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March 26, 2015 Newsletter

C’è chi lo fa per necessità e chi, invece, lo fa per ragioni etiche; sempre più persone, oggi, sostituiscono il latte di origine animale, con uno di derivazione vegetale. Gli intolleranti al lattosio, i vegetariani estremi o vegani e chi ha il colesterolo alto, può scegliere tra diverse tipologie di latte ricavate da alimenti vegetali.

La soia, come in molti sapranno, è un legume originario della Cina, dove fu coltivata per la prima volta più di 5 mila anni fa. I frutti, simili ai fagioli, sono gialli e lunghi dai 3 agli 8 cm. Arrivò in Europa alla fine del 1800, inizialmente, solo per essere studiata ma, più tardi, fu anche coltivata. Non solo in Europa, le coltivazioni di soia ben presto, si estesero in tutto il mondo.

Il latte di soia si ottiene tramite un processo di macerazione, della durata di circa una notte, della soia intera oppure della sua farina. Poi, la soia è macinata e, a essa, è aggiunta l’acqua necessaria ad ottenere la consistenza desiderata. La purea ottenuta è portata a ebollizione. Infine, il tutto è filtrato per eliminare i residui. La preparazione è piuttosto semplice, infatti, il latte di soia può essere tranquillamente fatto in casa. In commercio, invece, lo troverete con la dicitura “bevanda di soia”, come vuole la legislazione europea.

I benefici più importanti del latte di soia sono principalmente due: non contengono lattosio e colesterolo.

Circa il 75% della popolazione mondiale, è intollerante al lattosio. Una buona fetta di popolazione mondiale, quindi, può trovare quasi tutti i benefici del latte vaccino in un latte di origine vegetale senza il rischio di avere reazioni allergiche. Tuttavia, è meglio fare attenzione, perché anche la soia può causare allergie (anche se in una percentuale esigua).

Come molti altri alimenti di origine vegetale, il latte di soia è privo di colesterolo. Non male come caratteristica per un alimento, soprattutto se pensiamo che una tazza di latte di mucca contiene, invece, 20 milligrammi di colesterolo, quasi il 7% della quantità raccomandata per un maschio adulto. Questa importantissima caratteristica, rende il latte di soia un alimento molto consigliato per chi ha il colesterolo alto o per chi ha sofferto o soffre di problemi cardiaci.

Invece, le proteine contenute nel latte di soia sono sostanzialmente le stesse del latte di mucca. Sono però, più digeribili e hanno un elevato tenore di lisina, un amminoacido essenziale per il corpo umano che va assunto esclusivamente attraverso l’alimentazione.

Questi i benefici fino ad oggi provati dalla scienza, si stanno facendo, però, altri studi per verificare l’ipotesi che la soia aiuti a prevenire nella donna il tumore al seno e nell’uomo il tumore alla prostata. Ci sarebbero, poi, ulteriori benefici per le donne in menopausa. Gli isoflavoni di soia, che agiscono in modo simile agli estrogeni, potrebbero, infatti, aiutare contro le vampate di calore e prevenire l’osteoporosi. Ma è tutto, ancora, da verificare!

Agli intolleranti al nichel questo latte non è consigliato d’uso giornaliero.



March 24, 2015 Newsletter

Se cercate un degno sostituto al latte vaccino che non contenga né lattosio glutine, vi consiglio di provare il latte di miglio, un’ottima soluzione per garantire al vostro organismo un apporto di proprietà nutritive paragonabili a quelle del latte vaccino senza, però, incorrere nel rischio di reazioni allergiche. Non solo, consumatelo con serenità anche se avete problemi di colesterolo e di diabete.

Un vantaggio comune a tutto il latte di origine vegetale è l’assenza di colesterolo, e il latte di miglio non è da meno. Un ottimo alleato, quindi, per chi lotta contro il colesterolo alto, grazie anche alla grande quantità di lecitina e di colina contenuto.

Proprietà, invece, unica, che condivide solo con il latte di avena, è la capacità di controllare il diabete. Secondo alcuni studi il latte di miglio contiene un particolare enzima in grado di aiutare il nostro corpo a eliminare i grassi. È, infatti, risaputo che legumi e cereali, essendo carboidrati complessi, hanno un ruolo importante nella cura e nella prevenzione del diabete.

Dunque, il latte di miglio è indicato per le persone che soffrono di celiachia, intolleranza al lattosio, diabete e colesterolo alto e non è consigliato a chi ha problemi con l’intolleranza al nichel.

Dovrebbero però tenerlo in considerazione e aggiungerlo o sostituirlo, anche per brevi periodi, anche chi non soffre di nessun di questi disturbi. Il latte di miglio ha, infatti, diverse qualità nutrizionali. Ad esempio, è ricco di vitamine del gruppo B, soprattutto la B6, ed anche sali minerali come zinco, magnesio, potassio, calcio e ferro.

Il miglio è un cereale alcalinizzante. Ciò significa che consumandolo, anche sottoforma di latte, assorbiamo le tossine acide che si accumulano con una dieta sbilanciata, troppo ricca di alimenti acidificanti, come uova, carne, alimenti raffinati o fermentati. Il consumo di latte di miglio, insomma, aiuterebbe il nostro organismo a ristabilire il livello ottimale di PH.

Questa sua caratteristica andrebbe a beneficio del buon funzionamento di milza, stomaco e pancreas e, sicuramente, aiuterebbe tutti quelli che soffrono di acidosi. Inoltre, è facilmente digeribile e non irrita l’intestino, può essere, dunque, ben tollerato anche per chi soffre di colite o ulcere; per i quali l’assunzione di latte di mucca, certo, non giova.

Il latte di miglio non è molto diffuso, lo troverete sicuramente nelle farmacie e nei negozi specializzati. Il suo sapore naturalmente dolce lo rende perfetto per essere consumato a colazione, magari col caffè, oppure per la preparazione di deliziosi dolci senza glutine.

 



March 11, 2015 Newsletter

Giornata interamente dedicata alla bellezza quella in programma sabato 28 marzo presso la Imbio Medical Spa, il centro estetico presente all’interno di Imbio l’Istituto di Medicina Biologica di Milano.

Open day del benessere durante il quale professionisti dell’estetica e della medicina daranno dimostrazione pratica di quanto la bellezza, dote effimera e passeggera, vada nutrita e coltivata seguendo i giusti consigli ma soprattutto il parere di esperti del settore.

La giornata sarà così strutturata, in una prima parte verranno esposti i trattamenti offerti dal centro estetico, momento in cui si potrà assistere ad una vera e propria dimostrazione pratica da parte dei professionisti dello staff; al termine della quale sarà possibile ai clienti intervenuti usufruire di un trattamento viso o corpo gratuito, con relativi check up e bia (valutazione della composizione corporea), per poi a questo punto poter scegliere la terapia più giusta grazie al consiglio esperto degli addetti ai lavori.

Tanti i trattamenti disponibili, tra cui Biocell, Radiofrequenza, Pressoterapia ed Endermologie per il rimodellamento della silohuette oppure Bioskin, Radiofrequenza viso ed Ossigenoterapia per il focus viso.

Non lasciarti sfuggire la possibilità di fare qualcosa per te stessa, non perdere questo appuntamento con la bellezza…

Per Info e prenotazioni

Imbio Medical Spa

Via Molino delle Armi, 3

20123 Milano

Tel: 02.58314799 Cell: 392.3880199

 



November 3, 2014 Newsletter

L’intolleranza al glutine recentemente è diventata oggetto di studio da parte della comunità scientifica internazionale. I numeri dei soggetti che si scoprono celiaci è in continua aumento, si stima che 1 persona su 100 sia celiaca. Ma come mai questo fenomeno è in continuo aumento? Per rispondere a questa domanda, bisogna fare un passo indietro.

Prima di tutto dobbiamo fare un distingua tra celiachia e intolleranza al glutine.

La celiachia è un’intolleranza al glutine e a tutti i derivati dalle farine, geneticamente determinata con produzione di anticorpi che aggrediscono il glutine, causando una distruzione della mucosa dell’intestino tenue. L’unica terapia possibile è la privazione dalla dieta del grano e dei derivati dal frumento (pane, pasta, prodotti da forno, solo per citarne alcuni).

L’intolleranza al glutine è stata recentemente sdoganata grazie ad una consensus conference di Londra nel marzo del 2011. Ricercatori, gastroenterologi di tutto il mondo si sono riuniti e hanno tracciato le linee guida per la ricerca e la diagnosi di reazioni avverse, legate al glutine, di tipo non celiaco.

A questo punto dobbiamo chiederci: ma quali sono i sintomi? Possiamo fare una diagnosi precoce?

Spesso i sintomi tra celiachia (CD) sensibilità al glutine (GS) sono sovrapponibili; i più comuni sono:alterazione dell’alvo, stipsi o scariche di dissenteria, dermatite ruvida e secca, afte orali ricorrenti, infezioni virali recidivanti (herpes, mononucleosi) tendenza al diabete, oppure il diabete di tipo uno precede la celiachia, disturbi neurologici (epilessia, ipercinesi, fino al decadimento cognitivo), aborti ripetuti e difficoltà nel concepimento. Anche chi pratica sport, noterà una difficoltà ad aumentare la massa muscolare, anzi più si allena e meno risultati otterrà sulla performance.

Come si può notare i sintomi sono tanti e non di univoca interpretazione, il medico clinico dovrà mettere a disposizione la propria abilità nel ricercare ed evidenziare la sintomatologia per poter procedere alla diagnosi corretta.

Quali esami sono disponibili per al diagnosi di celiachia e sensibilità al glutine?

Per la celiachia, la positività di anticorpi anti transglutaminasi è determinante, accompagnata da positività degli anticorpi anti gliadina, anti endomisio, e per finire la gastroduodenoscopia, con l’evidenza della lesione della mucosa, con appiattimento dei villi. La sensibilità al glutine ha soltanto una positività degli anticorpi anti gliadina, e la positività al test ALCAT che mostra una reazione di intolleranza al glutine di grado medio – alto, dove la sospensione del glutine e l’applicazione di una dieta a rotazione, porta ad un miglioramento dei sintomi clinici.

In pratica il test ALCAT per la ricerca di intolleranze alimentari e la positività di una quota di anticorpi sono determinanti per fare diagnosi di sensibilità al glutine.

Il test genetico per la ricerca di una possibile predisposizione alla celiachia è un test che possiamo includere nel percorso diagnostico, poiché ci aiuta a confermare o smentire eventuali predisposizioni allo sviluppo di celiachia o sensibilità al glutine. Il test genetico non è invasivo e può essere fatto a tutte le età.



October 5, 2014 RASSEGNA STAMPA

«Per intolleranza alimentare si intende una reazione avversa dell’organismo verso alcuni alimenti o additivi, lenta nel tempo e che può coinvolgere diverse parti dell’organismo come intestino, stomaco, pelle, vie urinarie, fino a compromettere in certi casi le comuni attività lavorative e sociali. La differenza tra allergie e intolleranze alimentari è netta: l’allergia porta una reazione immediata dopo aver ingerito un alimento (per esempio bolle sulla pelle, orticaria, edema delle labbra). Per l’intolleranza invece si intende una reazione avversa verso un alimento o un gruppo di alimenti che possono appartenere alla stessa famiglia alimentare (ad esempio le solanacee: pomodoro, patata, peperone e melanzana) lenta nel tempo e soggetta ad accumulo nel caso di introduzione frequente dei cibi non tollerati ».

La definizione di intolleranza alimentare, fornita dal Prof. Giuseppe Di Fede, delinea un problema sempre più diffuso nella nostra società, e che interessa grandemente chi lavora nel settore della ristorazione. Sempre crescente è infatti il numero dei clienti che richiedono particolare attenzione proprio perché intolleranti a qualche alimento. Direttore Sanitario di I.M.Bio Istituto di Medicina Biologica Milano e Istituto Medicina Genetica Preventiva I.M.G.E.P Milano, Docente nel Master di Nutrizione Umana all’Università di Pavia, Vice Presidente dell’Associazione Ricerca Terapie Oncologiche Integrate A.R.T.O.I., Di Fede fornisce alcune indicazioni utili per accogliere in sicurezza questi ospiti, in particolare gli intolleranti al nichel: «Una delle intolleranze che sta dilagando a macchia d’olio è sicuramente quella al nichel e tra i cibi ricchi di nichel troviamo il cioccolato e cacao in polvere, pomodori, spinaci, lenticchie, asparagi, legumi, frutta secca ed essiccata. Tra i cereali più ricchi di nichel ricordiamo l’avena, il mais, il miglio e il grano saraceno. Per quanto riguarda gli alimenti non vegetali, tra le maggiori fonti di nichel sono i frutti di mare, le ostriche, il salmone, i gamberi e le cozze, le aringhe e gli sgombri.

Ma va fatta attenzione anche a cibi e bevande in lattina o in scatola: in questi cibi il contenuto di nichel può aumentare a causa del materiale del contenitore e del processo di lavorazione; questo vale anche per le pentole dove cuciniamo. Quando si accolgono clienti intolleranti al nichel pertanto va prestata attenzione anche alle pentole e accessori che vengono usati in cucina». Altrettanto diffuse sono le intolleranze al lattosio e al glutine. Tutte vanno comunque trattate con la massima serietà: il cliente deve sentirsi sicuro quando è seduto a tavola. La sua richiesta di evitare determinati gruppi di ingredienti deve essere presa alla lettera: assolutamente da evitare l’atteggiamento di chi minimizza il problema. Per un intollerante al lattosio spesso anche “solo” una noce di burro può essere fonte di problemi, così come lo è una spolverata di farina per chi non tollera il glutine.

Attenzione, quindi, e gentilezza, per mettere l’ospite a proprio agio. Apprezzatissimi sono quei – pochissimi –  locali che offrono alternative mirate, ma anche dove non sia possibile, si possono servire piatti preparati al momento “su misura”, oppure ricorrere a proposte già in menu che il cameriere avrà cura di indicare come adatte. «Il ristorante  non ha l’obbligo di essere “accessibile” a chi ha particolari problemi di intolleranze, ma sicuramente, visto l’aumentare di questa condizione, numerosi ristoratori tentano di capire e adeguarsi cercando di gestire un nuovo modo di fare ristorazione, così da potersi dedicare a una clientela, spesso più curiosa ed entusiasta di quella “comune” quando trova un locale che l’accontenta». A parlare è Tiziana Colombo, foodspecialist e foodblogger (www.nonnapaperina.it), oltre che autrice di un libro sull’argomento intolleranze. «Fino a non molto tempo fa – continua – chiunque avesse una necessità particolare doveva leggere attentamente la carta, evitare tutti i piatti incompatibili con la sua patologia o la sua dieta, domandare ai camerieri o ai cuochi, senza la certezza assoluta di stare per assaggiare qualcosa che non lo danneggiasse… insomma una serata di svago correva sempre il rischio di trasformarsi in un brutto ricordo. Oggi, invece, c’è una nuova, se pur neonata, nicchia enogastronomica dedicata ai “diversamente-gourmet”.

Sicuramente un ristoratore che vuole cominciare ad affrontare il problema intolleranze dovrebbe studiare il problema e chiedere delle consulenze specifiche. Ma in primis deve crederci e non sottovalutare il problema. Nel giro di qualche anno i ristoranti che non accetteranno che le intolleranze esistono saranno sempre più vuoti e quelli che invece prendono sul serio l’argomento sono sempre pieni già da ora».

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September 2, 2014 RASSEGNA STAMPA

Ci sono alimenti di uso comune che, anche se possono sembrare apparentemente innocui e salutari, sono invece in grado di accendere una infiammazione a livello cellulare che porta come diretta conseguenza l’accumulo peso, e non solo

Fino ad una decina di anni fa se ne sapeva ben poco, oggi ne sentiamo parlare sempre più spesso: ci riferiamo alle intolleranze alimentari, un problema che secondo i dati raccolti dal Ministero della Salute, coinvolge in Italia ben il 2% degli adulti e l’8% dei bambini. L’intolleranza alimentare, a differenza dell’allergia, non è una condizione perenne: si tratta più semplicemente di una reazione avversa ad un alimento specifico che può essere risolta seguendo un percorso di rieducazione al cibo. I sintomi sono indubbiamente fastidiosi, ed in alcuni casi dolorosi, ma in genere non costituiscono un pericolo di vita.

Per approfondire il tema abbiamo incontrato il professor Giuseppe Di Fede, medico chirurgo edocente di Nutrigenomica e Nutrizione umana presso l’Università di Pavia, nonché direttore dell’Istituto di Medicina Biologica (IMBIO) di Milano, che ci ha spiegato anche come le intolleranze possano pesare sulla bilancia, oltre che sulla salute.

Oggi sono davvero tante le persone che soffrono di intolleranze alimentari. Un tempo erano meno diffuse oppure, più semplicemente, non riconducevamo i sintomi a tale problema?
Oggi abbiamo degli strumenti di laboratorio, che ci consentono di analizzare meglio lereazioni cellulari che avvengono quando consumiamo degli alimenti, che, a nostra insaputa, non sono tollerati dall’organismo. Diversi disturbi hanno continuato a compromettere la salute delle persone per anni sotto i nostri occhi, proprio perché non si pensava che essi fossero da imputare a reazioni infiammatorie dovute al cibo, come invece si è scoperto in seguito.

Da che cosa sono causate?

All’origine ci sono probabilmente una serie di concause. Cambiamenti della materia prima alimentare e delle lavorazioni possono aver contribuito ad innescare dei processi di assimilazione e digestione degli alimenti più lenti. In più, il consumo eccessivo di alcuni cibi e una dieta monotona possono creare un sovraccarico di sostanze che il nostro organismo fatica ad eliminare. E ancora, la predisposizione genetica contribuisce ad innescare reazioni da intolleranza, soprattutto al lattosio al glutine ed al frumento, sostanze che sono presenti in una percentuale maggiore negli alimenti rispetto al passato per rendere il prodotto finale malleabile, facile da lavorare.

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July 25, 2014 RASSEGNA STAMPA

Bilanciamento dei macronutrienti, porzioni più piccole da distribuire durante tutto l’arco della giornata, ricerca delle fonti migliori (vedi cibi ricchi di polifenoli, antiossidanti, omega3 ecc.), una moderata attività fisica da praticare con costanza: sarebbero queste, secondo medici e nutrizionisti, le regole base per costruire uno stile di vita sano, in grado di garantire il buon funzionamento di quella complessa e meravigliosa macchina che è il corpo umano.

Per raggiungere l’obiettivo super salute, prevenire le malattie croniche, e contrastare l’infiammazione cellulare arrivano però nuovi strumenti dalla scienza: secondo alcuni recenti studi condotti dalla Stanford University di Palo Alto, California, attraverso l’analisi del DNA sarebbe infatti possibile ottenere importanti informazioni sulla reazione del metabolismo rispetto al consumo di determinate categorie di alimenti. I geni inoltre costituirebbero un’attendibile fonte per scoprire la propria predisposizione allo sviluppo di alcune patologie (vedi diabete, ipercolesterolemia ecc.) oppure la capacità di bruciare di più e meglio praticando un determinato sport piuttosto che un altro.

Per capire meglio quale legame esista tra DNA e salute/ forma fisica abbiamo chiesto aiuto al dottor Sacha Sorrentino, biologo nutrizionista, consulente presso lo studio IMBIO (Istituto di Medicina Biologica) di Milano.

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Q…Giornale by Sanihelp



October 5, 2013 RASSEGNA STAMPA

Per valutare lo stato nutrizionale di un atleta è bene considerare anche le possibili intolleranze alimentari e il dispendio energetico.

Continuiamo e concludiamo la trattazione della tematica “l’assessment nutrizionale nello sport”, iniziata nel numero 34 de La Palestra, prendendo in esame le intolleranze alimentari e il dispendio energetico dell’atleta. Le reazioni di sensibilizzazione e/o intolleranza a componenti di alimenti, muffe e agenti chimici sono difficili da individuare singolarmente ma esse indubbiamente provocano una serie di alterazioni delle componenti cellulari (in particolare linfociti e piastrine) che
possono essere individuate con specifici Test Ematochimici.

Il test da noi utilizzato è il Test Alcat®, test ematico di valutazione delle intolleranze alimentari.

A cosa serve

Il test ALCAT (ANTIGEN LEUKOCYTE CELLULAR ANTIBODY TEST) permette di dare una soluzione al problema, spesso sottovalutato, delle intolleranze alimentari che si manifestano con una sintomatologia di tipo psico-fisico molto variegata. Cefalea, depressione, scarsa concentrazione, nausea, diarrea, colite epigastralgia, dermatite, eczema, dolore articolare, congiuntivite, edemi e sovrappeso possono spesso esserne le manifestazioni più eclatanti e regredire quasi contemporaneamente all’eliminazione degli alimenti non tollerati.

Le cause delle “intolleranze alimentari” che interessano almeno cinque persone su dieci sono state individuate nello stato di “disbiosi” o alterazione della flora batterica intestinale e nei numerosi “agenti stressanti” che indeboliscono il sistema immunitario intestinale.

Come funziona
Il Test ALCAT si esegue mediante un normale prelievo di sangue che viene poi messo a contatto con cinquanta alimenti di cui si sospetta essere intolleranti. Uno strumento di laboratorio evidenzia una reazione avversa agli alimenti, valutando il numero e le dimensioni di particolari globuli bianchi (granulociti neutrofili).

Quando si verifica una variazione del numero e delle dimensioni dei granulociti neutrofili c’è una reazione avversa a quel determinato alimento. L’esecuzione di questo Test permette a nostro avviso di individualizzare ancora di più il piano nutrizionale dell’atleta andando ad agire soprattutto sui fenomeni infiammatori o su quei sintomi (meteorismo intestinale, cefalea, gastrite, alitosi, sensazioni di gonfiore, dolori muscolari aspecifici) che possono non permettere all’atleta di svolgere al meglio la preparazione all’evento agonistico oppure aumentare una infiammazione Low-Grade negativa anche per la predisposizione all’infortunio, soprattutto di natura muscolare. L’interpretazione del Test non deve essere a nostro avviso troppo rigida e schematica né portare a diete di esclusione ma a diete di rotazione che prevedranno una limitazione dell’assunzione degli alimenti verso cui l’atleta risulta intollerante nel corso della settimana. Durante i ritiri pre partita e nel post partita l’atleta seguirà invece l’alimentazione del team senza particolari limitazioni.

La valutazione del dispendio energetico
La valutazione del dispendio energetico nel calciatore può essere fatta sia con misurazioni di base come la calorimetria indiretta sia a riposo che sotto sforzo che con Holter metabolici che, applicati all’atleta durante lo sforzo fisico, possono dare una valutazione anche settimanale del dispendio di energia . Questi dati devono comunque essere sempre valutati con molta elasticità poiché chiunque si occupi di nutrizione sa quanto è difficile valutare l’effettivo dispendio energetico di un individuo sia a riposo che sotto sforzo.

La composizione corporea
Uno dei metodi da utilizzare assolutamente per il monitoraggio dello stato di benessere dell’atleta è la misurazione della composizione corporea, utilizzabile, tra l’altro, come specchio fedele di un corretto stato nutrizionale sia per quanto riguarda la Massa Grassa (FM) e la Massa Grasso_Priva (FFM), lo stato di idratazione, e gli indici metabolici muscolari (BCM). Risulta intuitivo quanto sia (FFM), lo stato di idratazione, e gli indici metabolici muscolari (BCM). Risulta intuitivo quanto sia importante avere la possibilità di misurare la massa grassa e quella magra per poter definire esattamente lo stato di forma di un atleta, per avere, inoltre, la capacità di intervenire in modo mirato allo scopo, eventualmente, di aumentare la massa magra e diminuire la massa grassa, attualmente le metodiche più utilizzate sono la Bioimpedenziometria Corporea (BIA) e la DEXA.

La BIA sfrutta il diverso comportamento, misurabile, del comparto extracellulare e di quello intracellulare al passaggio di una corrente elettrica alternata. Questi valori, espressi come impedenza, reattanza ed angolo di fase, entrano a far parte di diverse formule matematiche in grado di determinare il valore dell’acqua totale corporea (TBW) scomposta nelle due forme di acqua extracellulare (ECW) ed intracellulare (ICW), inoltre si può calcolare la fondamentale (in particolare per un atleta) quantità di “massa cellulare attiva” (BCM). La BIA vettoriale (o BIVA, da “Bioelectrical Impedance Vector Analysis”) è una metodologia che consente di valutare la composizione corporea dell’atleta dalla misura diretta del vettore impedenza e non dipende né da equazioni né da modelli matematici. Il metodo opera indipendentemente dalla conoscenza del peso corporeo ed è influenzato soltanto dall’errore di misura dell’impedenza e dalla variabilità biologica dei soggetti. La BIVA consente un approccio basato sull’analisi vettoriale delle misure di resistenza e di reattanza fornite dal sensore e divise per l’altezza in metri del soggetto esaminato, in assenza di vincoli a modelli compartimentali o assunzioni sull’idratazione. L’analisi vettoriale è in grado di individuare variazioni dei tessuti molli (massa cellulare) e/o dello stato di idratazione, anche se non offre tutte le informazioni riguardo ai compartimenti di massa grassa e massa magra e non può misurare i volumi dei fluidi corporei. La massa cellulare riflette il tessuto metabolicamente attivo (organi) e quello contrattile (muscolo) e contiene le proteine viscerali e muscolari.

La DXA (Dual Energy X ray Assessement) è una tecnica con cui, utilizzando l’emissione a due livelli energetici di fasci di raggi X a bassissima dose di radiazioni, si possono misurare delle “attenuazioni” proporzionali alla composizione (massa grassa e massa magra) del soggetto ed ottenere, addirittura, la composizione corporea segmentale, cioè dei singoli distretti. La scansione viene eseguita in tempi relativamente brevi, il che, unitamente alla bassissima dose di radiazioni, la rende particolarmente adatta per gli atleti di tutte le età. I valori misurati con metodica DXA per la massa ossea, massa alipidica e massa lipidica sono stati comparati con misure effettuate con altre tecniche.

Conclusioni
Come abbiamo cercato brevemente di illustrare, la valutazione dello stato nutrizionale di un atleta non può prescindere sia dalle valutazioni antropometriche classiche che strumentali, dalla valutazione del dispendio energetico e da una serie di valutazioni ematochimiche ed ormonali.

La valutazione dello stress ossidativo e delle intolleranze alimentari completerà un approccio metodologico che potrà consentire al nutrizionista e allo staff medico di cercare di valutare lo stato nutrizionale dell’atleta ed il suo “livello d’infiammazione” che è indotto dall’attività fisica ad alta intensità e ripetuta nel tempo, permettendo la stesura di un piano nutrizionale e di supplementazione/integrazione, che hanno come primo obiettivo la preservazione dello stato di salute dell’atleta stesso, l’ottimizzazione dei rapporti tra massa grassa e massa magra, il mantenimento di un corretto stato d’idratazione e il controllo dello stato infiammatorio; la conseguenza di questo approccio è il mettere l’atleta nelle migliori condizioni per esprimere le proprie qualità psico-fisiche nella performance, di garantire un buon recupero muscolare dopo lo sforzo, di controllare i livelli di stress e di mantenere, durante l’attività, una buona lucidità psicofisica.

Fabrizio Angelini

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Fonte: La Palestra.net – 31 luglio 2011

 

 



October 5, 2013 RASSEGNA STAMPA

Consigli pratici e 111 ricette per unire la salute al gusto: Intervista a Tiziana Colombo e domande/risposte introduttive al professor Giuseppe di Fede – Direttore Sanitario di IMBIO, Direttore Sanitario di I.M.Ge.P. (Istituto di Medicina Genetica, Preventiva e Personalizzata), prof. a.c. in Nutrigenomica presso l’Università di Pavia e vicepresidente di ARTOI (Associazione Ricerca Terapie Oncologiche Integrate), specialista in nutrizione e dietetica clinica, in medicina genetica preventiva, in ipertermia oncologica e immunoterapia

Milano, 21 maggio 2013: Intervista a Tiziana Colombo e domande/risposte introduttive al professor Di Fede

Prof. Giuseppe di Fede, ultimamente si sente spesso parlare di intolleranze….che cosa sono, e che differenze ci sono con le allergie

Per intolleranza alimentare si intende una reazione avversa dell’organismo verso alcuni alimenti o additivi, conservanti alimentari, lenta nel tempo e che puo’ coinvolgere diverse parti dell’organismo come intestino, stomaco, pelle.
Mentre nell’allergia c’è una reazione immediata, dopo aver ingerito un alimento,(esempio mangio una fragola e ho un immediata reazione con bolle sulla pelle), nell’ intolleranza invece c’è una reazione avversa più prolungata
nel tempo verso un alimento o un gruppo di alimenti che possono appartenere alla stessa famiglia alimentare (ad. esempio le solanacee: pomodoro, melanzana, peperone, patata), lenta nel tempo e soggetta ad accumulo, con introduzione frequente anche quotidiana dei cibi.
Può dare quindi fastidi continui, a volte silenti, o a volte con chiari sintomi di malessere come: coliti, stipsi, cefalea, mal di stomaco, dermatiti e cistiti o candidosi ricorrenti.

Ci sono analisi specifiche per testare e individuare sia le allergie che le intolleranze alimentari?
Le allergie alimentari si possono testare con i Rast degli alimenti.
Per le intolleranze alimentari invece c’è molta confusione, in quanto i test oramai li fanno tutti, dalla farmacia alla erboristeria, con mezzi a dir poco
fantasiosi senza dare un servizio concreto e affidabile all’utente che, del tutto sprovveduto, accetta l’esito del test eseguito e nella maggioranza dei casi, non riceve le spiegazioni adeguate al risultato generando delle serie problematiche di gestione dell’alimentazione.
Un solo test, riconosciuto sia come metodica di analisi che per gli estratti alimentari, è il test Alcat.
Noi usiamo ALcat test che è l’unico test riconosciuto dalla Food and Drug amministration Americana, l’unico ente che riconosce sia i test che le apparecchiature ed anche lo stesso sistema. Alcat è un test citotossico automatizzato che si effettua utilizzando una apposita macchina da laboratorio dedicata e si esegue tramite un prelievo di sangue venoso.
La possibilità di eseguire i test su alimenti, conservanti, additivi, funghi e muffe offre un certo vantaggio nell’indagine diagnostica una volta che i test tradizionali non hanno dato la risposta al problema clinico. Alcat esiste da oltre 15 anni, ed è utilizzato in 52 paesi del mondo.
Noi abbiamo una media di circa 2500 test all’anno effettuati su pazienti che cercano nel test Alcat la risposta e la risoluzione al loro problema.

Quali sono le intolleranze che riscontrate maggiormente negli ultimi tempi?
Ogni giorno, su un campione medio di circa una quindicina di persone, almeno 2 su 5 risultano intolleranti al frumento e al glutine, poi seguono intolleranza al latte e derivati, e una parte risulta intollerante al nichel.

Come è nata la vostra collaborazione con Tiziana Colombo meglio conosciuta nel web come “nonna paperina”?
Tiziana è una mia paziente e visto che, con la mia compagna Paola Carassai, erano anni che cercavamo una collaboratrice che ci portasse avanti il progetto delle ricette di cucina adatte per chi soffre di intolleranze alimentari, e non solo, parlando con lei ci siamo trovati subito in linea. Abbiamo gli
stessi pensieri, la stessa volontà e soprattutto la serietà nel dare una corretta informazione alla gente, che ha problemi di intolleranze alimentari in famiglia e quindi nella cucina di tutti i giorni.

Ora chiediamo direttamente a Tiziana perché ha deciso di scrivere questo libro.
Tiziana:
Questo libro nasce per una ragione molto semplice: è un’insieme di informazioni che non sono mai riuscita a trovare quando mi servivano. Cercavo ricette appetitose e immagini attraenti, dalle quali trasparisse empatia verso le persone con intolleranze alimentari e le loro difficoltà
quotidiane, cercavo idee per proporre dei piatti che tutti potessero condividere, senza neanche rendersi conto che erano “per malati” privi di nichel.
Cercavo informazioni sui prodotti nuovi che dovevo cominciare a mangiare e avevano per me nomi assurdi: quinoa, amaranto, soia, gomasio, etc.

Cercavo notizie su questo problema, consigli e tanto altro e saltavo come una palla rimbalzina da un sito all’altro. Allora è nato il progetto ambizioso di provare a riunire più informazioni, dati e ricette possibili per aiutare chiunque ha il mio stesso problema.
Il percorso che mi ha portata a prendere coscienza di quanto le allergie e le intolleranze incidano sulla vita delle persone e come conviverci al meglio è simile a quello di molti altri.

Quando mi è stata riscontrata l’intolleranza al nichel prima, e al lattosio dopo, mi è crollato il mondo addosso.
L’idea che alimenti generalmente innocui potessero essere dannosi per il mio organismo mi faceva stare peggio.
All’improvviso, le pietanze preferite si sono trasformate in un percorso minato. Le persone, lo si percepisce, sono realmente spaventate all’idea di invitarci a casa loro. Ho impiegato parecchio a capire ciò che dovevo sapere e come fare per spiegarlo agli altri, in particolare a mia suocera e a mio figlio Stefano. L’unica persona che mi ha sostenuto moralmente fin dall’inizio è stata mia sorella Maria Grazia a cui dedico questo risultato.

Non era un’artista in cucina, ma si impegnava a preparare piattini invitanti e gustosi da mangiare proprio per farmi capire che il mondo non era finito con la mia intolleranza…
Tuttavia, mi sono ben presto resa conto che non sono sola. Ho scoperto quanti “nichelini” hanno il mio stesso problema. Dalla condivisione delle mie esperienze sono emerse problematiche simili, non ultima la difficoltà di spiegare agli altri quali siano i problemi e come chiedere il loro aiuto.

Dalla mia esperienza fatta prima di giungere alla diagnosi dell’intolleranza, e dalla conseguente necessità di cominciare ad alimentarsi in maniera diversa, ho capito quanto ogni momento, all’apparenza drammatico, che ti si presenta nel cammino della vita, sia un’occasione per mettersi in gioco, per conoscere i punti forti del proprio carattere.
Ho pensato spesso di non farcela, ma dopo il percorso di conoscenza costruito, dopo gli studi effettuati in materia e dopo tutti i consigli ottenuti dal “mio Prof”, ho ricominciato a credere in me e ora mi sento capace di affrontare tutto.
È’ stata un’esperienza che mi dato modo di riamare la vita perché mi ha concesso la scoperta di questa forza interiore e di questa convinzione di
me, questo amore per la vita. I miei ricordi di momenti tristi che sono passati mi hanno insegnato molto.
Devo dire che un aiuto l’ho avuto anche dal sito di cucina http://www.nonnapaperina.it che ho aperto anni fa. Quando mi hanno riscontrato l’intolleranza non pubblicavo più ricette, mangiavo solo riso in bianco e bistecche ai ferri con insalata. Poi un giorno mio marito mi ha convinto a
provare a cucinare qualche ricetta adattandola al mio problema, altrimenti cosa avrebbero potuto pensare gli affezionati fan di Nonna Paperina? E così ho fatto!
Comunque ora riesco a mangiare bene, e stare bene con me stessa e gli altri, e questo è importante! Ho scoperto nel mio percorso ricette davvero deliziose e quando dicevo, perché ora non lo faccio più, “non so se può piacervi” oppure “l’ho fatto per poterlo mangiare anche io” mi guardavano come un’extraterrestre…
La cucina o la ami o la odi. E quando la ami non c’è nulla e niente che ti può far rinunciare a lei. In tutto ciò che fai, in tutti i momenti liberi, trovo sempre un motivo e un’occasione per pensare a un piatto, un ingrediente, una ricetta.
Ogni momento libero che ho è un’occasione per creare, sperimentare, provare una nuova ricetta.
E il momento più bello è quando ciò che ho creato, aggiungendoci sempre quell’ingrediente magico che è l’amore, lo condivido con gli altri.
Aspetto con ansia il loro giudizio, le loro parole, con la paura di aver fallito, di non essere riuscita a soddisfare le loro aspettative.
Sì, perché non si cucina mai un piatto per sé stessi, ma per poterlo condividere con gli altri, per riuscire a donare a chi ti stima un po’ del tuo amore. La mia idea è che chi mangia i piatti che preparo possa avere una percezione assoluta della passione con cui preparo le mie ricette e con cui vengono servite.
Questa filosofia è condivisa anche da Paola e Giuseppe, che mi hanno convinto a mettere insieme le mie idee e cucinare i piatti da divulgare a chi ha lo stesso mio problema.
Le nozioni e le ricette contenute in questo libro sono frutto di informazioni derivate da studi e testi specializzati. Non hanno lo scopo di diagnosticare o fare prescrizioni per patologie mediche o psicologiche, né sostengono o pretendono di prevenire, trattare, mitigare o guarire tali condizioni.
Per un parere medico o altre informazioni specifiche, consultate uno specialista, meglio se vi recate presso l’Istituto di Medicina Biologica (Imbio) dove è possibile diagnosticare l’intolleranza al nichel tramite ALCAT, il test che consente anche di verificare la sensibilità agli additivi alimentari compreso il nichel solfato.
I risultati di ALCAT Test permettono, inoltre, di mettere a punto un iter terapeutico personalizzato, che prevede un regime alimentare adeguato, e
una terapia di supporto a scopo desensibilizzante e detossificante.

IL LIBRO DI TIZIANA COLOMBO
L’intolleranza? La cuciniamo!
Consigli pratici e 111 ricette per unire la salute al gusto
di Tiziana Colombo
collana La cucina di Tiziana
90 illustrazioni a colori
cartonato
EAN 9788836626618
€ 20,00

Per informazioni:
www.silvanaeditoriale.it



October 5, 2011 RASSEGNA STAMPA

L’Assessment nutrizionale nello sport. Il giudizio sullo stato nutrizionale di un atleta deve basarsi sulle valutazioni antropometriche, ematochimiche ed ormonali e sullo studio del dispendio energetico La stesura di un piano nutrizionale per uno sportivo amatoriale o di élite deve adattare la richiesta dell’atleta alle esigenze ed al fine che ci vogliamo proporre. In particolare, nella Nutrizione dello Sport, il nutrizionista deve porsi come primo fine la salute degli atleti che a lui si rivolgono e, partendo da questo presupposto, raggiungere quei target che in genere vengono individuati nella Nutrizione dello Sport, vale a dire:

  • Diminuzione della massa grassa, se essa risulta essere in eccesso
  • Mantenimento e/o incremento della Massa Grasso Priva (massa muscolare in particolare)
  • Ottimizzare il dispendio di energia sfruttando al meglio i substrati energetici organici (glicogeno muscolare ed epatico) e quelli introdotti con gli alimenti e/o i supplementi durante la performance
  • Facilitare il recupero dopo lo sforzo
  • Modulare i processi infiammatori che si formano “fisiologicamente” durante l’attività fisica e che possono sia influire sulla performance che favorire in qualche modo gli infortuni muscolari.

Per raggiungere questi obiettivi, ci sembra che sia assolutamente da evitare redigere un piano nutrizionale prescindendo da una serie di valutazioni anamnestiche, ematochimiche e ormonali, antropometriche e di valutazione del dispendio di energia che saranno d’ausilio nel personalizzare al massimo il trattamento sia alimentare che eventualmente di supplementazione/integrazione.

Da un punto di vista metodologico, possiamo individuare i seguenti step:

  • Valutazione anamnestica
  • Indagini ematochimiche
  • Valutazione del dispendio energetico
  • Valutazione antropometrica

Indagine Anamnestica Nutrizionale
L’indagine anamnestica nutrizionale risulta fondamentale per valutare le abitudini alimentari dell’atleta, le sue preferenze alimentari, la quantità e qualità dei macro e micronutrienti (carboidrati, proteine, grassi , vitamine, sali minerali) e se l’atleta utilizza correttamente le forme alimentari in rapporto all’allenamento o alla competizione. In conclusione, se è sensibilizzato sul rapporto alimentazione/performance sportiva. Il colloquio risulterà utile anche nella valutazione su come l’atleta presti attenzione ad una corretta idratazione e servirà al medico anche per individuare la possibilità di cogliere precocemente eventuali sintomi di disturbo dell’alimentazione.
Altra cosa importante sarà quella di valutare alcuni segni e/o sintomi di eventuali intolleranze alimentari, ad esempio reazioni cutanee e/o generali (cefalea, stanchezza, stipsi) relative alla ingestione di un determinato alimento o di gruppi alimentari.

Esami Ematochimici – Ormonali – Stress Ossidativo
Gli esami ematochimici di routine saranno utili per valutare la normalità della glicemia, della funzione epatica tramite le transaminasi e le gamma GT, del colesterolo totale ed HDl, della sideremia, fattore poi determinante della anemia da carenza di ferro frequente negli atleti.

Le valutazioni ormonali non possono prescindere, a nostro avviso, dalla valutazione della funzione tiroidea tramite il dosaggio di FT4 – FT3 – TSH. La funzione tiroidea è indice indiretto dello stato metabolico del nostro organismo, atteggiamenti dietologici non corretti (ad esempio diete restrittive nei primi giorni di ritiro oppure durante l’anno in atleti sovrappeso) possono portare ad una “risposta” della funzione tiroidea di “difesa metabolica”, con diminuzione della produzione degli OT e aumento del TSH e, come dimostrato dalla letteratura scientifica, aumentata produzione di rT3 (ormone di risparmio metabolico). Altro dato da non sottovalutare risulta poi come la patologia tiroidea sia endemica in Italia e, pur se la popolazione da testare è anagraficamente giovane, non si possa escludere la maggiore probabilità di patologie tiroidee (es. tiroiditi autoimmuni) con alterazioni funzionali, come ad esempio un ipotiroidismo che potrebbero influenzare negativamente la performance, oppure l’associazione con altre patologie come le fibromialgie autoimmuni che possono spesso associarsi alle tiroiditi autoimmuni mettendo a rischio l’apparato muscolare. Gli altri ormoni che possono essere utili ai fini di valutare ed eventualmente prevenire lo stato di fatica dell’atleta sono rappresentati dai dosaggi del cortisolo ematico e del testosterone; infatti il rapporto T/C è stato, ed è da sempre, indicato come “indice” funzionale degli stati di over reaching e overtrainig nello sport.

Da sottolineare poi il fatto che la valutazione dell’ormone steroideo può essere effettuata anche nella saliva, evitando dunque il fastidio del prelievo ematico. Inoltre, il dosaggio dell’ormone steroideo sulla saliva permetterebbe di valutare la frazione veramente attiva dell’ormone. La valutazione dell’ormone della crescita (GH) spesso “stressata” dagli articoli on line o su riviste di settore è secondo noi di scarsa utilità pratica in quanto di difficile valutazione a seconda delle diverse fasce di età e potrebbe portare a facili e pericolose ipotesi di deficit di ormone somatotropo (GH) con innesco del fenomeno doping di utilizzo del GH a scopo correttivo di questi presunti deficit, con grave rischio per la salute degli individui sottoposti a tale pratiche illecite (maggior rischio di sviluppo di neoplasie).

I radicali dell’ossigeno ROS sono prodotti fisiologicamente durante i normali processi metabolici e la loro potenziale azione dannosa sulle membrane cellulari viene “tamponata” da un complesso sistema antiossidante messo in atto dal nostro organismo. Nell’attività sportiva si ha indubbiamente un’aumentata produzione di citochine infiammatorie e di radicali liberi legati ai processi metabolici indotti dallo sforzo fisico cui non sempre si contrappone una “risposta antiossidante”. Quando l’equilibrio tra fattori pro-ossidanti e fattori antiossidanti viene alterato a favore dei primi, si crea una situazione fisio-patologica definita “stress ossidativo” che può influire sia sulla performance che sulla predisposizione agli infortuni di natura muscolare. La valutazione dello stress ossidativo non è semplice, pochi sono i test sui liquidi biologici, soprattutto ematici ed urinari ma anche salivari che possono dare informazioni utili ai fini che abbiamo precedentemente esposto.

La valutazione dei radicali liberi nel sangue (DRoms) delle capacità antiossidanti (Oxy Test) e delle riserve antiossidanti (malondialdeide urinaria) può esser proposta come base di valutazione della presenza di uno stress ossidativo ma deve essere a nostro avviso interpretata in senso dinamico con prelievi seriati e programmati durante il periodo di allenamento e gara (stagione agonistica se l’atleta è uno sportivo professionista). Questo per identificare eventuali fenomeni di “adattamento dei sistemi di ossidazione e antiossidazione”, come spesso avviene all’inizio della ripresa dell’attività agonistica, che rendono inutile l’utilizzo ormai usuale di prodotti multivitaminici ad azione antiossidante. In questo caso i droms agirebbero come fenomeni di stimolo alle difese antiossidanti, processo che verrebbe invece inibito dall’uso non razionale dei prodotti antiossidanti.

Si rimanda al prossimo numero la continuazione dell’articolo, con la trattazione delle intolleranze
alimentari.

Fabrizio Angelini


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