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Novembre 28, 2013 Newsletter

Il glutine è tra gli alimenti più diffusi nella nostra alimentazione, è presente in tutte le farine comunemente disponibili nei supermarket, nella ristorazione, nelle mense scolastiche e lavorative. Insieme all’olio d’oliva, la frutta, la verdura e il pesce rappresenta l’alimento che caratterizza la dieta di tipo mediterraneo. I cereali accompagnano l’alimentazione da diversi anni, ma la composizione del glutine è cambiata negli ultimi decenni.

Tra gli alimenti contenenti glutine abbiamo: orzo, crusca, couscous, farina, pasta, segale, semola, spelta, triticale (ibrido semola e grano tenero), frumento, germe di grano, farina di frumento, crusca di grano, semola di grano.

Negli ultimi anni, si è manifestata – dapprima in maniera subdola fino ad arrivare a interessare una buona parte della popolazione Italiana – una nuova sintomatologia clinica che colpisce l’intestino.

Dopo anni di ricerche e controlli clinici, i ricercatori del Maryland, hanno individuato le possibili cause alla base della sensibilità al glutine, chiamata Gluten Sensitivity.

Ebbene, possiamo distinguere diverse forme di sensibilità al glutine:

Celiachia, dove la componente genetica relativa alla presenza di mutazioni del polimorfismo del DQ2 e DQ8, insieme alla componente autoimmune, determina un’aggressione da parte degli anticorpi anti-gliadina, anti-transglutaminasi e a volte anche gli anti-endomisio, della mucosa intestinale, con sintomi che possono interessare qualsiasi parte dell’organismo. Circa l’1% della popolazione ne è affetta.

  1. Allergia al Glutine, dove la componente allergica è data da una classe ben precisa di anticorpi chiamati IgE, che si attivano contro la proteina del grano. I sintomi sono riconducibili a reazioni allergiche dermatologiche o delle mucose. I test per scoprire un’eventuale allergia al grano e quindi al glutine, si effettuano con i RAST degli alimenti. Presente nel 2-3% della popolazione.
  2. Gluten sensitivity o sensibilità al glutine, di recente scoperta, è stata riconosciuta come nuova patologia nella Consensus Conference di Gastroenterologia, tenutasi a Londra, nel marzo del 2011. La Sensibilità al glutine si presenta come una condizione mista delle due situazioni sopra descritte. La percentuale della popolazione sensibile al glutine si stima sia intorno al 6%, ma i dati clinici a disposizione dovranno essere confermati dai dati di laboratorio attraverso i nuovi esami a disposizione del medico clinico.

Quali possono essere i sintomi legati alla sensibilità al glutine?

I disturbi addominali la fanno da padrone, possono manifestarsi con dolore di tipo colico, gonfiore, stipsi o diarrea, flatulenza; afte e stomatite, disturbi extra addominali che coinvolgono le articolazioni, i muscoli e i legamenti, dolori ossei, fino alla possibile artrite e artrosi. I disturbi possono riguardare anche la pelle, sono possibili manifestazioni simili a orticaria, dermatite secca e pruriginosa e infine un eczema di difficile controllo. La stanchezza cronica e difficoltà di concentrazione e attenzione, facile esauribilità della forza muscolare, anemia da carenza di ferro, abbassamento delle difese immunitarie con esposizioni a virus anche aggressivi come la mononucleosi e le infezioni erpetiche recidivanti. Ma la caratteristica principale della sensibilità al glutine è la persistente lieve infiammazione della mucosa intestinale che nel tempo è in grado di coinvolgere altri distretti del corpo.

Per maggiore chiarezza precisiamo che la malattia celiaca è un’allergia al glutine che coinvolge sistema immunitario con produzione di IgE specifiche, mentre nella Sensibilità al glutine è coinvolto il sistema immunitario innato, rappresentato dai granulociti neutrofili o polimorfo nucleati e linfociti tipo B. La reazione di difesa quindi è data dai granulociti neutrofili, e si tratta pertanto di una reazione di tipo citotossica e non immunologica.

Finora, la diagnosi della sensibilità al glutine si effettuava escludendo le altre due possibilità patologiche, la celiachia e l’allergia. Oggi, grazie all’analisi computerizzata di tipo citotossica standardizzata di ALCAT test, che permette di individuare l’alimento che genera reazione citotossica, è possibile rilevare il livello di sensibilità alla famiglia degli alimenti del glutine, e quindi ottenere un valore diagnostico davvero significativo di patologia di sensibilità al glutine di tipo non celiaco. Il referto ALCAT Test indica i livelli possibili di reattività agli alimenti della famiglia del glutine, che possono variare da un minimo di reattività, reattività media, fino a un massimo rappresentati rispettivamente da 1+, 2+ e 3+.

Cosa fare una volta evidenziata la sensibilità al glutine? Bisogna prima di tutto affidarsi a un nutrizionista che si occupi d’intolleranze alimentari, seguire uno schema nutrizionale personalizzato, che preveda la rotazione degli alimenti, ossia introducendo gradualmente, dopo un periodo di astensione dal glutine, gli alimenti intollerati. Questo tipo di gestione permette il recupero della tolleranza al glutine attraverso un regime alimentare il più vario e bilanciato possibile che include momenti di libertà dalla dieta e favorisce il recupero dello stile di vita comune.

Una diagnosi tempestiva consente di recuperare più velocemente una situazione che se protratta nel tempo si cronicizza, favorendo l’insorgere di disturbi che oltre l’intestino possono interessare altre parti del corpo.

 



Ottobre 15, 2013 Newsletter

E’ un periodo che si sente continuamente parlare di intolleranze ….che cosa sono le intolleranze e che differenze ci sono con le allergie?

Per intolleranza alimentare si intende una reazione avversa dell’organismo verso alcuni alimenti o additivi, conservanti alimentari, lenta nel tempo e che può coinvolgere diverse parti dell’organismo come intestino, stomaco, pelle, vie urinarie, fino a compromettere, in certi casi le comuni attività lavorative e sociali. Basti pensare a chi soffre di colite, su base alimentare, come possa essere influenzata la giornata lavorativa.

La differenza tra allergie e intolleranze alimentari consiste per l’allergia, in una reazione immediata dopo aver ingerito un alimento, (esempio mangio una fragola e ho un immediata reazione con bolle sulla pelle, orticaria, edema delle labbra, per citarne alcune).

Per l’intolleranza invece, come abbiamo detto, si intende una reazione avversa più prolungata nel tempo verso un alimento o ad un gruppo di alimenti che posso appartenere alla stessa famiglia alimentare ( ad esempio le solanacee: pomodoro, patata, peperone e melanzana ) lenta nel tempo e soggetta ad accumulo con introduzione frequente anche giornaliero del cibo o dei cibi intollerati. Essa, può dare continuamente sintomi vari e a volte silenti, mentre certe volte con chiari sintomi di malessere come coliti, stipsi, cefalea, mal di stomaco, dermatiti, e cistiti o candidosi ricorrenti.

– Quali analisi si possono fare per arrivare ad una diagnosi di intolleranza alimentare?

Le allergie alimentari si possono testare con i Rast degli alimenti.
Per le intolleranze alimentari, purtroppo, c’è molta confusione, in quanto i test per la ricerca delle intolleranze alimentari oramai le fanno tutti dalla farmacia alla erboristeria…..con mezzi a dir poco fantasiosi senza dare un servizio concreto e serio all’utente che del tutto sprovveduto, accetta l’esito del test eseguito e nella maggioranza dei casi, non ricevono delle spiegazioni adeguate al risultato, generando delle serie problematiche di gestione dell’alimentazione.
Un solo test è riconosciuto sia come metodica di analisi che per gli estratti alimentari, ed è il test ALCAT.
Il test ALCAT è l’unico test riconosciuto dalla Food and Drug Amministration Americana che come ben sanno tutti è l’unico ente che riconosce sia i test che rispondono a requisiti particolari e non solo il test è riconosciuto ma anche l’apparecchiatura che esegue l’analisi. ALCAT e’ un test citotossico automatizzato, si effettua con una macchina da laboratorio dedicata e si esegue con un comune prelievo di sangue venoso.
La possibilità di eseguire i test su alimenti, conservanti, additivi, funghi e muffe, offre un certo vantaggio nella indagine diagnostica, una volta che i test tradizionali non hanno dato la risposta al problema clinico. ALCAT esiste da oltre 15 anni, e si effettua in 52 paesi del mondo.

– Quali sono le maggiori intolleranze che riscontrate negli ultimi tempi?

Da una nostra ricerca, risulta che almeno un terzo delle persone da noi visitate è intollerante al frumento e/o al glutine, le altre si divid ono in intolleranza al latte e derivati e una parte consistente, risulta intollerante al nichel.
Vorrei ricordare che ci possono essere alcune condizioni cliniche croniche e gravi, come le patologie renali, che necessitano di un adeguato inquadramento nutrizionale, per evitare di non trascurare alimenti importanti per la salute ed evitare invece quelli che potrebbero aggravare la malattia cronica.
Recentemente e’ stato sollevato un quesito riguardo la Sindrome Nefrosica, collegata con la reazione eccessiva di un certo tipo di anticorpi, i Linfociti T Citotossici ( precisamente Gamma e Delta ) che sono attivati dalle proteine del glutine, scatenando una reazione auto immune che potenzialmente può danneggiare le strutture renali.
Esiste la possibilità di valutare una predisposizione individuale verso il glutine tramite un’analisi genetica. Uno spazzolino dedicato, strofinato all’interno della guancia, raccoglie un gran numero di cellule dalle quali si può estrarre il DNA per analizzarlo.
Ricevuto l’esito del test genetico, il medico o il biologo nutrizionista è in grado di suggerire una dieta corretta e adeguata al problema di salute.
Una sana alimentazione, meglio se studiata in base al profilo nutrizionale evidenziato da un test sulle intolleranze o sul glutine, consente di non avere frequenti recidive di malattia e un maggiore recupero in caso di ricadute.

– Quali sono gli alimenti da evitare quando si assume cortisone e/o immunosoppressori e quali le integrazioni consigliate?

La sindrome nefrosica è un quadro patologico caratterizzato da anormale perdita di proteine dai glomeruli renali con conseguenti edemi corporei.
La terapia fondamentale di questa sindrome è con steroidi, capaci di controllare la patologia in un elevato numero di casi; tuttavia sia per ridurre gli effetti negativi della terapia steroidea sia per correggere le alterazioni metaboliche associate è sicuramente importante un adeguato regime dietetico il cui scopo è:

  • limitare l’assunzione di sale,
  • ripristinare le perdite proteiche
  • controllare il metabolismo dei grassi e degli zuccheri
  • controllare il metabolismo del calcio

In altre parole una alimentazione adeguata oltre a contrastare gli inevitabili effetti collaterali della terapia steroidea soprattutto se prolungata; è in grado di incidere in maniera molto significativa sulla sintomatologia e sull’evoluzione della patologia, aspetto particolarmente importante nell’età pediatrica.
Oltre alle consuete regole generali, ormai note a chi assiste un bambino affetto da sindrome nefrosica, esiste la possibilità di sottoporsi ad alcuni esami di laboratorio molecolari e genetici, in grado di contribuire a personalizzare il regime alimentare.

La nostra esperienza, mi porta a segnalare la frequenza di riscontro ai nostri test di intolleranza alimentare al frumento e derivati del grano e glutine, in secondo luogo ai latticini di origine vaccina e alle leguminose ma in minor parte.

E’ necessario che una volta avviato il programma nutrizionale personalizzato, il medico o biologico nutrizionista, deve adattare il programma alimentare in base al risultato degli esami.
Una condizione da evitare è quella di assumere alimenti acidi e favorire alimenti basici.
I cereali sono acidi, i latticini creano acidosi. Il carico di acidi e basici va corretto spesso per evitare ricadute ed effetti collaterali dalle terapie immunosoppressive.
Favorire le verdure di stagione e la frutta ad ogni pasto.
I cereali, sono considerati alimenti che tendono ad abbassare il pH del sangue, quindi si possono mangiare ma stando attenti a non mangiare sempre lo stesso tipo, una variazione della tipologia di cereale e anche della marca, permette di non diventare “intolleranti” . Altri alimenti che tendono ad acidificare il pH sono i latticini e tutti i derivati lattiero caseari bovini, meno acidi, ma non troppo, sono i derivati di capra e pecora.
Un vecchio detto indiano, recitava pressappoco così “nessuna medicina è efficace, se non accompagnata da una sana alimentazione”.

Prof. Giuseppe Di Fede per Associazione Sindrome Nefrotica

 



Settembre 30, 2013 Newsletter

La Paleo Diet è una dieta che si basa su un principio molto semplice, ma altrettanto efficace: la comunanza dell’uomo moderno con le popolazioni del Paleolitico.

Dalle analisi del DNA è, infatti, emerso che gli essere umani rispetto ai loro antenati di 40.000 anni fa non sono cambiati quasi per nulla. Sulla base di questo principio si è osservata l’alimentazione dei nostri più antichi predecessori, che non avevano ancora scoperto l’agricoltura e la successiva elaborazione dei cibi.

In pratica i nostri antenati:

  • Non mangiavano latticini
  • Consumavano un solo zucchero raffinato: il miele
  • Si nutrivano di animali selvatici magri e quindi con un’alimentazione più proteica rispetto alla nostra
  • I carboidrati che assumevano venivano tutti da frutta e verdura con un’assunzione di fibre più alta (quindi non è vero che la PaleoDiet è una dieta esclusivamente proteica.)
  • I grassi che consumavano erano grassi “sani” (mono insaturi, polinsaturi e omega 3) e non quelli dannosi (saturi.)

Sebbene la Paleo Diet risulti essere il regime alimentare più idoneo sia per il dimagrimento (perdita di massa grassa e non magra) sia per una vita più lunga e salutare, anche con questo tipo dieta è possibile che si manifestino disturbi dovuti alle intolleranze alimentari.

Le intolleranze alimentari, definibili sinteticamente come reazioni negative del sistema immunitario nei confronti di alcuni alimenti o additivi presenti in essi, si manifestano con una sintomatologia molto varia:

  • ritenzione idrica
  • stanchezza e debolezza muscolare
  • alterazioni del metabolismo (sovrappeso e obesità)
  • problemi all’apparato gastroenterico
  • problemi all’apparato muscolo scheletrico
  • problemi all’apparato respiratorio.

Il metodo più affidabile per diagnosticarle è Alcat Test, un test di laboratorio standardizzato che si effettua tramite prelievo venoso e grazie al quale è possibile individuare gli alimenti da escludere e/o sostituire in un determinato piano alimentare.

Per citare un esempio concreto: se la mia dieta prevede come frutta le pere e come verdura gli spinaci, dovrei sicuramente sostituire questi alimenti ad alto contenuto di Nickel nel caso in cui, in seguito ai risultati ottenuti con ALCAT TEST, scoprissi di essere intollerante al Nickel.

Per allenarsi con un Personal trainer è importante impostare un piano alimentare efficace, come quello previsto dalla Paleo Diet (prescritto da un dietologo), e tenere in considerazione che, se la massa grassa rimane invariata e nel soggetto allenato non si riduce la presenza di ritenzione idrica, è senz’altro opportuno modificare la dieta verificando la presenza di eventuali intolleranze alimentari.

In sintesi, un buon personal trainer deve, oltre a indirizzare il proprio cliente verso un regime alimentare corretto, osservare l’andamento del dimagrimento e cercare di capire quali possano essere le cause della tanto temuta fase “plateau” della dieta (fase in cui la dieta non ha effetti dimagranti). In questo caso, è buona norma indirizzare l’allievo verso un test completo per le intolleranze alimentari come Alca test, strumento che consente di programmare un trattamento nutrizionale personalizzato per migliorare il più possibile le problematiche legate alle intolleranze.

a cura di Livio Boscarini & Daniele Albertini
Personal Trainers amministratori di Be.Come Personal Training



Marzo 1, 2013 Newsletter

Tiziana Colombo, appassionata di cucina e autrice del blog www.nonnapaperina.it , esperta di ricette per le intolleranze alimentari, e intollerante lei stessa, ha raccolto tutte le sue esperienze, le informazioni, i dati e le ricette in un volume interamente dedicato a chiunque abbia il suo stesso problema: l’intolleranza al nichel.

Un libro che sarà di grande aiuto non solo a tutte le persone che, in numero sempre crescente, devono quotidianamente convivere con l’intolleranza a questo metallo, ma anche a tutti coloro che, interessati al tema della nutrizione, desiderano approfondire una problematica di grande attualità.

L’autrice, con passione e competenza, offre in queste pagine tutte le informazioni necessarie per affrontare i disturbi connessi all’intolleranza al nichel, passando in rassegna
i singoli alimenti – alcuni da preferire, altri da evitare – i metodi di cottura, le pentole da utilizzare, e fornendo indicazioni anche in tema di cosmetici e di detersivi, prodotti troppo spesso ricchi di sostanze potenzialmente dannose e irritanti.

Segue quindi una ricca proposta di ricette suddivise in “impasti base”, come la pasta sfoglia, la frolla, la brisée, la pasta à choux e la pasta all’uovo tradizionale, quindi gli antipasti, le salse, i sughi e i condimenti, i primi e i secondi piatti, i piatti unici e le torte salate, i contorni, fino al dessert.

Fondamentale, per la realizzazione di questo ambizioso progetto, è stata la collaborazione con il prof. Giuseppe Di Fede  e i nutrizionisti di Alcat Test Italia, che hanno trasmesso all’autrice la loro ampia e comprovata esperienza nell’ambito delle nutrizione e delle intolleranze alimentari.

scarichi l’articolo di presentazione del libro (pdf 338 kb)



Marzo 1, 2013 Newsletter

Ogni anno in Italia più di quarantamila donne si ammalano di tumore al seno, e anche se il tasso di mortalità è in diminuzione, i casi aumentano di anno in anno.

ESTRAMET è un esame delle urine che permette di determinare il rapporto tra due importanti metaboliti (sottoprodotti degli ormoni) degli estrogeni, il 2-idrossi-estrone e il 16 alfa-idrossi-estrone, e quindi evidenziare l’indice di rischio di tumore al seno.

Numerosi studi, effettuati da diversi anni fino ad oggi, dimostrano infatti che il rapporto di questi metaboliti potrebbe essere predittivo del cancro estrogeno-dipendente (mammella, endometrio).

La presenza di un livello elevato di 2-idrossi-estrone è indice di maggior protezione contro il cancro mentre un eccesso di 16 alfa idrossi-estrone può essere un indicatore di possibile rischio aumentato di tumore al seno o all’endometrio.

ESTRAMET, associato ai comuni esami di screening, mammografia, radiografia e auto palpazione, permette quindi di attuare una corretta prevenzione primaria e impedire che si sviluppi questa grave patologia.

Ogni donna può modificare un indice di rischio sfavorevole assumendo una sostanza naturale: l’Indolo-3-carbinolo, presente nelle crocifere (cavolo, cavolfiore e cavolini di Bruxelles) ed in grado di modificare il metabolismo degli estrogeni, favorendo la formazione di Estrone 2 che, come già evidenziato, ha un’azione protettiva.



Marzo 1, 2013 Newsletter

Sono dieci anni che mi occupo di intolleranze alimentari. È iniziato per caso, come spesso avviene per tutte le cose che ti cambiano la vita!

La mia passione è nata quando, nel tentativo di perdere un paio di chili resistenti, mi sono rivolta ad una collega BN, che faceva anche il test citotossico. La collega attuò una “dieta di eliminazione” totale degli alimenti cui ero risultata intollerante, e finalmente riuscii a superare la soglia tanto desiderata! Ma c’è un ma…

Infatti, nonostante avessi riportato un successo insperato dal punto di vista della riduzione del peso, avevo spesso un fastidioso e inspiegabile mal di testa che si calmava solo quando andavo in palestra o correvo.

A questo punto però, interessandomi sempre più all’argomento, cominciai a leggere tutto quello che l’attuale letteratura proponeva e a partecipare a numerosi seminari favorevoli e contrari i test per la diagnosi delle intolleranze (più questi ultimi!), andai a Roma a seguire il corso dedicato alla lettura del test citotossico e poi feci uno stage in un centro di Bologna, dove ogni giorno si eseguivano centinaia di test citotossici.

Ancora una volta mi fu proposto di fare il test citotossico, scopro così intolleranze diverse da quelle individuate con il test precedente. Mi sarei aspettata di non trovarne affatto, invece ero ancora intollerante! Latte e leviti! Togliere il latte? I lieviti? Non avevo alcuna intenzione di sobbarcarmi l’iter di eliminazione totale per 3 mesi!

Ho iniziato anch’io, in collaborazione con un laboratorio di analisi, a eseguire i test citotossici ai pazienti. Per ogni test facevo un’accurata anamnesi del paziente, effettuavo il test, impiegando anche 2 ore per ciascuno e cercando di fare attenzione all’impilamento dei Globuli Rossi, alla vacuolizzazione dei Globuli Bianchi, alle interruzioni di continuità della membrana, ai danni più eclatanti, controllavo molti campi ecc.

Il mio scopo era trovare dei parametri di lettura oggettivi, ma spesso mi accorgevo che osservando a lungo un vetrino, il campione si modificava e si alterava, probabilmente a causa del calore indotto dal sistema d’illuminazione del microscopio stesso. Il tentativo di essere più accurati, precisi e oggettivi si risolveva nell’alterazione del campione, quindi diventava controproducente.

L’esperienza è qualcosa di meraviglioso! Col tempo si diventa capaci di fare le stesse cose in minor tempo, ma siamo certi che sia sempre a favore del “fatto bene”?

Nel frattempo ho deciso di provare a fare anch’io la dieta di eliminazione di latte, latticini e lieviti con risultati veramente importanti, ottenendo finalmente anche la scomparsa del fastidioso mal di testa. Questo può essere soggetto a diverse interpretazioni. Possiamo ipotizzare ad esempio che il primo test sia stato letto in modo corretto e oggettivo e le intolleranze al latte e ai lieviti siano subentrate in seguito. Questa ipotesi non tiene conto del mal di testa comparso durante il primo trattamento dietetico e scomparso nel secondo con l’eliminazione del latte, latticini e lieviti, e non convince la spiegazione che queste intolleranze si siano sviluppate in un secondo tempo, a causa dell’uso continuato di quei cibi, perché in realtà non avevo consumato più latte, latticini e lieviti di prima. È più semplice pensare che tutte queste intolleranze, presenti fin dal principio, non siano state individuate in precedenza forse perché il quadro era complesso e lo stato infiammatorio molto importante. Anzi, l’eliminazione del primo gruppo di alimenti aveva apportato il beneficio di sbloccare un metabolismo rallentato, ma non aveva ridotto in modo ottimale l’infiammazione minima persistente causata dal latte, latticini e lieviti e mi aveva reso più sensibile alle altre intolleranze causandomi il fastidioso mal di testa.

In seguito, ho spesso riscontrato lo stesso meccanismo anche in altre persone da me seguite nutazionalmente. La BN che aveva fatto il primo test aveva realizzato un buon lavoro, ma non aveva individuato con completezza i cibi cui ero intollerante.

Questo ci riporta a una riflessione importante sulla soggettività della lettura del test citotossico e sulla possibilità di omettere, più o meno consapevolmente, intolleranze a cibi che potrebbero essere molto importanti ai fini di un corretto impiego per l’elaborazione di piani nutrizionali assolutamente personalizzati.

Ricordo bene che qualche anno fa ci dicevano che un buon test citotossico deve dare intolleranza a pochi alimenti, 2 o 3, massimo 4. E se ne troviamo 10-15 allora cosa facciamo?

A tal riguardo vorrei porre l’attenzione sull’intolleranza al nickel. Se si omettono informazioni perché non valutate importanti, si rischia di non riuscire a diagnosticarla in modo corretto. Si tratta, infatti, di una delle intolleranze più difficili da inquadrare perché coinvolge moltissimi alimenti non collocabili per famiglie biologiche e tal volta si riscontra in persone che apparentemente non sono allergiche al nickel o comunque hanno una reazione allergica molto bassa!

Mi sono spesso chiesta come fidarsi, alla luce di tutte queste importanti conoscenze, di test citotossici eseguiti presso laboratori privati, letti da operatori frettolosi o comunque ignari delle informazioni sul paziente, che solo il nutrizionista può avere. Inoltre, troppo spesso, i test sono gestiti in modo autonomo dai pazienti, che non conoscono i possibili danni, e le malnutrizioni importanti, provocati da una dieta di eliminazione mal gestita.

Per alcuni anni non ho più fatto test citotossici e non ho richiesto test ai miei pazienti. In alcuni casi il paziente mi portava quello che aveva già fatto, io lo valutavo ma ho imparato a interrogare le persone accuratamente, richiedendo numerose informazioni per riuscire a stilare piani nutrizionali che tenessero conto di tutti i dati raccolti.

In qualche caso, però, restano i dubbi, rimane qualcosa d’inspiegabile!

Proprio per tutte queste considerazioni mi sono interessata ad altri test, come la ricerca delle IgG ma non sempre ho avuto buon riscontro perché non sempre i soggetti intolleranti hanno le IgG aumentate!

È molto interessante l’ALCAT test: si basa sul test citotossico, ma non si effettua su sangue intero bensì solo sui globuli bianchi neutrofili e, cosa ancor più importante, non richiede la lettura di un operatore. I pozzetti con alimenti o sostanze chimiche e sangue sono letti attraverso uno specifico strumento di conteggio e misurazione cellulare, denominato ROBOCATII (validato dall’US Food & Drug Administration), che individua le eventuali variazioni volumetriche e cliniche dei globuli bianchi (granulociti neutrofili) a contatto con le sostanze testate. Quando si verifica una variazione del numero e delle dimensioni dei globuli bianchi significa che è presente una reazione avversa a quella determinata sostanza.

Questo sistema permette una determinazione oggettiva delle intolleranze ad alimenti e sostanze chimiche. Inoltre, il risultato fornito è corredato da tutta una serie d’informazioni che non solo aiutano il nutrizionista nella stesura di un piano nutrizionale corretto che supera la vecchia modalità di eliminazione assoluta di tutti i cibi incriminati per 3 o 4 mesi, grazie a una più moderna “dieta di rotazione“, cioè l’esclusione degli alimenti solo per alcuni giorni alla settimana e la reintroduzione negli altri giorni.

Altro risultato importante è certamente quello realizzabile grazie alla creazione di una rete di nutrizionisti, che utilizzano lo stesso test a lettura oggettiva, e i medesimi principi di stesura della dieta, quella di rotazione. Ciò permette a tutti i membri d’interagire direttamente in workshop dedicati, scambiarsi opinioni e magari pubblicare i risultati di queste interazioni.

La Dott.ssa Cacciola Maria Stella riceve a Messina, in via Aurelio Saffi 78 isol. 98, e a Catania presso Amanpuri, via del Bosco 219. info: +39 3339959391.



Marzo 1, 2013 Newsletter

Il sole ci fa bene; può prevenire l’osteoporosi, migliorare l’umore, la nostra condizione fisica e magari aiutarci a perdere qualche chilo di troppo. Ma è indispensabile proteggere la nostra pelle, soprattutto se abbiamo subito una patologia grave come un tumore che ha sconvolto il nostro metabolismo e l’equilibrio ormonale.

Ecco alcuni semplici ma indispensabili accorgimenti:

  1. esporsi con moderazione quando le radiazioni sono meno nocive, evitare la fascia oraria tra le 11,00 e le 16,00;
  2. scegliere prodotti fotoprotettivi senza parabeni, conservanti e nichel free, con alto fattore di protezione (es. 50). La maglietta è super sicura;
  3. è importante usare solari ad alta protezione associati a indumenti appropriati, ricordando che lo schermo totale non esiste;
  4. al mare e in montagna indossare comunque un cappello a falda larga, gli occhiali da sole e una t-shirt.
  5. la cute che ha subito la radioterapia è molto più sensibile: non esporre la parte di cute irradiata per almeno un anno dal trattamento;
  6. scegliere detergenti con formulazioni di tipo olio in acqua, che agiscono delicatamente per affinità e detergersi subito dopo il bagno in mare, in piscina o alle terme;
  7. l’idratazione della pelle nel periodo estivo è ancora più importante nel paziente oncologico. Preferire idratanti a base di olio di germe di grano, vitamina E, con aloe, urea e allantoina in formulazioni che facilmente assorbibili dalla cute;
  8. curare e proteggere i capelli con lozioni tricostimolanti, balsami e shampoo specifici;
  9. utilizzare lacche protettive e rinforzanti per la cura delle unghie;
  10. mangiare frutta e verdura, bere tanta acqua, the verde e spremute o centrifughe;
  11. verificare il livello di stress ossidativo con semplice prelievo di sangue, controllando i livelli di radicali liberi, e la quantità di barriera protettiva antiossidante, in grado di proteggerci dall’insulto irritativo dei raggi UV.

La valutazione del livello di stress ossidativo consente la scelta di una terapia antiossidante adeguata, e la formulazione di consigli nutrizionali personalizzati in base al risultato ottenuto.
È risaputo che un livello di stress ossidativo alto nei pazienti che hanno avuto un problema oncologico, e in generale in tutti gli individui, deve essere controllato e ridotto, al fine di prevenire eventuali problematiche di recidiva o di promozione dagli stati infiammatori su altri organi.



Gennaio 30, 2013 Newsletter

Lo stato di salute del nostro organismo dipende da molteplici fattori ed esso si riflette in misura rilevante sul nostro atteggiamento posturale.Intervenendo sulla postura si facilita il nostro stato di equilibrio psicofisico e si favorisce una miglior funzionalità di tutto il corpo, di conseguenza una ottimale applicazione del principio di auto guarigione.

La postura può essere influenzata da fattori strutturali, emotivi, energetici, viscerali, tra loro correlati.
Le cause strutturali possono essere determinate da problemi della vista, da malocclusione, dall’appoggio podalico, disfunzioni a carico degli
arti; tutto questo influisce sulla colonna vertebrale che può essere la causa o l’effetto di tali disfunzioni. Un attenta analisi obiettiva, avvalendosi di test kinesiologici, supportati dai dati forniti da una pedana podobarometrica, è in grado di fornire al medico, anche specialista (non focalizzato ad una visione settoriale del problema e dell’organismo), importanti dati sull’origine del problema primario e indirizzare la terapia in modo mirato. Senza ricorrere, se non in casi di effettiva necessità, ad indagini più impegnative ed invadenti.

Il medico ginecologo può sostenere la propria paziente in stato di gravidanza, prevenendo problemi di larga diffusione per questo stato, quali la stipsi o la sciatalgia (spesso dovuti all’ assetto della colonna vertebrale), malesseri assai diffusi, causa di sofferenza diretta non solo per la futura mamma, ma anche per il bimbo che porta in grembo.
Alcune piccole disfunzioni, insignificanti in un periodo di normalità, tendono ad accentuarsi con il procedere della gravidanza e quindi del nuovo assetto posturale assunto dalla donna.

Il medico dentista o l’ortodontista, possono verificare quanto l’intervento da loro progettato possa o meno influire sulla postura del paziente e suggerirgli interventi collaterali di riequilibrio, prima di procedere con il proprio, qualora si rendesse necessario. Sono raccomandate tecniche innovative in tal senso che sfruttano la capacità recettoriale (i nostri sensori) invece della tradizionale vettoriale (forze, trazioni ecc.).

Il Fisiatra, il neurologo e il medico legale, possono usufruire degli importanti e precisi dati forniti dalla pedana baropodometrica, per le loro valutazioni sullo stato di equilibrio nei singoli casi, sia in posizione statica che deambulatoria.

L’ortopedico è quindi in grado di prescrivere ortesi plantari con la massima precisione e accuratezza nel non creare fastidiosi problemi di adattamento posturali collaterali.

L’ottico o l’oculista possono verificare se le disfunzioni visive sono primarie o conseguenti ad adattamenti compensatori di una postura non proprio in equilibrio.



Gennaio 1, 2013 Newsletter

La sindrome di Sjorgren è una patologia autoimmune del connettivo, che colpisce tipicamente le

ghiandole esocrine dell’organismo. È classificata fra le connettiviti. Si tratta di una patologia molto meno rara di quanto si pensi che rimane di frequente misconosciuta: la sua diagnosi non é facile, e a volte prima di scoprirla ci vuole molto tempo.I sintomi sono spesso sub clinici, variano da persona a persona e posso essere simili a quelli causati da altre malattie. Si manifesta generalmente con secchezza delle mucose (bocca, palpebre), ma può estendersi alle articolazioni provocando sintomi simili a quelli dell’artrosi. La sindrome, infatti, non è solo una malattia delle ghiandole ma può coinvolgere diversi organi interni come cute, polmone, rene.

Le cause della sindrome Sjorgren sono ancora ignote, ma si ritiene (come per altre malattie autoimmuni) che la formazione di anticorpi che attaccano il tessuto connettivo possa essere ricondotta a una predisposizione genetica, a fattori infettivi, batterici o virali.

In questo contesto, l’alimentazione è un fattore da non sottovalutare. Molti pazienti affetti da questa patologia, oltre a seguire una terapia a base di cortisonici e antinfiammatori, fino a volte a utilizzare immunosoppressori, adottano un regime alimentare personalizzato.

Il livello infiammatorio generale dell’organismo può essere, infatti, tenuto a bada anche grazie a una corretta alimentazione che può influenzare il decorso della malattia, riducendo l’intensità e il numero dei disturbi a essa correlati.

Per essere certi di seguire il regime alimentare più corretto è bene affidarsi a un medico che si occupi di nutrizione e sia esperto in patologie del connettivo. In questo contesto, può essere molto utile seguire i consigli nutrizionali derivanti da Alcat Test. Alcat è un test che valuta le intolleranze alimentari, la sensibilità agli additivi alimentari, ai conservanti, ai coloranti, ai contaminanti ambientali, agli antibiotici e agli antiinfiammatori e permette di impostare una terapia individuale che guidi ogni persona verso il recupero della tolleranza immunologica.

Un regime alimentare monotono senza l’esclusione degli alimenti intollerati determina il surriscaldamento delle articolazioni che tenderanno a infiammarsi e, in alcuni casi, la completa perdita della funzione articolare e motoria, con estrema secchezza delle mucose.

Come per tutte le patologie autoimmuni, anche per la sindrome Sjorgren, il primo passo per ridurre lo stato infiammatorio generale dell’organismo è di adottare una strategia nutrizionale personalizzata che tenga conto degli alimenti a cui si potrebbe essere intolleranti.



Gennaio 1, 2013 Newsletter

L’alcool è una sostanza di origine naturale proveniente dalla fermentazione e/o distillazione di cereali, frutta o verdura. È conosciuto come la sostanza psicoattiva più antica e più diffusa. Ma se è di origine naturale, come mai può arrivare a creare assuefazione, tossicità ed effetti paragonabili a quelli di una droga ad azione tossica? La risposta sta nella via metabolica utilizzata che fa sì che entri subito nel circolo sanguigno, raggiungendo velocemente il cervello con effetti neurologici immediati. Da qui la dipendenza, il consumo eccessivo fino ad arrivare a squilibri nutritivi e a gravi complicanze per fegato, pancreas, stomaco, sistema nervoso. Alcool e farmaci utilizzano la stessa via metabolica per cui attenzione alle reazioni indesiderate se si assumono medicinali.

Secondo alcuni recenti studi, il “piacere dell’alcool” dipende, insieme con altri fattori, da una predisposizione genetica, così come il “reggere l’alcool” è dovuto al nostro DNA. Il tutto dipende naturalmente dalle dosi assunte, dallo stato di salute e dal metabolismo del soggetto. La dose giornaliera di alcool accettabile corrisponde a 0,6-0,7 g/kg di peso corporeo.

Oggigiorno l’alcolismo è una piaga sociale che colpisce non solo gli adulti, ma anche i più giovani.
L’alcool è la nuova moda degli adolescenti: si comincia con il famoso happy hour per continuare con birra, bevande alcoliche di ogni genere e colore, superalcolici. Non si tratta di “gusto del bere” ma di un mezzo per socializzare fino a raggiungere la dipendenza. Quella diffusa tra gli adolescenti non è di certo la “filosofia” del piacere di gustarsi un buon bicchiere di vino con gli amici! Il vino tra l’altro, anche se alcolico, nelle giuste dosi ha effetti benefici sulla salute. Per la ricchezza nutrizionale che lo distingue, può essere considerato un alimento. Quella del vino è una vera e propria cultura. E’ conosciuto fin dall’antichità per i suoi effetti benefici sull’uomo e ancora oggi diversi studi attestano gli effetti positivi che può avere se consumato con moderazione. Il vino con minori controindicazioni fisiologiche è quello a basso contenuto di tannini, poco alcolico, poco aromatico e non manipolato. Le proprietà benefiche del vino derivano dalla presenza di polifenoli e antociani, sostanze antiossidanti e quindi antitumorali. Inoltre, la presenza di resveratrolo, un polifenolo, gli conferisce la capacità di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. L’acido tartarico invece è un antitumorale specifico per la prostata.

Il vino rosso, rispetto a quello bianco, presenta una maggior concentrazione di polifenoli e quindi una maggior capacità antitumorale. Il vino bianco, essendo un vino meno “strutturato”, e quindi meno forte, necessità dell’aggiunta di conservanti e stabilizzanti, ecco perché è spesso responsabile del cosiddetto “cerchio alla testa”.

La bella notizia è che il vino può essere integrato nei pasti delle diete dimagranti. Al di là del suo contenuto calorico è, infatti, più importante conoscere le caratteristiche degli altri alimenti che compongono un determinato pasto: se ad esempio si tratta di un pasto con un buon apporto di zuccheri, allora sarà bene evitare l’associazione del vino e in particolare sarà il paziente diabetico a dover fare molta attenzione.

Ecco perché consiglio sempre di attenersi al consiglio di uno specialista. Particolare attenzione dovranno fare anche i soggetti con intolleranze alimentari e, parlando di vino, mi riferisco agli intolleranti al nichel ad esempio. Il nichel è un metallo presente nel terreno in grado contaminare frutta, verdura e prodotti da essi derivanti. Le bevande alcoliche possono esserne contaminate anche per il processo di lavorazione che la materia prima subisce. Il nichel è presente nel vino per cui anche in questo caso sarà lo specialista a valutare la situazione nello specifico.

Se invece non avete allergie o intolleranze diagnosticate ma, in seguito ad un paio di bicchieri di vino avvertite sintomi quali difficoltà digestive, reflusso gastrico, eruzioni cutanee, ecc., allora sarà bene effettuare l’ALCAT Test per le intolleranze alimentari (i sintomi da intolleranza possono manifestarsi fino a 48 o anche 72 ore dopo). Nel caso di vino e bevande alcoliche in generale, la causa della vostra intolleranza potrà essere il nichel o uno degli additivi chimici aggiunti durante la lavorazione o l’alimento utilizzato come materia prima. L’ALCAT Test, presente da più di vent’anni nell’ambito dell’alimentazione, e validato da studi diversi condotti presso centri di ricerca, permette di testare alimenti, nichel, additivi chimici (coloranti, conservanti, stabilizzanti) ecc. con un semplice prelievo di sangue. In seguito potrete rivolgervi al vostro medico o nutrizionista di fiducia che vi aiuterà nel risolvere il vostro problema attraverso una terapia nutrizionale e non farmacologica.

Per concludere diciamo che il vino è di certo la bevanda che rende piacevoli i pasti con gli amici, tiene compagnia e ci rende allegri e rilassati ma è bene che non diventi il nostro amico fedele. A tale proposito, dato che può essere per diversi motivi considerato un “medicamento”, ricordiamo sempre che come tutte le medicine va assunto in modo controllato.

a cura della dr.ssa Jessica Barbieri, Biologa Nutrizionista, Consulente IMBIO  Istituto di Medicina Biologica Milano.


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