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Ottobre 29, 2014 Newsletter

Sabato 15 novembre c/o Terme Sibarite – via delle Terme, 2 – Cassano allo Ionio, Cosenza

Si terrà “La genetica e la nutrizione al servizio della  prevenzione: applicazioni in clinica medica”, il seminario accreditato ECM, organizzato da Akesios Group srl, in collaborazione con Imgep – Istituto di Medicina Genetica e Preventiva.

Genetica e nutrizione come strumenti di prevenzione oggi sono realtà.

Interazione tra i nutrienti e genoma umano, diete personalizzate, stress ossidativo e resistenza insulinica saranno solo alcuni dei temi affrontati durante il convegno dagli Specialisti dell’Istituto di Medicina Genetica di Milano: Prof. Giuseppe Di Fede e Dr. Francesco Orlandoni

Cosenza_15_11_2014



Hsp10, Hsp70, and Hsp90 immunohistochemical levels change in ulcerative colitis after therapy

Research Article (download PDF version – complete 590 kb)

G. Tomasello,1 C. Sciumè,1 F. Rappa,2 V. Rodolico,3 M. Zerilli,3 A. Martorana,3 G. Cicero,4 R. De Luca,4 P. Damiani,5 F.M. Accardo,6 M. Romeo,7 F. Farina,2 G. Bonaventura,2 G. Modica,1 G. Zummo,2 E. Conway de Macario,8 A.J.L. Macario,8,9 F. Cappello2,9

1 Dipartimento di Discipline Chirurgiche ed Oncologiche, Università di Palermo;
2 Dipartimento di Biomedicina Sperimentale e Neuroscienze Cliniche, Università di Palermo, Italy;
3 Dipartimento di Patologia Umana, Università di Palermo, Italy;
4 Dipartimento di Oncologia, Università di Palermo, Italy;
5 Dipartimento di Medicina Interna e delle Malattie Emergenti, Università di Palermo, Italy;
6 Dipartimento di Contabilità Nazionale ed Analisi dei Processi Sociali, Università di Palermo, Italy;
7 Istituto di Medicina Biologica, Milano, Italy;
8 Department of Microbiology and Immunology, School of Medicine, University of Maryland
at Baltimore, and IMET, Baltimore, MD, USA;
9 Istituto Euro-Mediterraneo di Scienza e Tecnologia (IEMEST), Palermo, Italy

*Correspondence: Prof. Francesco Cappello, Dipartimento di Biomedicina Sperimentale e Neuroscienze Cliniche, Sezione di Anatomia Umana, via del Vespro 129, 90127, Palermo, Italy.
tel./Fax: +39.091.6553580. E-mail: francapp@hotmail.com

Abstract

Ulcerative colitis (UC) is a form of inflammatory bowel disease (IBD) characterized by damage of large bowel mucosa and frequent extra-intestinal autoimmune comorbidities.

The role played in IBD pathogenesis by molecular chaperones known to interact with components of the immune system involved in inflammation is unclear. We previously demonstrated that mucosal Hsp60 decreases in UC patients treated with conventional therapies (mesalazine, probiotics), suggesting that this chaperonin could be a reliable biomarker useful for monitoring response to treatment, and that it might play a role in pathogenesis.

In the present work we investigated three other heat shock protein/molecular chaperones: Hsp10, Hsp70, and Hsp90. We found that the levels of these proteins are increased in UC patients at the time of diagnosis and decrease after therapy, supporting the notion that these proteins deserve attention in the study of the mechanisms that promote the development and maintenance of IBD, and as biomarkers of this disease (e.g., to monitor response to treatment at the histological level).

(download PDF version – complete 590 kb)



Ottobre 30, 2012 Newsletter

Dopo aver presentato pregi e difetti di “zucchero bianco, di canna e fruttosio“, (Come dolcificare nel modo migliore? – parte 1) proseguiamo la panoramica sui dolcificanti naturali e sintetici valutando: saccarina, aspartame, sucralosio e stevia.

SACCARINA: La saccarina è stata il primo dolcificante artificiale. La parola deriva dal latino e significa zucchero. È disponibile in tre forme: Acido Saccarinico, Saccarina di Sodio, Saccarina di Calcio. Quella più usata è la saccarina di sodio.

Ha un potere dolcificante 300 volte superiore al saccarosio, ma presenta un retrogusto leggermente amaro e metallico, generalmente considerato sgradevole specialmente ad alte concentrazioni. A differenza di simili composti di sintesi (es. aspartame), la saccarina è stabile al calore anche in ambiente acido, è inerte rispetto agli altri ingredienti alimentari e non richiede precauzioni di conservazione. Nei paesi in cui l’uso di entrambi i composti è consentito, la saccarina è spesso associata al Ciclammato in proporzioni 1:10 per correggere i citati difetti di retrogusto; è spesso associata anche all’aspartame.

Nel 1878 fu scoperta casualmente in un laboratorio, dove si lavorava il catrame. Fu una scoperta importante, soprattutto per i diabetici. Infatti, la saccarina transita attraverso l’apparato digerente senza alterare i livelli sanguigni d’insulina e in pratica senza fornire alcuna energia all’organismo.

Preoccupazione sulla potenziale nocività e cancerogenicità si espresse massimamente nel 1977, quando fu pubblicato un lavoro che comunicava l’aumento d’incidenza del cancro alla vescica in ratti alimentati con alte dosi di saccarina. Al momento, viste le bassissime quantità di utilizzo, non è stata dimostrata per tali quantità nessuna correlazione. La saccarina è impiegata in una grande varietà di cibi, bevande e cosmetici.

Non è metabolizzata dal nostro organismo; una volta assunta, è rapidamente assorbita (circa 90%) e come tale eliminata con le urine, senza subire modifiche. Non influenza i livelli glicemici e non fornisce alcuna energia all’organismo. Non favorisce la carie e quindi consigliata nelle diete ipocaloriche e nei diabetici. Restano, tuttavia, molti dubbi sulla tossicità, pur esistendo tantissimi studi che ne confermano la sicurezza per dosi di consumo normali. I dubbi circa il coinvolgimento della sostanza nei confronti del cancro alla vescica restano. Molta prudenza per l’uso in gravidanza, data la capacità di attraversare la placenta.

ASPARTAME: L’aspartame è un altro dolcificante artificiale. E’ composto da due aminoacidi, l’acido aspartico e la fenilalanina, più il metanolo che esterifica l’estremità carbossilica della Fenilalanina.

Pur avendo le stesse calorie dello zucchero, il suo potere dolcificante è 200 volte superiore; per questa ragione ne servono piccole quantità per dolcificare cibi e bevande.

Le persone che soffrono di fenilchetonuria (hanno difficoltà nell’assimilare la fenilalanina), devono limitare l’assunzione di questo dolcificante perché è fonte di fenilalanina.
L’utilizzo come dolcificante alimentare, con la sigla E 951, è autorizzato in dose massima giornaliera di 40 mg./Kg di peso. Esistono molte diatribe sul ruolo cancerogeno dell’aspartame (ci sono numerosi studi in merito). Nel 1980, un’inchiesta decretò la mancanza di dati sufficienti a confermare il legame tra aspartame e tumori al cervello.

Tuttavia, fu negata una nuova autorizzazione all’uso, in attesa di nuovi dati. Altri studi evidenziarono l’aumento dell’incidenza di linfomi e leucemie nei topi femmine a seguito dell’assunzione di vari dosaggi di aspartame. Inoltre, uno studio italiano ha confermato questi dati, e ha ipotizzato un legame tra formaldeide (il metabolismo dell’Aspartame, libera anche Metanolo, trasformato prima in Formaldeide e poi in Acido Formico, entrambi tossici) rilasciata dal metabolismo dell’aspartame e l’aumento di tumori cerebrali (Europee Journal of Oncology, del 2005). Entro settembre 2012, l’EFSA, la corrispondente europea dell’FDA americana, dovrà rivalutare la sicurezza dell’aspartame. Particolare importante: qualora sia presente un disturbo (potrebbero esisterne diversi), imputabile all’assunzione di aspartame, sono necessari 60 giorni senza assunzione di aspartame, per far regredire tale sintomatologia.

Uno dei più grossi limiti dell’aspartame è quello della non resistenza alle temperature (superiori ai 30°), quindi anche quella del corpo umano, che attiverebbe i processi che portano alla liberazione delle sostanze tossiche di cui parlavo prima. Per dovere d’informazione, riporto quali sono i punti a favore dell’aspartame che ne spingono l’utilizzo: basso potere calorico (essendo circa 200 volte più dolce del saccarosio) per cui ne servono piccolissime quantità; Non innalza la glicemia, per cui adatto ai diabetici, ma ricordiamo tutti i grossi dubbi ancora esistenti.

SUCRALOSIO: Diffuso da poco tempo, anche se scoperto in Inghilterra già nel 1976, questo dolcificante deriva dal saccarosio e, per le manipolazioni cui è sottoposto lo zucchero, è considerato un dolcificante artificiale.

E’ realizzato con un processo in più fasi, si parte dal classico zucchero da cucina, il saccarosio, cui sono sostituiti tre gruppi ossidrilici (formati da ossigeno e idrogeno) con tre atomi di cloro. Il risultato è un dolcificante stabile, con lo stesso sapore dello zucchero, ma senza calorie.

Dopo questa scoperta, il sucralosio, è stato sottoposto a un programma conclusivo di test sulla sicurezza per un periodo di 20 anni. Oggi il sucralosio, è autorizzato in oltre 80 paesi. Può essere utilizzato da tutti, anche da bambini, durante la gravidanza o l’allattamento, ed anche dai diabetici. Resiste al calore e può essere sottoposto a cottura, anche in forno. E’ molto utile per quanti cercano di ridurre l’assunzione di zucchero e calorie. Aumenta sempre più il numero di alimenti e bevande che sono dolcificate con sucralosio. Quello che rende possibile l’utilizzo in piccolissime quantità, è un potere dolcificante circa 600 volte superiore a quello dello zucchero.
Grosso vantaggio è l’eccellente sapore dolce, molto simile a quello dello zucchero.

Inizialmente vi fu un dubbio sul destino degli atomi di cloro, ma attendibili accertamenti hanno promosso a pieni voti questa sostanza. Infatti, il sucralosio rimane intatto nell’organismo. Il cloro non è liberato, dato che la molecola di sucralosio rimane intatta ed è eliminata quasi totalmente senza modifiche. Altro dato importante è che la molecola non interagisce minimamente con l’alimento che la contiene.

STEVIA: recentemente si è diffuso un nuovo dolcificante, che presenta interessanti caratteristiche: la stevia.

Si tratta di una piccola pianta erbacea arbustiva perenne della famiglia delle composite (lattuga, calendula, cicoria), nativa delle montagne fra Paraguay e Brasile. Ha una buona capacità dolcificante: nella sua forma naturale è circa 10/15 volte più dolce del normale zucchero da tavola. Nella sua forma più comune di polvere bianca, estratta dalle foglie della pianta, arriva a essere dalle 70 alle 400 volte più dolce dello zucchero, pertanto pare sia il dolcificante naturale più potente. Una sola fogliolina fresca dopo qualche istante, trasferisce al palato una forte sensazione dolce, lasciando alla fine un lieve retrogusto di liquirizia. I principi attivi sono lo Stevioside e il Rebaudioside A.

Non causa diabete; non ha calorie; non altera la glicemia; non dovrebbe avere tossicità (al contrario dei dolcificanti sintetici); non provoca carie; non contiene sostanze artificiali; può essere utilizzata per cucinare. Sono stati ipotizzati anche alcuni impieghi in medicina per il diabete e l’obesità. Consente, infatti, di ridurre il consumo di zucchero, specie quello bianco.

Si utilizza ormai su larga scala, in Giappone, per esempio, è già usata per dolcificare la Coca Cola Light.
La sua commercializzazione è stata a lungo ostacolata per via dei numerosi interessi legati alla produzione di altri dolcificanti ( barbabietole da zucchero, canna da zucchero ecc).

Importanti caratteristiche che la connotano sono:

  • Non è fermentabile (come lo zucchero), quindi utile a chi soffre di candida
  • Stabile al calore, almeno fino a 200° C
  • Non è tossica, quindi sicura
  • E’ senza calorie
  • Può essere utilizzata dai Diabetici e nelle diete ipocaloriche

È sicuramente un buon dolcificante naturale, già usato in molti paesi; per il momento i limiti sono dati dai costi, non ancora competitivi per la coltivazione delle piante e per l’estrazione.

Infine, per concludere questa panoramica sui dolcificanti (ricordo la prima parte dell’articolo: Come dolcificare nel modo migliore? – parte 1), vorrei esprimere solo una breve considerazione. Tra i vari dolcificanti, vale sempre la regola delle quantità, ad esempio, il fruttosio, entro limitate quantità, può essere utilizzato tranquillamente, ma aumentando il consumo crescono, in maniera direttamente proporzionale, gli svantaggi. Ricordo inoltre le virtù della stevia e del sucralosio, che veramente restano inerti e senza calorie.

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



Agosto 30, 2012 Newsletter

Per far la vita meno amara, e per mantenere in equilibrio la nostra situazione energetica, abbiamo spesso bisogno di soddisfare la nostra voglia di “dolce”. Ma come dolcificare nel modo migliore? Dolcificanti naturali o artificiali?

Facciamo una piccola premessa.

Zucchero è un termine generale che indica tutti i Carboidrati o Glucidi, sostanze organiche formate da Carbonio, Idrogeno e Ossigeno, con formula molecolare (CH2O) n.
I Carboidrati vengono di solito classificati in semplici e complessi; quelli semplici, chiamati zuccheri, comprendono i Monosaccaridi (con una molecola di zucchero), gli Oligosaccaridi (con due o più molecole) e i Polisaccaridi (con molte molecole di zucchero). Tra i Monosaccaridi, ricordiamo il Glucosio, il Fruttosio, il Galattosio. Gli Oligosaccaridi si trovano prevalentemente nei vegetali, in particolare nei legumi.

Da un punto di vista nutrizionale, i più importanti sono i disaccaridi (con due zuccheri), tra cui:

  • Saccarosio (Glucosio+Fruttosio), lo zucchero da cucina
  • Lattosio (Galattosio+Glucosio), lo zucchero del latte
  • Maltosio (Glucosio+Glucosio), lo zucchero dei cereali.

I Polisaccaridi si formano dall’unione di numerosi monosaccaridi e si distinguono in Polisaccaridi Vegetali (Amidi e Fibre) e di Origine Animale (Glicogeno).
Oltre agli zuccheri naturali, derivanti da piante, frutti e altri prodotti naturali, vi sono i dolcificanti di sintesi, prodotti con procedimenti chimici particolari.
Fatta questa breve premessa, andiamo ad analizzare le caratteristiche delle sostanze dolcificanti, sia naturali sia sintetiche, valutando i pregi e i difetti che possono avere per noi consumatori.

Prenderemo in considerazione lo Zucchero Bianco, lo Zucchero di Canna e il Fruttosio. Seguirà un secondo articolo in cui valuteremo la Saccarina, l’Aspartame, il Sucralosio e la Stevia.

ZUCCHERO BIANCO

Lo zucchero bianco è il prodotto finale di una lunga trasformazione del succo zuccherino derivato dalla barbabietola o dalla canna da zucchero. Dapprima, il succo è depurato con calce idrata, che provoca la perdita e la distruzione di sostanze organiche, proteine, enzimi e calcio; e poi trattato con Anidride Carbonica, per eliminare i residui di calce. Prima di essere sottoposto a cottura, raffreddamento, cristallizzazione e centrifugazione, il prodotto subisce un trattamento con Acido Solforoso, che consente di eliminare il colore scuro. Si ottiene così lo zucchero grezzo. Si passa poi alla seconda fase della lavorazione in cui lo zucchero è filtrato, decolorato con carbone animale e, per eliminare il colore giallognolo residuo, colorato con il “Blu oltremare” o con il “blu Idantrene” (colorante proveniente dal catrame, quindi cancerogeno).

Il prodotto finale è una sostanza cristallina (e apparentemente naturale), che però non contiene più tutte le sostanze vitali e le vitamine presenti nella barbabietola o nella canna da zucchero.

ZUCCHERO di CANNA GREZZO

Si ottiene direttamente dal succo estratto dalle Canne da Zucchero, schiacciate con operazioni artigianali (senza l’utilizzo di sostanze chimiche). La sua consistenza granulosa o in polvere non è mai cristallina, e le canne, molto spesso, provengono da coltivazioni biologiche.

Che cosa avviene nel nostro organismo quando ingeriamo lo zucchero raffinato?

Per poter essere assimilato e digerito, e per ricostituire l’armonia di elementi distrutta nel processo di raffinazione, lo zucchero bianco sottrae al nostro organismo vitamine e sali minerali (soprattutto Calcio e Cromo). Questo tipo di situazione è molto ridotta quando s’ingerisce lo zucchero di canna grezzo, perché quest’ultimo contiene ancora alcune sostanze benefiche che invece si perdono nel processo che conduce allo zucchero bianco.

A livello intestinale, lo zucchero bianco provoca fenomeni fermentativi con produzione di gas, aumento della tensione addominale, e alterazione della flora batterica, che genera inevitabili coliti, stipsi, diarree.

Lo zucchero bianco ha, inoltre, una grande influenza sul metabolismo e sul sistema nervoso. Il rapido assorbimento dello zucchero nel sangue provoca un innalzamento della glicemia cui segue una rapida liberazione di Insulina, e la conseguente caduta del tasso glicemico (crisi ipoglicemica), caratterizzata da uno stato di malessere generalizzato, debolezza, irritabilità, nervosismo e bisogno di mangiare per sentirsi di nuovo in forma.

Questi dannosi sviluppi sono stati ampiamente verificati negli Stati Uniti, dove alcuni studi hanno evidenziato l’aumento di violenza e aggressività nei bambini che abusano di zucchero raffinato (zucchero bianco). Non dimentichiamo, inoltre, che lo zucchero è senz’altro una delle cause del sovrappeso e dell’obesità, patologie sempre più diffuse, specie tra i bambini. Considerati, dunque, i numerosi effetti negativi dello zucchero sul nostro organismo il consiglio è di moderarne l’uso, e limitare il consumo di tutti quegli alimenti lavorati e confezionati che lo contengono.

FRUTTOSIO

Il fruttosio, detto anche Levulsio, è un monosaccaride chetonico (particolare gruppo chimico, con doppio legame tra carbonio e ossigeno) che si trova prevalentemente nella frutta zuccherina, nel miele e in alcune verdure; combinato con una molecola di glucosio, forma il saccarosio, il classico zucchero da cucina.

Buona parte del fruttosio in commercio proviene dallo sciroppo di mais ricco di fruttosio, noto con l’acronimo HFCS (High Fructose Corn Syrup). Questa sostanza si ottiene convertendo il glucosio presente nell’amido di mais, mediante un processo d’isomerizzazione (glucosio e fruttosio, sono molecole simili, entrambi con sei atomi di carbonio, ma disposte nello spazio in maniera diversa).

Il Fruttosio è assorbito più lentamente dall’organismo, e una volta assorbito, non entra direttamente in circolo, ma viene trasformato in glucosio dal fegato. Una volta convertito in glucosio, può subire due trasformazioni: essere convertito in glicogeno epatico (zucchero di riserva energetica per l’organismo), o in Trigliceridi. Sicuramente il fruttosio ha il vantaggio di avere un basso impatto glicemico, ma in ogni caso, non bisogna abusarne, perché può alzare moltissimo i trigliceridi nel sangue.

Elevate quantità di fruttosio possono anche causare diarrea, dolori addominali, flatulenza.
Recentemente si è riscontrata anche la presenza d’intolleranze alimentari verso il Fruttosio (diagnosticabile con il test per le intolleranze alimentari ALCAT), da non confondere con quelle genetiche (fruttosemia genetica).

Il Fruttosio, se consumato in dosi eccessive, può anche determinare, soprattutto nei soggetti predisposti, un aumento di Acido Urico.

Tra i vantaggi c’è quello di avere un potere dolcificante del 30% superiore rispetto al saccarosio (e quindi ne serve meno). Si tratta inoltre di un valido compromesso tra l’assenza di sostanze tossiche utilizzate per la sua preparazione e i processi metabolici (vedi glicemia, insuline mia ecc) legati al suo metabolismo (punti entrambi a sfavore del saccarosio, soprattutto il bianco).

Se non supera la quantità di 30 grammi a pasto, l’assunzione di fruttosio non influisce sui valori dell’insulina, altrimenti è trasformato in glucosio e può determinare un aumento dei livelli di glicemia nel sangue (per questo motivo l’ADA, l’American Diabetes Associations, ne ha vietato l’uso ai diabetici).

Anche in questo caso, come per il saccarosio, è quindi fondamentale non abusare della sostanza.

Per completare la breve descrizione, e a riprova dell’importanza delle “quantità”, voglio evidenziare
un “chicca” biochimica che è rilevante per l’interpretazione di una serie di alterazioni tipiche del Diabete e dell’obesità. Il Fruttosio è trasportato nelle cellule per diffusione facilitata, mentre il glucosio e il lattosio sono trasportati attivamente insieme a ioni Na+, che si legano alle proteine trasportatrici che consentono di attraversare le membrane. Queste molecole trasportatrici sono chiamate GLUT, e ce ne sono almeno 5, con funzioni diverse. La GLUT 4 dipende direttamente dall’insulina, si trova soprattutto nel muscolo e nel tessuto adiposo e rappresenta la maggior attività trasportatrice di Glucosio nell’Adipocita.

segue: Come dolcificare nel modo migliore? – parte 2

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



Giugno 30, 2012 Newsletter

Con l’avvicinarsi della stagione estiva aumenta la voglia di rimettersi in forma e perdere quei chili di troppo che, a causa di una ridotta attività fisica e di un maggiore introito calorico, abbiamo accumulato durante l’inverno.

Il nostro stato fisico può, infatti, essere paragonato alla risultante di una semplice e banale equazione, che coinvolge le calorie introdotte e quelle utilizzate a scopo energetico. In parole povere, quando le calorie assunte sono di più di quelle consumate (sport, movimento ecc), l’organismo “conserva” questo surplus energetico sotto forma di grasso di deposito, i famosi cuscinetti distribuiti nei vari distretti.

Sembrerebbe, dunque, che per perdere peso sia sufficiente ridurre gli introiti o aumentare i consumi energetici. In teoria, è così. Nella pratica, purtroppo, numerosi fattori possono complicare le cose: il controllo ormonale, le abitudini scorrette, la qualità dei cibi, le intolleranze alimentari e tutta una serie di altre cause.

Altro aspetto, che sicuramente influisce sulla valutazione e sul trattamento del problema, è il non tenere in debita considerazione l’aspetto temporale. Molti pazienti vorrebbero perdere i chili in eccesso nell’arco di pochissimo tempo. Ecco perché, a ogni nuova stagione, proliferano diete miracolistiche, che promettono risultati brillanti in tempi ristrettissimi: giusto uno o due mesi (a volte molto meno….) prima della famosa “prova costume” ormai non più solo appannaggio delle gentili signore, ma anche tra aitanti maschietti.

Tra le tante diete proposte di recente, la più nota – nel bene e nel male – è senz’altro quella ideata dal Dr. Pierre Dukan. Utilizzata dai reali d’Inghilterra e da altri personaggi famosi, sembra non avere lo stesso successo negli ambienti scientifici. Nei miei ambulatori di Fano e Bari, i pazienti mi domandano spesso come funziona questa dieta e se effettivamente può creare dei disturbi.

La parola d’ordine della dieta Dukan è: No carboidrati; Si proteine. All’inizio della dieta si mangiano, infatti, solo proteine, a colazione, pranzo e cena. Teoricamente, in questo modo, si eviterebbero gli accumuli di grasso dovuti all’introito di carboidrati e grassi, e si andrebbe a stimolare l’utilizzo del grasso posseduto a scopi energetici. Molto sommariamente questo è il principio. In realtà, le cose sono un po’ diverse.

La dieta si divide in quattro fasi:

  • La prima, definita di “attacco“, della durata di circa una settimana, prevede durante la giornata l’utilizzo di sole proteine (carne, pesce, formaggi, uova, ecc).
  • La seconda, definita di “crociera“, prevede l’introduzione di vegetali da alternare alle proteine.
  • La terza, definita di “consolidamento“, prevede la reintroduzione di carboidrati, frutta e altri alimenti.
  • La quarta fase è di “stabilizzazione“, che prevede la ripresa delle abitudini regolari. Non ci sono limiti di quantità.

Proviamo a fare l’avvocato del diavolo per analizzare gli eventuali “pro” e “contra”:

PRO:

  • E’ abbastanza rapida.
  • Toglie la fame. Le proteine hanno un potere saziante più elevato degli altri gruppi alimentari.
  • E’ relativamente semplice.

CONTRA:

  • E’ vincolante. Bisogna seguire le diverse fasi attentamente, pena gli annullamenti degli effetti.
  • E’ ripetitiva. Sempre e solo proteine.
  • E’ abbastanza rischiosa. Non è indicata a persone che hanno problemi cardiaci o colesterolo alto.
  • E’ molto povera di fibre: stitichezza e “inaridimento ” dell’intestino, sono sempre in agguato.
  • Quando s’interrompe, si riprende quanto perso (anche con gli interessi).

Tra i vari svantaggi, è bene evidenziare il manifestarsi di forti scompensi nutrizionali, che si manifestano con cali di energia, dovuti soprattutto alla forte mancanza di carboidrati, ma anche di verdure e frutta, importanti per le vitamine. Può favorire l’aumento di colesterolo cattivo (LDL), soprattutto dovuto al forte consumo di carni rosse e uova.

C’è anche un aspetto psicologico dovuto alla forte limitazione d’uso dei vari alimenti. Una dieta, anche se dimagrante, dovrebbe quanto più possibile soddisfare il palato.

Cercando di non essere troppo “tecnico”, è giusto aggiungere qualche concetto sul meccanismo della dieta Dukan. Si tratta di una dieta prevalentemente proteica, che stimola una via metabolica “alternativa” a quella tipica di un’alimentazione mista (carboidrati, lipidi e proteine), e genera come prodotti di scarto delle sostanze chiamate “corpi chetonici” (Acetone, Acetoacetato, Acido Beta-idrossi-Butirrico). A contatto con i bambini piccoli, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito il caratteristico odore del famoso “acetone“, manifestato soprattutto nei casi di alimentazione scorretta. Ebbene, anche con la Dieta Dukan, si ha una grande produzione di corpi chetonici, che (soprattutto il Beta idrossi Butirrico) a livello Ipotalamico (è una particolare regione del cervello, che presiede molte funzioni di controllo), riducono lo stimolo della fame e garantiscono tono ed euforia al paziente. In genere, un metabolismo normale ne produce in minime quantità, che sono smaltite da reni e polmoni.

L’accumulo dei corpi chetonici, detta chetosi, abbassa il ph (misura l’acidità) ematico (del sangue), con conseguente acidosi metabolica (situazione tipica dei diabetici scompensati). Il problema si aggrava se il soggetto pratica un’intensa attività sportiva, che aumenta le richieste di glucosio da parte dell’organismo.

Complessivamente, quindi, la dieta funziona nell’immediato, ma sottopone l’organismo a uno stress continuo e non salutistico. Il gioco non vale la candela; la dieta chetogenica, infatti, anche se efficace, dovrebbe essere sostituita da altri regimi alimentari meno dannosi, soprattutto quando si vuol portare avanti un programma di riduzione del peso più a lungo termine. Un dimagrimento più graduale (in media tre/quattro kg al mese) è il metodo più duraturo e salutare.

Perdere peso è solo la punta di una serie di condizioni alterate, che apparentemente sono abbinate solo all’aumento ponderale, ma in realtà incidono su tutta una serie di aspetti che dovrebbero essere tenuti in considerazione:

  • Inquadramento del paziente
  • Individuazione di eventuali intolleranze alimentari (c’è una stretta correlazione tra aumento di peso e presenza di un’alterata tolleranza verso certi alimenti.)
  • Disintossicazione ed eliminazione di tossine.
  • Programma alimentare molto vario, che prevede l’utilizzo di tutti i gruppi alimentari, ma con una novità: una grossa riduzione dell’utilizzo di carboidrati legati al frumento (vedi pane e pasta), con utilizzo di carboidrati appartenenti a cereali diversi, vedi Miglio, Quinoa, Grano Saraceno, Avena ecc, sempre che non ci siano segnali particolari derivanti dal test sulle intolleranze.

Il tutto sempre supportato da una buona attività fisica (ricordo i grossi benefici sul consumo di grasso derivanti da una semplice passeggiata a passo svelto) e dall’abbondante consumo di acqua durante la giornata. Fondamentale, durante tutti i programmi alimentari, è l’utilizzo di frutta e verdura, per l’apporto di sali minerali e vitamine. Importante, inoltre, non esagerare con i carboidrati: mai la sera, e soprattutto a non elevato Indice Glicemico (I.G.). Quanto più è alto l’indice glicemico (dolci raffinati, pane bianco, zucchero, ecc), tanta più Insulina si metterà in circolo, con l’aumento di peso che ne consegue. (si trovano tabelle con gli indici glicemici dei vari alimenti).

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



Aprile 30, 2012 Newsletter

La primavera si accompagna normalmente a una serie di cambiamenti psicologici, fisiologici e comportamentali, legati ai meccanismi che il nostro organismo mette in atto per adattarsi a una realtà meno rigida rispetto a quella invernale.

Il cambio di stagione porta con se anche un grande desiderio di vita all’aria aperta, movimento e soprattutto alleggerimento. Durante l’inverno, a causa di una vita più sedentaria e calorica si tende, infatti, ad accumulare qualche chilo di troppo.

Quale migliore occasione per mettersi a dieta, disintossicarsi e tonificarsi con un po’ di attività fisica? In questo periodo sono tanti i pazienti che desiderano riacquistare quella sensazione di benessere, persa a causa di qualche leccornia di troppo unita a qualche ora di ozio in più.

Ho l’abitudine, in questi casi, di sottoporre i miei pazienti (ma lo consiglio anche a coloro i quali volessero intraprendere un regime alimentare dimagrante abbinato a un’attività fisica) a un programma semplice e snello, che prevede una serie d’indagini in grado di rivelare i parametri che possono guidarci nel programma Fisico/Nutrizionale.

I due pilastri di tali indagini sono:
a)Impedenziometria b) Test per le Intolleranze Alimentari.

Entrambi i test sono di grande aiuto sia perché durante il periodo invernale potremmo aver accumulato tossine legate ad alimenti che il nostro organismo “non tollera” sia perché, a causa di un’idratazione non sempre perfetta e di una massa grassa che molte volte va oltre certi limiti, probabilmente abbiamo modificato la composizione del nostro corpo.

a) L’Impedenziometria è una pratica assolutamente non invasiva, che grazie al passaggio di una leggerissima corrente nel nostro corpo, attraverso uno strumento particolare, ci permette di conoscere la composizione corporea in termini di Acqua, Grasso, Massa Magra ecc.

Utilizzo uno strumento molto recente (Impedimed DF 50), che indaga differenti parametri, utili a conoscere più da vicino il corpo del paziente, e di conseguenza intervenire in maniera più adeguata.

Novità importante rispetto ad altri esami simili è quella di poter scomporre la nota Massa Magra (FFM) in due ulteriori componenti: la Massa Tissutale Attiva (ATM) e la Massa Extracellulare. Questi nuovi parametri consentono di valutare il grado di efficienza fisica del paziente ed essere più predittivo nei confronti di un programma fisico e nutrizionale, rivolto sia a un paziente sovrappeso sia a uno sportivo (professionista e non) che vuole iniziare un programma di allenamento o di supporto.
Queste valutazioni sono importanti per riuscire ad abbinare meglio un’attività fisica di tipo aerobico o isotonico.
Completiamo i dati rilevati con i livelli di Acqua Extracellulare (ECW) e di Acqua Intracellulare (ICW), parametri fondamentali per individuare situazioni di disidratazione, ritenzione, carenze.

Integro l’indagine con l’analisi della Massa Grassa (FM), della Massa priva di Grassi, del Metabolismo Basale e dell’Indice di Massa Corporea (BMI) per inquadrare il paziente da un punto di vista staturo-ponderale.

Importante, infine, la valutazione dell’Angolo di Fase, parametro che sintetizza un po’ la situazione generale, per meglio apportare eventuali correzioni.

b) Il test per la diagnosi delle Intolleranze Alimentari, soprattutto quando il risultato è molto attendibile, consente di modificare le abitudini alimentari dei pazienti che lamentano sofferenze di svariato tipo (gonfiori, flatulenza, stanchezza, cefalea, mialgie, sovrappeso, apatia, eczemi, dermatiti, colite, ritenzione idrica, ecc.). Le correzioni alimentari possibili in seguito alla diagnosi di eventuali intolleranze sono particolarmente utili soprattutto quando si decide di iniziare un periodo disintossicante, dimagrante e ginnico.

Utilizzo nel mio studio ALCAT Test, unico test per Intolleranze Alimentari riconosciuto dall’U.S. Food and Drugs Administration.

Fondamentali in questi ultimi periodi, le risposte ottenute sul versante “Glutine, Frumento, Lieviti”. Le abitudini alimentari attuali prevedono un abbondante utilizzo di carboidrati di base. Il grano, purtroppo, non è più quello di un tempo, e in molte occasioni il nostro intestino non è geneticamente preparato a questi diversi tipi di frumento. Il risultato è una serie di reazioni di vario tipo, che a lungo andare possono determinare disturbi molto fastidiosi.

Individuati gli alimenti cui si è intolleranti, con un periodo di disintossicazione e un seguente riavvicinamento (rotazione) all’alimento individuato, si riesce a migliorare moltissimo la sintomatologia lamentata.

Completo il programma con aiuti di reidratazione, drenaggio e disintossicazione.Associando l’ALCAT Test, la Bioimpedenziometria, la Disintossicazione e l’Azione Drenante è possibile ottenere risultati utili su molteplici fronti: perdere peso in eccesso, prepararsi a un percorso di attività fisica, riprendere il benessere psico-fisico perso a causa di uno stile di vita inadeguato.
Buona ripresa a tutti.

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



Aprile 30, 2012 Newsletter

Tempo di vita all’aria aperta, maggior movimento e pratica fisica in generale. Binomio molto importante anche da un punto di vista salutistico, che risveglia – in tutti gli appassionati e non – il desiderio di dedicarsi più intensamente a queste attività.

L’aiuto del sole è fondamentale, infatti, per quanto riguarda il calcio (e di conseguenza il benessere delle ossa), e ben nota è la riconosciuta positività su tutto il nostro organismo dell’attività fisica. Sia l’esposizione al sole, sia il movimento richiedono, per evitare spiacevoli conseguenze, alcune precauzioni fondamentali: esporsi al sole con gradualità evitando le ore più calde, utilizzare creme protettive con schermo “molto alto”, riprendere gradualmente l’attività fisica, e non immediatamente subito dopo il pasto, seguire i consigli di un personal trainer.

A queste ben note norme si aggiunge l’importanza dalla nutrizione, che riveste un ruolo fondamentale per entrambe le pratiche.Come nutrizionista, nei miei studi di Fano e Bari, ogni anno dedico ampio spazio a tutta una serie di accorgimenti preparatori, indirizzati a tutti coloro che vogliono iniziare una pratica sportiva tonificante, dimagrante, riabilitativa o che semplicemente desiderano fare un po’ di moto.

Parallelamente, per gli sportivi, ma soprattutto per gli amanti dell’abbronzatura, adotto alcuni accorgimenti che ottimizzano la pelle a ricevere grosse quantità di “energia” dal sole e possono evitare i danni provocati da un’intensa esposizione solare.

Anche se apparentemente distanti, le due pratiche, evidenziano una serie di punti in comune che riguardano la prevenzione di effetti collaterali poco gradevoli.

Mi riferisco alla giusta idratazione, alla presenza o meno di stress ossidativo, alle carenze alimentari, alle giuste abitudini alimentari e al sovrappeso.

Alla luce di queste brevi premesse, l’aiuto di un Nutrizionista è fondamentale.

Ebbene, il periodo è quello giusto. Il cambio di stagione porta con sé il desiderio di rinnovare le nostre abitudini e liberarci dalle tossine che, a causa di una vita più sedentaria e di eccessi alimentari legati al freddo e alla permanenza al chiuso, abbiamo accumulato durante l’inverno. Cosa fare allora?

Nell’ambito di visite programmate presso i miei studi di Fano e Bari, si effettuano analisi della composizione corporea con uno strumento di ultima generazione non invasivo. In questo modo è possibile ottenere le giuste informazioni sull’idratazione e sulla localizzazione dei liquidi, sulla quantità di Massa Grassa presente, sulla disponibilità di Massa Priva di Grassi, sul Metabolismo Basale e altri parametri utili alla conoscenza della composizione corporea. L’indagine è supportata da test che individuano la presenza di aggressione da “Radicali Liberi” e il relativo stato di sofferenza (apatia, sonnolenza, stanchezza ecc.).

Un altro test molto indicato durante il cambio di stagione è quello che indaga la funzionalità intestinale la cui espressione positiva è sinonimo di benessere generale e migliore efficienza fisica.

Come specificato in altre pagine, valido supporto a tutte queste indagini è il test ALCAT per la diagnosi delle intolleranze alimentari che, oltre limitare le nostre prestazioni metaboliche, ostacolano spesso anche le nostre prestazioni fisiche.

Con riferimento alla cura della nostra pelle, è bene sottolineare che l’azione negativa dei fattori ambientali non è la stessa per tutti, ma dipende dai fattori genetici predisponenti. La presenza di varianti genetiche coinvolte nei processi fisiologici può influenzare la suscettibilità individuale determinando una diversa risposta agli agenti ambientali, influenzando di conseguenza il processo d’invecchiamento cutaneo. Un test predittivo non invasivo, tramite un semplice prelievo salivare, può indagare l’evoluzione della pelle attraverso il contenuto di elastina e collagene, principali elementi legati al processo d’invecchiamento cutaneo, e la conseguente perdita di tonicità e compattezza.

A queste approfondite indagini seguono consigli nutrizionali ed eventuali integrazioni che possono agevolare l’attività fisica e la tanto desiderata abbronzatura.

Fondamentale in tale contesto è l’assunzione di alimenti freschi, come frutta e verdura, e in particolare per la pelle, alimenti di colore arancio, rosso e blu (carote, mirtilli, fragole, pomodori), ricchi di antociani e carotenoidi. Ancora più importante è l’assunzione di acqua, fondamentale per tutti i processi metabolici e utilissima per evitare stanchezze muscolari da carenza e secchezza della pelle, che creerebbero i presupposti per un invecchiamento precoce.

Buona vita all’aria aperta a tutti.

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



Dicembre 30, 2011 Newsletter

Uno degli argomenti sempre più seguiti e discussi è quello del nostro benessere e della nostra salute. Non esiste programma o rivista, specializzata e non, che non dedichi ampi spazi al ruolo che un determinato stile di vita svolge sul nostro benessere e sulla nostra salute.

L’argomento è molto vasto, ma tutto sommato riconducibile a pochi e fondamentali fattori che determinano il nostro stato psicofisico: alimentazione, attività fisica e stile di vita. A sua volta, un comune denominatore di questi tre pilastri del nostro stato di salute è rappresentato dai “Radicali Liberi”e di conseguenza, lo Stress Ossidativo a questi legato.

Cercheremo di inquadrare la problematica considerando situazioni comuni ai tre punti, fermo restando che ognuno meriterebbe di essere analizzato nel dettaglio, evidenziando gli atteggiamenti e le situazioni che possono contribuire al mantenimento di uno stato di salute e benessere ottimali.
E inoltre opportuno considerare un’altra condizione molto attuale, che può amplificare l’attività dei Radicali Liberi causando nella persona interessata una situazione di sofferenza, che spesso si manifesta in maniera subdola, con sintomi diversi e strettamente individuali. Mi riferisco alle Intolleranze Alimentari, che possono essere diagnosticate solo attraverso l’effettuazione di un modernissimo test.

A questo punto, dato per certo il ruolo negativo, oltre certi livelli, dei Radicali Liberi, cerchiamo di capire come possiamo conoscerli meglio, prevenirne gli eccessi, combatterli e in ultima analisi, convivere con questi vivaci “Guerrieri”.

Per definizione, i Radicali Liberi sono molecole o frammenti di molecole derivate dall’Ossigeno Molecolare, caratterizzate dalla presenza di uno o più elettroni spaiati negli orbitali esterni. In pratica, sottraggono elettroni ad altre molecole bersaglio per completare il loro ottetto (condizione stabile di elettroni; condizioni non di ottetto sono instabili).

Le molecole bersaglio possono essere: a) Acidi Nucleici; b) Proteine; c) Membrane Biologiche.
Il risultato di tutte queste aggressioni rappresenta lo “Stress Ossidativo”.

I Radicali Liberi sono prodotti di scarto che si formano naturalmente all’interno delle cellule del nostro corpo quando l’ossigeno è utilizzato nei processi metabolici per produrre energia (ossidazione). Se sono in quantità minima, aiutano il Sistema Immunitario nell’eliminazione dei germi mediante perossidazione lipidica (denaturazione membrane batteriche); mediante un’azione mutagena sul DNA; mediante ossidazione dei Citocromi (arresto respirazione mitocondriale). Se non sono prontamente neutralizzati dai sistemi Antiossidanti, danneggiano i tessuti e le cellule circostanti interrompendo i processi cellulari vitali.

Per comprendere più facilmente gli equilibri che esistono tra gli stati di ossidazione e di riduzione (acquisizione o cessione di elettroni) è utile evidenziare che tutte le forme di vita mantengono un ambiente “riducente” entro le proprie cellule. L’ambiente cellulare “Redox” è preservato da enzimi che mantengono lo stato ridotto attraverso un costante input di energia metabolica.
Eventuali disturbi in questo normale stato redox possono avere effetti tossici in seguito alla produzione di Perossidi e Radicali Liberi, che danneggiano tutti i componenti della cellula, incluse: proteine, lipidi, DNA. Come precedentemente accennato, in quantità ridotte, i Radicali Liberi contribuiscono ad aumentare le nostre difese verso infezioni e altre situazioni a rischio. L’eccesso di Radicali Liberi conduce, invece, a una serie di alterazioni e patologie: fibroplasia retrolenticolare, aterosclerosi, ipertensione arteriosa, morbo di Parkinson, morbo di Alzheimer, diabete mellito, colite, artrite reumatoide, invecchiamento.

È giusto ricordare, inoltre, che anche l’attività fisica, sempre più apprezzata e fondamentale per il nostro benessere, può causare, in certe situazioni, la produzione di Radicali Liberi. L’attività fisica comporta, infatti, uno sbilanciamento temporaneo tra la produzione di Radicali Liberi e il loro smaltimento. Questo fenomeno identifica lo “Stress Ossidativo”. La pratica sportiva continua induce nel nostro organismo un aumento delle difese endogene contro questo tipo di Stress, diminuendone quindi i danni. Esistono 2 siti di produzione: a) quello classico a livello della catena di trasporto degli elettroni, cioè all’interno del mitocondrio; in altre parole, maggiore è il consumo di ossigeno della cellula, maggiore sarà la produzione dei Radicali liberi. b) produzione anaerobica, avviene in altri compartimenti cellulari, in assenza di ossigeno, a causa di enzimi (Xantina Ossidasi, NADPH Ossidasi) o altre sostanze presenti in alcuni compartimenti (Calcio, Ferro). Questo è uno dei motivi che conferma quanto si ripete ormai da tempo: un’attività fisica non costante e molto saltuaria crea più danni che benefici.

A questo punto, vediamo i fattori che influenzano l’iperproduzione di Radicali Liberi:
1) Fumo;
2) Alcool;
3) Diete sbilanciate;
4) Esercizio fisico intenso;
5) Raggi solari;
6) Inquinamento.

I rimedi per almeno 5 di questi punti sono essenzialmente ablativi, nel senso che è sufficiente eliminarli dalle nostre abitudini per risolvere i problemi a essi correlati (vedi fumo, alcool, inquinamento ecc). Nel caso delle diete sbilanciate e dell’alimentazione in generale possiamo invece intervenire in maniera abbastanza significativa. Diete troppo ricche di grassi animali, fritture, alcool, ma povere di frutta e verdura, sono implicate molto da vicino sull’abnorme produzione di Radicali e sull’insorgenza di altre importanti patologie quali diabete, sindrome metabolica, e aterosclerosi.

Per lo smaltimento dei Radicali Liberi abbiamo a disposizione due meccanismi:
1) Endogeni
– Sistemi Enzimatici: Superossidodismutasi; Catalasi; Glutatione Perossidasi; Desaturasi;
Acido Lipoico
– Molecole Chelanti i metalli; Albumina; Ferritina; Transferrina; Ceruloplasmina.

2) Esogeni
Dieta e Grassi.

Tra i fattori esogeni, frutta e verdura costituiscono un completo laboratorio chimico che mette a disposizione numerosi composti, utilissimi ai nostri scopi. Possiamo fare una grande distinzione e suddivisione raggruppando queste sostanze in funzione dei colori degli alimenti da cui provengono:

  • GRUPPO del BIANCO: Aglio, Castagne, Mele, Pere ecc. Possiedono un’importante azione detossificante.
  • GRUPPO del BLU-VIOLA: Melanzane, Radicchio, Mirtilli ecc. Importantissimi per la vista e i capillari.
  • GRUPPO del GIALLO-ARANCIO: Carote, Peperoni, Zucca,Arance, ecc. Molto utili per la pelle e la sua protezione dai raggi solari nocivi.
  • GRUPPO del VERDE: Asparagi, Bietole, Basilico, Broccoli, Carciofi, ecc. Fondamentali per importanti funzioni vitali.
  • GRUPPO del ROSSO: Barbabietole rosse, Pomodori, Arance Rosse ecc. Grazie alla presenza di Licopene e Antocianine, sono i più potenti agenti Antiossidanti contro l’eccesso di Radicali Liberi.

Alla luce di quanto esposto, i Radicali Liberi sono, in determinate situazioni fisiologiche, un prezioso aiuto per l’omeostasi del nostro organismo. Il problema scatta nei momenti in cui vengono stravolti determinati equilibri, e quelli che erano i potenziali benefici si trasformano in pericolose aggressioni. La gestione di tali equilibri dipende molto anche da noi.

Un’alimentazione sbagliata ed esagerata, eccessive esposizioni al sole, fumo di sigaretta, smog e inquinamento, scarsa assunzione di antiossidanti naturali contenuti in frutta, verdura e oli vegetali, possono portare a subire le conseguenze negative dovute a un eccesso di Radicali Liberi. Giusta attività fisica, eliminazione di eventi aggressivi e assunzione di antiossidanti naturali o con integrazione extra, rappresentano la giusta contromisura per l’insorgenza dei danni legati all’eccessiva azione dei Radicali Liberi.

Per concludere, è importante sottolineare l’importanza che riveste la diagnosi della presenza di Intolleranze Alimentari, con test specifici sul sangue. Anche per i Radicali Liberi esiste la possibilità di indagare in qualsiasi momento sia sull’entità di aggressione di Radicali Liberi sia sulla capacità difensiva che in quel momento si mette in atto. In questo modo, in caso di scarsa capacità difensiva, è possibile instaurare un’opportuna terapia antiossidante ed evitare i potenziali danni legati a un’eccessiva attività radicalica.

a cura del dr. Francesco Lampugnani – Biologo Nutrizionista Specialista in Farmacologia



Ottobre 30, 2011 Newsletter

“Siamo quello che mangiamo”, affermava Feuerbach.

Lasciando da parte le questioni filosofiche, affermare che siamo quello che mangiamo non è solo un banale “dato di fatto biochimico” ma significa che il modo in cui il cibo è coltivato, distribuito e cucinato, influisce sulla nostra persona nella sua totalità assai più di quanto immaginiamo.

Penso sia d’obbligo iniziare la trattazione di un argomento così tanto attuale, quale è quello delle Intolleranze Alimentari legate all’aumento ponderale escludendo quelle a base genetica, considerando come l’insorgenza delle Intolleranze Alimentari sia molto legata a come si mangia, non solo da un punto di vista delle abitudini ma anche dal punto di vista della qualità. Fatta questa, penso, doverosa introduzione, cerchiamo di vedere più da vicino queste “temute” Intolleranze Alimentari: in generale e sotto l’aspetto molto sentito e seguito soprattutto dalla popolazione femminile e cioè le correlazioni tra Intolleranze Alimentari e Sovrappeso.

Le Intolleranze Alimentari, rappresentano delle reazioni insolite al cibo, caratterizzate dalla comparsa di disturbi di vario tipo, non molto gravi ma fastidiosi e spesso associati a sovrappeso ed obesità.

Le generiche reazioni avverse agli alimenti, vengono distinte sulla base del meccanismo eziopatogenetico, in: forme a meccanismo immunologico o Allergie Alimentari e forme a meccanismo non immunologico o Intolleranze Alimentari. Il termine allergia alimentare, va riservato alle forme per le quali sia dimostrabile un meccanismo immunologico, che può essere in prevalenza IgE-mediato, ma appartenere anche ad altre categorie di reazioni immunopatogene o derivate dall’associazione di più meccanismi immunologici.

Le Intolleranze A. possono essere:

  • Enzimatiche, caratterizzate dall’incapacità di metabolizzare alcuni principi attivi a causa di
    un enzima specifico.
  • Farmacologiche, che si presentano nei soggetti che hanno una particolare reattività verso
    determinate molecole presenti nei cibi (vedi le Ammine vasoattive Istamina, Tiramina ecc).
  • Da Additivi: compaiono per reazione nei confronti degli additivi aggiunti agli alimenti.

Ogni Intolleranza A. genera sintomi ben percepibili che si combattono solo eliminando dalla dieta i cibi incriminati, depurando l’organismo.

Differenza fondamentale tra le Allergie e le Intolleranze è quella legata alla tempistica sintomatologica. Le prime esprimono uno stato di malessere intenso, già dopo pochi minuti dal consumo dell’alimento e la sua gravità non dipende dalla quantità ingerita. Disturbi che si presentano per ragioni di carattere immunitario.

Le seconde invece, esprimono sintomi più vaghi a distanza di ore e fino a due giorni dopo l’ingestione dell’alimento. I disturbi accusati, compreso l’aumento di peso, tendono a peggiorare con l’aumento delle quantità degli alimenti ingeriti e non sono dovuti a fattori immunitari, ma a meccanismi di ipersensibilizzazione dell’intestino. A tal proposito, ho piacere di spendere due parole sul ruolo importante di quest’ultimo, che nella mia pratica quotidiana è sempre tenuto in gran considerazione sia che si tratti di intolleranze Alimentari, sia che si tratti di altri disturbi acuti e cronici. L’intestino per quanto riguarda l’instaurarsi di un’Intolleranza, ricopre un ruolo fondamentale. Infatti presiede, grazie a strutture come le Tight Junction, la membrana basolaterale, la membrana laterale, i microvilli e soprattutto l’enorme presenza della flora batterica , a tutta una serie di attività atte prevalentemente a proteggere l’organismo dall’aggressione di sostanze nocive, di germi patogeni, ed anche di componenti immunogeniche. Qualsiasi alterazione di tali strutture, comporta sia sofferenze acute, sia croniche. Sia le Intolleranze Alimentari, sia le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI), vedono tra le cause, un’alterazione dell’effetto barriera intestinale.

Al momento ci sono diverse correnti di pensiero, circa l’associazione delle Intolleranze A. all’aumento di peso. La pratica ambulatoriale quotidiana, mi conferma abbondantemente l’associazione tra i due eventi e fondamentale, risulta la giusta individuazione degli alimenti sospettati.

Breve ricordo biochimico sul bilancio energetico. Quando assorbiamo energia e nutrienti in quantità sufficiente a soddisfare i nostri fabbisogni senza accumulare grasso corporeo, siamo in una condizione che definiamo di equilibrio energetico, ed il peso rimane stabile. Se l’energia assorbita è superiore alle esigenze metaboliche (bilancio energetico positivo) la frazione in eccesso viene accumulata nel tessuto adiposo e il peso corporeo aumenta. Se invece le nostre esigenze energetiche non sono soddisfatte (bilancio energetico negativo), l’organismo per far fronte alle sue richieste, demolisce i grassi di riserva e di solito si perde peso. Fatta questa precisazione, cerchiamo di capire come la sovrapposizione di un’intolleranza alimentare, possa influire sull’accumulo di peso.

Quanto detto poco sopra circa il bilancio energetico che se positivo ci porta ad accumulare grasso, è quasi sempre vero. Può succedere infatti che l’organismo, pur assumendo una giusta quantità di alimenti, si trovi nell’incapacità di utilizzarlo nel modo corretto, portando così alla formazione di scorie che sono d’intralcio al funzionamento stesso della meravigliosa macchina, che è il corpo umano. Questa situazione può avvenire in diverse occasioni, compresa la presenza di un’intolleranza alimentare. E’ noto ormai che situazioni infiammatorie (come lo sono le intolleranze), possano peggiorare o provocare ritenzione idrica, edemi, alterazioni del microcircolo in toto. Nella mia pratica quotidiana del trattamento di pazienti a cui sono state riscontrate delle intolleranze alimentari, proponendo diete disintossicanti verso gli alimenti interessati, prima, e diete di riabilitazione dopo, riesco ad ottenere risultati non solo sul benessere generale, compresi i disturbi tipicamente legati all’alimento non tollerato, ma cosa importante, ottengo miglioramenti sulla diminuzione del peso e delle circonferenze, che gli stessi pazienti non erano riusciti ad ottenere, adottando diete che miravano solo ad un ridimensionamento calorico.

Una dieta che tenga conto della presenza di un’intolleranza alimentare, può determinare un buon risultato sulla perdita di Massa Grassa (FM) e sul recupero di Massa Magra (FFM) che, in pratica, si evidenzia con una perdita di peso ed una notevole riduzione delle circonferenze corporee, dati non solo dalla riduzione della Massa Grassa, ma anche dal miglioramento dello stato infiammatorio generale dell’organismo. Su tali affermazioni, ci sono in letteratura numerosi articoli, che mettono inoltre, sempre più in risalto l’associazione: Obesità/Sovrappeso e Stato Infiammatorio. (Cito un articolo comparso su “The Journal of Clinica Investigation” dal titolo: Obesity induced inflammatory changes in adipose tissue. Appare infatti evidente, l’importanza del sistema immunitario nella patogenesi dell’obesità. Il tessuto adiposo dell’obeso, è caratterizzato dall’infiltrazione di macrofagi, che sono un’importante fonte di infiammazione del tessuto stesso. Lo studio conferma inoltre, che gli adipociti ed i vari tipi di cellule del sistema immunitario, come ad esempio i macrofagi, possiedono ruoli simili nelle vie quali l’attivazione del complemento e la produzione infiammatoria di citochine. A tutto questo scenario biochimico, c’è da aggiungere che nell’organismo, le Intolleranze Alimentari provocano una reazione infiammatoria cronica, caratterizzata dalla produzione di sostanze che acidificano i tessuti ed il sangue, rallentando il metabolismo e favorendo l’aumento di peso. Inoltre le Intolleranze ostacolano l’attività dell’Insulina, provocando una sensazione di fame perenne. Per concludere, quanto riportato ci induce ad affermare che non esistono “Diete Ideologiche”, cioè norme alimentari che devono andar bene a tutti; infatti anche la miglior dieta (teorica), si scontra con il concetto di infiammazione e conseguentemente anche con l’eventuale presenza di un’Intolleranza.

Trovo molto utile nella mia pratica quotidiana, inquadrare il paziente con problemi di disturbi verso certi alimenti e presenza di sovrappeso, indagare non solo la presenza di un’Intolleranza (utilizzo un valido test che è l’Alcat test), ma anche indagare con un semplice test genetico, l’eventuale presenza di un aumento di resistenza dell’Insulina. Giusto per dovere di cronaca, ho presentato ad un congresso i risultati di una mia esperienza su un discreto numero di pazienti (uomini e donne), seguiti per circa un anno, tutti con intolleranze alimentari individuate con il Test Alcat, i cui risultati sono molto interessanti.
Tutti (tranne pochi drop out) hanno migliorato la sintomatologia generale, hanno ridotto il peso come programmato e cosa importante, al termine del periodo di trattamento, l’assunzione degli alimenti incriminati riusciva meglio tollerata. Risultati migliori tra gli uomini.

La mia è stata semplicemente una sorta di conferma professionale verso una pratica che mi affascina ma che soprattutto mi incoraggia per i risultati. Tante cose dovranno essere ancora chiarite, ma sicuramente siamo sulla strada buona. A questo poi sicuramente aggiungo, visti i risultati, che molto dipende da noi per quanto riguarda una possibile prevenzione dei disturbi legati al tollerare o meno certi alimenti. Un semplice accorgimento che consiglio molto, è soprattutto quello di variare quanto più possibile la nostra alimentazione, che dovrebbe comprendere alimenti più naturali possibile, privi cioè di pericolose manipolazioni e trattamenti.

A cura del Dr. Francesco Lampugnani – Biologo Nutrizionista Specialista in Farmacologia
www.drlampugnani.it



Marzo 30, 2011 Newsletter

a cura del dr. Francesco Lampugnani

Il problema delle intolleranze alimentari sta diventando sempre più diffuso tra la popolazione e, sicuramente, i pazienti che riescono a confermare la presenza di un’intolleranza alimentare legandola ad una sequela di sintomi lamentati è ancora una grossa minoranza rispetto al grande numero di pazienti che, pur lamentando problemi importanti legati al tipo di vita che si conduce, non identificano un’intolleranza alimentare e di conseguenza un atteggiamento correttivo idoneo, perché o non conoscono l’esistenza della problematica (intolleranza), o perché non hanno ricevuto le giuste informazioni, o perché grosse dosi di scetticismo regnano 110328_alcatancora negli ambienti sanitari.

Fatta questa breve premessa, la mia esperienza in ambulatorio mi permette di confermare quanto riferito, in quanto una grossa percentuale di pazienti si è avvicinata ed ha effettuato il test per le intolleranze alimentari (che successivamente definiremo IA) solo dopo che ha avuto chiare tutte le informazioni necessarie ad associare le diverse sintomatologie manifestate alla presenza di un’IA.

Cosa molto importante è il non sapere, da parte del paziente, che tutta una serie di sintomi manifestati (gonfiore, stanchezza, stipsi, diarrea, cefalea, disturbi dell’umore, ecc) possono essere scatenati dalla presenza di un’IA. Arrivando insieme, durante l’importante momento conoscitivo dell’anamnesi, il paziente si rende conto che tante situazioni, alle quali molte volte non da peso, sono legate all’introduzione di determinati alimenti e che la successiva eliminazione o riduzione potrebbe essere di grande aiuto per il miglioramento della sintomatologia.

Come ormai sappiamo, definiamo Intolleranza Alimentare una reazione ritardata fino a 72 ore dopo l’assunzione di alimenti quotidiani e che si traduce in sintomi molto simili a quelli di un’allergia.

Alla luce della mia esperienza, sicuramente inizio a delineare importanti risultati legati alla presenza di un’IA e le abitudini di vita dei pazienti. Infatti, tra le associazioni più presenti, rientrano sicuramente le ripetitività alimentari: pazienti che ormai da anni assumono sempre gli stessi alimenti, vuoi per pigrizia, vuoi per ristrettezze di gusto.

Altre situazioni che si presentano sono legate alla qualità alimentare. Pazienti con alimentazione poco “salutista”, con utilizzo di alimenti molto sintetici (merendine, alimenti conservati, alimenti con molti grassi ed additivi chimici, ecc) e con pochi alimenti freschi e naturali, hanno manifestato, dopo anni di alimentazione di questo tipo, disturbi che ben indagati e sviscerati, hanno espresso la presenza di un’IA.

Altra situazione molto diffusa è quella legata a pazienti che hanno fatto abbondante uso di antibiotici o che hanno una situazione intestinale non ottimale. Infatti, riuscendo a ristabilire quel famoso equilibrio intestinale che è alla base di una corretta funzionalità, associato al trattamento di alleggerimento verso certi alimenti, si riesce a risolvere diverse situazioni alterate. Questi ultimi riferimenti mi permettono di sottolineare quanto sia importante avere sempre in giusta considerazione l’Eubiosi intestinale. Infatti il primo approccio operativo nei confronti di pazienti con disturbi associabili alla presenza di un’IA è proprio quello di riprendere uno stato di funzionalità intestinale ottimale. Cosa che di solito riesco a fare modificando le abitudini alimentari ed associando sempre Prebiotici e Probiotici, utili anche per una ripresa immunitaria a livello intestinale.

Per quanto riguarda la mia casistica, penso di poter dare un piccolo contributo analizzando un parte di pazienti che hanno fatto il Test per le Intolleranze Alimentari “ALCAT”.

Nello specifico, posso riferire di una casistica di 46 pazienti (31 donne e 15 uomini), con un’età compresa tra i 15 ed 65 anni, con una maggior presenza tra i 46 e 50 anni (17%) ed i 41 e 45 anni (11%) e tra i 56 e 60 anni (11%). Si iniziano anche a delineare dei profili di insorgenza delle IA molto interessanti.
Infatti come dati molto preliminari, saltano all’occhio due importanti risultati: tra gli uomini, l’intolleranza più rappresentata, è stata quella per lo Zucchero di Canna (60% del campione). A seguire Cacao (46% del campione), Caffè (40% del campione), Lievito Chimico (20% del campione) ed a seguire tutte le altre.
Per le donne invece, sempre per il campione analizzato, ho notato questo tipo di risposta: la più rappresentata è stata quella al Pomodoro (48% del campione), a seguire, Caffè, Frumento, Lievito Chimico (per tutte 35%). Discorso a parte merita l’intolleranza al Lattosio, sempre più diffusa (ovviamente), che per i due gruppi ha rappresentato una percentuale tra il 26 ed il 32%.

Molto interessante è una conferma pervenuta da uno studio Americano molto recente che dimostrava l’associazione, nei pazienti studiati, tra Intolleranze al Frumento ed ai Lieviti e la presenza di Tiroiditi. Anche nella mia casistica, ho potuto verificare quasi totalmente tale affermazione, che meriterà logicamente maggiori approfondimenti.

In conclusione, il mio giudizio su questo tipo di test è molto positivo. Ho avuto modo di confrontare i rilevamenti con altre realtà e sicuramente i risultati più importanti li ho avuti con l’Alcat.

Il test, cosa molto importante, mi permette di avere una visione più completa del paziente, che a sua volta riesce a confermare quasi del tutto la presenza dell’Intolleranza ad un alimento molto sospetto, con la controprova del miglioramento della sintomatologia legato alla disintossicazione ed alla riabilitazione verso l’alimento interessato. Inoltre, grazie all’individuazione degli alimenti, riesco a costruire un piano alimentare ritagliato a dovere e permettere tutta una serie di cambiamenti necessari per il paziente (riduzione di peso o aumento di peso; sintomatologia generale; ed infine, cosa non da poco, miglior educazione alimentare).

Penso utile, ai fine dell’informazione, aggiungere che in un certo numero di pazienti anche sportivi ho avuto modo di constatare un miglioramento delle loro prestazioni atletiche, parallelamente al miglioramento della sintomatologia generale, dopo l’individuazione di un’Intolleranza Alimentare.


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