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Febbraio 1, 2009 Newsletter

L’acufene (tinnitus) viene definito come un disturbo della percezione uditiva per cui il paziente avverte sensazioni acustiche senza una sorgente che lo generi.
E’ un disturbo molto diffuso e spesso trascurato; e si stima che anche in Italia ne soffra il 10% circa della popolazione;spesso poi tale sintomo si associa anche a disturbi della sfera psichica (irritabilità, ansia ecc.) con notevoli ripercussioni sulla vita di relazione.

L’ acufene può essere un sintomo di patologia delle vie acustiche e pertanto accompagnato anche da altri segni di compromissione uditiva; tuttavia può essere anche compreso anche in patologie di apparati diversi(cardiocircolatorio, endocrino, nervoso). Spesso la vera causa non viene riscontrata.

E’abbastanza evidente che l’acufene non è un disturbo “facile” con cui confrontarsi; anzi spesso è insidioso e per niente facile da trattare.

Analogo discorso si può fare per le vertigini, disturbo molto frequente e spesso, analogamente agli acufeni, mal valutato o trascurato; le vertigini possono trarre origine non solo da problematiche cervicali o dell’orecchio,ma possono far parte anche di quadri clinici complessi per i quali ci vuole un inquadramento diagnostico ampio che comprende anche intolleranze alimentari,stress ossidativo, assetto immunologico e cardiocircolatorio.

Partendo dalla concezione che qualsiasi disturbo è l’espressione di uno squilibrio che coinvolge l’intero organismo, l’IMBIO, in collaborazione con il Dr Raponi, otorinolaringoiatra di lunga esperienza ed esperto nella patologia dell’orecchio, propone un modello di cura basato su principi della medicina tradizionale e di quella alternativa che ha come fine ultimo il miglioramento della funzionalità delle vie acustiche sia a livello periferico che centrale; l’intento è quello di dare il più ampio spazio a tutte le possibilità terapeutiche cercando nel contempo di contenere i costi.
Riteniamo pertanto con questa strategia di poter agire in maniera efficace sui fattori che possono essere alla base della insorgenza degli acufeni.
Dopo una valutazione clinica viene stilato il programma di cura che prevede l’utilizzo delle terapie in maniera variabile da caso a caso.

Le terapie proposte hanno effetti collaterali davvero poco rilevanti; in ogni caso,sono anche previsti questionari ed anche brevi valutazioni durante ed alla fine della terapia per monitorare la situazione clinica.Su consenso del paziente i dati verranno poi utilizzati per uno studio clinico.



Gennaio 30, 2009 Newsletter

È stato pubblicato in questi giorni sulla rivista americana   The Journal of Neuroscience uno studio internazionale che apre nuove e consistenti prospettive per il trattamento dell’Alzheimer. La pubblicazione è frutto di un lavoro di ricerca coordinato da Michele Mazzanti, professore ordinario di Fisiologia al Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell’Università di Milano, e svolto tra la Statale di Milano e l’University College Londra.

Al centro dello studio una proteina, denominata CLIC1, già individuata e descritta in precedenti studi ma il cui effettivo “comportamento”, ossia il meccanismo molecolare che ne regola il coinvolgimento nel processo di rilascio delle sostanze tossiche che si verifica in numerose malattie neurodegenerative, non era fino ad oggi ancora stato chiarito.

È noto che il cervello dei pazienti affetti da Alzheimer è caratterizzato dall’accumulo di aggregati di proteina beta-amiloide. La presenza in eccesso di beta-amiloide richiama una iperattivazione delle cellule microgliali – il sistema immunitario del sistema nervoso centrale – stimolando una massiccia produzione da parte di queste ultime di radicali liberi dell’ossigeno (ROS) e di altre sostanze che, se da un lato svolgono un ruolo fondamentale nel mobilitare altre cellule microgliali verso quella che viene riconosciuta come un’infezione, dall’altro svolgono un’azione fortemente neurotossica, responsabile della neurodegenerazione.

La produzione di ROS da parte delle cellule microgliali è affidata all’enzima NADPH ossidasi, che provoca una reazione ossidativa. È a questo punto che entra in gioco la proteina CLIC1 e il particolare meccanismo messo in luce dal lavoro appena pubblicato.

Normalmente situata nel citoplasma delle cellule microgliali, la proteina CLIC1, in presenza di un ambiente fortemente ossidante – come quello determinato dalla NADPH ossidasi – cambia conformazione, aumentando la sua presenza nella membrana cellulare, dove assume la funzione di canale selettivo per lo ione cloro. Richiamata e stimolata dalla reazione di ossidazione che si realizza con la NADPH ossidasi, la proteina CLIC1 diventa poi a propria volta, nella sua espressione funzionale come canale ionico selettivo per il cloro, un elemento propulsivo al processo ossidativo.
Svolgendo un’azione di compensazione della perdita di elettroni causata dall’ossidazione e garantendo così un potenziale di membrana adeguato, la corrente di cloro dovuta a CLIC1 sostiene e mantiene la produzione dei radicali liberi dell’ossigeno responsabili della neurodegenerazione.
Diventa importante e interessante studiare lo stress ossidativo attraverso la determinazione della produzione di radicali liberi da parte delle cellule con un prelievo si una goccia di sangue prelevata dal polpastrello di un dito della mano. Oltre allo studio della produzione di radicali liberi, è importante conoscere la capacità di difesa dell’organismo. è possibile conoscere la concentrazione della barriera antiossidante, che protegge le cellule dall’aggressione dei Radicali Liberi.

Avendo verificato che l’inibizione della corrente di cloro è in grado di rallentare la produzione di ROS da parte dell’ossidasi di membrana, lo studio apre la strada all’individuazione di un possibile obiettivo farmacologico nel trattamento delle malattie neurodegenerative in cui esista una forte componente neurodegenerativa dovuta ad un accumulo di radicali liberi dell’ossigeno, in primis l’Alzheimer.
(Comunicato stampa Università degli Studi di Milano 12 novembre 2008
Milton RH et al. CLIC1 function is required for beta-amyloid-induced generation of reactive oxygen species by microglia. The Journal of Neuroscience 2008; 28(45):11488-11499)



Novembre 30, 2008 Newsletter

Siamo agli albori dell’utilizzo della biofisica in campo medico ma in un futuro prossimo diventerà nuova ortodossia.Quattro prestigiosi atenei universitari in Italia hanno attivato un corso di alta formazione intitolato “Integrazione fra saperi convenzionali e non convenzionali in medicina”. Gli atenei sono presso le università di Verona, Bologna, Roma La Sapienza, Messina.

Finora la ricerca in campo medico ha dato più importanza alla chimica rispetto alla fisica della materia, probabilmente per il fatto che la chimica è legata alla prospettiva di scoprire le molecole regolatrici (farmaci) e che tale prospettiva ha avuto indubbi successi. Inoltre la biologia molecolare ha dato grande impulso all’idea che l’informazione essenziale della vita stia in una “sostanza”, il DNA. In realtà si è perso di vista la sostanza del DNA come struttura di “Risonanza” elettromagnetica, dinamica (può cambiare nel tempo), complessa (la sua espressione dipende da un contesto di diversi segnali) e che fra l’altro è fonte di “Biofotoni” nel momento della sua replicazione.

I campi elettromagnetici, hanno una duplice faccia, possono danneggiare o curare l’uomo. Esistono diversi tipi di campi elettromagnetici, e gli effetti variano a seconda del tipo ci frequenza utilizzata, la durata dell’esposizione, e la sensibilità del soggetto. È ovvio che alte dosi di radiazioni ionizzanti sono dannose per la materia vivente. Così non è per piccole dosi di campi elettromagnetici, che se ben selezionati, possono avere potere curativo inaspettato. La tecnologia ha già messo a disposizione apparecchiature di alta tecnologia computerizzate e altamente specializzate in uso da diversi anni presso il nostro istituto, per la cura di malattie neurologiche, muscolari e ossee, metaboliche, ormonali e funzionali (ipotiroidismo latente, aumento di peso con ritenzione idrica, difficoltà a smaltire le tossine dopo un chemioterapia o in trattamento farmacologico e altro ancora).

L’applicazione dei campi magnetici a bassa frequenza e pulsati, possono aiutare le cellule a comunicare meglio tra loro, modulando la produzione di ormoni, citochine, anticorpi, cellule neuro endocrine etc. Molte di queste interazioni sono soggette a frequenze e sistemi di regolazione strettamente individuali e con effetti diversi tra gli individui.

Un modo di comunicazione tra cellule è al risonanza, sistema di trasmissione dei dati da un sistema vivente ad un altro senza passaggio di materia. L’insieme delle frequenze oscillatorie di sostanze varie, enzimi, ormoni, citochine, DNA, proteine, generano fenomeni bioelettrici ritmici generati dall’attività elettrica coerente di gruppi di cellule, costituendo gerarchie sempre più complesse di segnali di varia frequenza che percorrono l’essere vivente e possono essere visti come una rete d’informazione sul metabolismo cellulare (omeostasi elettromagnetica).

Diverse discipline complementari come l’agopuntura possono raggiungere la rete informazionale di maggiore interconnessione bioelettrica della persona che determina la sensibilità e la correttezza delle risposte propriocettive. L’esistenza dell’agopuntura è ampiamente dimostrata da studi e applicazioni in diverse patologie. Vari ricercatori hanno dimostrato come pungendo vari punti di agopuntura, si attivano specifiche aree del cervello evidenziate alla Risonanza Magnetica Nucleare.

Il fisico tedesco Albert Popp afferma che “i biofotoni son emessi dall’organismo in tutti i suoi processi vitali” e “che i processi vitali sono mantenuti da oscillazioni coerenti della materia”. Nel suo testo “come le cellule comunicano tra loro” Popp afferma che la malattia prima di manifestarsi in sintomi organici, è da vedersi come un disturbo del campo elettromagnetico. Le oscillazioni patologiche inducono delle regolazioni alterate dell’organismo provocando la malattia.

Oggi possiamo aiutare l’organismo a riprendere le regolazioni fisiologiche qualora necessiti con interventi non farmacologici ma con campi magnetici pulsati. Parlare lo stesso linguaggio delle cellule, permette di curare meglio certe malattie che difficilmente si riuscirebbero a curare con le molecole farmacologiche.



Ottobre 5, 2008 RASSEGNA STAMPA

Trenta e passa gradi all’ombra, ristorantino vista mare, tavolata rumorosa e allegra, vino bianco fresco, pane a portata di canestro. Per “stare leggeri”, insalata di riso per tutti (servita con dadini di prosciutto, mortadella e piselli). A seguire, piatto a centro tavola di mozzarella e pomodoro da sbocconcellare in compagnia, fino al caffè. A parere degli esperti non si è trattato di un pranzo “leggero”, anzi. Sotto il sole, i commensali hanno inanellato (come vedremo più avanti) una serie di scelte alimentari sbagliate: a cominciare dal vino e proseguendo col pane, i salumi, il pomodoro, la mozzarella.

Ma quali sono i cibi da evitare, d’estate, in vacanza?

Gente ha chiesto di elencarli (e di spiegare per quale motivo sono sconsigliati) al professor Giuseppe Di Fede specialista di nutrizione e Dietetica Clinica che, a Milano, dirige l’Imbio (Istituto di Medicina Biologica) cui fanno riferimento, in tutta Italia, i centri che eseguono il test “Alcat” contro le allergie e le intolleranze alimentari. Non a caso, la statunitense Food and Drugs Administration, la più autorevole organizzazione mondiale in materia di salute, ha riconosciuto il test Alcat, sia per la metodica computerizzata che per gli estratti alimentari utilizzati per l’analisi, oltre al riconoscimento CEE, del test.

Alcol e acidosi
«D’estate, col caldo, anche gli alimenti più semplici e apparentemente “leggeri” rischiano di ammutinare fegato, stomaco, intestino e anche l’apparato circolatorio. Cominciamo dai disturbi più frequenti: dati alla mano, in vacanza, quasi la metà degli italiani segnalano, in forma più o meno grave, disturbi da acidosi di origine alimentare», spiega il professor Giuseppe Di Fede, «ma anche alcolica. I vini bianchi e le bevande ora di moda tra i giovani, contenenti sostanze alcoliche apparentemente “mascherate”, che provocano vasodilatazione con calo della pressione arteriosa. Nel contempo aumentano nel sangue gli acidi forti compromettendo il ph, cioè il valore che indica il giusto equilibrio. Inoltre, il fegato trasforma questi acidi grassi liberi in chetoacidi con conseguenze anche molto gravi. La sera, invece, è consentito un bicchiere di vino rosso che contiene i flavonoidi, con valenza antiossidante».

Il pane
«Con le temperature elevate il pane di farina bianca è meno digeribile e i lieviti tendono a provocare fermenti . Meglio evitarlo a pranzo e, la sera, è preferibile quello con farine integrali. Il motivo è per la fermentazione intestinale, che il pane lievitato, anche se a lievitazione naturale, crea dopo mangiato, dando un senso di pesantezza e rallentamento, da indurci a fare un pisolino pomeridiano, affaticando ulteriormente la digestione.

I pomodori
«Col caldo, l’assunzione di pomodori, può indurre una forma di acidosi che porta alla nausea anche a causa di una sostanza, la tomatina, che irrita le pareti intestinali. Quando poi i pomodori vengono associati a formaggi filati come la mozzarella, alimento a sua volta a base acida, raddoppia il pericolo di acidosi con un rallentamento del processo digestivo fino a manifestazioni di vomito e diarrea. Vanno evitati anche i pomodori al forno con i tipici ripieni di maionese e salse elaborate».

I salumi
«I prodotti del maiale, sia la carne, sia gli insaccati, sono a rischio col caldo estivo. La quantità di sale che contengono i salumi irigidisce le arterie e favorisce l’innalzamento della pressione arteriosa. Spesso, i classici dadini di mortadella, prosciutto o wurstel vengono usati d’estate per dare sapore a riso e pasta fredda, col risultato di rendere problematica la digestione: il sangue affluisce in forte misura verso lo stomaco e viene sottratto ai muscoli provocando senso di affaticamento e di torpore».

Le carni
«Oltre a quelle di maiale, vanno evitate quelle di pecora, capra e agnello. Anche di manzo nelle dimensioni importanti come la “fiorentina”. Sconsiglio le salsicce, sia di maiale, sia di carne mista, con manzo. Nel pesce occorre limitare i crostacei (gamberoni e aragoste) perché possono incrementare i valori del cosiddetto «colesterolo cattivo” nel sangue.

I fritti
«Tutto ciò che viene cucinato in olio bollente, sia pesce, sia carne, ma anche verdure e frittate. Soprattutto le classiche patatine si trasforma in autentico rischio per le arterie. Specialmente in estate».

I formaggi
«Vanno sicuramente evitati quelli stagionati e “duri”, mi riferisco e certe forme di pecorino, tipiche di alcune regioni centrali e meridionali, Sicilia e Sardegna: questi formaggi contengono forti concentrazioni di sale che è il nemico più temibile nella stagione calda».

Le salse
«Sono assolutamente da evitare maionese, senape, ketchup, sughi e intingoli elaborati per la preparazione di carni e alcuni tipi di pasta, come le lasagne, i canneloni e i tortelloni ripieni di carne mista, maiale e manzo. Il rischio è quello di formare veri e propri “tappi” per le arterie».

I dolci
«Mentre, per la colazione del mattino, le marmellate, soprattutto di frutta, sono indicate anche d’estate, vanno evitati tutti i dolci con creme e cioccolato, dalle torte ai bomboloni, krapfen, e panna in tutte le sue elaborazioni. I cibi con forte contenuto di zuccheri, aumentano la produzione di insulina e, di conseguenza, incidono sulla caduta altrettanto veloce dei valori glicemici. In spiaggia, la conseguenza è di una repentina caduta della pressione arteriosa».

Frutta esotica
«La frutta è alimento importante ma con la globalizzazione dei mercati molti sono portati a pensare che anche i prodotti in arrivo da paesi lontani hanno più o meno le stesse caratteristiche dei nostri. Non è così: mango, avocado, i mandarini cinesi, contengono una serie di zuccheri e di sali minerali che, soprattutto d’estate, possono creare anche seri disturbi digestivi come enteriti e coliti, meglio la frutta nostrana di stagione».

«ultima raccomandazione: è bene ricordare che esistono due tipi di allergie alimentari, quelle immediate e quelle ritardate. Le più pericolose e silenti: dipendono in pratica dallo stimolo ripetuto degli alimenti sui linfociti intestinali. Stratificano, in sostanza, quella serie di depositi che, alla lunga, possono diventare forieri di guai. Ecco perché è sbagliato dire: “Quel cibo non mi ha fatto male anche se sconsigliato, quindi continuo a mangiarlo. I conti, alla fine, rischiano di non tornare».

Fonte: Gente – Ago. 08

di Renzo Magosso



Ottobre 5, 2008 RASSEGNA STAMPA

Nel nostro intestino convivono batteri buoni e cattivi. Nello specifico, quelli “buoni” lavorano per assorbire e trasformare in anticorpi i nutrienti assunti con l’alimentazione: oligoelementi, proteine, carboidrati, minerali ecc. Dunque il buon equilibrio intestinale dipende dal lavoro dei batteri buoni che forniscono all’organismo le armi – gli anticorpi – contro infezioni e malattie.

Basti pensare (ed è facilmente comprensibile, visto che l’intestino deve difenderci tutti i giorni dalle sostanze estranee che ingeriamo con l’alimentazione) che l’intestino produce il 70% ca. degli anticorpi del nostro sistema immunitario, mentre solo il 30% è dovuto a linfonodi e milza.

Che cos’è la Disbiosi
Secondo la Letteratura internazionale, la Disbiosi Intestinale è l’insieme dei sintomi e dei disturbi
Funzionali Gastroenterici che possono evolvere in malattie in grado di coinvolgere anche organi o
apparati distanti dal colon. Questi problemi all’intestino, definiti “Disbiosi intestinale” creano diversi inconvenienti spiacevoli come colite, stitichezza, gonfiore addominale, meteorismo, flatulenza, diarrea ecc. che interessano molte persone e attualmente rappresentano un problema sociale.

Sono svariati i motivi per cui l’equilibrio intestinale si altera. In particolare, le principali cause della Disbiosi sono dovute a: cibi contaminati da fertilizzanti, conservanti, alimentazione scorretta, farmaci, lassativi, antibiotici ecc. Ha inoltre un ruolo importante l’ambiente (temperature non adeguate al periodo climatico).

L’intossicazione dell’organismo che ne deriva è responsabile di queste patologie, più o meno
gravi, dovute alla Disbiosi:

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  • Predisposizione ad infezioni e infiammazioni ricorrenti, allergie, intolleranze, malattie autoimmuni
  • Infezioni da funghi, in special modo candida, herpes
  • Disturbi dell’umore, quali stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, depressione
  • Diarrea, stitichezza, meteorismo
  • Acne ed altre affezioni cutanee
  • Cefalee, in genere associate ad astenia (debolezza)
  • Vaginiti ed infezioni delle vie urinarie
  • Disturbi digestivi
  • Osteoporosi, reumatismi
  • Ritenzione dei liquidi
  • Obesità e refrattarietà alla perdita di peso con le diete
  • Insonnia

Che cos’è il Disbiosi Test
Rappresenta il presidio di laboratorio per individuare, valutare quantitativamente e monitorare i pazienti che evidenziano uno stato di Disbiosi Intestinale. È un esame che mediante metodiche
analitiche colorimetriche e di cromatografia liquida (HPLC), dosa nelle urine due indicatori della Disbiosi intestinale che determinano la prevalenza di flora intestinale putrefattiva (derivante
dalla fermentazione delle proteine), o fermentativa (determinata dai carboidrati). Con in mano questo dato, il medico può diagnosticare, curare e monitorare la guarigione della Disbiosi consigliando la terapia personalizzata più adatta. Il Disbiosi Test si può fare sia in Farmacia che in uno studio Medico Specializzato.

Il Capello, protagonista della tua Salute

Che cos’è l’AMT?
L’AMT, ovvero l’Analisi Minerale Tessutale, è un’indagine di laboratorio riconosciuta e utilizzata dall’Environmental Protection Agency, il Dipartimento Scientifico dell’Ambiente americano, che permette di rilevare con precisione i livelli dei minerali essenziali alla salute, alcuni elementi traccia e i principali tossici depositati nell’organismo.

Come si fa?
Un campione di capelli viene inviato in un laboratorio autorizzato ed esaminato con uno spettrometro ad assorbimento atomico (emissione a plasma). I dati vengono elaborati in modo da ottenere un quadro completo della biochimica individuale.

Perché analizzare i minerali?
Praticamente i minerali regolano tutte le funzioni corporee. Cattive abitudini alimentari, diete restrittive, abuso di farmaci, pillola contraccettiva, stress, inquinamento ambientale, fumo di sigaretta, ereditarietà ed altri fattori possono essere alcune delle cause più ricorrenti di squilibri minerali.
Questi squilibri, rilevabili attraverso la AMT, possono essere l’espressione di tendenze a innumerevoli disturbi, quali:

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  • Allergie
  • Anemie
  • Disturbi dell’Apparato Cardio Circolatorio
  • Disturbi dell’Apparato Digerente
  • Disturbi Endocrini
  • Disturbi Neurologici
  • Disturbi della pelle
  • Disturbi Psicosomatici
  • Disturbi dell’Apparato Muscolo-Scheletrico.

Perché analizzare i metalli tossici?

L’eccesso di alcuni metalli tossici (Cadmio, Alluminio, Mercurio, Piombo. Arsenico ecc.) possono alterare le normali funzioni fisiologiche dell’organismo.

Per esempio il Piombo provoca gravi disturbi neurologici, cefalee e iperattività nei bambini.

Il Cadmio può costituire una concausa dell’ipertensione arteriosa. Piombo, Cadmio e Mercurio provocano dolori articolari, problemi muscolari, renali e dermatologici.

Informazioni che l’AMT vi può fornire

I minerali nutrizionali sono di fondamentale importanza per la funzionalità del Sistema Nervoso Centrale e Periferico, del Sistema Nervoso Autonomo (Simpatico e Parasimpatico), del Sistema Endocrino e per la maggior parte dei processi metabolici organici dove agiscono da catalizzatori o da componenti strutturali.
Una loro accurata indagine ci può dare utili indicazioni su questi processi, ma possiamo anche ricavare informazioni sulle condizioni di stress, sulle potenzialità energetiche, sul metabolismo di base, sulla predisposizione a malattie organiche, psicosomatiche, funzionali ed emotive.

Fonte: HOD n.50 novembre 2008



Giugno 1, 2006 Newsletter

Perdere peso, prevenire malattie, vivere più a lungo e meglio. Sono le promesse della nutrigenomica. Ora con tanto di test genetico personalizzato.Nel variegato panorama delle diete si affaccia una nuova tendenza, destinata a rivoluzionare i programmi alimentari “standardizzati”: la “dieta del Dna”. Il settore di ricerca è nutrigenomica, che studia le relazioni tra alimentazione e metabolismo, per realizzare un regime nutrizionale personalizzato, tarato sul corredo genetico di ogni persona. In più, esplora la suscettibilità dell’organismo di sviluppare malattie multifattoriali, come quelle cardiovascolari, l’aterosclerosi, il diabete o le neoplasie, determinate dall’interazione genetica-ambientale.

La ricerca scientifica
La nutrigenomica, insieme a proteomica e farmacogenomica, è uno dei campi d’applicazione dei risultati scaturiti dal Progetto genoma umano. Il 99,9 per cento del Dna è uguale per tutti gli uomini. La restante porzione presenta minuscole variazioni, gli Snp (Single nucleotide polymorphism), le “impronte digitali” della doppia elica, che rendono diversi nell’aspetto esteriore e nella risposta all’ambiente, ai trattamenti farmacologici e agli alimenti. Ciò spiega, ad esempio, perché c’è chi mangia in abbondanza cibi ricchi di lipidi senza mettere su un filo di grasso, e chi invece non può nemmeno immaginarli che ingrassa. Oppure, la ragione per cui chi assume alimenti ricchi di grassi non sempre sviluppa malattie cardiache. Dai geni, infatti, dipende la velocità e l’efficienza del metabolismo. Alcuni, però, non servono a metabolizzare direttamente i nutrienti, ma vengono regolati da questi e sono legati all’esordio, o al grado di severità, di una patologia. “L’espressione genetica può avere effetti positivi o non corretti, a seconda di fattori influenzanti, come alimentazione, ambiente (inquinamento, radiazioni solari, fumo, ecc), psiche e predisposizioni personali. Qui entra in gioco la nutrigenomica, disciplina che fa luce su queste interconnessioni e consente di creare un profilo alimentare personalizzato, che ottimizza le risorse e migliora la qualità della vita”, sostiene Giuseppe Di Fede, medico chirurgo e direttore dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano, e dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva Personalizzata.
Senza dimenticare i “fondamenti” di una sana alimentazione.
Scoprirsi geneticamente protetti dall’effetto dei grassi, ad esempio, non deve incoraggiare a fare il pieno di burro, maionese, fritto, hamburger…

Alla base: il poliformismo genetico
Il genoma umano è rappresentato da numerose molecole, “pezzettini” di DNA presenti in ogni singola cellula. Il DNA, a sua volta, è strutturato in singoli geni, che codificano l’informazione per la sintesi di sequenze di aminoacidi, i costituenti delle proteine, indispensabili allo svolgimento della vita. I geni, quindi, sono i garanti del funzionamento metabolico e i principali responsabili delle risposte all’ambiente. Cosa accade quando il meccanismo s’inceppa? Perché il gene “operaio”, per usare una metafora, incrocia le braccia e si rifiuta di lavorare? La ragione va ricercata nel polimorfismo, ossia la possibilità di un gene di esistere in molteplici forme ed esprimersi in maniera diversa per ogni individuo. “In alcuni individui, l’attività dei geni e di conseguenza delle proteine prodotte è normale, in altri con particolari polimorfismi può condizionare modifiche del metabolismo e di conseguenza avere delle condizioni fisiologiche che possono portare all’esordio di una malattia. Ad esempio, se il benzopirene, sostanza tossica contenuta nel fumo, non è neutralizzato dall’eliminazione ordinata dal gene preposto, si accumula nell’organismo e diventa cancerogeno”, afferma Di Fede.

Il test genetico personalizzato
L’approccio è in funzione della “prevenzione personalizzata”, che aiuta a proteggersi da malattie causate dall’ambiente e dagli effetti collaterali di farmaci, cibi, integratori alimentari non idonei al proprio metabolismo.
Finalità
Indica se il tenore di vita è compatibile con le capacità genetiche della persona e, attraverso la prescrizione, consente di modificare l’attività dei geni, facendo in modo che lavorino a suo vantaggio.

  • Salute: Individua gli organi predisposti alle malattie, i fattori di rischio e i metodi per fronteggiarle. Permette di identificare tipi di medicine (antibiotici, antinfiammatori, ecc) nutrienti e integratori alimentari (vitamine, minerali, oligoelementi) più adatti all’organismo e in grado di rallentare l’invecchiamento biologico, migliorando la resistenza alle patologie nelle diverse età.

  • Benessere: Selezionando gli alimenti compatibili e non con l’attività dei geni, consente di controllare il peso con efficacia e sicurezza, e ottimizzare le prestazioni del fisico, comprese quelle sportive.

In cosa consiste
Si tratta di un piccolo prelievo di sangue dal polpastrello, seguito dalla compilazione di un questionario con dati personali, predisposizioni a malattie e abitudini di vita. Il risultato si ha nell’arco di un mese.
A chi è indicato
A soggetti con familiarità a malattie cardiovascolari, diabete, neoplasie, o degenerative, come Alzheimer, Parkinson, sclerosi multipla, oppure a persone che intendono migliorare la qualità della vita.
Quando farlo
Il test è indicato per tutti, donne e uomini, dai 18 anni in su, e si effettua una sola una volta nella vita, a differenza delle comuni rilevazioni biochimiche.

Le aree studiate
Attraverso 22 analisi genetiche che indagano il gene, la sua mutazione e polimorfismo, si esplora la predisposizione alle malattie e la capacità di fronteggiarle dell’organismo.

  • Biotrasformazione: tolleranza ad alimenti, alcool, tabacco, fumo, farmaci, associazione tra componenti nutritivi, reazioni secondarie ai farmaci.

  • Capacità di disintossicazione da sostanze tossiche o non compatibili.

  • Rischio cardiovascolare: tipo di metabolismo lipidico (colesterolo) che influisce su cuore, circolazione, ictus, ecc.

  • Sistema Angiotensina-Renina: pressione arteriosa, attività renale, predisposizione e danni creati ad arterie e vene.

  • Metabolismo dell’omocisteina: capacità da parte del colesterolo e dei grassi di occludere le arterie, predisponendo a malattie come l’arteriosclerosi.

  • Osteoporosi: riassorbimento osseo e malattie correlate (ad esempio, parodontopatie e osteoporosi precoce)

  • Interleuchina: proteine attive del sistema immunitario, anticorpi contro virus, batteri, cellule cancerose e nelle malattie di origine reumatica.

  • Markers addizionali: parametri relativi al metabolismo del calcio o alla capacità delle arterie di dilatarsi o restringersi.

  • Scelta di antiossidanti mirati e personalizzati.

  • Linee guida alimentari: micronutrizione personalizzata, associazione, esclusione o integrazione specifica degli alimenti.



Maggio 1, 2006 Newsletter

Il colorito della pelle è una caratteristica che distingue nettamente la faccia di chi vive in città da quella di ha la possibilità di fare una vita sana lontano dalle metropoli, respirando un’aria migliore.Si perché il “viso metropolitano” è un marchio che scompare con difficoltà anche dopo giorni interi di vacanza al sole o di escursioni in montagna: sembra quasi che l’abbronzatura vada solo a sovrapporsi al colorito giallo-grigiastro, alle rughe e all’espressione affaticata che ci contraddistingue.

Roberto Canu Solinas, medico Estetico ed esperto di terapie naturali, parte da un presupposto: la città invecchia l’organismo e questo fenomeno invecchia il viso.
Fra i principali avversari del nostro benessere ci sono i Radicali Liberi, generati normalmente dal nostro organismo e che in determinate condizioni come smog, fumo di sigaretta, stress, alimentazione scorretta, si accumulano e influenzano in maniera ormai scientificamente accertata, la qualità e la salute sia della cute del viso, che la qualità degli organi interni, meno visibili ma non per questo meno importanti. Dice Canu “diventa quindi indispensabile disintossicare l’organismo con una terapia naturale ispirata ai criteri della Medicina Biologica e Anti Age.

Per identificare il tipo di trattamento più adatto e personalizzato, dice Giuseppe di Fede, Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano, ci si avvale di un test specifico e innovativo, eseguito su un normale campione di sangue venoso, tramite il quale si identificano la quantità di Radicali Liberi, il danno biologico potenziale e la capacità antiossidante dell’organismo. Identificato il o i fattori alterati, si mettono in atto una serie di terapie mirate e personalizzate, idonee a ricostituire una corretta capacità dell’organismo ad eliminare i Radicali Liberi prodotti in eccesso.
Le terapie, dice di Fede sono a base di principi attivi specifici di alta qualità e di origine puramente naturale, capaci di riportare l’organismo in condizioni biologiche più giovani, rispetto a soggetti che hanno perso la capacità disintossicante e molto speso senza che se ne accorga. Ed ecco che quando l’organismo si è liberato dalle tossine in eccesso, si può iniziare la cura capace di ridare al viso la sua funzione di specchio di un organismo sano.

Il trattamento finale si chiama Energo-lifting ed è un insieme di omeopatia e agopuntura. Il presupposto fondamentale è quello di ridare all’organismo le basi per poter riacquistare una pelle idratata, lucente ed elastica. La qualità delle cellule che costituiscono il collagene, i fibroblasti, e alcune sostanze come l’elastina, è data dalla presenza di sostanze chiamate antiossidanti, tra queste ricordiamo la vitamina C, l’Omega 3, derivati dai Bioflavonoidi e altre ancora, che sicuramente giocano un ruolo determinante per la buon riuscita di un trattamento di Energo-lifting.
È noto a tutti che il collagene invecchia e diventa sempre più rigido con l’avanzare dell’età, tale fenomeno è possibile rallentarlo e mantenere uno stato di buna idratazione ed elasticità cutanea, sottoponendosi a trattamenti di Energo-lifting, che non intende spianare le rughe del volto con riempitivi, ma bensì di assecondare e stimolare la produzione di sostanze, di cui lo stesso organismo dispone e della quale, per diverse cause, ha perso la capacità di farlo.
Praticamente si iniettano dei preparati naturali biologici in determinate zone del viso che corrispondono ai punti di Agopuntura, la seduta è settimanale per un massimo di 10 sedute circa. Lo scopo è quello di ridare un’epidermide più trasparente e naturale, agendo non solo a livello “superficiale” ma anche dal di dentro con terapie biologiche Anti Age personalizzate.

dott. Giuseppe Di Fede e Roberto Canu Solinas



Dicembre 1, 2005 Newsletter

PATOLOGIE CARDIOVASCOLARI

Gli omega 3 sono importanti molecole dell’ordine di membrana: possono modificare l’espressione genica, i livelli delle citochine dell’infiammazione, la regolazione della produzione di eicosanoidi, i livelli plasmatici dei trigliceridi, la pressione sanguigna, il flusso ionico nelle cellule miocardiche. Si spiega in questo modo il successo di trials clinici con acido eicosapentaenoico (omega 3) e acido docosaesaenoico (DHA) come prevenzione secondaria di infarto cardiaco, aritmie e patologie del miocardio.
Queste osservazioni mostrano il ruolo importante svolto dall’omega 3 e DHA a livello dell’apparato cardiocircolatorio.
Gli effetti dell’omega 3 in pazienti con patologie cardiovascolari potrebbero essere la linea guida per la valutazione di marcatori biologici (PUFA-based) per le coronaropatie e servire come indice di rischio.

TUMORE COLON-RETTO
Si ipotizza con sempre maggior certezza l’influenza degli omega 3 sulla carcinogenesi a livello colon-rettale attraverso molti meccanismi (inibizione delle COX2, aumento dell’apoptosi, riduzione dell’angiogenesi). Inoltre un basso dosaggio del DHA interagisce sinergicamente con l’acido arachidonico, suggerendo che l’aggiunta di DHA nella dieta possa aiutare ulteriormente la terapia.

TUMORE MAMMARIO
L’aggiunta di DHA aumenta sinergicamente la citotossicità dei taxani diminuisce l’espressione degli oncogeni HER-2/neu (c-reb B-2), modifica la produzione di eparansolfato syndecan1, suggerendo un interazione gene-nutriente di importanza notevole nel processo di carcinogenesi mammaria. Questo suggerisce l’ipotesi che l’omega 3 possa essere utilizzato come modulatore della chemiosensitività delle cellule tumorali.

OBIETTIVO DELLO STUDIO
Si vuole valutare il potenziale valore di rischio di tumore, determinando la concentrazione plasmatica di omega 3 in pazienti sani e con cancro colon-rettale e della mammella, prima e dopo l’aggiunta di omega 3, valutando la possibile correlazione con le condizioni cliniche.051214_pufa1

RISULTATI DELLO STUDIO
Abbiamo analizzato 295 soggetti sani con una dieta normale e 268 dopo una dieta con omega3. Il rapporto AA/EPA era di 15,25 + o – 10,36 e 4,07 + o – 3,44 rispettivamente nel primo e secondo gruppo. Abbiamo anche analizzato 38 pazienti con tumore mammario e 8 pazienti con tumore colon-rettale. Il rapporto AA/EPA era 18,20 + o – 9,36 in pazienti con tumore senza aggiunta di omega 3 e051214_pufa2 4,07 + o – 3,44 in pazienti oncologici post-trattamento con omega 3.
In 150 soggetti il rapporto AA/EPA nel sangue era correlato con quello dei fosfolipidi di membrana degli eritrociti.

CONCLUSIONI
La concentrazione di omega 3 nel sangue è più bassa nei pazienti con tumore mammario e del colon-retto rispetto a soggetti normali.
L’aggiunta di omega 3 ristabilisce i normali valori del rapporto omega 6/ omega 3.
051214_pufa3I risultati preliminari in pazienti con tumore mammario e del colon-retto sembrano indicare che il rapporto AA/EPA potrebbe essere incluso come nuovo marcatore nel follow-up di pazienti sotto chemioterapia tradizionale, in accordo ad altri recenti dati di letteratura.

DIPARTIMENTO DI BIOCHIMICA E FISIOLOGIA UNIVERSITA’ DI MILANO
dr G. Berra, G. Montorfano, A.M. Rizzo



Marzo 1, 2005 Newsletter

Arriva la bella stagione, le giornate si allungano e si può tornare a praticare sport all’aperto. Il cambio di stagione spesso dà una sensazione di “rinascita fisica”, ma a qualcuno può dare invece stanchezza. Lo Zen Shiatsu è in grado di potenziare le difese del nostro organismo.

Lo Zen Shiatsu non cura solamente stati morbosi e non è solo un rimedio.
Esso stimola le capacità di rigenerazione proprie di ogni organismo, ristabilendo il naturale equilibrio energetico e mentale.
Secondo la medicina tradizionale cinese, lo Shiatsu agisce sul “Chi” o “Qi”, il flusso di energia che circola all’interno di ogni essere vivente lungo specifici Meridiani, linee energetiche che tendono ad accumulare stanchezza e stress. Una giusta pressione esercitata su di essi non solo stimola la pelle arrecando sollievo nel caso di dolori muscolari, ma regola il sistema nervoso, aiuta la digestione, stimola la circolazione sanguigna, linfatica e la secrezione ormonale.
Il flusso del Chi può essere disturbato, rallentato o interrotto da traumi, malattie, depressione, stress fisico o mentale. Di qui l’importanza di intervenire con tecniche di Zen Shiatsu per riattivare queste preziose energie interiori e per sciogliere quei blocchi energetici che si oppongono al libero fluire dell’energia vitale nell’organismo, causati dal condurre uno stile di vita disarmonico, reintegrando il contatto tra mente e corpo.



Febbraio 1, 2005 Newsletter

Durante l’inverno in nostro organismo ha bisogno apporto calorico, anche se non bisogna dimenticare che in questo periodo dell’anno, l’attività fisica si riduce. L’apporto complessivo di grassi deve essere lo stesso delle altre stagioni (circa il 25-30% del fabbisogno calorico giornaliero), e l’energia deve essere fornita essenzialmente dai carboidrati (cereali, pane e pasta).

Da preferire piatti a base di verdure di stagione, arricchiti con legumi, ricchi di proteine (e quindi ottimi sostituti della carne) e poveri di grassi. Anche i cereali (orzo, farro, riso, avena ecc) conditi con sughi a base di verdure forniscono all’organismo la giusta energia.
Pesce e carne, ricchi di proteine nobili, fondamentali per il nostro benessere, vanno sempre bene se cotti alla griglia e comunque senza grassi.
Zuppe, minestroni, passati di verdura sono alimenti fondamentali soprattutto durante l’inverno, sbizzarritevi con zucca, cavoli, verze, cavolini di brux, cipolle e patate.

Non dimenticatevi mai della frutta, fondamentale per il suo apporto di sali minerali e di vitamina C (presente negli agrumi, kiwi, ananas) utili nel prevenire le malattie da raffreddamento. Nel caso vi dobbiate sottoporre a terapia antibiotica (a seguito di bronchiti, tonsilliti o altro) non dimenticate yogurt e frutta fresca, necessari per reintegrare la flora batterica intestinale e i minerali.

L’inverno è la stagione nella quale i golosi possono soddisfare le loro voglie senza sentirsi troppo in colpa (a meno che non esistono patologie specifiche che inducano ad evitare l’assunzione di zuccheri). Concedetevi quindi di tanto in tanto la bevanda invernale per eccellenza, la cioccolata calda, consumata in modo ragionevole fa bene: agisce sulla serotonina, una sostanza prodotta dal cervello che controlla il tono dell’umore, allontanando depressione e tristezza.

Qualche raccomandazione infine riguardo l’alimentazione degli sportivi:

· Non saltate mai la prima colazione che deve essere, anzi, abbondante scegliendo alimenti a base di carboidrati (pane scuro, fette biscottate, gallette di riso ecc), zuccheri (miele, marmellata) e vitamine (spremute di agrumi) in associazione a yogurt o latte (vaccino, di soia, di riso ecc).

· A pranzo non abbuffatevi, meglio uno spuntino veloce per recuperare un po’ di energia: una fetta di torta o di strudel e della frutta fresca vanno benissimo.

· Se a metà pomeriggio vi viene fame o sentite il bisogno di bere qualcosa, una merenda a base di tè con biscotti o una cioccolata calda, o una barretta di cereali è preferibile ad un bicchierino di grappa, ricordatevi che l’alcol rallenta i riflessi e può alterare il meccanismo di termoregolazione.

Per sportivi o no, un integratore alimentare multivitaminico con aggiunta di minerali, è un ottimo modo per aiutare il nostro organismo ad affrontare freddo e malanni di stagione

dr.ssa Lorella De Mariani
Nutrizionista


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