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Settembre 24, 2014 Newsletter

Giovani o mature, snelle o in sovrappeso le donne prima o poi ne cadono quasi tutte vittime: stiamo parlando della cellulite, un problema che interessa l’80% della popolazione femminile e che costituisce motivo di cruccio e scontento per molte.

Integratori, creme e macchinari possono aiutare nell’attenuazione di questo inestetismo, ma per prevenirlo in maniera efficace il primo passo da compiere, sostengono gli esperti del settore, consiste nell’adottare uno stile di vita sano, che vuol dire movimento, cibo nella quantità e proporzioni corrette e riposo adeguato.

Per approfondire l’argomento ed imparare a scegliere cosa mettere nel carrello della spesa e cosa invece evitare, abbiamo chiesto aiuto al dottor Sacha Sorrentino, biologo nutrizionista esperto in nutrigenetica, intolleranze alimentari e nutrizione sportiva.

Che cos’è che causa davvero la cellulite?
La cellulite è un problema multifattoriale che grava sulla salute estetica femminile, spesso già in età post adolescenziale, conferendo alla cute l’aspetto a buccia d’arancia. Lo stress, l’alimentazione scorretta, la scarsa idratazione e la predisposizione genetica individuale sono i fattori principali che contribuiscono alla sua comparsa.
Poiché le terapie esistenti per la cura della cellulite sono insoddisfacenti per il trattamento delle forme più gravi, dopo la sua comparsa, diventa fondamentale un’azione preventiva.

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Agosto 1, 2014 Newsletter

La tiroide è una delle principali ghiandole endocrine (produttrici di ormoni) che svolge un ruolo fondamentale nel controllo delle cellule e dei vari tessuti dell’organismo, con una forte influenza sulle molteplici funzioni corporee (peso corporeo, colesterolo, battito cardiaco, vista, massa muscolare, ciclo mestruale, stato mentale, cute e capelli).

La patologia più comune della tiroide è l’ipotiroidismo, la ridotta funzionalità della ghiandola che si ripercuote sulla riduzione della produzione di energia da parte delle cellule, con conseguente riduzione dell’attività metabolica. In pratica, l’organismo rallenta la produzione di ormoni e quindi il consumo di energia. Le donne sono più colpite rispetto agli uomini, con un rapporto che può arrivare a 5 donne su 1 uomo colpito. I sintomi più comuni, che passano spesso inosservati, sono:
stanchezza, freddolosità, letargia, aumento di peso, capelli secchi e sfibrati, pelle secca e ipotonica, etc.

La condizione opposta è l’ipertiroidismo, ossia un aumento delle produzione di ormoni tiroidei con conseguente aumento della produzione di energia, noto con il nome di morbo di Graves-Basedow.
Spesso è di origine auto immune, con produzione di anticorpi rivolti contro il TSH, che impediscono il normale funzionamento della ghiandola. Tra i principali sintomi vi sono: tremore di tutto il corpo, perdita di peso inspiegabile, sudorazione abbondante, insonnia, agitazione e irrequietezza, tachicardia (battito accelerato del cuore) ipertensione.

La diagnosi è molto agevole potendo misurare i valori di FT3 e FT4, TSH-r, e altri parametri correlati alla funzione tiroidea.

L’alimentazione riveste un ruolo importantissimo in caso di alterazione della tiroide. In caso di ipotiroidismo, ad esempio, è necessario ridurre i cibi ad alto contenuto di grassi idrogenati: burro, margarine e oli vegetali di origine non nota (diversi dall’ollio di oliva). Evitare le carenze di minerali fondamentali: ferro magnesio selenio Zinco, Iodio; le vitamine necessarie per un corretto funzionamento sono la Vit A, B6, B12, C, D, E. Chi soffre di ipertiroidismo dovrà fare attenzione al sale iodato. Il sale in generale va usato con parsimonia, verificando anche a quello contenuto nei prodotti alimentari industriali (cracker, patatine, insaccati). Si sconsigliano anche tutte le sostanze eccitanti il sistema nervoso: caffeina, cola, bevande energetiche, un eccesso di proteine animali.

Anche le intolleranze alimentari incidono sulla funzione tiroidea. Il test ALCAT per la diagnosi delle intolleranze identifica gli alimenti da non introdurre nella dieta, perché potenziali competitori con gli ormoni tiroidei, specifici e individuali.

Le indicazioni personalizzate del nutrizionista, consentono di stabilire una corretta alimentazione mirata a correggere naturalmente un iniziale squilibrio metabolico, e le conseguenze del caso.



Giugno 19, 2014 Newsletter

Numerose evidenze scientifiche pubblicate nel corso degli anni hanno ampliato la conoscenza delle potenzialità metaboliche dell’intestino, conferendogli un’importanza fondamentale per il buon funzionamento del nostro sistema immunitario, del nostro sistema endocrino e della nostra sfera psichica. Oggi il nostro intestino deve essere considerato un organo di fondamentale importanza per la salute ed il benessere di tutto l’organismo.

A livello intestinale si riscontrano una notevole quantità di germi e batteri . La cosa più importante è che questa la flora intestinale  “fisiologica” sia in simbiosi con l’organismo. Questa condizione di equilibrio è definita eubiosi.

Quando questo equilibrio viene alterato si può generare una condizione patologica chiamata Disbiosi. I sintomi spesso sono aspecifici, caratterizzati da un’alterazione del transito intestinale, sia in termini di stitichezza ma a volte anche di sindrome diarroica. Il tutto associato frequentemente a gonfiore addominale, flatulenza, digestione lenta, stanchezza (la flora batterica produce vitamine B), suscettibilità alle infezioni, diminuzione delle difese immunitarie (la flora batterica produce anticorpi), candidosi intestinale e/o vaginale, vaginiti e cistiti ricorrenti nella donna.

Tra i fattori che possono contribuire a generare la Disbiosi vi sono:

alimentazione sbilanciata (uso eccessivo di grassi, zuccheri, carni rosse ed insaccati in genere, carenza di frutta e verdura, abuso di sostanze alcolici, fumo, ecc.), scarsa od insufficiente attività fisica, utilizzo di terapie farmacologiche protratte nel tempo (es. l’assunzione indiscriminata e prolungata di antibiotici, cortisonici, estroprogestinici, lassativi, ansiolitici, vaccini, chemioterapie, ecc).

Ma anche: contatto con sostanze quali conservanti e coloranti alimentari, radiazioni ed emissioni elettromagnetiche, metalli tossici contenuti in alimenti o in contenitori di alimenti o nelle stoviglie (alluminio, mercurio, piombo), pesticidi, ormoni steroidei alimentari.

 La comparsa di processi infiammatori intestinali, spesso legati ad una cattiva alimentazione e/o all’uso indiscriminato di farmaci (antiinfiammatori, antibiotici) in associazione ad una condizione di disbiosi intestinale possono essere responsabili non solo di malattie a carico del nostro intestino ma anche a livello di altri distretti come ad esempio la pelle (dermatite atopica, acne, psoriasi), infezioni delle vie urogenitali (candidosi vaginale, cistite, prostatite), malattie metaboliche (obesità, diabete, sindrome metabolica), malattie della sfera psichica (ansia, depressione), malattie autoimmuni (tiroidite cronica, artrite reumatoide).

Un corretto inquadramento clinico consente di programmare un piano terapeutico individualizzato che prevede, non solo un cambiamento dello stile di vita del paziente e delle sue abitudini alimentari, ma deve anche portare all’individuazione di quei presidi utili a consentire il ripristino della salute ed il benessere dell’intestino, e di conseguenza di tutto il nostro organismo.

Per fare ciò occorre intervenire utilizzando pre e probiotici, modificando il regime dietetico (inserendo ad ogni pasto verdura cotta o cruda per stimolare la crescita dei batteri intestinali e incrementare l’apporto di frutta), aumentare l’apporto di liquidi nel bilancio idrico giornaliero.

Disbiosi in Gravidanza

Da alcuni recenti studi, è emerso che durante la gestazione, il feto può entrare in contatto con microorganismi di provenienza materna. Frammenti di DNA batterico sono stati rinvenuti, infatti, nel cordone ombelicale, nel liquido amniotico e addirittura nel meconio.

La loro presenza è resa possibile dal fatto che l’intestino della donna gravida, durante la gestazione, diventa più permeabile e ciò favorisce la traslocazione batterica. Questo aspetto è di fondamentale importanza perché, se la donna si trova in condizioni di Eubiosi, il contatto del feto con i ceppi batterici corretti creerà una condizione molto favorevole che permetterà all’intestino del neonato di entrare in contatto i bifidi. Se, invece, la donna gravida si trova in Disbiosi, si può assistere al passaggio dal circolo ematico materno, attraverso la placenta, al feto di ceppi batterici diversi che potrebbero comportare una maggiore esposizione a patologie da parte del neonato.

Il terzo trimestre di gravidanza è fondamentale per lo sviluppo del feto. Se l’intestino della gestante è in Eubiosi, sarà favorita una corretta elaborazione del cibo introdotto, con una minore estrazione di calorie dagli alimenti ed un più facile controllo del peso. In caso contrario, la presenza di Disbiosi intestinale durante la gravidanza determina un maggiore assorbimento di calorie che porterà ad un incremento ponderale della gestante con aumento del rischio di insorgenza di diabete gestazionale, mentre nel nel neonato si può assistere allo sviluppo di diabete infantile, allergie, obesità infantile, ecc. La Disbiosi è direttamente coinvolta nell’obesità perché crea una condizione di infiammazione a basso grado responsabile della scorretta elaborazione ed assorbimento dei principi nutrizionali con conseguente incremento di peso. La stessa problematica la si può verificare anche in individui normali anch’essi in Disbiosi.

La Disbiosi favorisce, inoltre, lo sviluppo di un intestino permeabile, con conseguente incremento della predisposizione allo sviluppo di malattie infiammatorie croniche dell’intestino quali M. di Crhon, RCU, Gluten Sensitivity ed anche Autismo

L’allattamento al seno da parte di una donna in Eubiosi è protettivo in quanto consente di abbassare il rischio di insorgenza di diabete, obesità, malattie autoimmuni e allergie nel neonato. Attraverso l’allattamento al seno, inoltre, si ha un ridotto sovraccarico funzionale a carico di fegato e reni.

Un altro aspetto importante dell’allattamento al seno è determinato dal fatto che, oltre alle IgA secretorie, il latte materno è ricco di Lisozima. Entrambe queste molecole inibiscono la proliferazione di patogeni, favorendo la crescita di bifidi. La Lattoferrina materna, invece, facilita l’assorbimento del ferro a livello intestinale sottraendolo ai patogeni che lo utilizzano (bacteroides ed enterobatteri).

Nel latte artificiale, la Lattoferrina viene denaturata ed il ferro resta nel lume intestinale e si trasforma in un ottimo substrato nutritivo per alcuni patogeni quali enterobatteri e bacteroides. L’allattamento artificiale, inoltre, facilita l’instaurarsi e lo sviluppo di clostridum ed escherichia spp associato ad un ridimensionamento della popolazione di bifidobatteri.

I bifido batteri sono i ceppi più importanti del piccolo intestino. Vanno assunti soprattutto nel terzo trimestre di gravidanza per stimolare la produzione di serotonina con riduzione delle alterazioni del tono dell’umore (riduce la possibilità che si possa instaurare una Sindrome depressiva postpartum), contribuiscono a contenere la problematica della stipsi in gravidanza associandoli ad un coretto stile di vita ed alimentare, favoriscono l’assorbimento di vit B12, riducono il rischio di diabete gestazionale.

 A cura del Dr. Stimolo Angelo – Medico Chirurgo, esperto in Idrocolon terapia e benessere intestinale.



Giugno 14, 2014 Newsletter

Il Prof. Di Fede ha preparato questo studio sullo zafferano, una delle poche spezie che gli intolleranti al nichel e non solo posso usare per insaporire, colorare e dar gusto alle pietanze.

Le cellule nervose che trasformano la luce in segnali elettrici per il cervello – FOTORECETTORI- si possono definire, dei gioielli che la natura ha messo a disposizione e perfezionato nel corso dell’evoluzione. Cellule sofisticate ed esigenti, i fotorecettori hanno un metabolismo intenso che richiede moltissimo ossigeno. Con gli anni, però, il meccanismo tende a incepparsi e l’ossigeno da vitale che era può diventare tossico per queste cellule, fino a provocarne la morte, riducendo il numero di queste cellule preziose. E’ quello che avviene in diverse forme di cecità senile, ma anche – a causa di difetti genetici – in maculopatie ereditarie come la sindrome di Stargardt.

Purtroppo, attualmente non esiste cura per queste patologie: nel frattempo, però, molti ricercatori si sono chiesti se e come sia possibile contrastare il danno da ossigeno e rallentare così il processo degenerativo. Per ritardare il più possibile la perdita della vista, ma anche per dare il tempo alla scienza di trovare strategie di cura definitive. Un gruppo di ricercatori, dell’Università dell’Aquila si sono imbattuti in una sostanza con proprietà altamente anti ossidanti, lo zafferano o nome latino, crocus sativus, di cui l’Abruzzo è fra i principali produttori al mondo.

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Maggio 6, 2014 Newsletter

Lunedi 19 maggio 2014 – dalle 16,00 alle 18,30
Ist.Alberghiero Carlo Porta – Via Uruguay 26/2 – Milano

“Impariamo le intolleranze” completa il ciclo di incontri con Alcat Test durante la Milano Food Week. In collaborazione con la rivista “Italia a tavola” di Alberto Lupini si parlerà di intolleranze alimentari con i ragazzi dell’Istituto Alberghiero, i Milano Food Lovers e tutto il pubblico presente.

Allergie ed intolleranze alimentari: quali sono le differenze? Quali sono i sintomi? Quali sono gli esami da fare? Quali sono i rimedi?

Questi, i principali temi che saranno affrontati dal Prof. Giuseppe Di Fede – Direttore Sanitario di Imbio e di I.M.Ge.P. – nonché docente presso l’Università di Pavia, specialista in nutrizione e dietetica clinica.

L’evento prevede, inoltre, uno show-cooking, organizzato e gestito dallo Chef Matteo Scibilia, patron chef dell’Osteria della Buona Condotta e da Tiziana Colombo, Presidente dell’Associazione “Il Mondo delle Intolleranze” e nota food blogger.

Evento aperto a tutti e ad ingresso libero.



Marzo 30, 2014 Newsletter

Cos’è la terapia chelante?

La terapia chelante rappresenta la prima scelta terapeutica nel trattamento di rimozioni dei metalli pesanti dall’organismo, e la principale indicazione nella prevenzione dei danni generati dai radicali liberi.Tra tutte le sostanze inquinanti, i metalli pesanti sono da considerare un elemento pericoloso con cui possiamo venire, volenti o nolenti, in contatto nella nostra quotidianità. Essi, infatti, possono trovarsi a nostra insaputa nei cibi, tessuti per abiti e vestiti, rivestimenti ambientali, vernici, farmaci, per citare alcuni dei principali veicoli.

I metalli sono tutti tossici?

Non tutti i metalli sono tossici, e soprattutto alcuni come il ferro, rame, selenio, zinco, a determinate concentrazioni sono assolutamente indispensabili per lo svolgimento delle normali funzioni metaboliche dell’organismo, il problema è che a dosi elevate risultano essere tossici e dannosi.

Quali sono i metalli che possono risultare tossici?

Alcuni metalli tossici, come il piombo, mercurio, alluminio, cadmio, esercitano effetti dannosi sull’organismo anche a bassissime dosi o concentrazioni.

Dove si accumulano i metalli?

I metalli si accumulano lentamente e progressivamente nel nostro corpo ad esempio a livello del tessuto adiposo, nelle ossa, nel fegato, nel cervello, nella tiroide.

Dove si trovano i principali metalli pesanti e tossici e come li introduciamo nell’organismo?

Le principali fonti maggiori di mercurio sono:

  • amalgame per otturazioni dentarie

  • thimerosal ( vaccini )

  • sostanze detergenti per pavimenti

  • pesci di grossa taglia ( tonno, spada )

  • cosmetici

  • talco

  • coloranti

  • diuretici

  • lassativi

  • tatuaggi

  • supposte anti infiammatorie e per emorroidi

  • pomate anti psoriasi

Le fonti di tossicità da alluminio:

  • lattine di birra

  • lattine in generale

  • lievito in polvere

  • aspirine tamponate

  • pentole e stoviglie di alluminio

  • carta di alluminio per o cibi

  • usato come conservante in alcuni condimenti per i primi, sott’aceto, cosmetici,

  • antiacidi

Le fonti di tossicità per il piombo:

  • vernici

  • inquinanti ambientali come gli scarichi dei motori delle auto

  • saldature e fonderie

  • sigarette

  • insetticidi

  • conserve

  • acqua di rubinetto

  • ortaggi coltivati in zone ad alto rischio  di inquinamento

Cosa crea il metallo tossico nell’organismo?

Il metallo blocca il lavoro di particolari enzimi all’interno delle cellule, progressivamente si riduce la produzione di energia fino ad arrivare al blocco cellulare.

Quali sono i sintomi da intossicazione da metalli pesanti?

La sintomatologia da metalli tossici è molto varia e può coinvolgere numerosi organi e apparati. In base al tessuto intaccato, avremo dei sintomi tipici e specifici correlati, ad esempio problemi neurologici se i metalli si depositano nel sistema nervoso centrale, disfunzioni ormonali tiroidee se si depositano nella tiroide, disturbi intestinali, polmonari. etc…

Siamo tutti a rischio?

Potenzialmente sì. Le categorie più a rischio sono bambini e anziani, o malati cronici.

Quali indagini si possono eseguire per sapere se si è predisposti ad accumulare i metalli pesanti?

Il mineralogramma rappresenta l’indagine non invasiva di elezione per la ricerca di metalli pesanti nel nostro organismo; la procedura è semplice e non invasiva, si tagliano i capelli della zona nucale, circa un grammo (1 cucchiaio), in pratica si tratta di una biopsia tessutale vera e propria. Grazie al mineralogramma, possiamo  scoprire l’accumulo qualitativo e quantitativo dei vari tipi di metallo pesante e dove tende la loro localizzazione. Si sceglie il capello perché rappresenta un tessuto stabile nel tempo ed affidabile.

Un’altra analisi utile si può eseguire attraverso l’esame delle urine.L’analisi della presenza di metalli pesanti nell’urina è indice del loro accumulo nell’organismo. Si possono ricercare i principali metalli tossici.

 Possiamo curare questa intossicazione? Esiste una terapia efficace?

Si esiste una terapia efficace che ci chiama CHELAZIONE. Ci sono alcuni principi attivi molto efficaci che si utilizzano da diversi anni con successi terapeutici.

Cosa si usa per chelare i metalli pesanti dall’organismo?

La prima scelta cade sull’uso di EDTA ( acido Etilen Diammino Tetracetico ) endovena, la metodica richiede esperienza da parte dell’operatore e consiste in una seduta terapeutica della durata da 1 fino a 2 ore.

Altre sostanze utilizzate sempre per via endo vena, sono acido lipoico, glutatione ridotto, ATP, Vitamina C ad alti dosaggi, N-Acetil-Cisteina. Queste sono tutte sostanze ad azione chelante, che hanno cioè lo scopo di eliminare i radicali liberi che si formano dalle reazioni biochimiche degli alimenti e dei metalli tossici.

A volte è possibile associare una terapia per via orale, con prodotti gastroprotetti, in grado di catturare le molecole dannose dall’organismo ed eliminarle attraverso i reni, fegato e intestino.

Meccanismi d’azione e benefici della terapia chelante:

  • chelazione, rimozione dei metalli tossici

  • chelazione dei depositi di calcio presenti sulle pareti dei capillari del microcircolo, con attivazione e ossigenazione dei capillari periferici

  • ha effetto anti radicali liberi ( corregge lo stress ossidativo )

  • riduce l’adesione delle piastrine

  • riduce il colesterolo e la sua adesione nelle arterie

  Indicazioni della terapia chelante ( dove la causa è un accumulo di metalli e   sostanze tossiche negli organi )

  • patologie della circolazione e del cuore ( ischemia, arterioscelrosi )

  • patologie della retina con elevato stress ossidativo

  • patologie renali

  • ipertensione arteriosa

  • patologie del fegato

  • invecchiamento ( aging )

  • intossicazione da agenti tossici

  • MCS ( sensibilità chimica multipla )

  • prevenzione e trattamento dei disturbi generati dall’arteriosclerosi

  • intossicazione da metalli pesanti

  • dolori osteo articolari causati da depositi di tossine nei tessuti

  • malattie del collagene ( collagenopatie )



Gennaio 20, 2014 Newsletter

La prostata è una ghiandola con secrezione esterna situata all’incrocio delle vie seminali con le vie urinarie, in stretto rapporto anatomico con il retto, la vescica urinaria e specialmente con le vescicole seminali situate lateralmente, che costituiscono il principale “serbatoio” del liquido seminale.

Il ruolo della prostata e delle vescicole seminali è quello di secernere la parte liquida dello sperma che veicola, nutre e aumenta la possibilità di sopravvivenza degli spermatozoi. In più, la ghiandola prostatica gioca un ruolo protettivo nei confronti del tratto urogenitale contro infezioni e altre aggressioni, è una specie di “filtro” del carreful uro-seminale che “pulisce” i liquidi che passano, cioè sperma e urine.

Gli agenti infettivi possono arrivare alla prostata e quindi alle vescicole seminali per via ascendente uretrale (rapporti sessuali, piscine, ecc) e per via linfatica dagli organi adiacenti (retto, ecc).

Una volta superata la sua capacità di difesa, si può arrivare a infiammazioni e infezioni della prostata e delle vescicole seminali come la prostatite e la prostato-vescicolite, che influiscono sia sulla fertilità, per le ragioni già accennate, che sull’attività sessuale.

L’attività sessuale ha tante sfaccettature di cui l’eiaculazione che dipende anche dello stato di salute delle vescicole seminali. Nelle prostato-vescicolite la conseguenza è l’eiaculazione precoce, un organo infiammato tende infatti ad espellere il prima possibile il suo contenuto. Un’altra conseguenza è il deficit erettile di mantenimento perchè la circolazione della prostata è collegata con quella del pene.

Per mantenere la prostata sana curare l’alimentazione è molto importante, si consiglia di evitare cibi speziati e salati, fritti, condimenti piccanti, che possono creare un’irritazione intestinale che si trasmette alla prostata. Molto importanti anche l’attività fisica dato che l’attività muscolare evita la stasi sanguinea che può favorire l’infiammazione, e la frequenza dei rapporti sessuali che impediscono la stasi del liquido seminale e quindi l’infiammazione delle vescicole seminali e della prostata.

Un altro fattore importantissimo che incide sullo stato di salute della prostata sono le intolleranze alimentari. Le intolleranze alimentari sono una specie di allergie mediate non dalle immunoglobuline E (IgE) ma dal sistema immunitario difensivo o innato rappresentato dai Granulociti Neutrofili e, diversamente delle allergie, sono tardive, interne e cumulative. Le intolleranze ai vari alimenti creano un effetto di tipo infiammatorio a livello della mucosa intestinale, infiammazione che comporta la vasodilatazione quindi apertura delle “porte” d’uscita dei germi (E. coli, Enterococcus fecali, ecc) dal retto e il passaggio di questi germi alla prostata, dove diventano molto virulenti perchè non è il loro habitat normale e la prostata non ha sviluppato i sistemi di difesa contro germi non abituali.

Il risultato è un infiammazione della prostata e delle vescicole seminali nei pazienti intolleranti con tutte le conseguenze riportate sopra.

Da sottolineare che la maggior parte delle infiammazioni prostato-vescicolari sono asintomatiche, quindi identificate solo quando il paziente si rivolge al medico per problemi di infertilità, eiaculazione precoce, deficit erettile di mantenimento, sintomatologia urinaria e/o eiaculatoria, ecc.

La prostata  è quindi un organo centrale dell’apparato genito-urinaro con implicazioni sia sulla fertilità che sulla sessualità dell’uomo e, nonostante il parere comune che le patologie prostatiche siano una prerogativa delle persone anziane, i giovani sono più suscettibili alle patologie infettive in quanto più attivi sessualmente.

Tra i fattori che influiscono sulla salute della prostata le intolleranze alimentari si collocano ai primi posti. Partendo da questi presupposti,  si consiglia a tutti i pazienti intolleranti di verificare la salute della prostata cominciando con una semplice visita uro-andrologica, per evitare conseguenze come: infertilità, eiaculazione precoce, deficit erettile, ecc.

 



Novembre 28, 2013 Newsletter

Il glutine è tra gli alimenti più diffusi nella nostra alimentazione, è presente in tutte le farine comunemente disponibili nei supermarket, nella ristorazione, nelle mense scolastiche e lavorative. Insieme all’olio d’oliva, la frutta, la verdura e il pesce rappresenta l’alimento che caratterizza la dieta di tipo mediterraneo. I cereali accompagnano l’alimentazione da diversi anni, ma la composizione del glutine è cambiata negli ultimi decenni.

Tra gli alimenti contenenti glutine abbiamo: orzo, crusca, couscous, farina, pasta, segale, semola, spelta, triticale (ibrido semola e grano tenero), frumento, germe di grano, farina di frumento, crusca di grano, semola di grano.

Negli ultimi anni, si è manifestata – dapprima in maniera subdola fino ad arrivare a interessare una buona parte della popolazione Italiana – una nuova sintomatologia clinica che colpisce l’intestino.

Dopo anni di ricerche e controlli clinici, i ricercatori del Maryland, hanno individuato le possibili cause alla base della sensibilità al glutine, chiamata Gluten Sensitivity.

Ebbene, possiamo distinguere diverse forme di sensibilità al glutine:

Celiachia, dove la componente genetica relativa alla presenza di mutazioni del polimorfismo del DQ2 e DQ8, insieme alla componente autoimmune, determina un’aggressione da parte degli anticorpi anti-gliadina, anti-transglutaminasi e a volte anche gli anti-endomisio, della mucosa intestinale, con sintomi che possono interessare qualsiasi parte dell’organismo. Circa l’1% della popolazione ne è affetta.

  1. Allergia al Glutine, dove la componente allergica è data da una classe ben precisa di anticorpi chiamati IgE, che si attivano contro la proteina del grano. I sintomi sono riconducibili a reazioni allergiche dermatologiche o delle mucose. I test per scoprire un’eventuale allergia al grano e quindi al glutine, si effettuano con i RAST degli alimenti. Presente nel 2-3% della popolazione.
  2. Gluten sensitivity o sensibilità al glutine, di recente scoperta, è stata riconosciuta come nuova patologia nella Consensus Conference di Gastroenterologia, tenutasi a Londra, nel marzo del 2011. La Sensibilità al glutine si presenta come una condizione mista delle due situazioni sopra descritte. La percentuale della popolazione sensibile al glutine si stima sia intorno al 6%, ma i dati clinici a disposizione dovranno essere confermati dai dati di laboratorio attraverso i nuovi esami a disposizione del medico clinico.

Quali possono essere i sintomi legati alla sensibilità al glutine?

I disturbi addominali la fanno da padrone, possono manifestarsi con dolore di tipo colico, gonfiore, stipsi o diarrea, flatulenza; afte e stomatite, disturbi extra addominali che coinvolgono le articolazioni, i muscoli e i legamenti, dolori ossei, fino alla possibile artrite e artrosi. I disturbi possono riguardare anche la pelle, sono possibili manifestazioni simili a orticaria, dermatite secca e pruriginosa e infine un eczema di difficile controllo. La stanchezza cronica e difficoltà di concentrazione e attenzione, facile esauribilità della forza muscolare, anemia da carenza di ferro, abbassamento delle difese immunitarie con esposizioni a virus anche aggressivi come la mononucleosi e le infezioni erpetiche recidivanti. Ma la caratteristica principale della sensibilità al glutine è la persistente lieve infiammazione della mucosa intestinale che nel tempo è in grado di coinvolgere altri distretti del corpo.

Per maggiore chiarezza precisiamo che la malattia celiaca è un’allergia al glutine che coinvolge sistema immunitario con produzione di IgE specifiche, mentre nella Sensibilità al glutine è coinvolto il sistema immunitario innato, rappresentato dai granulociti neutrofili o polimorfo nucleati e linfociti tipo B. La reazione di difesa quindi è data dai granulociti neutrofili, e si tratta pertanto di una reazione di tipo citotossica e non immunologica.

Finora, la diagnosi della sensibilità al glutine si effettuava escludendo le altre due possibilità patologiche, la celiachia e l’allergia. Oggi, grazie all’analisi computerizzata di tipo citotossica standardizzata di ALCAT test, che permette di individuare l’alimento che genera reazione citotossica, è possibile rilevare il livello di sensibilità alla famiglia degli alimenti del glutine, e quindi ottenere un valore diagnostico davvero significativo di patologia di sensibilità al glutine di tipo non celiaco. Il referto ALCAT Test indica i livelli possibili di reattività agli alimenti della famiglia del glutine, che possono variare da un minimo di reattività, reattività media, fino a un massimo rappresentati rispettivamente da 1+, 2+ e 3+.

Cosa fare una volta evidenziata la sensibilità al glutine? Bisogna prima di tutto affidarsi a un nutrizionista che si occupi d’intolleranze alimentari, seguire uno schema nutrizionale personalizzato, che preveda la rotazione degli alimenti, ossia introducendo gradualmente, dopo un periodo di astensione dal glutine, gli alimenti intollerati. Questo tipo di gestione permette il recupero della tolleranza al glutine attraverso un regime alimentare il più vario e bilanciato possibile che include momenti di libertà dalla dieta e favorisce il recupero dello stile di vita comune.

Una diagnosi tempestiva consente di recuperare più velocemente una situazione che se protratta nel tempo si cronicizza, favorendo l’insorgere di disturbi che oltre l’intestino possono interessare altre parti del corpo.

 



Ottobre 5, 2013 RASSEGNA STAMPA

Nutraceutica e nutrigenomica, rappresentano ormai la frontiera degli studi e delle terapie che riguardano la nutrizione, da anni uno dei temi più discussi nel mondo medico e farmaceutico. Per ribadirne l’importanza potremmo partire da un dato, che vuole il 37 per cento dei tumori generato da alimenti. Forse in molti avrebbero scommesso sulla relazione, piuttosto intuitiva, tra cibo e patologie oncologiche, ma ancora in pochi conoscono le innovazioni nel campo: studi e relative tecniche che hanno come obiettivo proprio individuare l’alimentazione migliore per scongiurare anche le malattie più gravi. A entrare nel dettaglio di queste nuove discipline è il professor Giuseppe Di Fede, direttore sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica (Imbio) e dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva di Milano, entrambi fondati con la dottoressa Paola Carassai.

«Un terzo delle malattie oncologiche – insiste Di Fede – ha origine da un’alimentazione scorretta protratta negli anni. La prima soluzione sta nella prevenzione, che nasce a tavola e inizia da piccoli. La medicina, negli ultimi anni, ha fatto molti passi avanti fino alla definizione, per esempio, della nutraceutica, parola derivante dai termini nutrizione e farmaceutica. In questa prospettiva, il cibo non è più solo un alimento, ma è considerato alla stregua di un farmaco,che nutre le nostre cellule attraverso le sostanze in esso contenute.
Grazie alla nutraceutica, analizzando la targa genetica di un soggetto, si favorisce l’assunzione degli alimenti ai quali è ben predisposto, eliminando o riducendo quelli negativi».

Ma come identificare le patologie legate agli alimenti e quali opportunità di cura esistono?
«Sia le allergie sia le intolleranze – risponde Di Fede –, nonostante le notevoli differenze, sono rilevate e diagnosticate tramite esami effettuati sul sangue.
Tra questi il test più valido per metodica e attendibilità dei risultati è l’Alcat Test, utilizzato in tutto il mondo. L’Alcat Test è oggi lo strumento più utile perla diagnosi delle intolleranze alimentarie perla corretta impostazione di una terapia individuale che guidi verso il recupero della tolleranza immunologica.Il test consente, inoltre, di valutare la sensibilità agli additivi alimentari, ai conservanti, ai coloranti, ai contaminanti ambientali, agli antibiotici e agli anti infiammatori».

Per insegnare un nuovo modo di cucinare, seguendo le indicazioni emerse dal referto di un Alcat Test, Di Fede e Carassai hanno collaborato alla realizzazione del libro di Tiziana Colombo “Nichel. L’intolleranza? La Cuciniamo!”.

«Il libro – spiega il professore – contiene, oltre alle ricette, tutte le informazioni necessarie per affrontare i disturbi connessi all’intolleranza al nichel, passando in rassegna i singoli alimenti, i metodi di cottura, le pentole da utilizzare, e fornendo indicazioni anche in tema di cosmetici e di detersivi».

Ultimamente si è scoperto che alcuni alimenti sono capaci di stimolare in modo positivo l’espressione delle proteine prodotte dal Dna. «Come del resto – continua Di Fede – alcuni alimenti sono invece dannosi per la salute, nel senso che ci fanno invecchiare più velocemente. Nuovi test genomici, sono in grado di aiutarci in un percorso preventivo. In particolare lo studio delle malattie degenerative cerebrovascolari, artrosiche e nutrizionali, ha permesso di tracciare nuovi profili genomici di predisposizione e relative misure preventive personalizzate». In questo quadro Imbio si pone come un istituto che offre visite e terapie per diverse patologie e promuove la diffusione di strumenti diagnostici per un’azione di medicina predittiva e preventiva. «Il principio su cui si basa l’Istituto è la prevenzione e la cura creando per ogni singolo paziente un check up personalizzato. Imbio, inoltre, offre diverse terapie tra cui quelle sulle intolleranze alimentari, quelle di ipertermia preventiva e oncologica, l’immunoterapia biologica e la terapia antiossidante».

Rassegna stampa: Sanissimi- maggio 2013 – periodico di medicina, politiche sanitarie e ricerca, allegato mensile al quotidiano nazionale IL GIORNALE. di Renato Ferretti

GIUSEPPEDI FEDE PARLA DELLE NUOVE DISCIPLINE GRAZIE ALLE QUALI L’ALIMENTAZIONE ASSUME UNA NUOVA PROSPETTIVA «ANCHE CONTRO LE MALATTIE PIÙ GRAVI»

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Settembre 30, 2013 Newsletter

La Paleo Diet è una dieta che si basa su un principio molto semplice, ma altrettanto efficace: la comunanza dell’uomo moderno con le popolazioni del Paleolitico.

Dalle analisi del DNA è, infatti, emerso che gli essere umani rispetto ai loro antenati di 40.000 anni fa non sono cambiati quasi per nulla. Sulla base di questo principio si è osservata l’alimentazione dei nostri più antichi predecessori, che non avevano ancora scoperto l’agricoltura e la successiva elaborazione dei cibi.

In pratica i nostri antenati:

  • Non mangiavano latticini
  • Consumavano un solo zucchero raffinato: il miele
  • Si nutrivano di animali selvatici magri e quindi con un’alimentazione più proteica rispetto alla nostra
  • I carboidrati che assumevano venivano tutti da frutta e verdura con un’assunzione di fibre più alta (quindi non è vero che la PaleoDiet è una dieta esclusivamente proteica.)
  • I grassi che consumavano erano grassi “sani” (mono insaturi, polinsaturi e omega 3) e non quelli dannosi (saturi.)

Sebbene la Paleo Diet risulti essere il regime alimentare più idoneo sia per il dimagrimento (perdita di massa grassa e non magra) sia per una vita più lunga e salutare, anche con questo tipo dieta è possibile che si manifestino disturbi dovuti alle intolleranze alimentari.

Le intolleranze alimentari, definibili sinteticamente come reazioni negative del sistema immunitario nei confronti di alcuni alimenti o additivi presenti in essi, si manifestano con una sintomatologia molto varia:

  • ritenzione idrica
  • stanchezza e debolezza muscolare
  • alterazioni del metabolismo (sovrappeso e obesità)
  • problemi all’apparato gastroenterico
  • problemi all’apparato muscolo scheletrico
  • problemi all’apparato respiratorio.

Il metodo più affidabile per diagnosticarle è Alcat Test, un test di laboratorio standardizzato che si effettua tramite prelievo venoso e grazie al quale è possibile individuare gli alimenti da escludere e/o sostituire in un determinato piano alimentare.

Per citare un esempio concreto: se la mia dieta prevede come frutta le pere e come verdura gli spinaci, dovrei sicuramente sostituire questi alimenti ad alto contenuto di Nickel nel caso in cui, in seguito ai risultati ottenuti con ALCAT TEST, scoprissi di essere intollerante al Nickel.

Per allenarsi con un Personal trainer è importante impostare un piano alimentare efficace, come quello previsto dalla Paleo Diet (prescritto da un dietologo), e tenere in considerazione che, se la massa grassa rimane invariata e nel soggetto allenato non si riduce la presenza di ritenzione idrica, è senz’altro opportuno modificare la dieta verificando la presenza di eventuali intolleranze alimentari.

In sintesi, un buon personal trainer deve, oltre a indirizzare il proprio cliente verso un regime alimentare corretto, osservare l’andamento del dimagrimento e cercare di capire quali possano essere le cause della tanto temuta fase “plateau” della dieta (fase in cui la dieta non ha effetti dimagranti). In questo caso, è buona norma indirizzare l’allievo verso un test completo per le intolleranze alimentari come Alca test, strumento che consente di programmare un trattamento nutrizionale personalizzato per migliorare il più possibile le problematiche legate alle intolleranze.

a cura di Livio Boscarini & Daniele Albertini
Personal Trainers amministratori di Be.Come Personal Training


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