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March 26, 2015 Newsletter

C’è chi lo fa per necessità e chi, invece, lo fa per ragioni etiche; sempre più persone, oggi, sostituiscono il latte di origine animale, con uno di derivazione vegetale. Gli intolleranti al lattosio, i vegetariani estremi o vegani e chi ha il colesterolo alto, può scegliere tra diverse tipologie di latte ricavate da alimenti vegetali.

La soia, come in molti sapranno, è un legume originario della Cina, dove fu coltivata per la prima volta più di 5 mila anni fa. I frutti, simili ai fagioli, sono gialli e lunghi dai 3 agli 8 cm. Arrivò in Europa alla fine del 1800, inizialmente, solo per essere studiata ma, più tardi, fu anche coltivata. Non solo in Europa, le coltivazioni di soia ben presto, si estesero in tutto il mondo.

Il latte di soia si ottiene tramite un processo di macerazione, della durata di circa una notte, della soia intera oppure della sua farina. Poi, la soia è macinata e, a essa, è aggiunta l’acqua necessaria ad ottenere la consistenza desiderata. La purea ottenuta è portata a ebollizione. Infine, il tutto è filtrato per eliminare i residui. La preparazione è piuttosto semplice, infatti, il latte di soia può essere tranquillamente fatto in casa. In commercio, invece, lo troverete con la dicitura “bevanda di soia”, come vuole la legislazione europea.

I benefici più importanti del latte di soia sono principalmente due: non contengono lattosio e colesterolo.

Circa il 75% della popolazione mondiale, è intollerante al lattosio. Una buona fetta di popolazione mondiale, quindi, può trovare quasi tutti i benefici del latte vaccino in un latte di origine vegetale senza il rischio di avere reazioni allergiche. Tuttavia, è meglio fare attenzione, perché anche la soia può causare allergie (anche se in una percentuale esigua).

Come molti altri alimenti di origine vegetale, il latte di soia è privo di colesterolo. Non male come caratteristica per un alimento, soprattutto se pensiamo che una tazza di latte di mucca contiene, invece, 20 milligrammi di colesterolo, quasi il 7% della quantità raccomandata per un maschio adulto. Questa importantissima caratteristica, rende il latte di soia un alimento molto consigliato per chi ha il colesterolo alto o per chi ha sofferto o soffre di problemi cardiaci.

Invece, le proteine contenute nel latte di soia sono sostanzialmente le stesse del latte di mucca. Sono però, più digeribili e hanno un elevato tenore di lisina, un amminoacido essenziale per il corpo umano che va assunto esclusivamente attraverso l’alimentazione.

Questi i benefici fino ad oggi provati dalla scienza, si stanno facendo, però, altri studi per verificare l’ipotesi che la soia aiuti a prevenire nella donna il tumore al seno e nell’uomo il tumore alla prostata. Ci sarebbero, poi, ulteriori benefici per le donne in menopausa. Gli isoflavoni di soia, che agiscono in modo simile agli estrogeni, potrebbero, infatti, aiutare contro le vampate di calore e prevenire l’osteoporosi. Ma è tutto, ancora, da verificare!

Agli intolleranti al nichel questo latte non è consigliato d’uso giornaliero.



February 23, 2015 Newsletter

Era il 2000 quando i primi risultati sul sequenziale di tutto il DNA umano fu concluso. Furono svelati i segreti di come siamo fatti, a quali malattie siamo predisposti è come possiamo curarci. Ma leggere la sequenza di basi del nostro materiale genetico racconta solo una parte di chi siamo e a cosa siamo predisposti ad avere nel tempo.

È allo stesso modo importante anche sapere come vengono espressi (come funzionano i geni).Oggi sappiamo qualcosa di più al riguardo grazie al Roadmap Epigenomics Project, i cui risultati sono stati pubblicati su riviste del gruppo Nature.

Gli studi in questione descrivono un fattore molto importante che influenza l’attività dei geni, l’epigenomica, ovvero mostrano come, in diversi tipi di cellule umane, il DNA viene letto, il modo cioè in cui una stessa informazione genetica (tutte le cellule di uno stesso organismo hanno lo stesso dna) è usata (espressa) in modo diverso da cellula a cellula.

Ma cos’è l’epigenetica? È come funziona? A cosa serve?

Per epigenetica si intende l’insieme dei fenomeni che stanno al di fuori e al di sopra del DNA e quindi dei geni, che in qualche modo hanno una influenza sull’espressione dell’attività dei geni. Il come è codificato da tutte le modifiche che non alterano la sequenza genetica stessa ma stanno, per così dire, sopra (da qui la parola epigenetica).

Sono modifiche epigenetiche per esempio la metilazione del DNA (l’aggiunta di gruppi metilici alle basi di citosina) o il trasferimento di un gruppo acetile sugli istoni (proteine che legano il dna).
Per rendere meglio l’idea, ogni cellula può esprimere il proprio dnai n modo diverso a seconda del proprio lavoro (se deve essere una cellula cardiaca sarà diversa da un neurone), proprio come una stessa orchestra può suonare un pezzo in molti modi diversi.

I numerosi risultati pubblicati su Nature raccontano quindi di queste diverse sinfonie, suonate dalle cellule, scoperte analizzando campioni di tessuto embrionali (in fase di sviluppo e differenziazione) e adulto. Si scopre così, per esempio, che la trasformazione da staminali a cellule neuronali è orchestrata da specifici processi di metilazione, e più in generale la differenziazione delle cellule staminali è influenzata dalle modificazioni della cromatina (l’insieme del dna e delle proteine attaccate a esso), che influenza a sua volta il pattern di espressione genica.

Ma l’analisi epigenomica condotta dal gruppo di ricercatori, ha anche mostrato che l’epigenoma di una cellula cancerosa si porta dietro le impronte del tipo cellulare da cui ha avuto origine. O ancora: alterazioni epigenomiche nelle cellule del giro cingolato (un gruppo di cellule nervose che formano una regione specifica del cervello) potrebbero avere un ruolo nella sindrome da deficit di attenzione e iperattività.

Lo studio dell’epigenomica quindi potrebbe aprire le porte alla comprensione dell’origine delle malattie, e al tempo stesso alla comprensione di come gli stili di vita influenzino il nostro genoma.Le modifiche epigenetiche infatti sono in parte ereditarie, come i geni stessi, in parte dipendono dalle condizioni ambientali, quali la dieta delle mamme durante la gravidanza.

Concludendo, da queste osservazioni e conferme da parte dei ricercatori, possiamo affermare che siamo di fronte ad un punto di svolta per quanto riguarda la nutrizione e come questa sia in grado di influenzare l’attività dei geni, che a Loro volta si metteranno al lavoro, influenzando la salute o la possibile Malattia.

La nutrigenomica, da anni è al sevizio della medicina il cui scopo è quello di attivare programmi nutrizionali personalizzati che possono influenzare la salute e preventive le malattie.



January 8, 2015 Newsletter

Arrivano le feste natalizie e la sana alimentazione passa in secondo piano: cenoni e abbuffate diventano il tema principale per due settimane. Un’alimentazione ricca di zuccheri e grassi rischia di rovinare quello che di buono è stato raggiunto con sacrifici dopo le vacanze estive.

A questo punto diventa fondamentale rimettersi in carreggiata, cambiando lo stile alimentare e magari facendo un po’ di movimento in più. Innanzitutto è importante drenare e basificare: gli eccessi delle feste rendono l’organismo incline ad intossicarsi e soprattutto ad acidificarsi.

Ed è a questo punto che scendono in campo frutta e verdura, ricche di antiossidanti, vitamine e sali minerali, essenziali per depurare l’organismo e permettere al corpo di smaltire le tossine accumulate. Si parla di 5 porzioni al giorno tra frutta e verdura, quantità neppure minimamente sfiorate durante le festività. Possono tornare utili nei periodi post abbuffate anche le tisane, per esempio al finocchio o al tarassaco, per drenare le scorie e favorire la diuresi. È consigliato berle durante la giornata o la sera e soprattutto evitando di aggiungere zucchero.

Proprio la riduzione degli zuccheri serali permette all’organismo di perdere quei chili di troppo accumulati con le feste. Una cena a base di pesce (meglio se non di allevamento in quanto ricco di mangime poco sano per l’organismo e povero di omega3) o di carne bianca magra, accompagnato da un contorno di verdura è sicuramente l’ideale per chi vuole rimettersi in linea e che soprattutto ci tiene a mangiar sano. Se proprio non si riesce a resistere ai carboidrati, un giusto compromesso potrebbero essere quelli a basso indice glicemico.

Farro, orzo, quinoa, riso rosso o riso venere sono l’ideale, oltre ad avere un’elevata capacità saziante, sono ottimi per creare gustose ricette, senza per questo intaccare troppo l’aumento di peso e soprattutto la salute. Le feste rappresentano un momento di incontro e felicità ma attenzione a non invitare al ballo anche la candida ed altre specie micotiche o batteriche. È opportuno non eccedere con gli zuccheri, terminato il periodo critico una sana e varia alimentazione associata ad una corretta ed efficace terapia a base di fermenti, permette all’organismo di ripristinare la permeabilità intestinale e trarre giovamento per tutto il corpo. Se siete tra coloro che manifestano sintomi specifici dopo un eccesso di zuccheri e lieviti (perdite bianche con pruriti, gonfiore addominale, candida, stipsi e flatulenza, cistite, solo per citarne alcuni), è possibile che siate intolleranti a zuccheri, lieviti o farine raffinate.

Un test per la ricerca di intolleranze alimentari può aiutarci a scoprire se questi alimenti sono “pericolosi” per il nostro organismo. Il test ALCAT è il test indicato per la ricerca di intolleranze alimentari.



September 24, 2014 Newsletter

Dolcificano i cibi ma senza le calorie del saccarosio. Ma i dolcificanti artificiali (aspartame, saccarina, sucralosio) più che prevenire disordini metabolici quali intolleranza al glucosio e diabete, potrebbero addirittura favorirne la comparsa o peggiorarne i sintomi. È quanto suggeriscono le recenti ricerca di scienziati, pubblicate su Nature. In effetti, riferiscono i ricercatori, la relazione tra uso di dolcificanti e disordini del metabolismo sono strettamente legate.

Visto il loro ridotto (e in alcuni casi assente) contenuto calorico, i dolcificanti artificiali vengono impiegati in una grande varietà di cibi – dai dolci alle bevande light – e consigliati a chi desidera mantenersi in forma, o a chi soffre di intolleranza al glucosio (elevati livelli di glucosio nel sangue) e diabete di tipo 2.

Ma sebbene vengano considerati benefici e consigliabili a causa del loro ridotto contenuto calorico, scrivono i ricercatori, non vi sono dati scientifici certi che avvalorino la sicurezza e l’efficacia di questi composti. Per questo il team guidato da Eran Elinav del Weizmann Institute of Science (Israele) ha deciso di studiare che tipo di effetti hanno questi composti sulla composizione e funzione del microbioma intestinale di topi ed esseri umani, e quali conseguenze sul metabolismo glucidico (zuccheri).

Per farlo i ricercatori hanno alimentato dei topi con acqua addizionata di diversi dolcificanti (quali aspartame, saccarina e sucralosio) e osservato che effetto questo avesse sul loro metabolismo rispetto a topi che bevevano solo acqua o acqua addizionata di zucchero (saccarosio) o glucosio.

Dopo circa 11 settimane gli scienziati hanno visto che gli animali che avevano ricevuto i dolcificanti sviluppavano una marcata intolleranza al glucosio rispetto a quelli che invece avevano bevuto acqua zuccherata tradizionalmente. Un effetto questo mediato dalla popolazione batterica, spiegano gli scienziati: quando infatti i topi ricevevano degli antibiotici in grado di diminuire la flora microbica, gli effetti derivanti dall’aggiunta dei dolcificanti sparivano.

I dolcificanti modificavano anche la composizione del microbioma intestinale nei topi, così come la loro funzionalità (per esempio aumentando le capacità di degradazione dei carboidrati negli animali che avevano consumato i dolcificanti).

Risultati simili a quelli visti nei topi sono poi stati osservati anche sugli essere umani: in soggetti che non consumavano solitamente dolcificanti, una volta sottoposti a regime dietetico ad alto contenuto di queste sostanze, dopo appena quattro giorni si registravano alti livelli di glucosio nel loro sangue.

Il test ALCAT per al ricerca di intolleranza alimentari a zuccheri e dolcificanti, può aiutarci a scegliere in anticipo il tipo di integrazione di zuccheri nella dieta. Un aiuto ulteriore può essere fornito dal test genetico sulla ricerca della predisposizione al diabete tipo 2 e resistenza insulinica. Il profilo del risultato darà indicazioni nutrizionali per prevenire il diabete e le condizioni di alterato metabolismo degli zuccheri.

Il consumo di dolcificanti piuttosto che aiutare a tenere sotto controllo anomalie metaboliche potrebbe favorirne la comparsa agendo sulle popolazioni microbiche dell’intestino.

 



August 15, 2014 Newsletter

Sempre più persone, pur senza essere affette da precise malattie, soffrono di disturbi ricorrenti e persistenti di cui non si riescono a capire le ragioni: gonfiori, cefalee, stanchezza cronica, dermatiti o improvvisi cambiamenti di peso, ma anche astenia, insonnia. Tutti questi disturbi rendono difficile la vita di chi ne soffre, e la loro causa potrebbe essere un’intolleranza alimentare, fenomeno che negli ultimi anni si è ingigantito in maniera esponenziale.

Per risolvere questo problema esiste Alcat Test® che è oggi lo strumento più utile per la diagnosi delle intolleranze alimentari e per la corretta impostazione di una terapia individuale che guidi ogni persona verso il recupero della tolleranza immunologica.

E’ l’unico Test sulle intolleranze alimentari, riconosciuto dalla U.S. Food and Drug Administration (FDA) e utilizzato dalla Fondazione IRCCS Policlinico “San Matteo” di Pavia, Laboratorio di Immuno – Allergologia.

Per fare chiarezza sul mondo delle intolleranze alimentari e dare una risposta utile per affrontare le problematiche ed individuarne le cause, I.M.Ge.P , nella figura della dr.ssa Carassai,  ha organizzato un convegno dal titolo “Dalle Intolleranze Alimentari alla Nutrigenetica: strumenti di diagnosi nella pratica clinica” che si terrà presso l’Aula Magna dell’Ospedale di Novi martedì 09 settembre 2014.

scarica l’allegato qui: Novi_Ligure_09_09_14



July 7, 2014 Newsletter

Esiste un legame tra pesticidi e autismo? L’ambiente esterno, secondo i sospetti di numerosi scienziati e ricercatori, influenza lo sviluppo del feto, durante i primi mesi di gestazione, fino a condizionare le caratteristiche di quando sarà adulto.

Nello specifico, i ricercatori dell’UC Davis MIND Institute hanno analizzato il rapporto tra vita rurale e uso di pesticidi nell’agricoltura e autismo. Lo studio ha rivelato che, il rischio di avere un bambino affetto da autismo o da un altro ritardo dello sviluppo aumenta di oltre il 60% per le donne che vivono nelle vicinanze di campi e fattorie in cui si utilizzano pesticidi chimici. Lo studio,  pubblicato su Environmental Health Perspectives, ha mostrato, inoltre, come questo collegamento aumenti quando l’esposizione ai pesticidi avviene tra il secondo e il terzo trimestre della gravidanza.

In diverse zone della California, gli scienziati hanno analizzato l’associazione tra l’esposizione durante la gravidanza a specifiche classi di pestidici, tra cui organofosfati, piretroidi e carbammati, e una diagnosi di ritardo dello sviluppo o autismo nella prole. Lo studio confermerebbe i risultati di ricerche precedenti in merito alla relazione tra la nascita di un bambino autistico e l’esposizione prenatale ad agenti chimici, usati per l’agricoltura in California. Anche se i ricercatori devono ancora scoprire se alcuni sottogruppi sono più vulnerabili all’esposizione a questi composti rispetto ad altri, il messaggio è chiaro: le donne incinte dovrebbero evitare a tutti i costi il contatto con gli agenti chimici usati per l’agricoltura.

La ricerca ha evidenziato che ci sono diverse classi di pesticidi utilizzati più di frequente vicino alle zone in cui risiedono madri i cui bambini sono affetti da autismo o da ritardi. L’esposizione agli insetticidi, secondo i ricercatori, potrebbe essere dannosa durante la gestazione perché il cervello del feto, ancora in via di sviluppo, è più vulnerabile a quello di un adulto. Questi pesticidi contengono neurotossine, e l’esposizione in utero potrebbe disturbare lo sviluppo strutturale dei neuroni, determinando così alterazioni nei meccanismi di eccitazione e inibizione che governano l’umore, l’apprendimento, le interazioni sociali e il comportamento.

Lo studio enfatizza, inoltre, l’importanza dell’alimentazione materna durante la gravidanza, raccomandando soprattutto l’utilizzo di vitamine prenatali per diminuire il rischio di avere bambini affetti da autismo. Una dieta materna corretta, prima del concepimento, aiuta a creare le condizioni favorevoli per il futuro impianto e sviluppo del feto. Un’ alimentazione controllata e bilanciata, consente anche di prevenire malattie, carenze nutrizionali, allergie e intolleranze alimentari da adulto. Un controllo genetico per concepimento, sulla madre, può indirizzare un corretto stile di vita e soprattutto una corretta alimentazione, in modo da non causare o amplificare deficit nutrizionali importanti, per il feto e la madre.

Riferimenti: Environmental Health Perspectives doi: 10.1289/ehp.1307044



June 19, 2014 Newsletter

Numerose evidenze scientifiche pubblicate nel corso degli anni hanno ampliato la conoscenza delle potenzialità metaboliche dell’intestino, conferendogli un’importanza fondamentale per il buon funzionamento del nostro sistema immunitario, del nostro sistema endocrino e della nostra sfera psichica. Oggi il nostro intestino deve essere considerato un organo di fondamentale importanza per la salute ed il benessere di tutto l’organismo.

A livello intestinale si riscontrano una notevole quantità di germi e batteri . La cosa più importante è che questa la flora intestinale  “fisiologica” sia in simbiosi con l’organismo. Questa condizione di equilibrio è definita eubiosi.

Quando questo equilibrio viene alterato si può generare una condizione patologica chiamata Disbiosi. I sintomi spesso sono aspecifici, caratterizzati da un’alterazione del transito intestinale, sia in termini di stitichezza ma a volte anche di sindrome diarroica. Il tutto associato frequentemente a gonfiore addominale, flatulenza, digestione lenta, stanchezza (la flora batterica produce vitamine B), suscettibilità alle infezioni, diminuzione delle difese immunitarie (la flora batterica produce anticorpi), candidosi intestinale e/o vaginale, vaginiti e cistiti ricorrenti nella donna.

Tra i fattori che possono contribuire a generare la Disbiosi vi sono:

alimentazione sbilanciata (uso eccessivo di grassi, zuccheri, carni rosse ed insaccati in genere, carenza di frutta e verdura, abuso di sostanze alcolici, fumo, ecc.), scarsa od insufficiente attività fisica, utilizzo di terapie farmacologiche protratte nel tempo (es. l’assunzione indiscriminata e prolungata di antibiotici, cortisonici, estroprogestinici, lassativi, ansiolitici, vaccini, chemioterapie, ecc).

Ma anche: contatto con sostanze quali conservanti e coloranti alimentari, radiazioni ed emissioni elettromagnetiche, metalli tossici contenuti in alimenti o in contenitori di alimenti o nelle stoviglie (alluminio, mercurio, piombo), pesticidi, ormoni steroidei alimentari.

 La comparsa di processi infiammatori intestinali, spesso legati ad una cattiva alimentazione e/o all’uso indiscriminato di farmaci (antiinfiammatori, antibiotici) in associazione ad una condizione di disbiosi intestinale possono essere responsabili non solo di malattie a carico del nostro intestino ma anche a livello di altri distretti come ad esempio la pelle (dermatite atopica, acne, psoriasi), infezioni delle vie urogenitali (candidosi vaginale, cistite, prostatite), malattie metaboliche (obesità, diabete, sindrome metabolica), malattie della sfera psichica (ansia, depressione), malattie autoimmuni (tiroidite cronica, artrite reumatoide).

Un corretto inquadramento clinico consente di programmare un piano terapeutico individualizzato che prevede, non solo un cambiamento dello stile di vita del paziente e delle sue abitudini alimentari, ma deve anche portare all’individuazione di quei presidi utili a consentire il ripristino della salute ed il benessere dell’intestino, e di conseguenza di tutto il nostro organismo.

Per fare ciò occorre intervenire utilizzando pre e probiotici, modificando il regime dietetico (inserendo ad ogni pasto verdura cotta o cruda per stimolare la crescita dei batteri intestinali e incrementare l’apporto di frutta), aumentare l’apporto di liquidi nel bilancio idrico giornaliero.

Disbiosi in Gravidanza

Da alcuni recenti studi, è emerso che durante la gestazione, il feto può entrare in contatto con microorganismi di provenienza materna. Frammenti di DNA batterico sono stati rinvenuti, infatti, nel cordone ombelicale, nel liquido amniotico e addirittura nel meconio.

La loro presenza è resa possibile dal fatto che l’intestino della donna gravida, durante la gestazione, diventa più permeabile e ciò favorisce la traslocazione batterica. Questo aspetto è di fondamentale importanza perché, se la donna si trova in condizioni di Eubiosi, il contatto del feto con i ceppi batterici corretti creerà una condizione molto favorevole che permetterà all’intestino del neonato di entrare in contatto i bifidi. Se, invece, la donna gravida si trova in Disbiosi, si può assistere al passaggio dal circolo ematico materno, attraverso la placenta, al feto di ceppi batterici diversi che potrebbero comportare una maggiore esposizione a patologie da parte del neonato.

Il terzo trimestre di gravidanza è fondamentale per lo sviluppo del feto. Se l’intestino della gestante è in Eubiosi, sarà favorita una corretta elaborazione del cibo introdotto, con una minore estrazione di calorie dagli alimenti ed un più facile controllo del peso. In caso contrario, la presenza di Disbiosi intestinale durante la gravidanza determina un maggiore assorbimento di calorie che porterà ad un incremento ponderale della gestante con aumento del rischio di insorgenza di diabete gestazionale, mentre nel nel neonato si può assistere allo sviluppo di diabete infantile, allergie, obesità infantile, ecc. La Disbiosi è direttamente coinvolta nell’obesità perché crea una condizione di infiammazione a basso grado responsabile della scorretta elaborazione ed assorbimento dei principi nutrizionali con conseguente incremento di peso. La stessa problematica la si può verificare anche in individui normali anch’essi in Disbiosi.

La Disbiosi favorisce, inoltre, lo sviluppo di un intestino permeabile, con conseguente incremento della predisposizione allo sviluppo di malattie infiammatorie croniche dell’intestino quali M. di Crhon, RCU, Gluten Sensitivity ed anche Autismo

L’allattamento al seno da parte di una donna in Eubiosi è protettivo in quanto consente di abbassare il rischio di insorgenza di diabete, obesità, malattie autoimmuni e allergie nel neonato. Attraverso l’allattamento al seno, inoltre, si ha un ridotto sovraccarico funzionale a carico di fegato e reni.

Un altro aspetto importante dell’allattamento al seno è determinato dal fatto che, oltre alle IgA secretorie, il latte materno è ricco di Lisozima. Entrambe queste molecole inibiscono la proliferazione di patogeni, favorendo la crescita di bifidi. La Lattoferrina materna, invece, facilita l’assorbimento del ferro a livello intestinale sottraendolo ai patogeni che lo utilizzano (bacteroides ed enterobatteri).

Nel latte artificiale, la Lattoferrina viene denaturata ed il ferro resta nel lume intestinale e si trasforma in un ottimo substrato nutritivo per alcuni patogeni quali enterobatteri e bacteroides. L’allattamento artificiale, inoltre, facilita l’instaurarsi e lo sviluppo di clostridum ed escherichia spp associato ad un ridimensionamento della popolazione di bifidobatteri.

I bifido batteri sono i ceppi più importanti del piccolo intestino. Vanno assunti soprattutto nel terzo trimestre di gravidanza per stimolare la produzione di serotonina con riduzione delle alterazioni del tono dell’umore (riduce la possibilità che si possa instaurare una Sindrome depressiva postpartum), contribuiscono a contenere la problematica della stipsi in gravidanza associandoli ad un coretto stile di vita ed alimentare, favoriscono l’assorbimento di vit B12, riducono il rischio di diabete gestazionale.

 A cura del Dr. Stimolo Angelo – Medico Chirurgo, esperto in Idrocolon terapia e benessere intestinale.



February 23, 2014 Newsletter

I composti chimici sintetici usati nei processi di preparazione, trasformazione, conservazione e confezionamento dei prodotti alimentari potrebbero essere dannosi nel lungo periodo per la salute umana, avvertono i ricercatori del Food Packaging Forum Foundation di Zurigo, Svizzera, in un commento pubblicato sul Journal of Epidemiology e Community Health.

«La maggior parte di queste sostanze non sono inerti e potrebbero penetrare nel cibo che mangiamo» esordisce Jane Muncke, tra gli autori dell’articolo. Anche se molte di queste sostanze sono soggette a regolamentazione, le persone che mangiano cibi preconfezionati o trasformati rischiano di essere cronicamente esposte, e poco si sa circa l’impatto a lungo termine dei cosiddetti Fcm, Food Contact Materials, non solo sullo stato di salute, ma anche sulle fasi cruciali dello sviluppo, come la gestazione. «L’esposizione permanente a questi agenti chimici è motivo di preoccupazione per diverse ragioni, tra cui il fatto che sostanze tossiche note per essere causa del cancro, come la formaldeide, sono legalmente utilizzate.

La formaldeide è presente per esempio, anche se a livelli bassi, nelle bottiglie di plastica usate per le bevande e nelle stoviglie in melamina» continua la ricercatrice. Ma tra i Food Contact Materials ci sono anche altri composti chimici, noti per interferire con la produzione di ormoni, come per esempio bisfenolo A, triclosan e ftalati. Anche il nichel presente nei terreni substance rivelando un metallo potenzialmente dannoso per la salute. Dalle allergie da contatto, allergie alimentari rivolge agli alimenti ricchi di nichel, all’aumento di peso per la competizione del metallo con alcuni ormoni regolarori del metabolismo.
Conservanti, Coloranti, additivi chimici, sono nocivi per la salute se presenti in quantità elevate nei cibi e se consumati quotidianamente.

Un test per ricercare la possibile presenza e accumulo di sostanze chimiche è il test ALCAT .
«Mentre ricercatori e produttori dibattono sulla pericolosità di queste sostanze e i politici lottano per soddisfare le esigenze delle parti interessate, i consumatori restano esposti tutti i giorni, per lo più in modo inconsapevole» rincara Muncke, ricordando che i composti chimici noti a contatto con il cibo sono più di 4.000, e che i loro potenziali effetti dannosi, in particolare ormonali, non vengono presi in considerazione nelle analisi tossicologiche di routine. «E questo dovrebbe non solo evocare seri dubbi sull’adeguatezza delle procedure in uso, ma anche spronare a una valutazione approfondita dei potenziali legami tra queste sostanze chimiche e patologie croniche come cancro, obesità, diabete e disturbi neurologici. Dato che molti cibi sono preconfezionati e che l’intera popolazione può essere esposta, è della massima importanza colmare in modo rapido ed esaustivo le lacune ancora presenti nelle nostre conoscenze sull’argomento»  conclude la ricercatrice.

J Epidemiol Community Health

 



February 18, 2014 Newsletter

I prodotti chimici industriali sono un pericolo per i bambini, e le loro tossine potrebbero causare un’epidemia di disturbi dello sviluppo cerebrale. L’allarme arriva da un articolo pubblicato su The Lancet Neurology da due dei maggiori esperti mondiali sul legame tra ambiente e salute dei bambini, che chiedono a tutti i Paesi di aggiornare le procedure di valutazione del rischio chimico.

«Negli ultimi sette anni il numero di sostanze chimiche tossiche per lo sviluppo neurologico è salito da 6 a 12, mentre il numero delle sostanze chimiche note per danneggiare il cervello, ma non regolamentate per proteggere la salute dei bambini è passato da 202 a 214» spiega Philippe Grandjean della Harvard School of Public Health di Boston. Tali sostanze pericolose possono trovarsi in oggetti di uso quotidiano: abbigliamento, mobili e giocattoli, ma i regolamenti attuali sono inadeguati per salvaguardare i bambini, il cui cervello è particolarmente vulnerabile ai tossici ambientali.

«Ci vuole una legge che obblighi i produttori a certificare che gli agenti chimici industriali, nuovi ed esistenti, siano stati detossificati o eliminati dai prodotti del commercio» riprende il ricercatore. sottolineando che è ormai ora di regole anche per i bambini, per evitare una futura pandemia di autismo, deficit di attenzione (Adhd), dislessia o paralisi cerebrale, con sofferenze e costi associati. «Il peso economico dell’avvelenamento da piombo tra i bambini negli Stati Uniti, per esempio, raggiunge già oggi i 50 miliardi di dollari, e quello per la tossicità da metilmercurio circa 5 miliardi.

Ma questo potrebbe essere solo la punta dell’iceberg» ammonisce Grandjean, ricordando che la stragrande maggioranza degli oltre ottantamila agenti chimici industriali usati in Nordamerica non sono mai stati testati per verificarne gli effetti tossici su feti e neonati. «L’esposizione a queste sostanze durante lo sviluppo può provocare lesioni al cervello a concentrazioni molto più basse di quelle nocive per gli adulti» puntualizza il ricercatore. E conclude: «La nostra preoccupazione è che sia già in atto un’epidemia silenziosa tra i bambini di tutto il mondo esposti a sostanze chimiche tossiche non riconosciute, che stanno a poco a poco erodendone l’intelligenza, alterandone i comportamenti, pregiudicandone i risultati futuri nella vita e nella società, specie nei Paesi in via di sviluppo».
The Lancet Neurology, 2014; 13(3): 330-333)

Un’attenzione particolare agli additivi e conservanti alimentari presenti in moltissimi alimenti di origine industriale. I conservanti alimentari, coloranti, additivi sono una delle cause che portano allo sviluppo di sindrome ipercinetica del bambino, deficit di attenzione, dermatite, intolleranze alimentari.

Sono agenti nascosti negli alimenti e a volte sono indicati solo in parte sulle etichette. Un’attenta raccolti dei dati, è necessaria per scoprire le abitudini alimentari del bambino e della famiglia, al fine di poter eseguire un test per la diagnosi di intolleranze ai conservanti e additivi attraverso il test ALCAT. ……..



February 7, 2014 Newsletter

Una dieta personalizzata basata sul proprio DNA può far nascere un campione…

Esistono in letteratura moltissimi studi che evidenziano come la performance sportiva, soprattutto a livello agonistico, possa essere alterata da una scorretta alimentazione. Nel mondo sportivo odierno, dove sono i dettagli a fare la differenza, dove i decimi o i centesimi di secondo permettono di trionfare alle Olimpiadi o ai Campionati del Mondo, una sana e corretta alimentazione deve essere considerata come un trampolino di lancio per raggiungere l’obiettivo. I sintomi di un’intolleranza alimentare sono diversi, a volte, non si rendono neppure manifesti, rimangono subdoli generando un accumulo di infiammazione. In molti sportivi problemi di natura muscolare, articolare, stanchezza cronica, difficoltà di recupero post gara sono solo alcuni dei sintomi riconducibili ad un’intolleranza alimentare.

La maggior parte degli atleti che praticano sport professionistico di squadra segue spesso un’alimentazione standard, preimpostata, non personalizzata. Si tratta per lo più di menu’ ricchi di carne, pesce, zuccheri, verdure, pasta. E se il nostro atleta fosse geneticamente predisposto ad essere intollerante al glutine? Se il suo organismo fosse predisposto a non tollerare gli zuccheri?

Esperti nutrizionisti potrebbero storcere il naso evidenziando il fatto che non sempre una predisposizione corrisponde ad una manifestazione della patologia. Vero ma non sono forse questi i dettagli che fanno la differenza? Oggi esiste una nuova scienza, la nutrigenetica che studia i rapporti tra il patrimonio genetico, il DNA e la variabilità interindividuale. Con un semplice brush salivare, che ha il vantaggio di poter essere effettuato a qualsiasi età della vita, una volta sola, possiamo personalizzare l’alimentazione e migliorare le prestazioni fisiche. Seguire una dieta rispettosa delle proprie intolleranze alimentari in base al proprio DNA, significa fornire al proprio organismo la giusta benzina per poter esprimere al meglio le qualità fisiche. Monitorando l’alimentazione sin dalle prime fasi dell’agonismo sportivo, potremmo infatti permettere ad un atleta qualsiasi di diventare l’atleta che lui stesso ha sempre sognato di diventare.

Dr Sacha Sorrentino, Imbio Milano – Biologo Nutrizionista Num. iscrizione: AA_069116 – sacha.sorrentino@imbio.it


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