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November 26, 2014 Newsletter

Continua il sodalizio tra  IMBIO  –  ALCAT TEST  e la cittadina di Rovato (BS), dove l’istituto ha deciso di tornare per un nuovo appuntamento, organizzato in collaborazione con la Farmacia San Carlo, il 27 novembre presso la sala intitolata a Monsignor Zenucchini del comune del bresciano.

Occasione in cui l’istituto milanese  ha ottenuto l’ennesima conferma di interesse da parte di addetti ai lavori e non, per gli argomenti trattati in occasione del convegno, dall’emblematico titolo “E adesso…COSA MANGIO?”.

Intolleranze alimentari e prevenzione i temi della serata,adeguatamente illustrati dal Prof. Giuseppe Di Fede, direttore sanitario di IMBIO  e  IMGEP , e dal Dott. Sacha Sorrentino biologo nutrizionista rovatese  staff IMBIO.

Per anni, l’idea comune è stata quella che l’introduzione di calorie in eccesso ,fosse l’unico modo per ingrassare.  In realtà l’assunzione di alimenti non tollerati da parte dell’organismo induce un aumento della massa grassa ed ecco appunto spiegato uno degli innumerevoli e spiritosi slogan utilizzati da ALCAT TEST, che “Gli effetti delle intolleranze alimentari, non sono sempre divertenti”.

Gli eventi organizzati negli ultimi anni, hanno ampiamente contribuito a sensibilizzare e convincere gli italiani a condurre uno stile di vita più sano ed attento a ciò che mangiano, perché se davvero   “ Siamo ciò che mangiamo”, occorrerà fare attenzione.



November 26, 2014 Newsletter

Dal 28 al 30 novembre 2014, sarà l’elegante scenario dei più rinomati palazzi del Centro di Brescia a fare da cornice a Brescia Gustosa, la rassegna sulle eccellenze enogastronomiche italiane che pone l’accento sulla qualità dei prodotti spesso considerati di nicchia, sconosciuti al grande pubblico e con qualità indiscussa. L’evento, organizzato dall’Agenzia Tempo di Eventi in collaborazione con Arthob ed il Comune di Brescia, vuole porre l’accento sull’alimentazione sana e sostenibile e le sue eccellenze, presentando tematiche che saranno al centro di Expo 2015.

Brescia Gustosa mette al centro il made in Italy e le buone pratiche: il rispetto delle tradizioni, l’attenzione agli sprechi e la tutela del territorio. La prima edizione si struttura come una vetrina unica per promuovere e commercializzare nella provincia bresciana i prodotti di eccellenza della ristorazione e della filiera alimentare provinciale ed italiana, che si caratterizzano per un’alta qualità e limitati volumi di produzione. Un evento che si pone l’obiettivo di valorizzare sapori, tradizioni e cultura enogastronomica che rendono l’Italia la patria del buon cibo, apprezzato in tutto il mondo.

Per questo motivo, la caratteristica principale è data dalla piattaforma espositiva, che rende l’interazione fra i produttori, il pubblico e i ristoratori, il fulcro della manifestazione. Operatori e pubblico potranno assaporare i prodotti degli espositori, partecipare alle degustazioni e ai laboratori, assistere ai cooking show realizzati da chef e pasticcieri d’eccellenza come il celebre Igino Massari, il popolarissimo Ernst Knam e lo chef dell’Unione Italiana Ristoratori, lo stellato Gaetano Simonato.

Una particolare attenzione verrà rivolta anche ai più piccoli e al mondo della nutrizione per la salute, perché Brescia Gustosa crede nel valore dell’educazione alimentare e domenica ci ospiterà con la presenza del Dr. Sacha Sorrentino e la drssa Jessica Barbieri. I nostri nutrizionisti in collaborazione con Tiziana Colombo presenteranno i due libri dedicati alle intolleranze alimentari

Non mancate!

Programma_Brescia_Gustosa_2014

 



November 3, 2014 Newsletter

L’intolleranza al glutine recentemente è diventata oggetto di studio da parte della comunità scientifica internazionale. I numeri dei soggetti che si scoprono celiaci è in continua aumento, si stima che 1 persona su 100 sia celiaca. Ma come mai questo fenomeno è in continuo aumento? Per rispondere a questa domanda, bisogna fare un passo indietro.

Prima di tutto dobbiamo fare un distingua tra celiachia e intolleranza al glutine.

La celiachia è un’intolleranza al glutine e a tutti i derivati dalle farine, geneticamente determinata con produzione di anticorpi che aggrediscono il glutine, causando una distruzione della mucosa dell’intestino tenue. L’unica terapia possibile è la privazione dalla dieta del grano e dei derivati dal frumento (pane, pasta, prodotti da forno, solo per citarne alcuni).

L’intolleranza al glutine è stata recentemente sdoganata grazie ad una consensus conference di Londra nel marzo del 2011. Ricercatori, gastroenterologi di tutto il mondo si sono riuniti e hanno tracciato le linee guida per la ricerca e la diagnosi di reazioni avverse, legate al glutine, di tipo non celiaco.

A questo punto dobbiamo chiederci: ma quali sono i sintomi? Possiamo fare una diagnosi precoce?

Spesso i sintomi tra celiachia (CD) sensibilità al glutine (GS) sono sovrapponibili; i più comuni sono:alterazione dell’alvo, stipsi o scariche di dissenteria, dermatite ruvida e secca, afte orali ricorrenti, infezioni virali recidivanti (herpes, mononucleosi) tendenza al diabete, oppure il diabete di tipo uno precede la celiachia, disturbi neurologici (epilessia, ipercinesi, fino al decadimento cognitivo), aborti ripetuti e difficoltà nel concepimento. Anche chi pratica sport, noterà una difficoltà ad aumentare la massa muscolare, anzi più si allena e meno risultati otterrà sulla performance.

Come si può notare i sintomi sono tanti e non di univoca interpretazione, il medico clinico dovrà mettere a disposizione la propria abilità nel ricercare ed evidenziare la sintomatologia per poter procedere alla diagnosi corretta.

Quali esami sono disponibili per al diagnosi di celiachia e sensibilità al glutine?

Per la celiachia, la positività di anticorpi anti transglutaminasi è determinante, accompagnata da positività degli anticorpi anti gliadina, anti endomisio, e per finire la gastroduodenoscopia, con l’evidenza della lesione della mucosa, con appiattimento dei villi. La sensibilità al glutine ha soltanto una positività degli anticorpi anti gliadina, e la positività al test ALCAT che mostra una reazione di intolleranza al glutine di grado medio – alto, dove la sospensione del glutine e l’applicazione di una dieta a rotazione, porta ad un miglioramento dei sintomi clinici.

In pratica il test ALCAT per la ricerca di intolleranze alimentari e la positività di una quota di anticorpi sono determinanti per fare diagnosi di sensibilità al glutine.

Il test genetico per la ricerca di una possibile predisposizione alla celiachia è un test che possiamo includere nel percorso diagnostico, poiché ci aiuta a confermare o smentire eventuali predisposizioni allo sviluppo di celiachia o sensibilità al glutine. Il test genetico non è invasivo e può essere fatto a tutte le età.



August 1, 2014 Newsletter

La tiroide è una delle principali ghiandole endocrine (produttrici di ormoni) che svolge un ruolo fondamentale nel controllo delle cellule e dei vari tessuti dell’organismo, con una forte influenza sulle molteplici funzioni corporee (peso corporeo, colesterolo, battito cardiaco, vista, massa muscolare, ciclo mestruale, stato mentale, cute e capelli).

La patologia più comune della tiroide è l’ipotiroidismo, la ridotta funzionalità della ghiandola che si ripercuote sulla riduzione della produzione di energia da parte delle cellule, con conseguente riduzione dell’attività metabolica. In pratica, l’organismo rallenta la produzione di ormoni e quindi il consumo di energia. Le donne sono più colpite rispetto agli uomini, con un rapporto che può arrivare a 5 donne su 1 uomo colpito. I sintomi più comuni, che passano spesso inosservati, sono:
stanchezza, freddolosità, letargia, aumento di peso, capelli secchi e sfibrati, pelle secca e ipotonica, etc.

La condizione opposta è l’ipertiroidismo, ossia un aumento delle produzione di ormoni tiroidei con conseguente aumento della produzione di energia, noto con il nome di morbo di Graves-Basedow.
Spesso è di origine auto immune, con produzione di anticorpi rivolti contro il TSH, che impediscono il normale funzionamento della ghiandola. Tra i principali sintomi vi sono: tremore di tutto il corpo, perdita di peso inspiegabile, sudorazione abbondante, insonnia, agitazione e irrequietezza, tachicardia (battito accelerato del cuore) ipertensione.

La diagnosi è molto agevole potendo misurare i valori di FT3 e FT4, TSH-r, e altri parametri correlati alla funzione tiroidea.

L’alimentazione riveste un ruolo importantissimo in caso di alterazione della tiroide. In caso di ipotiroidismo, ad esempio, è necessario ridurre i cibi ad alto contenuto di grassi idrogenati: burro, margarine e oli vegetali di origine non nota (diversi dall’ollio di oliva). Evitare le carenze di minerali fondamentali: ferro magnesio selenio Zinco, Iodio; le vitamine necessarie per un corretto funzionamento sono la Vit A, B6, B12, C, D, E. Chi soffre di ipertiroidismo dovrà fare attenzione al sale iodato. Il sale in generale va usato con parsimonia, verificando anche a quello contenuto nei prodotti alimentari industriali (cracker, patatine, insaccati). Si sconsigliano anche tutte le sostanze eccitanti il sistema nervoso: caffeina, cola, bevande energetiche, un eccesso di proteine animali.

Anche le intolleranze alimentari incidono sulla funzione tiroidea. Il test ALCAT per la diagnosi delle intolleranze identifica gli alimenti da non introdurre nella dieta, perché potenziali competitori con gli ormoni tiroidei, specifici e individuali.

Le indicazioni personalizzate del nutrizionista, consentono di stabilire una corretta alimentazione mirata a correggere naturalmente un iniziale squilibrio metabolico, e le conseguenze del caso.



July 5, 2014 Newsletter

La soluzione a diete inconcludenti è scritta nel vostro Dna. Grazie allo studio approfondito dei geni coinvolti nel metabolismo e preferenze alimentari, è possibile elaborare piani nutrizionali personalizzati molto più efficaci nella perdita di peso, ma anche nella prevenzione di malattie come l’ipertensione, la depressione e il cancro. Studiare il genoma umano permette di aprire nuove possibilità per lo sviluppo di diete personalizzate e di alimenti funzionali, che migliorano la salute delle persone e quindi la loro qualità di vita.

Questo è quanto emerge dallo studio dei ricercatori dell’Università di Trieste e dell’Irccs Burlo Garofolo, l’istituto per la salute materno infantile triestino, presentato alla conferenza annuale della European Society of Human Genetics (Eshg).

I ricercatori friulani hanno iniziato il progetto Genome Wide Association Studies (Gwas) proprio per cercare di svelare le basi genetiche di alcune preferenze alimentari. Lo studio ha coinvolto 2311 italiani, e 1.755 persone, provenienti da diversi paesi europei e dell’Asia centrale, chiamate in seguito per verificare ulteriormente i risultati. I nostri studi saranno importanti per comprendere l’interazione tra l’ambiente, gli stili di vita e il genoma nel determinare lo stato di salute di una persona.
La ‘dieta genetica’ o meglio la Nutrigenomica si può adattare alle preferenze alimentari individuali e consente di ottimizzare il lavoro del metabolismo, per ottenere il meglio dai cibi che mangiamo. Inoltre, è semplice da seguire, perché ricordare i cibi che si amano di più o di meno, è più facile.

Lo studio della Nutrizione legato all’attività genetica, da dieci anni ormai, impegna lo staff dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano, in collaborazione con L’Istituto di Medicina Genetica Preventiva Personalizzata, sempre di Milano. L’interazione gene e alimenti, interessa sia i ricercatori che i medici nutrizionisti, per creare soluzioni adeguate e personalizzate ai bisogni individuali. Il raggiungimento del risultato è in funzione di una buona aderenza alle indicazioni che fornirà lo specialista, seguendo le indicazioni del test genetico.
Ancora, in un recente studio, i ricercatori dell’Università di Trieste hanno personalizzato la dieta di 191 persone obese divise in due gruppi, 87 in un gruppo di prova e 104 in un gruppo di controllo in base alla conoscenza di alcuni geni. La dieta è quindi stata formulata in base ai singoli profili genetici , mantenendo l’apporto calorico complessivo, uguale per tutti. In due anni, le persone che avevano seguito la dieta genetica, anche se all’inizio dello studio non vi erano differenze significative per età, sesso e indice di massa corporea tra i due gruppi, avevano perso il 33% in più di peso rispetto al gruppo di controllo, e la loro percentuale di massa magra era aumentata di più rispetto agli altri.



March 26, 2014 Newsletter

Un’alimentazione molto ricca di cibi fritti aumenta il rischio di obesità, ma anche la predisposizione genetica gioca un ruolo di primo piano. Lo affermano, nella rivista British medical journal Qibin Qi, i ricercatori della Harvard school of public health e del Brigham and women’s hospital e Harvard medical school a Boston in seguito allo studio condotto per valutare se ci fosse un legame tra consumo di cibi fritti e predisposizione genetica nel determinare l’indice di massa corporea.

«Oggi è noto che uno stile di vita poco sano porta all’aumento del peso corporeo, ma sembra anche che gli individui rispondano in modo diverso agli stimoli obesogenici ambientali in base al loro background genetico.
Oggi, sappiamo molto bene come si correlano le interazioni tra geni e fattori legati alla dieta e allo stile di vita nel determinare l’obesità. E per cercare di dimostrare questa ipotesi i ricercatori statunitensi hanno coinvolto oltre 37.000 persone – sia uomini sia donne – in uno studio basato su questionari alimentari che valutavano il consumo di cibo fritto e su un particolare indice di rischio genetico che misurava la predisposizione all’obesità.

Le persone che hanno preso parte allo studio sono state suddivise in tre categorie in base al loro consumo abituale di cibi fritti (meno di una volta a settimana, da una a tre volte a settimana e più di quattro volte a settimana), mentre per il rischio genetico è stato assegnato un punteggio compreso tra 0 e 64 in base a 32 varianti di SNPs – polimorfismi a singolo nucleotide – associati all’obesità. «Il primo dato è che le persone con un rischio più alto avevano un indice di massa corporea maggiore e lo stesso succedeva a chi assumeva le più alte quantità di fritto».

E andando più a fondo si osserva che, per chi mangia cibi fritti 4 o più volte a settimana, l’effetto negativo della dieta poco sana sull’aumento di peso è doppio se il rischio genetico è alto rispetto a quando tale rischio è basso.
«In pratica la genetica influenza l’effetto di una dieta errata».

Come spiegano Qi e colleghi, lo studio sottolinea l’importanza di ridurre i cibi fritti per prevenire l’obesità, soprattutto nelle persone geneticamente predisposte. Lo studio della genetica, in particolare la Nutrigenomica, ci aiuta nel capire chi ha maggiori probabilità di andare incontro a patologie legate all’alimentazione e come porvi rimedio.
La Nutrigenomica ci aiuta ad individuare le persone maggiormente a rischio di malattie legate al metabolismo degli zuccheri, dei grassi animali, all’alcol, i soggetti sensibili al glutine o predisposti alla celiachia, al lattosio. Il diabete tipo due, difetti del controllo dello stress ossidativo, la predisposizione all’ipertensione su base metabolica e altro ancora.

La prevenzione nutrizionale ci aiuta a ridurre il numero dei malati per diabete e patologie cardiache, previsti nei prossimi venti anni.

BMJ 2014; 348 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.g1610
BMJ 2014; 348 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.g1900



December 17, 2013 Newsletter

Alcuni geni mutati presenti nel genoma delle persone tendenti all’obesità potrebbero essere responsabili di un modello meno sano di consumo alimentare.

Secondo lo studio effettuato da alcuni ricercatori Canadesi, che hanno analizzato il patrimonio genetico di un campione di bambini di 4 anni, a seconda del genotipo riscontrato, si evidenziano variazioni e interazioni per l’assunzione di alimenti grassi e/o proteine.

Sono stati selezionati 150 bambini di 4 anni con una variante genetica che predispone al consumo di alimenti particolarmente calorici, vs bambini negativi per la variante genetica analizzata. È stato fatto un’ulteriore controllo tramite la variazione del BMI nel tempo (indice di massa corporea ).

Ai bambini è stata proposta una merenda con lo scopo di confrontare i consumi e le calorie dei pasti totali e individuali e il tipo di alimento consumato.

Dallo studio è emerso che la variante genetica e soprattutto il sesso femminile erano più predisposti  a consumare pasti calorici e grassi, rispetto ai maschietti e ai non portatori. Quindi le bambine consumavano cibi più calorici e gelato, rispetto a verdure e frutta, noci e pane integrale.

Concludendo, è possibile che i portatori della variante genetica, siano sin dall’infanzia maggiormente predisposti a scelte alimentari poco sane e che siano destinati a diventare obesi da grandi.

Grazie alla genetica preventiva, è possibile individuare i soggetti che necessitano di una attenzione maggiore, e pianificare fin da subito un percorso di prevenzione che nasce da una corretta alimentazione e stile di vita.



October 5, 2013 RASSEGNA STAMPA

Per valutare lo stato nutrizionale di un atleta è bene considerare anche le possibili intolleranze alimentari e il dispendio energetico.

Continuiamo e concludiamo la trattazione della tematica “l’assessment nutrizionale nello sport”, iniziata nel numero 34 de La Palestra, prendendo in esame le intolleranze alimentari e il dispendio energetico dell’atleta. Le reazioni di sensibilizzazione e/o intolleranza a componenti di alimenti, muffe e agenti chimici sono difficili da individuare singolarmente ma esse indubbiamente provocano una serie di alterazioni delle componenti cellulari (in particolare linfociti e piastrine) che
possono essere individuate con specifici Test Ematochimici.

Il test da noi utilizzato è il Test Alcat®, test ematico di valutazione delle intolleranze alimentari.

A cosa serve

Il test ALCAT (ANTIGEN LEUKOCYTE CELLULAR ANTIBODY TEST) permette di dare una soluzione al problema, spesso sottovalutato, delle intolleranze alimentari che si manifestano con una sintomatologia di tipo psico-fisico molto variegata. Cefalea, depressione, scarsa concentrazione, nausea, diarrea, colite epigastralgia, dermatite, eczema, dolore articolare, congiuntivite, edemi e sovrappeso possono spesso esserne le manifestazioni più eclatanti e regredire quasi contemporaneamente all’eliminazione degli alimenti non tollerati.

Le cause delle “intolleranze alimentari” che interessano almeno cinque persone su dieci sono state individuate nello stato di “disbiosi” o alterazione della flora batterica intestinale e nei numerosi “agenti stressanti” che indeboliscono il sistema immunitario intestinale.

Come funziona
Il Test ALCAT si esegue mediante un normale prelievo di sangue che viene poi messo a contatto con cinquanta alimenti di cui si sospetta essere intolleranti. Uno strumento di laboratorio evidenzia una reazione avversa agli alimenti, valutando il numero e le dimensioni di particolari globuli bianchi (granulociti neutrofili).

Quando si verifica una variazione del numero e delle dimensioni dei granulociti neutrofili c’è una reazione avversa a quel determinato alimento. L’esecuzione di questo Test permette a nostro avviso di individualizzare ancora di più il piano nutrizionale dell’atleta andando ad agire soprattutto sui fenomeni infiammatori o su quei sintomi (meteorismo intestinale, cefalea, gastrite, alitosi, sensazioni di gonfiore, dolori muscolari aspecifici) che possono non permettere all’atleta di svolgere al meglio la preparazione all’evento agonistico oppure aumentare una infiammazione Low-Grade negativa anche per la predisposizione all’infortunio, soprattutto di natura muscolare. L’interpretazione del Test non deve essere a nostro avviso troppo rigida e schematica né portare a diete di esclusione ma a diete di rotazione che prevedranno una limitazione dell’assunzione degli alimenti verso cui l’atleta risulta intollerante nel corso della settimana. Durante i ritiri pre partita e nel post partita l’atleta seguirà invece l’alimentazione del team senza particolari limitazioni.

La valutazione del dispendio energetico
La valutazione del dispendio energetico nel calciatore può essere fatta sia con misurazioni di base come la calorimetria indiretta sia a riposo che sotto sforzo che con Holter metabolici che, applicati all’atleta durante lo sforzo fisico, possono dare una valutazione anche settimanale del dispendio di energia . Questi dati devono comunque essere sempre valutati con molta elasticità poiché chiunque si occupi di nutrizione sa quanto è difficile valutare l’effettivo dispendio energetico di un individuo sia a riposo che sotto sforzo.

La composizione corporea
Uno dei metodi da utilizzare assolutamente per il monitoraggio dello stato di benessere dell’atleta è la misurazione della composizione corporea, utilizzabile, tra l’altro, come specchio fedele di un corretto stato nutrizionale sia per quanto riguarda la Massa Grassa (FM) e la Massa Grasso_Priva (FFM), lo stato di idratazione, e gli indici metabolici muscolari (BCM). Risulta intuitivo quanto sia (FFM), lo stato di idratazione, e gli indici metabolici muscolari (BCM). Risulta intuitivo quanto sia importante avere la possibilità di misurare la massa grassa e quella magra per poter definire esattamente lo stato di forma di un atleta, per avere, inoltre, la capacità di intervenire in modo mirato allo scopo, eventualmente, di aumentare la massa magra e diminuire la massa grassa, attualmente le metodiche più utilizzate sono la Bioimpedenziometria Corporea (BIA) e la DEXA.

La BIA sfrutta il diverso comportamento, misurabile, del comparto extracellulare e di quello intracellulare al passaggio di una corrente elettrica alternata. Questi valori, espressi come impedenza, reattanza ed angolo di fase, entrano a far parte di diverse formule matematiche in grado di determinare il valore dell’acqua totale corporea (TBW) scomposta nelle due forme di acqua extracellulare (ECW) ed intracellulare (ICW), inoltre si può calcolare la fondamentale (in particolare per un atleta) quantità di “massa cellulare attiva” (BCM). La BIA vettoriale (o BIVA, da “Bioelectrical Impedance Vector Analysis”) è una metodologia che consente di valutare la composizione corporea dell’atleta dalla misura diretta del vettore impedenza e non dipende né da equazioni né da modelli matematici. Il metodo opera indipendentemente dalla conoscenza del peso corporeo ed è influenzato soltanto dall’errore di misura dell’impedenza e dalla variabilità biologica dei soggetti. La BIVA consente un approccio basato sull’analisi vettoriale delle misure di resistenza e di reattanza fornite dal sensore e divise per l’altezza in metri del soggetto esaminato, in assenza di vincoli a modelli compartimentali o assunzioni sull’idratazione. L’analisi vettoriale è in grado di individuare variazioni dei tessuti molli (massa cellulare) e/o dello stato di idratazione, anche se non offre tutte le informazioni riguardo ai compartimenti di massa grassa e massa magra e non può misurare i volumi dei fluidi corporei. La massa cellulare riflette il tessuto metabolicamente attivo (organi) e quello contrattile (muscolo) e contiene le proteine viscerali e muscolari.

La DXA (Dual Energy X ray Assessement) è una tecnica con cui, utilizzando l’emissione a due livelli energetici di fasci di raggi X a bassissima dose di radiazioni, si possono misurare delle “attenuazioni” proporzionali alla composizione (massa grassa e massa magra) del soggetto ed ottenere, addirittura, la composizione corporea segmentale, cioè dei singoli distretti. La scansione viene eseguita in tempi relativamente brevi, il che, unitamente alla bassissima dose di radiazioni, la rende particolarmente adatta per gli atleti di tutte le età. I valori misurati con metodica DXA per la massa ossea, massa alipidica e massa lipidica sono stati comparati con misure effettuate con altre tecniche.

Conclusioni
Come abbiamo cercato brevemente di illustrare, la valutazione dello stato nutrizionale di un atleta non può prescindere sia dalle valutazioni antropometriche classiche che strumentali, dalla valutazione del dispendio energetico e da una serie di valutazioni ematochimiche ed ormonali.

La valutazione dello stress ossidativo e delle intolleranze alimentari completerà un approccio metodologico che potrà consentire al nutrizionista e allo staff medico di cercare di valutare lo stato nutrizionale dell’atleta ed il suo “livello d’infiammazione” che è indotto dall’attività fisica ad alta intensità e ripetuta nel tempo, permettendo la stesura di un piano nutrizionale e di supplementazione/integrazione, che hanno come primo obiettivo la preservazione dello stato di salute dell’atleta stesso, l’ottimizzazione dei rapporti tra massa grassa e massa magra, il mantenimento di un corretto stato d’idratazione e il controllo dello stato infiammatorio; la conseguenza di questo approccio è il mettere l’atleta nelle migliori condizioni per esprimere le proprie qualità psico-fisiche nella performance, di garantire un buon recupero muscolare dopo lo sforzo, di controllare i livelli di stress e di mantenere, durante l’attività, una buona lucidità psicofisica.

Fabrizio Angelini

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Fonte: La Palestra.net – 31 luglio 2011

 

 



September 30, 2013 Newsletter

La Paleo Diet è una dieta che si basa su un principio molto semplice, ma altrettanto efficace: la comunanza dell’uomo moderno con le popolazioni del Paleolitico.

Dalle analisi del DNA è, infatti, emerso che gli essere umani rispetto ai loro antenati di 40.000 anni fa non sono cambiati quasi per nulla. Sulla base di questo principio si è osservata l’alimentazione dei nostri più antichi predecessori, che non avevano ancora scoperto l’agricoltura e la successiva elaborazione dei cibi.

In pratica i nostri antenati:

  • Non mangiavano latticini
  • Consumavano un solo zucchero raffinato: il miele
  • Si nutrivano di animali selvatici magri e quindi con un’alimentazione più proteica rispetto alla nostra
  • I carboidrati che assumevano venivano tutti da frutta e verdura con un’assunzione di fibre più alta (quindi non è vero che la PaleoDiet è una dieta esclusivamente proteica.)
  • I grassi che consumavano erano grassi “sani” (mono insaturi, polinsaturi e omega 3) e non quelli dannosi (saturi.)

Sebbene la Paleo Diet risulti essere il regime alimentare più idoneo sia per il dimagrimento (perdita di massa grassa e non magra) sia per una vita più lunga e salutare, anche con questo tipo dieta è possibile che si manifestino disturbi dovuti alle intolleranze alimentari.

Le intolleranze alimentari, definibili sinteticamente come reazioni negative del sistema immunitario nei confronti di alcuni alimenti o additivi presenti in essi, si manifestano con una sintomatologia molto varia:

  • ritenzione idrica
  • stanchezza e debolezza muscolare
  • alterazioni del metabolismo (sovrappeso e obesità)
  • problemi all’apparato gastroenterico
  • problemi all’apparato muscolo scheletrico
  • problemi all’apparato respiratorio.

Il metodo più affidabile per diagnosticarle è Alcat Test, un test di laboratorio standardizzato che si effettua tramite prelievo venoso e grazie al quale è possibile individuare gli alimenti da escludere e/o sostituire in un determinato piano alimentare.

Per citare un esempio concreto: se la mia dieta prevede come frutta le pere e come verdura gli spinaci, dovrei sicuramente sostituire questi alimenti ad alto contenuto di Nickel nel caso in cui, in seguito ai risultati ottenuti con ALCAT TEST, scoprissi di essere intollerante al Nickel.

Per allenarsi con un Personal trainer è importante impostare un piano alimentare efficace, come quello previsto dalla Paleo Diet (prescritto da un dietologo), e tenere in considerazione che, se la massa grassa rimane invariata e nel soggetto allenato non si riduce la presenza di ritenzione idrica, è senz’altro opportuno modificare la dieta verificando la presenza di eventuali intolleranze alimentari.

In sintesi, un buon personal trainer deve, oltre a indirizzare il proprio cliente verso un regime alimentare corretto, osservare l’andamento del dimagrimento e cercare di capire quali possano essere le cause della tanto temuta fase “plateau” della dieta (fase in cui la dieta non ha effetti dimagranti). In questo caso, è buona norma indirizzare l’allievo verso un test completo per le intolleranze alimentari come Alca test, strumento che consente di programmare un trattamento nutrizionale personalizzato per migliorare il più possibile le problematiche legate alle intolleranze.

a cura di Livio Boscarini & Daniele Albertini
Personal Trainers amministratori di Be.Come Personal Training



November 30, 2012 Newsletter

La gravidanza è uno stato particolare durante il quale tutto il metabolismo della donna va incontro a profonde modificazioni. È bene quindi provvedere con un cambiamento nutrizionale in grado di fornire il corretto apporto calorico e tutti i nutrienti necessari alla mamma e alla crescita del bambino.

Durante le visite di routine, peso e bilancia sembrano essere il fulcro cruciale per gran parte di medici e ginecologi. In realtà, accanto al capitolo del controllo del peso, si apre quello sul corretto apporto di macro e micronutrienti e quello riguardante la prevenzione di sindromi allergiche e intolleranze. Per il benessere di mamma e bambino è importante quanto la donna mangia, ma è fondamentale che cosa mangia. La gestazione deve essere un momento di “educazione alimentare” e non di “restrizione”.

Data la posta in gioco, la gravidanza può essere per la donna un’ottima occasione per acquisire nuove conoscenze in ambito nutrizionale come il corretto frazionamento dei pasti durante la giornata, il corretto apporto di tutti i macronutrienti (carboidrati, proteine, fibre, lipidi) e micronutrienti (sali minerali, vitamine) e la prevenzione di allergie e intolleranze.

L’aumento ponderale in gravidanza è strettamente correlato al peso pre-gravidico e al BMI (Boby Mass Index o Indice di Massa Corporea): un BMI corretto e nella norma lascia di solito ben sperare in un aumento di peso corretto rispetto a un BMI da sottopeso o sovrappeso. Nel primo trimestre, è previsto un aumento di peso di circa 2 kg, dal secondo trimestre il controllo deve essere più oculato e non deve essere superiore ai 500g settimanali onde evitare sofferenza fetale.

In generale evitare gli alcolici e limitare i “nervini” (caffè, tè, cacao) che stimolano la contrazione muscolare e quindi anche quella uterina.

E’ bene frazionare i pasti rispettando lo spuntino di metà mattina e metà pomeriggio così da evitare pasti abbondanti che possono aggravare sintomi quali gonfiore, nausea, vomito. Sempre per gli stessi motivi è consigliato evitare cibi “pesanti” quali fritti, piatti troppo conditi, grassi animali (lardo e pancetta), dolci a base di panna e burro. Nei casi di nausea e vomito evitare piatti in brodo, preferire una colazione salata a quella dolce, prediligere le verdure cotte e condimenti a base di limone (ricordiamo che la presenza di vitamina C favorisce l’assorbimento del ferro presente negli alimenti).

È consigliata la massima igiene alimentare e un’abbondante idratazione (2L di acqua al giorno).

Tenere presente l’aumento del fabbisogno nutrizionale e in particolare di vitamine, calcio, potassio, ferro, fosforo e acido folico; da qui l’importanza di un’alimentazione completa. Meglio sopperire a tale fabbisogno da fonti naturali (gli alimenti) prima che dagli integratori (per quanto riguarda l’acido folico, di cui gli alimenti sono poco ricchi, è bene assumere un integratore secondo indicazione medica). Si consiglia di accompagnare i pasti principali con una buona porzione di verdura (meglio se di stagione) e di assumere due porzioni di frutta al giorno. Frutta, verdura e legumi sono ricchi in micronutrienti. Prediligere, inoltre, i cibi integrali (il pane integrale ad esempio contiene sette volte più ferro di quello bianco).

Veniamo ora all’importanza di un’alimentazione sì equilibrata ma allo stesso modo “preventiva”, come già accennato, nei confronti di allergie e intolleranze alimentari. Ad esempio, nei casi di donne particolarmente allergiche, alcuni studi riportano una minore incidenza di forme allergiche ereditarie se, durante la gravidanza, la donna ha seguito un controllo nutrizionale atto a ridurre tutti i nutrienti che potrebbero far scaturire il problema già nel neonato. Preferire quindi alimenti “anallergici” quali carni bianche, pesce, riso, latte di capra, ecc. riducendo il consumo di latte vaccino e latticini, uova e alimenti molto allergenici (fragole, pesche, frutta secca, cacao, ecc.).

La nutrizione della donna gravida deve essere sì “libera” e a suo gusto secondo le cosiddette “voglie”, ma è comunque giusto attenersi a un profilo nutrizionale molto vario così da evitare, o accentuare, intolleranze alimentari nella mamma e quindi “accumuli” nel nascituro.

Se sospettate di essere intolleranti o se semplicemente volete assicurarvi di seguire un’alimentazione corretta anche per il vostro bambino, una buona idea potrebbe essere quella di eseguire il test ALCAT per le intolleranze alimentari. In seguito, un esperto potrà indicarvi il tipo di alimentazione più idonea per voi, così da evitare spiacevoli sintomi in un momento tanto atteso! L’ALCAT Test, diffuso da più di vent’anni e validato da numerosi studi condotti presso centri di ricerca (Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, Laboratorio di Immuno-Allergologia, pubblicazioni sulla rivista ufficiale dell’European Academy of Allergology and Clinical Immunology), permette di seguire una terapia non farmacologica ma nutrizionale. Dopo una prima fase di eliminazione dei cibi risultati positivi al test, si procederà con la reintroduzione graduale e controllata di tutti gli alimenti.

In conclusione, oltre che per il rischio di aumento ponderale, il controllo dell’alimentazione della madre in gravidanza è importante per lo sviluppo del feto e per la prevenzione di allergie, intolleranze alimentari, dermatiti atopiche, bronchioliti, coliti, ecc., sintomi che possono presentarsi già dalle prime settimane di vita del bambino.

a cura della dr.ssa Jessica Barbieri, Biologa Nutrizionista, Consulente IMBIO – Istituto di Medicina Biologica Milano.


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