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Ottobre 30, 2011 Newsletter

La resistenza insulinica può essere definita come una condizione in cui una data concentrazione d’insulina produce un effetto minore di quello atteso.

Epidemiologicamente è un fenomeno rilevante con una prevalenza stimata del 3% nella popolazione statunitense e variabile tra il 3 e il 16% nella popolazione occidentale. La minore prevalenza si registra nella popolazione giapponese, dove si attesta al 2% circa.

Secondo le stime dell’OMS, a causa del progressivo aumento della vita media e dell’incremento demografico nei paesi sottosviluppati, la prevalenza mondiale di questa patologia è destinata a modificarsi significativamente soprattutto nella fascia di popolazione tra 45 e 64 anni dove potrebbe arrivare a raddoppiare entro il 2030. Nella fascia di popolazione oltre i 65 anni, data l’aspettativa di vita media della donna superiore a quella dell’uomo, ci si potrebbe aspettare una maggiore prevalenza nel sesso femminile.

La resistenza insulinica predispone all’intolleranza glucidica e con essa allo sviluppo della sindrome metabolica e del Diabete mellito di tipo 2 con le complicanze che ne conseguono.

Oltre che nelle alterazioni del metabolismo glucidico, la resistenza insulinica sembra essere implicata in un concomitante incremento dei trigliceridi e una diminuzione del colesterolo HDL; è importante inoltre rilevare che la predisposizione genetica può aumentare il rapporto trigliceridi / HDL (colesterolo buono).

La diagnosi precoce di tipo genetico che è possibile effettuare presso IMBIO (Istituto di Medicina Biologica di Milano), permette di attuare un programma nutrizionale adeguato, con particolare attenzione al tipo di alimenti che influenzano l’espressione del gene mutato che saranno quindi eliminati o ridotti dall’alimentazione.

Con un piano alimentare personalizzato in base al risultato del test e un’attività fisica moderata e costante si può ridurre, fino ad abbattere, la possibilità di sviluppo del Diabete Mellito di tipo 2.



Ottobre 30, 2011 Newsletter

La ricerca di base, i trattamenti integrati, la farmacogenomica e la nutrizione in oncologia saranno al centro di questo importante Evento Scientifico che, nell’intento di sviluppare ed estendere le conoscenza delle tematiche di integrazione in oncologia, vedrà confrontarsi numerosi e qualificati professionisti provenienti da tutto il mondo.

In particolare, il prof. Giuseppe Di Fede approfondirà la tematica della nutrizione e degli esami specialistici di nutrigenomica valutandone l’efficacia come strumento di prevenzione e di terapia oncologica, mentre il dott. Cescato parlerà dell’impiego della farmacogenomica nella personalizzazione del trattamento oncologico.

LA NUTRIGENOMICA IN AIUTO ALLA TERAPIA ONCOLOGICA

La neoplasia è una malattia complessa e multifattoriale che non sempre la terapia medica (chemioterapia), la chirurgia, e la radioterapia riescono a curare o a bloccarne la progressione. Sebbene l’integrazione con sostanze naturali e fito-terapiche possa costituire un valido aiuto è importante non sottovalutare uno dei fattori più importanti: la nutrizione.

Tutto quello che mangiamo ci nutre e porta alla crescita del nostro corpo. Perché non dovrebbe essere in grado di far crescere e modificare la neoplasia?

Nell’ultimo decennio si sono moltiplicati gli studi e le ricerche nel campo della genetica e della nutrigenomica, scienza multidisciplinare imperniata sulla prevenzione e sulla diagnosi genetica combinate insieme. La nutrigenomica ha aperto una nuova frontiera e ha creato un nuovo approccio scientifico, che costituisce un importante passo verso il benessere e il mantenimento dello stato di salute.

Una volta note le caratteristiche genetiche del soggetto – attraverso l’elaborazione di test genetici – è infatti possibile programmare un piano di terapie preventive, ma anche mettere in atto un’attenta indagine sui benefici apportati da alcune categorie di alimenti. Ciò consente di elaborare un piano nutrizionale che, abbinato a una giusta dose di minerali, vitamine ed anti-ossidanti con un basso apporto calorico e proteico può essere un valido aiuto per contrastare l’insorgenza di malattie croniche e temibili come il cancro.

FARMACOGENOMICA: LA VERA SFIDA PER LA PERSONALIZZAZIONE DEL TRATTAMENTO

La biologia molecolare ha un ruolo sempre più importante nell’approccio al paziente: utile nella diagnosi precoce, sempre più importante nella classificazione delle malattie, usata nella definizione del protocollo terapeutico migliore e infine capace di dare indicazioni sulla prognosi del paziente.
La patologia molecolare diventa nodo centrale della personalizzazione della diagnosi, della terapia e della prognosi. Esistono oggi test utili per identificare il rischio di alcune malattie come le neoplasie familiari della mammella e test capaci di fornire informazioni sui potenziali effetti collaterali della chemioterapia e sulla sua efficacia terapeutica.

La genetica applicata ad esami routinari come la citologia urinaria consente una maggiore precisione diagnostica aumentandone sia la sensibilità sia la specificità.



Ottobre 30, 2011 Newsletter

“Siamo quello che mangiamo”, affermava Feuerbach.

Lasciando da parte le questioni filosofiche, affermare che siamo quello che mangiamo non è solo un banale “dato di fatto biochimico” ma significa che il modo in cui il cibo è coltivato, distribuito e cucinato, influisce sulla nostra persona nella sua totalità assai più di quanto immaginiamo.

Penso sia d’obbligo iniziare la trattazione di un argomento così tanto attuale, quale è quello delle Intolleranze Alimentari legate all’aumento ponderale escludendo quelle a base genetica, considerando come l’insorgenza delle Intolleranze Alimentari sia molto legata a come si mangia, non solo da un punto di vista delle abitudini ma anche dal punto di vista della qualità. Fatta questa, penso, doverosa introduzione, cerchiamo di vedere più da vicino queste “temute” Intolleranze Alimentari: in generale e sotto l’aspetto molto sentito e seguito soprattutto dalla popolazione femminile e cioè le correlazioni tra Intolleranze Alimentari e Sovrappeso.

Le Intolleranze Alimentari, rappresentano delle reazioni insolite al cibo, caratterizzate dalla comparsa di disturbi di vario tipo, non molto gravi ma fastidiosi e spesso associati a sovrappeso ed obesità.

Le generiche reazioni avverse agli alimenti, vengono distinte sulla base del meccanismo eziopatogenetico, in: forme a meccanismo immunologico o Allergie Alimentari e forme a meccanismo non immunologico o Intolleranze Alimentari. Il termine allergia alimentare, va riservato alle forme per le quali sia dimostrabile un meccanismo immunologico, che può essere in prevalenza IgE-mediato, ma appartenere anche ad altre categorie di reazioni immunopatogene o derivate dall’associazione di più meccanismi immunologici.

Le Intolleranze A. possono essere:

  • Enzimatiche, caratterizzate dall’incapacità di metabolizzare alcuni principi attivi a causa di
    un enzima specifico.
  • Farmacologiche, che si presentano nei soggetti che hanno una particolare reattività verso
    determinate molecole presenti nei cibi (vedi le Ammine vasoattive Istamina, Tiramina ecc).
  • Da Additivi: compaiono per reazione nei confronti degli additivi aggiunti agli alimenti.

Ogni Intolleranza A. genera sintomi ben percepibili che si combattono solo eliminando dalla dieta i cibi incriminati, depurando l’organismo.

Differenza fondamentale tra le Allergie e le Intolleranze è quella legata alla tempistica sintomatologica. Le prime esprimono uno stato di malessere intenso, già dopo pochi minuti dal consumo dell’alimento e la sua gravità non dipende dalla quantità ingerita. Disturbi che si presentano per ragioni di carattere immunitario.

Le seconde invece, esprimono sintomi più vaghi a distanza di ore e fino a due giorni dopo l’ingestione dell’alimento. I disturbi accusati, compreso l’aumento di peso, tendono a peggiorare con l’aumento delle quantità degli alimenti ingeriti e non sono dovuti a fattori immunitari, ma a meccanismi di ipersensibilizzazione dell’intestino. A tal proposito, ho piacere di spendere due parole sul ruolo importante di quest’ultimo, che nella mia pratica quotidiana è sempre tenuto in gran considerazione sia che si tratti di intolleranze Alimentari, sia che si tratti di altri disturbi acuti e cronici. L’intestino per quanto riguarda l’instaurarsi di un’Intolleranza, ricopre un ruolo fondamentale. Infatti presiede, grazie a strutture come le Tight Junction, la membrana basolaterale, la membrana laterale, i microvilli e soprattutto l’enorme presenza della flora batterica , a tutta una serie di attività atte prevalentemente a proteggere l’organismo dall’aggressione di sostanze nocive, di germi patogeni, ed anche di componenti immunogeniche. Qualsiasi alterazione di tali strutture, comporta sia sofferenze acute, sia croniche. Sia le Intolleranze Alimentari, sia le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI), vedono tra le cause, un’alterazione dell’effetto barriera intestinale.

Al momento ci sono diverse correnti di pensiero, circa l’associazione delle Intolleranze A. all’aumento di peso. La pratica ambulatoriale quotidiana, mi conferma abbondantemente l’associazione tra i due eventi e fondamentale, risulta la giusta individuazione degli alimenti sospettati.

Breve ricordo biochimico sul bilancio energetico. Quando assorbiamo energia e nutrienti in quantità sufficiente a soddisfare i nostri fabbisogni senza accumulare grasso corporeo, siamo in una condizione che definiamo di equilibrio energetico, ed il peso rimane stabile. Se l’energia assorbita è superiore alle esigenze metaboliche (bilancio energetico positivo) la frazione in eccesso viene accumulata nel tessuto adiposo e il peso corporeo aumenta. Se invece le nostre esigenze energetiche non sono soddisfatte (bilancio energetico negativo), l’organismo per far fronte alle sue richieste, demolisce i grassi di riserva e di solito si perde peso. Fatta questa precisazione, cerchiamo di capire come la sovrapposizione di un’intolleranza alimentare, possa influire sull’accumulo di peso.

Quanto detto poco sopra circa il bilancio energetico che se positivo ci porta ad accumulare grasso, è quasi sempre vero. Può succedere infatti che l’organismo, pur assumendo una giusta quantità di alimenti, si trovi nell’incapacità di utilizzarlo nel modo corretto, portando così alla formazione di scorie che sono d’intralcio al funzionamento stesso della meravigliosa macchina, che è il corpo umano. Questa situazione può avvenire in diverse occasioni, compresa la presenza di un’intolleranza alimentare. E’ noto ormai che situazioni infiammatorie (come lo sono le intolleranze), possano peggiorare o provocare ritenzione idrica, edemi, alterazioni del microcircolo in toto. Nella mia pratica quotidiana del trattamento di pazienti a cui sono state riscontrate delle intolleranze alimentari, proponendo diete disintossicanti verso gli alimenti interessati, prima, e diete di riabilitazione dopo, riesco ad ottenere risultati non solo sul benessere generale, compresi i disturbi tipicamente legati all’alimento non tollerato, ma cosa importante, ottengo miglioramenti sulla diminuzione del peso e delle circonferenze, che gli stessi pazienti non erano riusciti ad ottenere, adottando diete che miravano solo ad un ridimensionamento calorico.

Una dieta che tenga conto della presenza di un’intolleranza alimentare, può determinare un buon risultato sulla perdita di Massa Grassa (FM) e sul recupero di Massa Magra (FFM) che, in pratica, si evidenzia con una perdita di peso ed una notevole riduzione delle circonferenze corporee, dati non solo dalla riduzione della Massa Grassa, ma anche dal miglioramento dello stato infiammatorio generale dell’organismo. Su tali affermazioni, ci sono in letteratura numerosi articoli, che mettono inoltre, sempre più in risalto l’associazione: Obesità/Sovrappeso e Stato Infiammatorio. (Cito un articolo comparso su “The Journal of Clinica Investigation” dal titolo: Obesity induced inflammatory changes in adipose tissue. Appare infatti evidente, l’importanza del sistema immunitario nella patogenesi dell’obesità. Il tessuto adiposo dell’obeso, è caratterizzato dall’infiltrazione di macrofagi, che sono un’importante fonte di infiammazione del tessuto stesso. Lo studio conferma inoltre, che gli adipociti ed i vari tipi di cellule del sistema immunitario, come ad esempio i macrofagi, possiedono ruoli simili nelle vie quali l’attivazione del complemento e la produzione infiammatoria di citochine. A tutto questo scenario biochimico, c’è da aggiungere che nell’organismo, le Intolleranze Alimentari provocano una reazione infiammatoria cronica, caratterizzata dalla produzione di sostanze che acidificano i tessuti ed il sangue, rallentando il metabolismo e favorendo l’aumento di peso. Inoltre le Intolleranze ostacolano l’attività dell’Insulina, provocando una sensazione di fame perenne. Per concludere, quanto riportato ci induce ad affermare che non esistono “Diete Ideologiche”, cioè norme alimentari che devono andar bene a tutti; infatti anche la miglior dieta (teorica), si scontra con il concetto di infiammazione e conseguentemente anche con l’eventuale presenza di un’Intolleranza.

Trovo molto utile nella mia pratica quotidiana, inquadrare il paziente con problemi di disturbi verso certi alimenti e presenza di sovrappeso, indagare non solo la presenza di un’Intolleranza (utilizzo un valido test che è l’Alcat test), ma anche indagare con un semplice test genetico, l’eventuale presenza di un aumento di resistenza dell’Insulina. Giusto per dovere di cronaca, ho presentato ad un congresso i risultati di una mia esperienza su un discreto numero di pazienti (uomini e donne), seguiti per circa un anno, tutti con intolleranze alimentari individuate con il Test Alcat, i cui risultati sono molto interessanti.
Tutti (tranne pochi drop out) hanno migliorato la sintomatologia generale, hanno ridotto il peso come programmato e cosa importante, al termine del periodo di trattamento, l’assunzione degli alimenti incriminati riusciva meglio tollerata. Risultati migliori tra gli uomini.

La mia è stata semplicemente una sorta di conferma professionale verso una pratica che mi affascina ma che soprattutto mi incoraggia per i risultati. Tante cose dovranno essere ancora chiarite, ma sicuramente siamo sulla strada buona. A questo poi sicuramente aggiungo, visti i risultati, che molto dipende da noi per quanto riguarda una possibile prevenzione dei disturbi legati al tollerare o meno certi alimenti. Un semplice accorgimento che consiglio molto, è soprattutto quello di variare quanto più possibile la nostra alimentazione, che dovrebbe comprendere alimenti più naturali possibile, privi cioè di pericolose manipolazioni e trattamenti.

A cura del Dr. Francesco Lampugnani – Biologo Nutrizionista Specialista in Farmacologia
www.drlampugnani.it



Ottobre 5, 2011 RASSEGNA STAMPA

L’Assessment nutrizionale nello sport. Il giudizio sullo stato nutrizionale di un atleta deve basarsi sulle valutazioni antropometriche, ematochimiche ed ormonali e sullo studio del dispendio energetico La stesura di un piano nutrizionale per uno sportivo amatoriale o di élite deve adattare la richiesta dell’atleta alle esigenze ed al fine che ci vogliamo proporre. In particolare, nella Nutrizione dello Sport, il nutrizionista deve porsi come primo fine la salute degli atleti che a lui si rivolgono e, partendo da questo presupposto, raggiungere quei target che in genere vengono individuati nella Nutrizione dello Sport, vale a dire:

  • Diminuzione della massa grassa, se essa risulta essere in eccesso
  • Mantenimento e/o incremento della Massa Grasso Priva (massa muscolare in particolare)
  • Ottimizzare il dispendio di energia sfruttando al meglio i substrati energetici organici (glicogeno muscolare ed epatico) e quelli introdotti con gli alimenti e/o i supplementi durante la performance
  • Facilitare il recupero dopo lo sforzo
  • Modulare i processi infiammatori che si formano “fisiologicamente” durante l’attività fisica e che possono sia influire sulla performance che favorire in qualche modo gli infortuni muscolari.

Per raggiungere questi obiettivi, ci sembra che sia assolutamente da evitare redigere un piano nutrizionale prescindendo da una serie di valutazioni anamnestiche, ematochimiche e ormonali, antropometriche e di valutazione del dispendio di energia che saranno d’ausilio nel personalizzare al massimo il trattamento sia alimentare che eventualmente di supplementazione/integrazione.

Da un punto di vista metodologico, possiamo individuare i seguenti step:

  • Valutazione anamnestica
  • Indagini ematochimiche
  • Valutazione del dispendio energetico
  • Valutazione antropometrica

Indagine Anamnestica Nutrizionale
L’indagine anamnestica nutrizionale risulta fondamentale per valutare le abitudini alimentari dell’atleta, le sue preferenze alimentari, la quantità e qualità dei macro e micronutrienti (carboidrati, proteine, grassi , vitamine, sali minerali) e se l’atleta utilizza correttamente le forme alimentari in rapporto all’allenamento o alla competizione. In conclusione, se è sensibilizzato sul rapporto alimentazione/performance sportiva. Il colloquio risulterà utile anche nella valutazione su come l’atleta presti attenzione ad una corretta idratazione e servirà al medico anche per individuare la possibilità di cogliere precocemente eventuali sintomi di disturbo dell’alimentazione.
Altra cosa importante sarà quella di valutare alcuni segni e/o sintomi di eventuali intolleranze alimentari, ad esempio reazioni cutanee e/o generali (cefalea, stanchezza, stipsi) relative alla ingestione di un determinato alimento o di gruppi alimentari.

Esami Ematochimici – Ormonali – Stress Ossidativo
Gli esami ematochimici di routine saranno utili per valutare la normalità della glicemia, della funzione epatica tramite le transaminasi e le gamma GT, del colesterolo totale ed HDl, della sideremia, fattore poi determinante della anemia da carenza di ferro frequente negli atleti.

Le valutazioni ormonali non possono prescindere, a nostro avviso, dalla valutazione della funzione tiroidea tramite il dosaggio di FT4 – FT3 – TSH. La funzione tiroidea è indice indiretto dello stato metabolico del nostro organismo, atteggiamenti dietologici non corretti (ad esempio diete restrittive nei primi giorni di ritiro oppure durante l’anno in atleti sovrappeso) possono portare ad una “risposta” della funzione tiroidea di “difesa metabolica”, con diminuzione della produzione degli OT e aumento del TSH e, come dimostrato dalla letteratura scientifica, aumentata produzione di rT3 (ormone di risparmio metabolico). Altro dato da non sottovalutare risulta poi come la patologia tiroidea sia endemica in Italia e, pur se la popolazione da testare è anagraficamente giovane, non si possa escludere la maggiore probabilità di patologie tiroidee (es. tiroiditi autoimmuni) con alterazioni funzionali, come ad esempio un ipotiroidismo che potrebbero influenzare negativamente la performance, oppure l’associazione con altre patologie come le fibromialgie autoimmuni che possono spesso associarsi alle tiroiditi autoimmuni mettendo a rischio l’apparato muscolare. Gli altri ormoni che possono essere utili ai fini di valutare ed eventualmente prevenire lo stato di fatica dell’atleta sono rappresentati dai dosaggi del cortisolo ematico e del testosterone; infatti il rapporto T/C è stato, ed è da sempre, indicato come “indice” funzionale degli stati di over reaching e overtrainig nello sport.

Da sottolineare poi il fatto che la valutazione dell’ormone steroideo può essere effettuata anche nella saliva, evitando dunque il fastidio del prelievo ematico. Inoltre, il dosaggio dell’ormone steroideo sulla saliva permetterebbe di valutare la frazione veramente attiva dell’ormone. La valutazione dell’ormone della crescita (GH) spesso “stressata” dagli articoli on line o su riviste di settore è secondo noi di scarsa utilità pratica in quanto di difficile valutazione a seconda delle diverse fasce di età e potrebbe portare a facili e pericolose ipotesi di deficit di ormone somatotropo (GH) con innesco del fenomeno doping di utilizzo del GH a scopo correttivo di questi presunti deficit, con grave rischio per la salute degli individui sottoposti a tale pratiche illecite (maggior rischio di sviluppo di neoplasie).

I radicali dell’ossigeno ROS sono prodotti fisiologicamente durante i normali processi metabolici e la loro potenziale azione dannosa sulle membrane cellulari viene “tamponata” da un complesso sistema antiossidante messo in atto dal nostro organismo. Nell’attività sportiva si ha indubbiamente un’aumentata produzione di citochine infiammatorie e di radicali liberi legati ai processi metabolici indotti dallo sforzo fisico cui non sempre si contrappone una “risposta antiossidante”. Quando l’equilibrio tra fattori pro-ossidanti e fattori antiossidanti viene alterato a favore dei primi, si crea una situazione fisio-patologica definita “stress ossidativo” che può influire sia sulla performance che sulla predisposizione agli infortuni di natura muscolare. La valutazione dello stress ossidativo non è semplice, pochi sono i test sui liquidi biologici, soprattutto ematici ed urinari ma anche salivari che possono dare informazioni utili ai fini che abbiamo precedentemente esposto.

La valutazione dei radicali liberi nel sangue (DRoms) delle capacità antiossidanti (Oxy Test) e delle riserve antiossidanti (malondialdeide urinaria) può esser proposta come base di valutazione della presenza di uno stress ossidativo ma deve essere a nostro avviso interpretata in senso dinamico con prelievi seriati e programmati durante il periodo di allenamento e gara (stagione agonistica se l’atleta è uno sportivo professionista). Questo per identificare eventuali fenomeni di “adattamento dei sistemi di ossidazione e antiossidazione”, come spesso avviene all’inizio della ripresa dell’attività agonistica, che rendono inutile l’utilizzo ormai usuale di prodotti multivitaminici ad azione antiossidante. In questo caso i droms agirebbero come fenomeni di stimolo alle difese antiossidanti, processo che verrebbe invece inibito dall’uso non razionale dei prodotti antiossidanti.

Si rimanda al prossimo numero la continuazione dell’articolo, con la trattazione delle intolleranze
alimentari.

Fabrizio Angelini



Ottobre 5, 2011 RASSEGNA STAMPA

Fonte: speciale Celiachia ed intolleranze alimentari

Nutraceutica e intolleranze

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Domanda:

come identificare le patologie legate agli alimenti e quali opportunità di cura esistono?
Risposta:

attraverso gli esami del sangue, il test alcat e nuove discipline come la nutraceutica

Intolleranza e allergia possono provocare sintomi simili (gonfiori, sfoghi e difficoltà respiratorie) ma presentano importanti differenze per quanto riguarda le cause.

Se, infatti, l’allergia costituisce una reazione immediata dell’organismo al contatto con la sostanza allergenica (attraverso inalazione, contatto o assunzione come alimento), l’intolleranza deriva dalla somma di una serie di fattori. Inoltre, l’allergia è generata dalla reazione di anticorpi di fronte all’elemento ostile, mentre per l’intolleranza questa reazione è mediata dai globuli bianchi del sangue. Infine, se l’allergia, avendo origine genetica, è presente negli individui affetti fin dalla loro nascita, l’intolleranza si può acquisire con gli anni.

Sia le allergie che le intolleranze sono rilevate e diagnosticate tramite esami effettuati sul sangue. Tra questi test, il più valido per metodica e attendibilità dei risultati, spiega il professor Giuseppe Di Fede, direttore sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica e dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva di Milano, è quello definito ALCAT, utilizzato in tutto il mondo.

Ma come si affrontano le allergia e le intolleranze?

La medicina, negli ultimi anni, ha fatto molti passi in avanti ed è nata addirittura una nuova disciplina, definita nutraceutica (parola derivante dai termini nutrizione e farmaceutica) che studia le proprietà farmaceutiche e nutritive dei cibi. Per la nutraceutica il cibo non è più solo un alimento, ma è considerato alla stregua di un farmaco, che nutre le nostre cellule attraverso le sostanze in esso contenute. Grazie alla nutraceutica, analizzando la targa genetica di un soggetto, si favorisce l’assunzione degli alimenti ai quali è ben predisposto, eliminando o riducendo quelli negativi.
Attraverso l’alimentazione si può quindi influire in modo determinante sul benessere fisico prevenendo anche l’insorgere di patologie anche molto gravi (è stato stimato che il 37% dei tumori è generato da alimenti).
Grazie alla nutraceutica, oggi anche il trattamento delle patologie allergiche è cambiato. Fino a dieci anni fa, gli alimenti o i gruppi di alimenti ai quali il soggetto era sensibile erano eliminati dalla sua dieta. In questo modo però, la patologia si consolidava perché in pochi anni la persona perdeva totalmente la capacità di assumere le sostanze allergeniche. Oggi invece si preferisce reintrodurre gradualmente gli alimenti eliminati, dopo un periodo che può andare da una settimana fino a un mese. Facendo alternare gli alimenti, uno per ciascun gruppo allergenico, per periodi di quattro – cinque giorni ciascuno, si arriva a recuperare totalmente la capacità dell’organismo di assumere gli alimenti stessi.

redazione@mediaplanet.com
giorgio vizioli

focus

il prontuario

Stampato in 100 mila copie e disponibile in versione on-line, il prontuario degli alimenti è pubblicato ogni anno e comprende tutti i prodotti che sono idonei al consumo da parte del celiaco.

Distribuita ai soci AIc, ai servizi di ristorazione e chiunque ne faccia richiesta, include oltre 13 mila prodotti di 480 aziende.

Tutti i prodotti del Prontuario sono contrassegnati dal Marchio spiga Barrata, simbolo registrato e di proprietà dell’AIc, che alla fine degli anni ’90 ne ha iniziato la concessione. Apposto sugli alimenti autorizzati, aiuta il consumatore celiaco a identificare i prodotti idonei alle sue esigenze, garantendo un contenuto di glutine inferiore ai 20 ppm.

Notizie
dal web:
www.celiachia.it

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Settembre 30, 2011 Newsletter

Emiliano Caputo – Personal Trainer Master N.B.B.F, Preparatore Atletico, Consulente Alimentare, Tecnico specializzato in allenamento al femminile e integrazione avanzata per lo sport – testimonia l’efficacia di Alcat test e dei test specialistici per la prevenzione e il controllo medico effettuati dall’Istituto di Medicina Biologica (IMBIO) – e Genetica Preventiva (I.M.Ge.P) di Milano, sotto la supervisione del prof. Giuseppe Di Fede.

Anche nell’ambito del Corso Istruttori Tecnici di Sala di 1°livello organizzato dall’Asi/ CONI Messina, Caputo presenterà e approfondirà la metodica Alcat per la diagnosi delle intolleranze alimentari.

Con particolare riferimento ai vari protocolli alimentari per la performance, spiegherà come l’individuazione di una intolleranza alimentare attraverso Alcat test conduca a un miglioramento del benessere fisico e mentale e consenta di mettere in atto l’atteggiamento
correttivo idoneo per il miglioramento della performance sportiva.

“Sto raggiungendo il top della forma fisica e della salute da quando, sotto la supervisione del prof. Giuseppe Di Fede, ho eseguito vari test con voi: non solo Alcat test per la diagnosi delle intolleranze alimentari, ma anche il Mineralogramma del capello e il test Gene & Diet.

Come atleta natural ho sempre cercato di raggiungere una forma fisica eccellente (risultato molto semplice da ottenere per i culturisti che usano farmaci anabolizzanti) cercando di trovare il giusto equilibrio tra riposo, integratori, alimentazione e allenamento.

Provati vari protocolli alimentari più o meno validi, con l’applicazione dei risultati dei diversi test effettuati ho notato un netto miglioramento sia fisico sia mentale, e vari disturbi si sono praticamente azzerati.

Grazie ai miei studi e all’applicazione dei risultati dei vostri test, quest’anno come prima esperienza agonistica nel body building mi sono classificato 3° nelle competizioni di Polistena (18 giugno 2011) e di Grottolelle (31 luglio 2011) del Grande Slam Tour 2011 NBBUI (Natural Body Builder’s Union International). Che dire, come atleta Natural davvero un grande risultato!

Come preparatore atletico e personal trainer ormai da due anni, consiglio a tutti i miei amici e clienti i test di IMBIO per un grande vantaggio in termini di salute, e in ambito sportivo, per una maggiore performance fisica.”

Emiliano Caputo



Luglio 30, 2011 Newsletter

Recentemente, un team di esperti gastroenterologia riunitisi nella “First International Consensus Conference on Gluten Sensitivity“, tenutasi a Londra l’11 e 12 febbraio 2011, ha stabilito l’esistenza della sensibilità al glutine, l’intolleranza alle proteine presenti nel glutine, in assenza di malattia celiaca.

L’esistenza di una condizione d’intolleranza al glutine è stata sospettata da diverso tempo. I medici che collaborano con l’Istituto di Medicina Biologica di Milano – IMBIO, conoscono questa entità clinica, che fino ad ora non aveva ricevuto una vera e propria collocazione clinica.

Nella pratica clinica, da più di dieci anni, abbiamo osservato casi di reazione al glutine in cui non sono coinvolti né meccanismi auto immuni come nella celiachia né di tipo allergico, mediato dalle IgE. Abbiamo notato che, dopo una dieta priva o a ridotto contenuto di glutine, i pazienti riscontravano un miglioramento di tutti i sintomi e i disturbi. Di recente, quindi, la nuova correlazione tra glutine e disturbi a essi correlati è definita “Gluten Sensitivity” (GS). L’interesse verso questa condizione è in continuo aumento come testimoniato dalla “First International consensus conference on gluten sensitività” tenutasi a Londra nel febbraio del 2011.

Gli studi condotti finora, hanno evidenziato come nella GS non esistano dei parametri immunologici e biochimici ben precisi, ma si tratti di una condizione alla quale si arriva per esclusione. In pratica, una volta esclusa la malattia celiaca attraverso le indagini biochimiche, gastroscopia con biopsia, si arriva a definire la GS, dove sembra sia coinvolto principalmente un meccanismo immunitario innato. Il sistema immunitario innato è rappresentato da cellule sentinella, i Granulociti Neutrofili (GN), particolarmente attivi verso alcune sostanze di origine alimentare.

Uno dei metodi che utilizziamo da diversi anni per scoprire eventuali intolleranze agli alimenti è il test ALCAT, un test citotossico computerizzato, che si effettua su sangue venoso.

Chi soffre di sensibilità al glutine presenta i seguenti sintomi: disturbi d’intestino irritabile (diarrea, dolore addominale, gonfiore, stipsi) cui si associa a volte stanchezza cronica, cefalea, eczema, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, formicolii agli arti, depressione, alterazioni dell’umore, ipereccitabilità e ipercinesi (presente specialmente nei bambini), anemia ferropriva. Tali condizioni cliniche migliorano e regrediscono seguendo una dieta a rotazione priva di glutine o a ridotto introito di prodotti contenenti glutine.
Considerando che la sintomatologia della sensibilità al glutine è sovrapponibile alla celiachia, il paziente dovrà sottoporsi ai test specifici per escludere tale patologia.

Uno degli esami richiesti per la ricerca della “Gluten Sensitivity” è l’esame genetico. La GS presenta una positività per HLA-DQ2 e/o DQ8 in più nel 50% dei casi, nella celiachia la percentuale arriva al 99% dei celiaci, e nel 30% della popolazione normale.

Il trattamento terapeutico per chi è sensibile al glutine dipende dal momento in cui si esegue la diagnosi e dall’età del paziente. Oltre alla dieta, si pone molta importanza allo studio e al ripristino della funzionalità intestinale e dell’integrità delle pareti (mucosa) intestinali, primo approccio operativo volto al miglioramento dei sintomi clinici.

Un ciclo di sedute settimanali di pulizia intestinale (Idrocolonterapia) sotto la supervisione del medico, abbinato a un trattamento mirato a base di probiotici e prebiotici, prescritto in seguito al disbiosi test, esame che rivela le condizioni di eubiosi o disbiosi batterica, costituisce senz’altro un valido aiuto per la ripresa di uno stato di funzionalità intestinale ottimale.



Luglio 30, 2011 Newsletter

Prima del periodo estivo o a ridosso delle vacanze, è consuetudine accorgersi di aver accumulato dei chili di troppo durante il periodo invernale.Allora che fare? Iniziare a mettersi a dieta! Certo, ma con quanta fatica!

Ci si rivolge di solito al dietologo o nutrizionista di turno, ma spesso le diete proposte in questa stagione sono troppo poco caloriche e il rischio che si corre è di essere particolarmente stanchi e privi di energie, la pressione tende ad abbassarsi per effetto del caldo, e inoltre si aggiunge l’effetto dieta a peggiorare le cose.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica di Milano, IMBIO, è invece possibile avvalersi della consulenza di medici e biologi specialisti in nutrizione ed effettuare il test ALCAT® per la valutazione di eventuali intolleranze alimentari, che hanno contribuito durante l’inverno all’accumulo dei chili di troppo.

Il test ALCAT® rivela gli alimenti che creano una “infiammazione” dei tessuti e risultano implicati nell’aumento di peso. Se si è intolleranti a qualche alimento, l’aumento di peso è, infatti, lento e inesorabile nel tempo, anche se non si sono cambiate le abitudini alimentari. Grazie all’individuazione degli alimenti reattivi con il test ALCAT®, il medico specialista può impostare una dieta personalizzata, basata sui principi della moderazione piuttosto che su quelli dell’esclusione rigida.

Dopo un periodo di trenta giorni si valuterà lo stato di salute del paziente per proseguire con la dieta corretta, per tutta l’estate. Il test ALCAT® si effettua attraverso un prelievo di sangue venoso, è un test computerizzato, affidabile e riproducibile. Utilizzato da diversi anni presso IMBIO, è uno strumento di aiuto, indispensabile per il medico che affronta la problematica “peso e alimentazione”.

I chili di troppo, con un piano nutrizionale basato sugli alimenti non tollerati riscontrati con ALCAT-Test, e sotto controllo di un medico esperto, saranno eliminati per non essere mai più ripresi.

Grazie alla metodica ALCAT® Test puoi riprendere la forma fisica ideale e soprattutto guadagnare in salute e prevenzione.



Giugno 30, 2011 Newsletter

Nell’ambito del contributo che la delegazione della Società Italiana Nutrizione Sport e Benessere (SINSeB) porterà all’ “8th Annual ISSN Conference”, il congresso della Società Scientifica Americana ISSN, che si terrà a Las Vegas dal 23 al 25 giugno 2011, verrà presentato uno Lavoro Scientifico che dimostra l’efficacia della metodica Alcat Test per la diagnosi delle intolleranze alimentari.

In particolare, in questo caso, Alcat Test è stato utilizzato per la diagnosi di intolleranze alimentari in atleti di alto livello.

Le intolleranze alimentari si manifestano con una sintomatologia di tipo psico-fisico molto variegata, che oltre a compromettere la salute e il benessere dell’individuo, negli sportivi può impedire il raggiungimento degli obiettivi di allenamento e influenzare negativamente la performance. Solitamente però il piano nutrizionale elaborato per il recupero della tolleranza immunologica viene ottenuto con rigidi schemi dietetici, che mal si adattano agli impegni e alle specifiche esigenze nutrizionali dello sportivo di elite.

Questa breve premessa traccia il percorso di “Rational management of food intolerance in elite soccer club”, lo studio Scientifico che il Prof. Fabrizio Angelini, Presidente della Società Italiana Nutrizione Sport e Benessere (SINSeB) e Consulente della Juventus, presenterà all’Evento ISSN.

Lo studio, che ha avuto come campione un gruppo di calciatori di elite individuati in una squadra del campionato di Serie A italiano, è stato eseguito con lo scopo di valutare oggettivamente la presenza di intolleranza alimentare, impostare un piano nutrizionale per il recupero della tolleranza immunologica e testarne l’efficacia.

I risultati ottenuti confermano l’efficacia di Alcat test nell’individuare le reazioni di intolleranza alimentare in soggetti che inizialmente lamentano sintomi specifici. Si conferma, inoltre, l’efficacia e l’attuabilità nello sportivo di elite di una dieta personalizzata basata sui principi della moderazione e dell’esclusione razionale dei cibi reattivi.

La metodica Alcat consente, infatti, di elaborare un piano nutrizionale graduale e flessibile particolarmente indicato per venire incontro alle specifiche esigenze nutrizionali e logistiche del calciatore di elite.

Lo Studio è stato eseguito in collaborazione con lo Staff Medico della Juventus F.C.


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