

Chi segue una dieta a basso apporto di zuccheri, con poca carne rossa ed eliminando i cibi ricchi di sostanze grasse, gli insaccati e gli alcolici, ad esempio, ha meno possibilità di sviluppare una malattia oncologica.

Le terapie nutrizionali e farmacologiche in grado di ridurre il rischio della malattia possono essere individuate attraverso opportune indagini genetiche che analizzano la predisposizione alla sindrome metabolica. Tra queste vi sono l’indagine della predisposizione alla resistenza insulinica, che porta allo sviluppo del diabete tipo due, del metabolismo dei grassi (lipidi) e quella della predisposizione alla iperomocisteinemia.

Infine, è importante sottolineare che la valutazione dei fattori di rischio della sindrome metabolica – obesità di tipo viscerale, aumento del girovita > 88 cm nella donna e > 102 cm nell’uomo, ipertensione, alti valori di trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo ‘buono’ ed elevati livelli di glicemia – consente di contrastare nel tempo non soltanto il rischio di sviluppare un cancro al seno, ma anche al colon- retto, al pancreas e altri distretti corporei.



Ottobre 30, 2011 Newsletter

La resistenza insulinica può essere definita come una condizione in cui una data concentrazione d’insulina produce un effetto minore di quello atteso.

Epidemiologicamente è un fenomeno rilevante con una prevalenza stimata del 3% nella popolazione statunitense e variabile tra il 3 e il 16% nella popolazione occidentale. La minore prevalenza si registra nella popolazione giapponese, dove si attesta al 2% circa.

Secondo le stime dell’OMS, a causa del progressivo aumento della vita media e dell’incremento demografico nei paesi sottosviluppati, la prevalenza mondiale di questa patologia è destinata a modificarsi significativamente soprattutto nella fascia di popolazione tra 45 e 64 anni dove potrebbe arrivare a raddoppiare entro il 2030. Nella fascia di popolazione oltre i 65 anni, data l’aspettativa di vita media della donna superiore a quella dell’uomo, ci si potrebbe aspettare una maggiore prevalenza nel sesso femminile.

La resistenza insulinica predispone all’intolleranza glucidica e con essa allo sviluppo della sindrome metabolica e del Diabete mellito di tipo 2 con le complicanze che ne conseguono.

Oltre che nelle alterazioni del metabolismo glucidico, la resistenza insulinica sembra essere implicata in un concomitante incremento dei trigliceridi e una diminuzione del colesterolo HDL; è importante inoltre rilevare che la predisposizione genetica può aumentare il rapporto trigliceridi / HDL (colesterolo buono).

La diagnosi precoce di tipo genetico che è possibile effettuare presso IMBIO (Istituto di Medicina Biologica di Milano), permette di attuare un programma nutrizionale adeguato, con particolare attenzione al tipo di alimenti che influenzano l’espressione del gene mutato che saranno quindi eliminati o ridotti dall’alimentazione.

Con un piano alimentare personalizzato in base al risultato del test e un’attività fisica moderata e costante si può ridurre, fino ad abbattere, la possibilità di sviluppo del Diabete Mellito di tipo 2.



Ottobre 30, 2011 Newsletter

La ricerca di base, i trattamenti integrati, la farmacogenomica e la nutrizione in oncologia saranno al centro di questo importante Evento Scientifico che, nell’intento di sviluppare ed estendere le conoscenza delle tematiche di integrazione in oncologia, vedrà confrontarsi numerosi e qualificati professionisti provenienti da tutto il mondo.

In particolare, il prof. Giuseppe Di Fede approfondirà la tematica della nutrizione e degli esami specialistici di nutrigenomica valutandone l’efficacia come strumento di prevenzione e di terapia oncologica, mentre il dott. Cescato parlerà dell’impiego della farmacogenomica nella personalizzazione del trattamento oncologico.

LA NUTRIGENOMICA IN AIUTO ALLA TERAPIA ONCOLOGICA

La neoplasia è una malattia complessa e multifattoriale che non sempre la terapia medica (chemioterapia), la chirurgia, e la radioterapia riescono a curare o a bloccarne la progressione. Sebbene l’integrazione con sostanze naturali e fito-terapiche possa costituire un valido aiuto è importante non sottovalutare uno dei fattori più importanti: la nutrizione.

Tutto quello che mangiamo ci nutre e porta alla crescita del nostro corpo. Perché non dovrebbe essere in grado di far crescere e modificare la neoplasia?

Nell’ultimo decennio si sono moltiplicati gli studi e le ricerche nel campo della genetica e della nutrigenomica, scienza multidisciplinare imperniata sulla prevenzione e sulla diagnosi genetica combinate insieme. La nutrigenomica ha aperto una nuova frontiera e ha creato un nuovo approccio scientifico, che costituisce un importante passo verso il benessere e il mantenimento dello stato di salute.

Una volta note le caratteristiche genetiche del soggetto – attraverso l’elaborazione di test genetici – è infatti possibile programmare un piano di terapie preventive, ma anche mettere in atto un’attenta indagine sui benefici apportati da alcune categorie di alimenti. Ciò consente di elaborare un piano nutrizionale che, abbinato a una giusta dose di minerali, vitamine ed anti-ossidanti con un basso apporto calorico e proteico può essere un valido aiuto per contrastare l’insorgenza di malattie croniche e temibili come il cancro.

FARMACOGENOMICA: LA VERA SFIDA PER LA PERSONALIZZAZIONE DEL TRATTAMENTO

La biologia molecolare ha un ruolo sempre più importante nell’approccio al paziente: utile nella diagnosi precoce, sempre più importante nella classificazione delle malattie, usata nella definizione del protocollo terapeutico migliore e infine capace di dare indicazioni sulla prognosi del paziente.
La patologia molecolare diventa nodo centrale della personalizzazione della diagnosi, della terapia e della prognosi. Esistono oggi test utili per identificare il rischio di alcune malattie come le neoplasie familiari della mammella e test capaci di fornire informazioni sui potenziali effetti collaterali della chemioterapia e sulla sua efficacia terapeutica.

La genetica applicata ad esami routinari come la citologia urinaria consente una maggiore precisione diagnostica aumentandone sia la sensibilità sia la specificità.



Luglio 30, 2011 Newsletter

Recentemente, un team di esperti gastroenterologia riunitisi nella “First International Consensus Conference on Gluten Sensitivity“, tenutasi a Londra l’11 e 12 febbraio 2011, ha stabilito l’esistenza della sensibilità al glutine, l’intolleranza alle proteine presenti nel glutine, in assenza di malattia celiaca.

L’esistenza di una condizione d’intolleranza al glutine è stata sospettata da diverso tempo. I medici che collaborano con l’Istituto di Medicina Biologica di Milano – IMBIO, conoscono questa entità clinica, che fino ad ora non aveva ricevuto una vera e propria collocazione clinica.

Nella pratica clinica, da più di dieci anni, abbiamo osservato casi di reazione al glutine in cui non sono coinvolti né meccanismi auto immuni come nella celiachia né di tipo allergico, mediato dalle IgE. Abbiamo notato che, dopo una dieta priva o a ridotto contenuto di glutine, i pazienti riscontravano un miglioramento di tutti i sintomi e i disturbi. Di recente, quindi, la nuova correlazione tra glutine e disturbi a essi correlati è definita “Gluten Sensitivity” (GS). L’interesse verso questa condizione è in continuo aumento come testimoniato dalla “First International consensus conference on gluten sensitività” tenutasi a Londra nel febbraio del 2011.

Gli studi condotti finora, hanno evidenziato come nella GS non esistano dei parametri immunologici e biochimici ben precisi, ma si tratti di una condizione alla quale si arriva per esclusione. In pratica, una volta esclusa la malattia celiaca attraverso le indagini biochimiche, gastroscopia con biopsia, si arriva a definire la GS, dove sembra sia coinvolto principalmente un meccanismo immunitario innato. Il sistema immunitario innato è rappresentato da cellule sentinella, i Granulociti Neutrofili (GN), particolarmente attivi verso alcune sostanze di origine alimentare.

Uno dei metodi che utilizziamo da diversi anni per scoprire eventuali intolleranze agli alimenti è il test ALCAT, un test citotossico computerizzato, che si effettua su sangue venoso.

Chi soffre di sensibilità al glutine presenta i seguenti sintomi: disturbi d’intestino irritabile (diarrea, dolore addominale, gonfiore, stipsi) cui si associa a volte stanchezza cronica, cefalea, eczema, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, formicolii agli arti, depressione, alterazioni dell’umore, ipereccitabilità e ipercinesi (presente specialmente nei bambini), anemia ferropriva. Tali condizioni cliniche migliorano e regrediscono seguendo una dieta a rotazione priva di glutine o a ridotto introito di prodotti contenenti glutine.
Considerando che la sintomatologia della sensibilità al glutine è sovrapponibile alla celiachia, il paziente dovrà sottoporsi ai test specifici per escludere tale patologia.

Uno degli esami richiesti per la ricerca della “Gluten Sensitivity” è l’esame genetico. La GS presenta una positività per HLA-DQ2 e/o DQ8 in più nel 50% dei casi, nella celiachia la percentuale arriva al 99% dei celiaci, e nel 30% della popolazione normale.

Il trattamento terapeutico per chi è sensibile al glutine dipende dal momento in cui si esegue la diagnosi e dall’età del paziente. Oltre alla dieta, si pone molta importanza allo studio e al ripristino della funzionalità intestinale e dell’integrità delle pareti (mucosa) intestinali, primo approccio operativo volto al miglioramento dei sintomi clinici.

Un ciclo di sedute settimanali di pulizia intestinale (Idrocolonterapia) sotto la supervisione del medico, abbinato a un trattamento mirato a base di probiotici e prebiotici, prescritto in seguito al disbiosi test, esame che rivela le condizioni di eubiosi o disbiosi batterica, costituisce senz’altro un valido aiuto per la ripresa di uno stato di funzionalità intestinale ottimale.



Luglio 30, 2011 Newsletter

Prima del periodo estivo o a ridosso delle vacanze, è consuetudine accorgersi di aver accumulato dei chili di troppo durante il periodo invernale.Allora che fare? Iniziare a mettersi a dieta! Certo, ma con quanta fatica!

Ci si rivolge di solito al dietologo o nutrizionista di turno, ma spesso le diete proposte in questa stagione sono troppo poco caloriche e il rischio che si corre è di essere particolarmente stanchi e privi di energie, la pressione tende ad abbassarsi per effetto del caldo, e inoltre si aggiunge l’effetto dieta a peggiorare le cose.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica di Milano, IMBIO, è invece possibile avvalersi della consulenza di medici e biologi specialisti in nutrizione ed effettuare il test ALCAT® per la valutazione di eventuali intolleranze alimentari, che hanno contribuito durante l’inverno all’accumulo dei chili di troppo.

Il test ALCAT® rivela gli alimenti che creano una “infiammazione” dei tessuti e risultano implicati nell’aumento di peso. Se si è intolleranti a qualche alimento, l’aumento di peso è, infatti, lento e inesorabile nel tempo, anche se non si sono cambiate le abitudini alimentari. Grazie all’individuazione degli alimenti reattivi con il test ALCAT®, il medico specialista può impostare una dieta personalizzata, basata sui principi della moderazione piuttosto che su quelli dell’esclusione rigida.

Dopo un periodo di trenta giorni si valuterà lo stato di salute del paziente per proseguire con la dieta corretta, per tutta l’estate. Il test ALCAT® si effettua attraverso un prelievo di sangue venoso, è un test computerizzato, affidabile e riproducibile. Utilizzato da diversi anni presso IMBIO, è uno strumento di aiuto, indispensabile per il medico che affronta la problematica “peso e alimentazione”.

I chili di troppo, con un piano nutrizionale basato sugli alimenti non tollerati riscontrati con ALCAT-Test, e sotto controllo di un medico esperto, saranno eliminati per non essere mai più ripresi.

Grazie alla metodica ALCAT® Test puoi riprendere la forma fisica ideale e soprattutto guadagnare in salute e prevenzione.



Maggio 30, 2011 Newsletter

La stagione primaverile, tanto attesa, è ricca di cambiamenti climatici favorevoli per le fioriture delle diverse specie di piante e alberi. Le allergie, o meglio le persone allergiche ai pollini e alle graminacee, che durante l’inverno si sono”assopiti” in una specie di “letargo sintomatologico”, all’improvviso, riscoprono di essere allergici, manifestando i sintomi classici come rinite, starnuti, prurito in gola, alle orecchie, difficoltà di respirazione fino ai sintomi gravi e acuti dell’asma.

Le allergie da fieno spesso sono correlate alle allergie alimentari o intolleranze alimentari. Chi soffre di allergia agli acari della polvere, che normalmente popolano l’ambiente domestico, dalle lenzuola ai pavimenti e tappeti, ad esempio, potrebbe avere una allergia crociata verso le proteine del latte vaccino.

I meccanismi biochimici che scatenano le reazioni allergiche, sono sostenuti da una sostanza chimica, conosciuta col nome di Istamina, rilasciata dai mastociti, durante il contatto con l’allergene in questione.

Alcune forme di allergia stagionale, sono in qualche modo correlate ad alcune intolleranze alimentari, che si accentuano proprio nel periodo primaverile, se si è allergici ai pollini, altrimenti, possono essere presenti tutto l’anno, come nel caso degli acari.

Naturalmente, la sensibilità alle graminacee, che fanno parte della famiglia dei cereali, si accentua ancora di più, con congiuntivite, lacrimazione, prurito nasale e starnuti a salve, se si mangiano quotidianamente i derivati delle farine, pasta, pane e dolci.

Un controllo di tipo nutrizionale, diretto da un medico esperto, aiuta a ridurre i sintomi legati alle allergie.

Il test che meglio rivela la possibilità di avere delle intolleranze alimentari, è il test ALCAT, fatto attraverso il prelievo di sangue venoso. Questo test evidenzia la sensibilità ad alimenti che in parte possono essere crociati con le allergie e in parte possono rivelare delle nuove sensibilità agli alimenti che rafforzano i sintomi allergici.

La dieta ad esclusione, che proponiamo da circa un decennio, deriva dal risultato del test ALCAT. Si tratta di una forma di alimentazione che esclude alcuni alimenti risultati positivi al test, che vengono successivamente reintrodotti in maniera che non si crei un eccesso dell’alimento intollerato. Il grado di sensibilità agli alimenti, minimo, medio o alto, evidenziato dal test ALCAT, guiderà il medico a stilare una corretta alimentazione che tenga conto dei valori nutritivi degli alimenti e il loro potere allergizzante.

In poche parole, la riduzione dello stato “infiammatorio” dell’organismo, grazie al controllo degli alimenti consigliati e soprattutto sconsigliati, aiuta a controllare meglio le reazioni allergiche e a gestire in maniera più semplice la terapia anti istaminica, riducendo, nella maggioranza dei casi, la posologia dei farmaci.
Un miglior controllo dell’allergia si traduce in una migliore qualità di vita, soprattutto per coloro che “temono” la tanto desiderata bella stagione.



Maggio 30, 2009 Newsletter

C’è chi è allergico a un farmaco o a un principio attivo e non lo sa.

Alcuni non tollerano più di una certa quantità di sostanza, subendo effetti collaterali spesso non certo graditi dai pazienti. Ci sono malattie che non tutti contraggono allo stesso modo e che manifestano gli stessi sintomi: le caratteristiche genetiche sono determinanti.

Tuttavia, alle terapie farmacologiche non tutti rispondono allo stesso modo: c’è chi risponde in maniera completa e guarisce, chi invece necessita di dosi maggiori di farmaco, con tempi di guarigione più lunghi e a volte non completi. Ma c’è chi non riesce a superare una malattia e purtroppo non sopravvive.

La risoluzione del problema sta nel personalizzare le terapie e creare dei farmaci “ad personam”, su misura per il paziente.

Oggi la ricerca scientifica ha individuato le caratteristiche genetiche che governano le reazioni ai farmaci, ai principi attivi delle molecole e ai componenti degli alimenti.
Le risposte dei pazienti ai farmaci sono sempre più imprevedibili, tanto che le reazioni avverse ai farmaci sono la quarta causa di morte nel mondo.

Tanto per fare dei numeri, nell’ultimo anno in sedici ospedali della Lombardia la Regione ha speso venti milioni di euro per correggere terapie farmacologiche sbagliate o per curare persone che hanno manifestato reazioni avverse.
Per questo è necessario una cura sempre più personalizzata.

La farmacogenomica e la nutrigenomica sono la risposta che già da alcuni anni l’Istituto di Medicina Biologica di Milano, diretto dal dottor Giuseppe Di Fede, utilizza per la scelta delle terapie farmacologiche dei pazienti.
Oltre alla scelta dei farmaci più idonei, è possibile scegliere l’alimentazione più adeguata per il nostro organismo, a seconda della funzione di alcuni geni nei confronti delle sostanze presenti nei cibi e la capacità di eliminare sostanze tossiche o cancerogene che a volte accompagnano gli alimenti.

Anche le strutture sanitarie si stanno adeguando ai tempi, iniziando a introdurre il test sui farmaci negli ospedali, testando il DNA dei pazienti prima di essere sottoposti alle cure.
In sostanza si va cercare ciò che di più personale abbiamo, i geni, come lavorano, se e quanto sono attivi e se sono mutati. Allora l’approccio farmacologico e nutrizionale, diventa una terapia che considera la persona nella sua completezza.

La personalizzazione della medicina sarà rappresentata dalla scelta dei farmaci su misura per ognuno di noi. La scienza della nutrizione, allo stesso modo, seleziona gli alimenti più idonei segnalando quelli più pericolosi o dannosi.
Questo rappresenta il futuro della prevenzione, nel rispetto della salute dell’individuo.
Le modalità di esecuzione del test è molto semplice: attraverso il prelievo di alcune cellule della mucosa orale con uno spazzolino dedicato si analizzano i geni specifici. Il risultato che si ottiene evidenzia le capacità disintossicanti dell’organismo, segnalando eventuali alterazioni di alcuni geni, ed evidenzia inoltre le capacità di rispondere ai farmaci e se alcuni principi attivi sono da utilizzare con cautela o addirittura da evitare.

La caratteristica sta nella velocità di metabolizzare una sostanza da parte dei geni deputati a tale funzione. Ad esempio un eccesso di principio attivo come un anti coagulante, in un soggetto che lo metabolizza lentamente, può esporlo a rischio di emorragia. Ecco allora che la prevenzione è possibile viverla nella vita di tutti i giorni, evitando comportamenti sia farmacologici che alimentari, che potrebbero mettere a rischio la salute.

Un organismo nutrito in modo corretto e supportato al bisogno secondo le proprie caratteristiche genetiche è un organismo che tenderà ad ammalarsi di meno e sarà capace di reagire in maniera adeguata ad eventuali malattie.
Questo insegnamento ci giunge dallo studio dell’interazione tra ambiente (alimentazione, inquinamento, farmaci) e geni, identificata con il termine di epigenetica, la quale studia l’influenza dell’ambiente sull’operato dei geni.

I geni non possiamo cambiarli, ma possiamo influenzare in maniera positiva il loro operato (proteine) facendoli lavorare per noi, in modo da aggiungere anni alla vita e vita agli anni.



Aprile 30, 2009 Newsletter

L’azione benefica e salutare della frutta e della verdura è risaputa da diverso tempo.Ma ora sappiamo cosa in realtà ci protegge e da che cosa.Si tratta di un gruppo di sostanze dai nomi un po’ strani, chiamate polifenoli, anticianosidi, lignani, e altre ancora, capaci di proteggerci dall’aggressione dei radicali liberi e dall’inquinamento ambientale.

La natura ci ha messo a disposizione le armi per difenderci dalle malattie e per farci vivere senza dolore o sofferenza.
Purtroppo in alcuni casi, e per un predisposizione genetica, alcuni di noi si difendono meno dall’azione infiammatoria generata dall’aumento dei radicali liberi. Precisiamo che i radicali liberi, sono prodotti dal lavoro svolto dalle cellule dell’organismo, e che entro certi limiti servono per difenderci dai virus e batteri, ma un concentrazione particolarmente elevata di queste specie reattive può danneggiare gli organi come le arterie, il cuore, il cervello, (oltre cento malattie sono state messe in relazione all’aumento dei radicali liberi) causando malattie croniche e degenerative.

Da diverso tempo è possibile sapere quanti radicali liberi sono presenti nel sangue e quanto è la capacità di controllarne la produzione da parte dell’organismo.
In poche parole è possibile conoscere l’attività ossidante (che ci fa invecchiare) e la capacità antiossidante (che rallenta l’invecchiamento). La bilancia tra questi due sistemi è il risultato del nostro stato di salute. Ad esempio le sostanze anti ossidanti contenute nell’olio extra vergine d’oliva (lignani, secoiridoidi, polifenoli, omega 3, etc.) sono in grado di proteggere le donne dal cancro al seno.

L’azione protettiva si esplica attraverso un meccanismo di controllo di un fattore di crescita genetico chiamato Her2; l’azione inibente dell’olio extravergine d’oliva nei confronti di Her2, protegge dallo sviluppo di patologie legate al tumore della mammella. Ecco che uno dei tanti alimenti messi a disposizione dalla natura è utile per farci mantenere in salute ed efficienza fisica.

Il futuro probabilmente porterà a scoprire altre importanti relazioni tra salute, malattia e alimentazione, sviluppando la scienza che recentemente sta prendendo sempre più posto nella prevenzione delle malattie chiamata Nutrigenomica.

Attraverso l’uso sapiente e mirato degli alimenti è possibile prevenire diverse malattie, anche le malattie legate ai tumori; basti pensare che il 33% delle malattie tumorali è causa di una scorretta alimentazione. È possibile consultare un testo di nutrigenomica scritta dal dottor Di Fede, dove si spiegano le relazioni tra alimenti e malattie e per ulteriori informazioni consiglio di visitare il sito www.imbio.it



Febbraio 1, 2009 Newsletter

Sta iniziando davvero la nuova era della medicina personalizzata.Noi di IMBIO abbiamo iniziato ad occuparci di medicina preventiva e personalizzata, quando ancora questo termine non era d’uso comune nella carta stampata.

Eppure con la costanza e tenacia che ci contraddistingue, siamo andati contro corrente per diversi anni e ora finalmente le grosse istituzioni e centri di ricerca si sono accorti che bisognava dare una svolta in campo terapeutico, a favore di terapie mirate per i pazienti e soprattutto per quelle patologie molto gravi come le cardiopatie, il diabete, i tumori, la psichiatria.

Stabilire a priori una cura adeguata è di vitale importanza.
Anche scegliere un antibiotico più adatto al nostro organismo ci può aiutare a combattere meglio e guarire prima, da una particolare malattia.
Il test in questione si chiama nutrigenomica e farmaco genomica.
Sono le nuove vie di ricerca che studiano il funzionamento del metabolismo e di alcuni enzimi che tutti noi possediamo, che se messi a contatto con alcune molecole di farmaci, comunemente utilizzati dal medico, sono metabolizzati bene, male o poco. Le prospettive terapeutiche sono intuitive, stabilire il farmaco e il dosaggio migliore sin dai primi momenti della cura. Iniziare con il piede giusto è meglio che andare per tentativi, specie in campo cardiologico.
E’ esperienza comune che la cura migliore non si raggiunge subito; dopo un infarto o ictus ad esempio, possono passare diversi mesi prima di mettere a punto la cura corretta, che funzioni e con minori effetti collaterali.

Anche in Italia finalmente alcuni centri di ricerca stanno studiando i profili genetici per il metabolismo di alcuni medicinali in campo cardiologico, metabolico, oncologico.
Negli USA, presso il Scripps Translation Science Institute di La Jolla, in California, uno dei massimi esperti del settore, il dottor Eric Topol, afferma che è ormai un pratica comune l’analisi genetica in campo oncologico per stabilire una cura che funzioni meglio, rispetto a cure standard o di protocollo, per riconoscere in anticipo i pazienti che rispondono meglio ai trattamenti e soprattutto per aiutare i medici a prescrivere farmaci e dosaggi personalizzati.

Nelle ultime due settimane, diversi studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, The Lancet e The New England Journal of Medicine, confermano che la prescrizione di alcuni farmaci come gli ultimi antiaggreganti piastrinici debbano essere precedute dall’analisi genetica per sapere se è compatibile il farmaco per il paziente.

Il senso di questa nuova prospettiva, che dovremmo prenderne atto tutti noi operatori medici, è di conoscere meglio l’organismo e il metabolismo degli enzimi deputati alla trasformazione e utilizzo delle molecole dei farmaci prescritti ai pazienti.
Il test genetico messo a disposizione è possibile farlo tramite uno specifico spazzolino da strofinare all’interno delle guance, prelevando così alcune cellule di sfaldamento dal quale verrà estratto il DNA e analizzati i geni responsabili del metabolismo farmacologico, accertandone la compatibilità e reale efficacia.
Presso il nostro istituto
, le analisi genetiche spesso sono parte integrante della visita o consulto medico per i nostri pazienti.

Ci viene da chiedersi il perché fino ad ora si è fatto finta di non conoscere queste possibilità offerte dalla ricerca?


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