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Dicembre 1, 2006 Newsletter

Gli effetti “farmacologici” del cibo sull’organismo sono un argomento quanto mai antico.E’ invece storia dei nostri giorni l’aumento dei casi di intolleranze alimentari documentato dal numero di persone che si rivolgono a dietologi e specialisti lamentando quadri clinici differenti riconducibili, spesso, all’assunzione di determinate sostanze alimentari. La medicina ufficiale, da sempre attenta alle allergie alimentari, ha orientato il proprio interesse anche alle intolleranze cercando di trovare metodologie diagnostiche sempre più specifiche. “I limiti di molti dei test attualmente in commercio sono spesso legati alla necessità di una lettura soggettiva dei vetrini da parte del medico.” spiega il dott. Giuseppe Di Fede immunologo e direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano. “Quindi, non soltanto i risultati possono essere differenti in base all’esperienza del singolo medico ma è anche difficile costruire una documentazione oggettiva dei casi. Infatti, mentre per le allergie alimentari è più agevole effettuare la diagnosi clinica e di laboratorio dato che è il paziente stesso a riferire i sintomi all’assunzione di un alimento, per le intolleranze, invece, le reazioni ritardate rispetto all’assunzione degli alimenti rendono di difficile standardizzazione l’approccio diagnostico e clinico.”

Per rispondere quindi alle esigenze del mondo medico, negli Stati Uniti è stato introdotto un nuovo metodo di diagnosi chiamato ALCAT® -Antigen Leucocyte Cellular Antibody Test – che rappresenta un notevole miglioramento nella standardizzazione della metodica diagnostica per le intolleranze alimentari. Il test utilizza una metodica “in vitro” su sangue intero che permette di avvicinare i risultati alla diagnostica “in vivo”; la reazione con i singoli estratti alimentari in gel (50 alimenti) – e non liofilizzati – viene messa a confronto con aliquote di sangue di controllo non esposte agli estratti alimentari. Dopo la separazione della frazione leucocitaria, ogni aliquota viene analizzata, conteggiata e misurata attraverso uno specifico strumento computerizzato che esprime graficamente la variazione del numero e della dimensione cellulare. I grafici del test, realizzati per singolo alimento, vengono sovrapposti al grafico di controllo permettendo la determinazione di classi di positività in base a quanto il campione si allontana dall’istogramma di controllo in termini di deviazioni standard. Studi clinici effettuati utilizzando test ALCAT® hanno evidenziato un buon livello di correlazione (83,4%) con il test di provocazione orale a doppio cieco per gli estratti alimentari (dati ricavati da una ricerca che ha coinvolto 19 pazienti su ognuno dei quali è stata valutata una serie di 50 alimenti) ed il 96% di correlazione per gli additivi alimentari (studio condotto su 26 pazienti a cui sono stati effettuati 76 test sugli additivi alimentari utilizzando il metodo della provocazione orale a doppio cieco con controllo placebo).

E’ importante evidenziare che il test kit di ALCAT®, sottoposto alla valutazione dell’FDA, ha dimostrato la sua affidabilità nei risultati rispetto agli altri test in commercio. Garanzia della validità dei risultati è stata la misurazione della potenza proteica (Protein Nitrogen Units), tanto che la stessa agenzia americana ne ha approvato l’utilizzo.
L’inserimento del test nella routine ambulatoriale è immediato grazie alla facilità d’uso da parte del medico e all’attendibilità con cui è in grado di identificare alimenti potenzialmente reattivi nei pazienti con sospetta sensibilizzazione/intollereanza verso alimenti che non si riescono ad identificare agevolmente.

Le principali cause dell’aumento delle intolleranze alimentari:
abuso di farmaci antibiotici (38%),
alimentazione poco variata (34%),
abuso di cibi conservati o congelati (29%),
stress (29%),
scarsa assunzione d’acqua (14%).

Principali manifestazioni di intolleranza alimentare:
cefalea
eruzioni cutanee
cistiti ricorrenti
problemi digestivi
stipsi
diarrea
dolori addominali
infezioni respiratorie ricorrenti
obesità resitente alle dietoterapie.

E’ un presidio medico che fornisce informazioni sulle possibili intolleranze ad alimenti o ad altre sostanze (additivi e conservanti). Non è uno strumento diagnostico per le allergie alimentari.
di Francesca Greco



Settembre 1, 2006 Newsletter

La Malattia di Alzheimer (MA) è la principale causa di demenza e di decadimento cognitivo nella popolazione anziana. La malattia si manifesta con la perdita dei neuroni e delle sinapsi (contatti tra le cellule del sistema nervoso) e con la deposizione tra le cellule di sostanza Amiloide e di matasse neurofibrillari ( depositi di sostanze inerti ). Queste alterazioni sono ritenute essenziali per la diagnosi della malattia e hanno effetti tossici sulle cellule neuronali che progressivamente muoiono anche in conseguenza della deposizione cerebrale di queste sostanze. La progressiva perdita di contatti tra le cellule neuronali, ha col tempo come conseguenza la comparsa di alterazioni della memoria delle capacità cognitive e del comportamento. Vi sono anche altri meccanismi che inducono la morte neuronale, quali ad esempio la produzione di sostanze con attività pro-infiammatoria protratta nel tempo.

Studi epidemiologici hanno dimostrato che l’utilizzo abituale di farmaci anti-infiammatori non steroidei ( come l’aspirina o simili ) è associato ad una diminuzione dell’incidenza di malattia di Alzheimer; suggerendo un possibile ruolo dell’infiammazione nella degenerazione cerebrale.

Le citochine sono molecole rilasciate dalle cellule del sistema immunitario ( anticorpi ) ed hanno svariati ruoli, molte di queste molecole regolano le risposte infiammatorie.
Quindi le sostanze ad attività pro-infiammatoria sono importanti nell’induzione di parte della neurodegenerazione associata al decadimento cognitivo, ai deficit della memoria e all’insorgenza della demenza. Un’approccio originale consiste nell’individuare i portatori di un rischio aumentato di sviluppare risposte pro-infiammatorie cerebrali e iniziare in questi soggetti sani una terapia precoce.

Polimorfismi allelici ( attraverso test genetici ) di molecole che regolano l’infiammazione possono identificare soggetti con un elevato rischio di sviluppare il decadimento cognitivo e/o la demenza.
La manifestazione della demenza è probabilmente il punto di arrivo di una lunga serie di eventi i quali, dopo svariati anni di processi neurodegenerativi silenti, si rendono visibili con i sintomi clinici della malattia, quali perdita della memoria, disorientamento e alterazione della personalità.
È importante notare che il cervello anziano è in grado di compensare, per un lungo periodo (probabilmente anche per diversi anni), le alterazioni che si accumulano dentro e fra le cellule nervose. Ciò e possibile fino ad un punto in cui la soglia di compensazione del cervello è saturata dai processi neurodegenerativi e si ha la comparsa della sintomatologia cognitiva.
I polimorfismi ( diversi modi di manifestazioni dei geni ) a singolo nucleotide (SNPs) di certi geni infiammatori sono già stati associati al rischio di sviluppare la malattia di halzaimer. Altri studi hanno suggerito che la combinazione di differenti polimorfismi sui geni di varie molecole infiammatorie (IL-1, ACT, IL-10) e molecole coinvolte nel metabolismo cerebrale (HMGCR, VEGF) mostra un effetto additivo sul rischio di MA. È perciò possibile, combinando differenti SNP (già dimostrato in diversi studi caso/controllo associati al rischio di MA), creare un profilo genetico complesso ma indicativo di rischio individuale che ci può dare un’idea abbastanza precisa della probabilità di sviluppare decadimento cognitivo e più avanti nel tempo la MA.

In che cosa consiste il test per il profilo genetico?
Grazie ad un piccolo prelievo indolore delle cellule di sfaldamento del cavo orale tramite una semplice spatola si può isolare il DNA cellulare e genotipizzare il soggetto in esame per i geni che compongono il profilo di rischio pro-infiammatorio. Ad ogni soggetto è quindi possibile assegnare un punteggio che quantifica il rischio individuale intrinseco di sviluppare con l’avanzare dell’età il decadimento cognitivo. Ai soggetti con un profilo di rischio medio o alto si dovrà poi proporre un percorso di approfondimento diagnostico di visite specialistiche, esami radiologici e di test neurocognitivi. L’insieme di questa valutazione darà indicazione se e quando iniziare terapie precoci personalizzate volte a minimizzare la presenza di un rischio genetico elevato.
Il profilo per il decadimento cognitivo e la demenza si basa sulla genotipizzazione di SNP su i seguenti geni: IL-1, ACT, IL-10, VEGF, APOE e HMGCR e l’elaborazione statistica del profilo individuale secondo un algoritmo appositamente sviluppato per la popolazione italiana.

Profilo genetico pro infiammatorio per la determinazione del rischio individuale di sviluppare l’infarto del miocardio (IM).
Le malattie cardiovascolari sono la maggiore causa di morbilità nelle società industrializzate.
Le conoscenza sui meccanismi patogenetici di queste malattie sono ancora incomplete, poichè la metà dei pazienti affetti non mostra i fattori di rischio già noti quali livello ematico di colesterolo, lipoproteine, presenza di ipertensione, ecc.
È noto che l’infiammazione gioca un importante ruolo nello sviluppo delle malattie cardiovascolari visto che placche e lesioni aterosclerotiche sono associate ad un infiltrato di cellule immunitarie attivate e ad elevati livelli plasmatici di molecole infiammatorie.
Sono stati fatti numerosi studi per individuare fattori di rischio genetici che possono predisporre per l’insorgenza di malattie cardiovascolari.
A questo proposito la nostra attenzione si è focalizzata sull’infarto del miocardio e abbiamo valutato se la presenza di determinati polimorfismi presenti nei geni che codificano per molecole infiammatorie coinvolte quali e su geni coinvolti nel metabolismo (fattore angiogenetico principale) che sono risultati associati ad un aumentato rischio di sviluppare l’Infarto al miocardio.
I nostri studi caso controllo hanno dimostrato che la presenza di determinati polimorfismi aumentava il rischio di sviluppare la malattia pertanto è stato possibile sviluppare anche in questo caso un test genetico che prevede la genotipizzazione dei soggetti per i geni sopra menzionati.
Grazie ad un piccolo prelievo indolore delle cellule di sfaldamento del cavo orale tramite una semplice spatola si può isolare il DNA cellulare e genotipizzare il soggetto in esame per i geni che compongono il profilo di rischio pro-infiammatorio associato al IM. Ad ogni soggetto è quindi possibile assegnare un punteggio che quantifica il rischio individuale intrinseco di sviluppare con l’avanzare dell’età L’IM. Ai soggetti con un profilo di rischio medio o alto si dovrà poi proporre un percorso di approfondimento diagnostico di visite specialistiche, esami cardiovascolari ed ematici. L’insieme di questa valutazione darà indicazione se e quando iniziare terapie precoci personalizzate volte a rendere minimo la presenza di un rischio genetico elevato.

In che cosa consiste il test per il profilo genetico pro-infiammatorio per l’infarto del miocardio?
Grazie ad un piccolo prelievo indolore delle cellule di sfaldamento del cavo orale tramite una semplice spatola si può isolare il DNA cellulare e genotipizzare il soggetto in esame per i geni che compongono il profilo di rischio pro-infiammatorio. Ad ogni soggetto è quindi possibile assegnare un punteggio che quantifica il rischio individuale intrinseco di sviluppare con l’avanzare dell’età l’infarto del miocardio. Ai soggetti con un profilo di rischio medio o alto si dovrà poi proporre un percorso di approfondimento diagnostico di visite specialistiche, esami radiologici e cardiologici. L’insieme di questa valutazione darà indicazione se e quando iniziare terapie precoci personalizzate volte a minimizzare la presenza di un rischio genetico elevato.
Il profilo di rischio individuale per l’infarto del miocardio si basa sulla della genotipizzazione del soggetto per SNP su i seguenti geni: IL-6, IL-1, ACT, IL-10, TNF-α, INF-γ VEGF, APOE e HMGCR e l’elaborazione statistica dei risultati secondo un algoritmo specifico per la popolazione italiana.

Entrambi i profili di rischio sono stati individuati dall’equipe del Prof. Federico Licastro, responsabile del Laboratorio di Immunologia e Immunogenetica del Dipartimento di Patologia Sperimentale, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Bologna.
Oggi grazie a una collaborazione fra Il Prof. Licastro, la Neogene di Bologna e IMGEP eIMB di Milano è possibile offrire un servizio moderno e esclusivo per la determinazione dei profili di rischio individuali per le due malattie ed un approccio integrato di valutazione genetica e clinica per il trattamento personalizzato alla prevenzione di queste malattie.

Letteratura scientifica: fattori di rischio genetico associati al decadimento cognitivo età associato e malattia di Alzheimer.

Lio D, Annoni G, Licastro F, Crivello A, Forte GI, Scola L, Colonna-Romano G, Candore G, Arosio B, Galimberti L, Vergani C, Caruso C. Tumor necrosis factor-alpha -308A/G polymorphism is associated with age at onset of Alzheimer’s disease. Mech Ageing Dev. 2006 Jun;127(6):567-71. Epub 2006 Mar 3

Ravaglia G, Paola F, Maioli F, Martelli M, Montesi F, Bastagli L, Bianchin M, Chiappelli M, Tumini E, Bolondi L, Licastro F. Interleukin-1beta and interleukin-6 gene polymorphisms as risk factors for AD: a prospective study.
Exp Gerontol. 2006 Jan;41(1):85-92. Epub 2005 Nov 16.

Licastro F, Chiappelli M, Grimaldi LM, Morgan K, Kalsheker N, Calabrese E, Ritchie A, Porcellini E, Salani G, Franceschi M, Canal N. A new promoter polymorphism in the alpha-1-antichymotrypsin gene is a disease modifier of Alzheimer’s disease.
Neurobiol Aging. 2005 Apr;26(4):449-53.

Sciacca FL, Ferri C, Licastro F, Veglia F, Biunno I, Gavazzi A, Calabrese E, Martinelli Boneschi F, Sorbi S, Mariani C, Franceschi M, Grimaldi LM. Interleukin-1B polymorphism is associated with age at onset of Alzheimer’s disease.
Neurobiol Aging. 2003 Nov;24(7):927-31.

Licastro F, Chiappelli M. Brain immune responses cognitive decline and dementia: relationship with phenotype expression and genetic background.
Mech Ageing Dev. 2003 Apr;124(4):539-48. Review.

Lio D, Licastro F, Scola L, Chiappelli M, Grimaldi LM, Crivello A, Colonna-Romano G, Candore G, Franceschi C, Caruso C. Interleukin-10 promoter polymorphism in sporadic Alzheimer’s disease.
Genes Immun. 2003 Apr;4(3):234-8.

Licastro F, Pedrini S, Ferri C, Casadei V, Govoni M, Pession A, Sciacca FL, Veglia F, Annoni G, Bonafe M, Olivieri F, Franceschi C, Grimaldi LM. Gene polymorphism affecting alpha1-antichymotrypsin and interleukin-1 plasma levels increases Alzheimer’s disease risk.
Ann Neurol. 2000 Sep;48(3):388-91.

Grimaldi LM, Casadei VM, Ferri C, Veglia F, Licastro F, Annoni G, Biunno I, De Bellis G, Sorbi S, Mariani C, Canal N, Griffin WS, Franceschi M. Association of early-onset Alzheimer’s disease with an interleukin-1alpha gene polymorphism.
Ann Neurol. 2000 Mar;47(3):361-5.

Licastro F, Pedrini S, Govoni M, Pession A, Ferri C, Annoni G, Casadei V, Veglia F, Bertolini S, Grimaldi LM. Apolipoprotein E and alpha-1-antichymotrypsin allele polymorphism in sporadic and familial Alzheimer’s disease.
Neurosci Lett. 1999 Aug 6;270(3):129-32.

Letteratura scientifica: fattori di rischio genetico associati all’ infarto del miocardio.

Chiappelli M, Tampieri C, Tumini E, Porcellini E, Caldarera CM, Nanni S, Branzi A, Lio D, Caruso M, Hoffmann E, Caruso C, Licastro F. Interleukin-6 gene polymorphism is an age-dependent risk factor for myocardial infarction in men.
Int J Immunogenet. 2005 Dec;32(6):349-53.

Lio D, Candore G, Crivello A, Scola L, Colonna-Romano G, Cavallone L, Hoffmann E, Caruso M, Licastro F, Caldarera CM, Branzi A, Franceschi C, Caruso C. Opposite effects of interleukin 10 common gene polymorphisms in cardiovascular diseases and in successful ageing: genetic background of male centenarians is protective against coronary heart disease.
J Med Genet. 2004 Oct;41(10):790-4. No abstract available.

Licastro F, Chiappelli M, Caldarera CM, Tampieri C, Nanni S, Gallina M, Branzi A. The concomitant presence of polymorphic alleles of interleukin-1beta, interleukin-6 and apolipoprotein E is associated with an increased risk of myocardial infarction in elderly men. Results from a pilot study.
Mech Ageing Dev. 2004 Aug;125(8):575-9.



Luglio 1, 2005 Newsletter

Il primo che ha avanzato l’ipotesi o la teoria dell’esistenza dei radicali liberi fu il dottor Denham Harman nel 1956. Secondo la teoria sviluppata, con il passare degli anni il nostro organismo tende a produrre dei prodotti di “scarto” derivanti dal metabolismo delle cellule, cioè dal lavoro svolto dai miliardi di agglomerati cellulari che compongono il nostro corpo. Questi scarti tendono ad accumularsi all’interno delle cellule stesse svolgendo una potenziale azione dannosa definita ossidante per tutti, o quasi , i costituenti cellulari e organici.

I Radicali Liberi (RL) sono molecole instabili (gruppi di atomi legati tra loro) cioè molecole cui “manca qualcosa”, pronte a reagire con altre molecole in quanto hanno un elettrone disponibile detto, in gergo tecnico, “spaiato”.

Nell’organismo umano i RL reagiscono con qualsiasi struttura molecolare che incontrano.

Ogni giorno produciamo senza accorgercene molti di questi RL. Essi sono i veri killer delle strutture cellulari, considerati responsabili dell’invecchiamento biologico dell’organismo. Consideriamo tuttavia il fatto che tutti noi abbiamo dei sistemi di recupero e trasformazione di questi radicali liberi in acqua e ossigeno libero i quali vengono inseriti in cicli metabolici corretti

Tutti i RL si formano all’interno delle cellule e precisamente dai mitocondri, organelli cellulari deputati alla produzione di energia detta ATP attraverso lo sfruttamento dell’ossigeno. Ma non tutto l’ossigeno viene sfruttato per produrre energia, il quale in parte va a formare appunto Radicali Liberi. Se questi RL non vengono inattivati, possono aggravare molti processi fisiologici tra cui quello della degenerazione degli organi, accelerandone l’invecchiamento e aumentando di conseguenza l’età biologica (che è diversa da quella anagrafica). Quindi, questo nuovo modo di vedere e considerare le malattie sotto l’aspetto degenerativo e pro ossidante ha fatto sì che nascessero nuovi metodi per poter evidenziare realmente questo questo stato ossidativo dell’organismo. È stato messo a punto un esame, effettuato tramite un normale prelievo venoso, che valuta la presenza o meno di questi RL quantificandoli con un indice numerico. Il test inoltre esprime la capacità antiossidante dell’organismo, ossia quanto esso si difende dallo stress ossidativo.

Il medico poi leggendo il risultato individuerà la possibile strategia terapeutica mediante l’uso di antiossidanti adeguati a dosi specifiche e con una corretta alimentazione antiossidante sempre personalizzata.

Esistono inoltre dei cibi con potere antiossidante, cioè con capacità di assorbire i radicali liberi.

L’Università di Boston ha stilato un elenco dei cibi con tali caratteristiche che dovranno essere poi applicate come regola alimentare al paziente.

Concludendo, i RL sono quindi responsabili di diverse patologie: arterosclerosi, infarto, ictus e tutte le patologie cardio-circolatorie, invecchiamento sia dei tessuti esterni (pelle, rughe) che interni, artrite problemi circolatori periferici capillari (là dove c’è una cattiva circolazione del sangue), persistenza di infezioni da parassiti, funghi o batteri, infiammazioni croniche delle mucose (gastriti, faringiti, cistiti, etc.).

 


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