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Dicembre 18, 2013 Newsletter

Secondo l’Italian Barometer Diabetes Report 2013, il documento redatto ogni anno dall’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, che fotografa lo stato dell’arte del diabete in Italia:

• Nel nostro Paese, sono più di 3 milioni i pazienti diabetici diagnosticati, con una stima di 3,3 milioni (di cui oltre il 90% da diabete di tipo 2) e una prevalenza del 5,5%; ogni minuto si effettua una nuova diagnosi di diabete e ci sono più di 525mila nuove diagnosi in un anno.
• Ogni 3 minuti e mezzo un diabetico ha un attacco cardiaco, ogni 10 minuti un diabetico muore.
• In media ogni malato spende 2.600 euro l’anno per la sua salute, più del doppio rispetto ai concittadini senza diabete.

Si tratta di un Rapporto accuratissimo curato da Agostino Consoli, Professore di Endocrinologia dell’ Università Gabriele d’Annunzio di Chieti che “Raccoglie i contributi di oltre 50 tra i maggiori esperti nazionali di diverse discipline e rappresenta una selezionata antologia di ricerche e riflessioni di colleghi che rappresentano le massime autorità scientifiche nel campo”.

Il diabete è ormai una patologia ‘sociale’, che coinvolge gran parte della popolazione e che di fatto ha forti ricadute sulla spesa: in soli 10 anni, dal 2000 al 2010, la prevalenza del diabete in Italia è cresciuta dal 3,7% al 4,9 % con una prevalenza più alta nel Sud e nelle Isole (6,2%) seguite dal Centro con il 5,5% e dal Nord con il 4,9%. Fa eccezione la Lombardia, dove la prevalenza del diabete è cresciuta del 40% in soli 7 anni, si stima quindi che nella regione la prevalenza di questa patologia nelle persone dai 30 anni in su raggiungerà l’11.1% nel 2030.
Prevenzione.
Possiamo prevenire l’insorgenza del diabete? Certamente. La prevenzione primaria è data dalla cultura dell’alimentazione, saper scegliere gli alimenti corretti per una alimentazione consapevole ed equilibrata. Evitare cibi ad alto contenuto clorico e glicemico, saper associare gli alimenti a base di carboidrati, con proteine e grassi nello stesso piatto.
Un valido strumento di prevenzione è l’analisi genetica innovativa per la ricerca della predisposizione a sviluppare un diabete di tipo due, legato all’alimentazione. La conoscenza del proprio profilo di rischio permette d’individuare e pianificare il tipo di alimentazione adeguata e personalizzata, riducendo i fattori di rischio legati al diabete e cardio vascolari correlati.



Novembre 28, 2013 Newsletter

Il glutine è tra gli alimenti più diffusi nella nostra alimentazione, è presente in tutte le farine comunemente disponibili nei supermarket, nella ristorazione, nelle mense scolastiche e lavorative. Insieme all’olio d’oliva, la frutta, la verdura e il pesce rappresenta l’alimento che caratterizza la dieta di tipo mediterraneo. I cereali accompagnano l’alimentazione da diversi anni, ma la composizione del glutine è cambiata negli ultimi decenni.

Tra gli alimenti contenenti glutine abbiamo: orzo, crusca, couscous, farina, pasta, segale, semola, spelta, triticale (ibrido semola e grano tenero), frumento, germe di grano, farina di frumento, crusca di grano, semola di grano.

Negli ultimi anni, si è manifestata – dapprima in maniera subdola fino ad arrivare a interessare una buona parte della popolazione Italiana – una nuova sintomatologia clinica che colpisce l’intestino.

Dopo anni di ricerche e controlli clinici, i ricercatori del Maryland, hanno individuato le possibili cause alla base della sensibilità al glutine, chiamata Gluten Sensitivity.

Ebbene, possiamo distinguere diverse forme di sensibilità al glutine:

Celiachia, dove la componente genetica relativa alla presenza di mutazioni del polimorfismo del DQ2 e DQ8, insieme alla componente autoimmune, determina un’aggressione da parte degli anticorpi anti-gliadina, anti-transglutaminasi e a volte anche gli anti-endomisio, della mucosa intestinale, con sintomi che possono interessare qualsiasi parte dell’organismo. Circa l’1% della popolazione ne è affetta.

  1. Allergia al Glutine, dove la componente allergica è data da una classe ben precisa di anticorpi chiamati IgE, che si attivano contro la proteina del grano. I sintomi sono riconducibili a reazioni allergiche dermatologiche o delle mucose. I test per scoprire un’eventuale allergia al grano e quindi al glutine, si effettuano con i RAST degli alimenti. Presente nel 2-3% della popolazione.
  2. Gluten sensitivity o sensibilità al glutine, di recente scoperta, è stata riconosciuta come nuova patologia nella Consensus Conference di Gastroenterologia, tenutasi a Londra, nel marzo del 2011. La Sensibilità al glutine si presenta come una condizione mista delle due situazioni sopra descritte. La percentuale della popolazione sensibile al glutine si stima sia intorno al 6%, ma i dati clinici a disposizione dovranno essere confermati dai dati di laboratorio attraverso i nuovi esami a disposizione del medico clinico.

Quali possono essere i sintomi legati alla sensibilità al glutine?

I disturbi addominali la fanno da padrone, possono manifestarsi con dolore di tipo colico, gonfiore, stipsi o diarrea, flatulenza; afte e stomatite, disturbi extra addominali che coinvolgono le articolazioni, i muscoli e i legamenti, dolori ossei, fino alla possibile artrite e artrosi. I disturbi possono riguardare anche la pelle, sono possibili manifestazioni simili a orticaria, dermatite secca e pruriginosa e infine un eczema di difficile controllo. La stanchezza cronica e difficoltà di concentrazione e attenzione, facile esauribilità della forza muscolare, anemia da carenza di ferro, abbassamento delle difese immunitarie con esposizioni a virus anche aggressivi come la mononucleosi e le infezioni erpetiche recidivanti. Ma la caratteristica principale della sensibilità al glutine è la persistente lieve infiammazione della mucosa intestinale che nel tempo è in grado di coinvolgere altri distretti del corpo.

Per maggiore chiarezza precisiamo che la malattia celiaca è un’allergia al glutine che coinvolge sistema immunitario con produzione di IgE specifiche, mentre nella Sensibilità al glutine è coinvolto il sistema immunitario innato, rappresentato dai granulociti neutrofili o polimorfo nucleati e linfociti tipo B. La reazione di difesa quindi è data dai granulociti neutrofili, e si tratta pertanto di una reazione di tipo citotossica e non immunologica.

Finora, la diagnosi della sensibilità al glutine si effettuava escludendo le altre due possibilità patologiche, la celiachia e l’allergia. Oggi, grazie all’analisi computerizzata di tipo citotossica standardizzata di ALCAT test, che permette di individuare l’alimento che genera reazione citotossica, è possibile rilevare il livello di sensibilità alla famiglia degli alimenti del glutine, e quindi ottenere un valore diagnostico davvero significativo di patologia di sensibilità al glutine di tipo non celiaco. Il referto ALCAT Test indica i livelli possibili di reattività agli alimenti della famiglia del glutine, che possono variare da un minimo di reattività, reattività media, fino a un massimo rappresentati rispettivamente da 1+, 2+ e 3+.

Cosa fare una volta evidenziata la sensibilità al glutine? Bisogna prima di tutto affidarsi a un nutrizionista che si occupi d’intolleranze alimentari, seguire uno schema nutrizionale personalizzato, che preveda la rotazione degli alimenti, ossia introducendo gradualmente, dopo un periodo di astensione dal glutine, gli alimenti intollerati. Questo tipo di gestione permette il recupero della tolleranza al glutine attraverso un regime alimentare il più vario e bilanciato possibile che include momenti di libertà dalla dieta e favorisce il recupero dello stile di vita comune.

Una diagnosi tempestiva consente di recuperare più velocemente una situazione che se protratta nel tempo si cronicizza, favorendo l’insorgere di disturbi che oltre l’intestino possono interessare altre parti del corpo.

 



Ottobre 5, 2013 RASSEGNA STAMPA

Consigli pratici e 111 ricette per unire la salute al gusto: Intervista a Tiziana Colombo e domande/risposte introduttive al professor Giuseppe di Fede – Direttore Sanitario di IMBIO, Direttore Sanitario di I.M.Ge.P. (Istituto di Medicina Genetica, Preventiva e Personalizzata), prof. a.c. in Nutrigenomica presso l’Università di Pavia e vicepresidente di ARTOI (Associazione Ricerca Terapie Oncologiche Integrate), specialista in nutrizione e dietetica clinica, in medicina genetica preventiva, in ipertermia oncologica e immunoterapia

Milano, 21 maggio 2013: Intervista a Tiziana Colombo e domande/risposte introduttive al professor Di Fede

Prof. Giuseppe di Fede, ultimamente si sente spesso parlare di intolleranze….che cosa sono, e che differenze ci sono con le allergie

Per intolleranza alimentare si intende una reazione avversa dell’organismo verso alcuni alimenti o additivi, conservanti alimentari, lenta nel tempo e che puo’ coinvolgere diverse parti dell’organismo come intestino, stomaco, pelle.
Mentre nell’allergia c’è una reazione immediata, dopo aver ingerito un alimento,(esempio mangio una fragola e ho un immediata reazione con bolle sulla pelle), nell’ intolleranza invece c’è una reazione avversa più prolungata
nel tempo verso un alimento o un gruppo di alimenti che possono appartenere alla stessa famiglia alimentare (ad. esempio le solanacee: pomodoro, melanzana, peperone, patata), lenta nel tempo e soggetta ad accumulo, con introduzione frequente anche quotidiana dei cibi.
Può dare quindi fastidi continui, a volte silenti, o a volte con chiari sintomi di malessere come: coliti, stipsi, cefalea, mal di stomaco, dermatiti e cistiti o candidosi ricorrenti.

Ci sono analisi specifiche per testare e individuare sia le allergie che le intolleranze alimentari?
Le allergie alimentari si possono testare con i Rast degli alimenti.
Per le intolleranze alimentari invece c’è molta confusione, in quanto i test oramai li fanno tutti, dalla farmacia alla erboristeria, con mezzi a dir poco
fantasiosi senza dare un servizio concreto e affidabile all’utente che, del tutto sprovveduto, accetta l’esito del test eseguito e nella maggioranza dei casi, non riceve le spiegazioni adeguate al risultato generando delle serie problematiche di gestione dell’alimentazione.
Un solo test, riconosciuto sia come metodica di analisi che per gli estratti alimentari, è il test Alcat.
Noi usiamo ALcat test che è l’unico test riconosciuto dalla Food and Drug amministration Americana, l’unico ente che riconosce sia i test che le apparecchiature ed anche lo stesso sistema. Alcat è un test citotossico automatizzato che si effettua utilizzando una apposita macchina da laboratorio dedicata e si esegue tramite un prelievo di sangue venoso.
La possibilità di eseguire i test su alimenti, conservanti, additivi, funghi e muffe offre un certo vantaggio nell’indagine diagnostica una volta che i test tradizionali non hanno dato la risposta al problema clinico. Alcat esiste da oltre 15 anni, ed è utilizzato in 52 paesi del mondo.
Noi abbiamo una media di circa 2500 test all’anno effettuati su pazienti che cercano nel test Alcat la risposta e la risoluzione al loro problema.

Quali sono le intolleranze che riscontrate maggiormente negli ultimi tempi?
Ogni giorno, su un campione medio di circa una quindicina di persone, almeno 2 su 5 risultano intolleranti al frumento e al glutine, poi seguono intolleranza al latte e derivati, e una parte risulta intollerante al nichel.

Come è nata la vostra collaborazione con Tiziana Colombo meglio conosciuta nel web come “nonna paperina”?
Tiziana è una mia paziente e visto che, con la mia compagna Paola Carassai, erano anni che cercavamo una collaboratrice che ci portasse avanti il progetto delle ricette di cucina adatte per chi soffre di intolleranze alimentari, e non solo, parlando con lei ci siamo trovati subito in linea. Abbiamo gli
stessi pensieri, la stessa volontà e soprattutto la serietà nel dare una corretta informazione alla gente, che ha problemi di intolleranze alimentari in famiglia e quindi nella cucina di tutti i giorni.

Ora chiediamo direttamente a Tiziana perché ha deciso di scrivere questo libro.
Tiziana:
Questo libro nasce per una ragione molto semplice: è un’insieme di informazioni che non sono mai riuscita a trovare quando mi servivano. Cercavo ricette appetitose e immagini attraenti, dalle quali trasparisse empatia verso le persone con intolleranze alimentari e le loro difficoltà
quotidiane, cercavo idee per proporre dei piatti che tutti potessero condividere, senza neanche rendersi conto che erano “per malati” privi di nichel.
Cercavo informazioni sui prodotti nuovi che dovevo cominciare a mangiare e avevano per me nomi assurdi: quinoa, amaranto, soia, gomasio, etc.

Cercavo notizie su questo problema, consigli e tanto altro e saltavo come una palla rimbalzina da un sito all’altro. Allora è nato il progetto ambizioso di provare a riunire più informazioni, dati e ricette possibili per aiutare chiunque ha il mio stesso problema.
Il percorso che mi ha portata a prendere coscienza di quanto le allergie e le intolleranze incidano sulla vita delle persone e come conviverci al meglio è simile a quello di molti altri.

Quando mi è stata riscontrata l’intolleranza al nichel prima, e al lattosio dopo, mi è crollato il mondo addosso.
L’idea che alimenti generalmente innocui potessero essere dannosi per il mio organismo mi faceva stare peggio.
All’improvviso, le pietanze preferite si sono trasformate in un percorso minato. Le persone, lo si percepisce, sono realmente spaventate all’idea di invitarci a casa loro. Ho impiegato parecchio a capire ciò che dovevo sapere e come fare per spiegarlo agli altri, in particolare a mia suocera e a mio figlio Stefano. L’unica persona che mi ha sostenuto moralmente fin dall’inizio è stata mia sorella Maria Grazia a cui dedico questo risultato.

Non era un’artista in cucina, ma si impegnava a preparare piattini invitanti e gustosi da mangiare proprio per farmi capire che il mondo non era finito con la mia intolleranza…
Tuttavia, mi sono ben presto resa conto che non sono sola. Ho scoperto quanti “nichelini” hanno il mio stesso problema. Dalla condivisione delle mie esperienze sono emerse problematiche simili, non ultima la difficoltà di spiegare agli altri quali siano i problemi e come chiedere il loro aiuto.

Dalla mia esperienza fatta prima di giungere alla diagnosi dell’intolleranza, e dalla conseguente necessità di cominciare ad alimentarsi in maniera diversa, ho capito quanto ogni momento, all’apparenza drammatico, che ti si presenta nel cammino della vita, sia un’occasione per mettersi in gioco, per conoscere i punti forti del proprio carattere.
Ho pensato spesso di non farcela, ma dopo il percorso di conoscenza costruito, dopo gli studi effettuati in materia e dopo tutti i consigli ottenuti dal “mio Prof”, ho ricominciato a credere in me e ora mi sento capace di affrontare tutto.
È’ stata un’esperienza che mi dato modo di riamare la vita perché mi ha concesso la scoperta di questa forza interiore e di questa convinzione di
me, questo amore per la vita. I miei ricordi di momenti tristi che sono passati mi hanno insegnato molto.
Devo dire che un aiuto l’ho avuto anche dal sito di cucina http://www.nonnapaperina.it che ho aperto anni fa. Quando mi hanno riscontrato l’intolleranza non pubblicavo più ricette, mangiavo solo riso in bianco e bistecche ai ferri con insalata. Poi un giorno mio marito mi ha convinto a
provare a cucinare qualche ricetta adattandola al mio problema, altrimenti cosa avrebbero potuto pensare gli affezionati fan di Nonna Paperina? E così ho fatto!
Comunque ora riesco a mangiare bene, e stare bene con me stessa e gli altri, e questo è importante! Ho scoperto nel mio percorso ricette davvero deliziose e quando dicevo, perché ora non lo faccio più, “non so se può piacervi” oppure “l’ho fatto per poterlo mangiare anche io” mi guardavano come un’extraterrestre…
La cucina o la ami o la odi. E quando la ami non c’è nulla e niente che ti può far rinunciare a lei. In tutto ciò che fai, in tutti i momenti liberi, trovo sempre un motivo e un’occasione per pensare a un piatto, un ingrediente, una ricetta.
Ogni momento libero che ho è un’occasione per creare, sperimentare, provare una nuova ricetta.
E il momento più bello è quando ciò che ho creato, aggiungendoci sempre quell’ingrediente magico che è l’amore, lo condivido con gli altri.
Aspetto con ansia il loro giudizio, le loro parole, con la paura di aver fallito, di non essere riuscita a soddisfare le loro aspettative.
Sì, perché non si cucina mai un piatto per sé stessi, ma per poterlo condividere con gli altri, per riuscire a donare a chi ti stima un po’ del tuo amore. La mia idea è che chi mangia i piatti che preparo possa avere una percezione assoluta della passione con cui preparo le mie ricette e con cui vengono servite.
Questa filosofia è condivisa anche da Paola e Giuseppe, che mi hanno convinto a mettere insieme le mie idee e cucinare i piatti da divulgare a chi ha lo stesso mio problema.
Le nozioni e le ricette contenute in questo libro sono frutto di informazioni derivate da studi e testi specializzati. Non hanno lo scopo di diagnosticare o fare prescrizioni per patologie mediche o psicologiche, né sostengono o pretendono di prevenire, trattare, mitigare o guarire tali condizioni.
Per un parere medico o altre informazioni specifiche, consultate uno specialista, meglio se vi recate presso l’Istituto di Medicina Biologica (Imbio) dove è possibile diagnosticare l’intolleranza al nichel tramite ALCAT, il test che consente anche di verificare la sensibilità agli additivi alimentari compreso il nichel solfato.
I risultati di ALCAT Test permettono, inoltre, di mettere a punto un iter terapeutico personalizzato, che prevede un regime alimentare adeguato, e
una terapia di supporto a scopo desensibilizzante e detossificante.

IL LIBRO DI TIZIANA COLOMBO
L’intolleranza? La cuciniamo!
Consigli pratici e 111 ricette per unire la salute al gusto
di Tiziana Colombo
collana La cucina di Tiziana
90 illustrazioni a colori
cartonato
EAN 9788836626618
€ 20,00

Per informazioni:
www.silvanaeditoriale.it



Ottobre 5, 2013 RASSEGNA STAMPA

Nutraceutica e nutrigenomica, rappresentano ormai la frontiera degli studi e delle terapie che riguardano la nutrizione, da anni uno dei temi più discussi nel mondo medico e farmaceutico. Per ribadirne l’importanza potremmo partire da un dato, che vuole il 37 per cento dei tumori generato da alimenti. Forse in molti avrebbero scommesso sulla relazione, piuttosto intuitiva, tra cibo e patologie oncologiche, ma ancora in pochi conoscono le innovazioni nel campo: studi e relative tecniche che hanno come obiettivo proprio individuare l’alimentazione migliore per scongiurare anche le malattie più gravi. A entrare nel dettaglio di queste nuove discipline è il professor Giuseppe Di Fede, direttore sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica (Imbio) e dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva di Milano, entrambi fondati con la dottoressa Paola Carassai.

«Un terzo delle malattie oncologiche – insiste Di Fede – ha origine da un’alimentazione scorretta protratta negli anni. La prima soluzione sta nella prevenzione, che nasce a tavola e inizia da piccoli. La medicina, negli ultimi anni, ha fatto molti passi avanti fino alla definizione, per esempio, della nutraceutica, parola derivante dai termini nutrizione e farmaceutica. In questa prospettiva, il cibo non è più solo un alimento, ma è considerato alla stregua di un farmaco,che nutre le nostre cellule attraverso le sostanze in esso contenute.
Grazie alla nutraceutica, analizzando la targa genetica di un soggetto, si favorisce l’assunzione degli alimenti ai quali è ben predisposto, eliminando o riducendo quelli negativi».

Ma come identificare le patologie legate agli alimenti e quali opportunità di cura esistono?
«Sia le allergie sia le intolleranze – risponde Di Fede –, nonostante le notevoli differenze, sono rilevate e diagnosticate tramite esami effettuati sul sangue.
Tra questi il test più valido per metodica e attendibilità dei risultati è l’Alcat Test, utilizzato in tutto il mondo. L’Alcat Test è oggi lo strumento più utile perla diagnosi delle intolleranze alimentarie perla corretta impostazione di una terapia individuale che guidi verso il recupero della tolleranza immunologica.Il test consente, inoltre, di valutare la sensibilità agli additivi alimentari, ai conservanti, ai coloranti, ai contaminanti ambientali, agli antibiotici e agli anti infiammatori».

Per insegnare un nuovo modo di cucinare, seguendo le indicazioni emerse dal referto di un Alcat Test, Di Fede e Carassai hanno collaborato alla realizzazione del libro di Tiziana Colombo “Nichel. L’intolleranza? La Cuciniamo!”.

«Il libro – spiega il professore – contiene, oltre alle ricette, tutte le informazioni necessarie per affrontare i disturbi connessi all’intolleranza al nichel, passando in rassegna i singoli alimenti, i metodi di cottura, le pentole da utilizzare, e fornendo indicazioni anche in tema di cosmetici e di detersivi».

Ultimamente si è scoperto che alcuni alimenti sono capaci di stimolare in modo positivo l’espressione delle proteine prodotte dal Dna. «Come del resto – continua Di Fede – alcuni alimenti sono invece dannosi per la salute, nel senso che ci fanno invecchiare più velocemente. Nuovi test genomici, sono in grado di aiutarci in un percorso preventivo. In particolare lo studio delle malattie degenerative cerebrovascolari, artrosiche e nutrizionali, ha permesso di tracciare nuovi profili genomici di predisposizione e relative misure preventive personalizzate». In questo quadro Imbio si pone come un istituto che offre visite e terapie per diverse patologie e promuove la diffusione di strumenti diagnostici per un’azione di medicina predittiva e preventiva. «Il principio su cui si basa l’Istituto è la prevenzione e la cura creando per ogni singolo paziente un check up personalizzato. Imbio, inoltre, offre diverse terapie tra cui quelle sulle intolleranze alimentari, quelle di ipertermia preventiva e oncologica, l’immunoterapia biologica e la terapia antiossidante».

Rassegna stampa: Sanissimi- maggio 2013 – periodico di medicina, politiche sanitarie e ricerca, allegato mensile al quotidiano nazionale IL GIORNALE. di Renato Ferretti

GIUSEPPEDI FEDE PARLA DELLE NUOVE DISCIPLINE GRAZIE ALLE QUALI L’ALIMENTAZIONE ASSUME UNA NUOVA PROSPETTIVA «ANCHE CONTRO LE MALATTIE PIÙ GRAVI»

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Gennaio 1, 2013 Newsletter

L’alcool è una sostanza di origine naturale proveniente dalla fermentazione e/o distillazione di cereali, frutta o verdura. È conosciuto come la sostanza psicoattiva più antica e più diffusa. Ma se è di origine naturale, come mai può arrivare a creare assuefazione, tossicità ed effetti paragonabili a quelli di una droga ad azione tossica? La risposta sta nella via metabolica utilizzata che fa sì che entri subito nel circolo sanguigno, raggiungendo velocemente il cervello con effetti neurologici immediati. Da qui la dipendenza, il consumo eccessivo fino ad arrivare a squilibri nutritivi e a gravi complicanze per fegato, pancreas, stomaco, sistema nervoso. Alcool e farmaci utilizzano la stessa via metabolica per cui attenzione alle reazioni indesiderate se si assumono medicinali.

Secondo alcuni recenti studi, il “piacere dell’alcool” dipende, insieme con altri fattori, da una predisposizione genetica, così come il “reggere l’alcool” è dovuto al nostro DNA. Il tutto dipende naturalmente dalle dosi assunte, dallo stato di salute e dal metabolismo del soggetto. La dose giornaliera di alcool accettabile corrisponde a 0,6-0,7 g/kg di peso corporeo.

Oggigiorno l’alcolismo è una piaga sociale che colpisce non solo gli adulti, ma anche i più giovani.
L’alcool è la nuova moda degli adolescenti: si comincia con il famoso happy hour per continuare con birra, bevande alcoliche di ogni genere e colore, superalcolici. Non si tratta di “gusto del bere” ma di un mezzo per socializzare fino a raggiungere la dipendenza. Quella diffusa tra gli adolescenti non è di certo la “filosofia” del piacere di gustarsi un buon bicchiere di vino con gli amici! Il vino tra l’altro, anche se alcolico, nelle giuste dosi ha effetti benefici sulla salute. Per la ricchezza nutrizionale che lo distingue, può essere considerato un alimento. Quella del vino è una vera e propria cultura. E’ conosciuto fin dall’antichità per i suoi effetti benefici sull’uomo e ancora oggi diversi studi attestano gli effetti positivi che può avere se consumato con moderazione. Il vino con minori controindicazioni fisiologiche è quello a basso contenuto di tannini, poco alcolico, poco aromatico e non manipolato. Le proprietà benefiche del vino derivano dalla presenza di polifenoli e antociani, sostanze antiossidanti e quindi antitumorali. Inoltre, la presenza di resveratrolo, un polifenolo, gli conferisce la capacità di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. L’acido tartarico invece è un antitumorale specifico per la prostata.

Il vino rosso, rispetto a quello bianco, presenta una maggior concentrazione di polifenoli e quindi una maggior capacità antitumorale. Il vino bianco, essendo un vino meno “strutturato”, e quindi meno forte, necessità dell’aggiunta di conservanti e stabilizzanti, ecco perché è spesso responsabile del cosiddetto “cerchio alla testa”.

La bella notizia è che il vino può essere integrato nei pasti delle diete dimagranti. Al di là del suo contenuto calorico è, infatti, più importante conoscere le caratteristiche degli altri alimenti che compongono un determinato pasto: se ad esempio si tratta di un pasto con un buon apporto di zuccheri, allora sarà bene evitare l’associazione del vino e in particolare sarà il paziente diabetico a dover fare molta attenzione.

Ecco perché consiglio sempre di attenersi al consiglio di uno specialista. Particolare attenzione dovranno fare anche i soggetti con intolleranze alimentari e, parlando di vino, mi riferisco agli intolleranti al nichel ad esempio. Il nichel è un metallo presente nel terreno in grado contaminare frutta, verdura e prodotti da essi derivanti. Le bevande alcoliche possono esserne contaminate anche per il processo di lavorazione che la materia prima subisce. Il nichel è presente nel vino per cui anche in questo caso sarà lo specialista a valutare la situazione nello specifico.

Se invece non avete allergie o intolleranze diagnosticate ma, in seguito ad un paio di bicchieri di vino avvertite sintomi quali difficoltà digestive, reflusso gastrico, eruzioni cutanee, ecc., allora sarà bene effettuare l’ALCAT Test per le intolleranze alimentari (i sintomi da intolleranza possono manifestarsi fino a 48 o anche 72 ore dopo). Nel caso di vino e bevande alcoliche in generale, la causa della vostra intolleranza potrà essere il nichel o uno degli additivi chimici aggiunti durante la lavorazione o l’alimento utilizzato come materia prima. L’ALCAT Test, presente da più di vent’anni nell’ambito dell’alimentazione, e validato da studi diversi condotti presso centri di ricerca, permette di testare alimenti, nichel, additivi chimici (coloranti, conservanti, stabilizzanti) ecc. con un semplice prelievo di sangue. In seguito potrete rivolgervi al vostro medico o nutrizionista di fiducia che vi aiuterà nel risolvere il vostro problema attraverso una terapia nutrizionale e non farmacologica.

Per concludere diciamo che il vino è di certo la bevanda che rende piacevoli i pasti con gli amici, tiene compagnia e ci rende allegri e rilassati ma è bene che non diventi il nostro amico fedele. A tale proposito, dato che può essere per diversi motivi considerato un “medicamento”, ricordiamo sempre che come tutte le medicine va assunto in modo controllato.

a cura della dr.ssa Jessica Barbieri, Biologa Nutrizionista, Consulente IMBIO  Istituto di Medicina Biologica Milano.



Novembre 30, 2012 Newsletter

La gravidanza è uno stato particolare durante il quale tutto il metabolismo della donna va incontro a profonde modificazioni. È bene quindi provvedere con un cambiamento nutrizionale in grado di fornire il corretto apporto calorico e tutti i nutrienti necessari alla mamma e alla crescita del bambino.

Durante le visite di routine, peso e bilancia sembrano essere il fulcro cruciale per gran parte di medici e ginecologi. In realtà, accanto al capitolo del controllo del peso, si apre quello sul corretto apporto di macro e micronutrienti e quello riguardante la prevenzione di sindromi allergiche e intolleranze. Per il benessere di mamma e bambino è importante quanto la donna mangia, ma è fondamentale che cosa mangia. La gestazione deve essere un momento di “educazione alimentare” e non di “restrizione”.

Data la posta in gioco, la gravidanza può essere per la donna un’ottima occasione per acquisire nuove conoscenze in ambito nutrizionale come il corretto frazionamento dei pasti durante la giornata, il corretto apporto di tutti i macronutrienti (carboidrati, proteine, fibre, lipidi) e micronutrienti (sali minerali, vitamine) e la prevenzione di allergie e intolleranze.

L’aumento ponderale in gravidanza è strettamente correlato al peso pre-gravidico e al BMI (Boby Mass Index o Indice di Massa Corporea): un BMI corretto e nella norma lascia di solito ben sperare in un aumento di peso corretto rispetto a un BMI da sottopeso o sovrappeso. Nel primo trimestre, è previsto un aumento di peso di circa 2 kg, dal secondo trimestre il controllo deve essere più oculato e non deve essere superiore ai 500g settimanali onde evitare sofferenza fetale.

In generale evitare gli alcolici e limitare i “nervini” (caffè, tè, cacao) che stimolano la contrazione muscolare e quindi anche quella uterina.

E’ bene frazionare i pasti rispettando lo spuntino di metà mattina e metà pomeriggio così da evitare pasti abbondanti che possono aggravare sintomi quali gonfiore, nausea, vomito. Sempre per gli stessi motivi è consigliato evitare cibi “pesanti” quali fritti, piatti troppo conditi, grassi animali (lardo e pancetta), dolci a base di panna e burro. Nei casi di nausea e vomito evitare piatti in brodo, preferire una colazione salata a quella dolce, prediligere le verdure cotte e condimenti a base di limone (ricordiamo che la presenza di vitamina C favorisce l’assorbimento del ferro presente negli alimenti).

È consigliata la massima igiene alimentare e un’abbondante idratazione (2L di acqua al giorno).

Tenere presente l’aumento del fabbisogno nutrizionale e in particolare di vitamine, calcio, potassio, ferro, fosforo e acido folico; da qui l’importanza di un’alimentazione completa. Meglio sopperire a tale fabbisogno da fonti naturali (gli alimenti) prima che dagli integratori (per quanto riguarda l’acido folico, di cui gli alimenti sono poco ricchi, è bene assumere un integratore secondo indicazione medica). Si consiglia di accompagnare i pasti principali con una buona porzione di verdura (meglio se di stagione) e di assumere due porzioni di frutta al giorno. Frutta, verdura e legumi sono ricchi in micronutrienti. Prediligere, inoltre, i cibi integrali (il pane integrale ad esempio contiene sette volte più ferro di quello bianco).

Veniamo ora all’importanza di un’alimentazione sì equilibrata ma allo stesso modo “preventiva”, come già accennato, nei confronti di allergie e intolleranze alimentari. Ad esempio, nei casi di donne particolarmente allergiche, alcuni studi riportano una minore incidenza di forme allergiche ereditarie se, durante la gravidanza, la donna ha seguito un controllo nutrizionale atto a ridurre tutti i nutrienti che potrebbero far scaturire il problema già nel neonato. Preferire quindi alimenti “anallergici” quali carni bianche, pesce, riso, latte di capra, ecc. riducendo il consumo di latte vaccino e latticini, uova e alimenti molto allergenici (fragole, pesche, frutta secca, cacao, ecc.).

La nutrizione della donna gravida deve essere sì “libera” e a suo gusto secondo le cosiddette “voglie”, ma è comunque giusto attenersi a un profilo nutrizionale molto vario così da evitare, o accentuare, intolleranze alimentari nella mamma e quindi “accumuli” nel nascituro.

Se sospettate di essere intolleranti o se semplicemente volete assicurarvi di seguire un’alimentazione corretta anche per il vostro bambino, una buona idea potrebbe essere quella di eseguire il test ALCAT per le intolleranze alimentari. In seguito, un esperto potrà indicarvi il tipo di alimentazione più idonea per voi, così da evitare spiacevoli sintomi in un momento tanto atteso! L’ALCAT Test, diffuso da più di vent’anni e validato da numerosi studi condotti presso centri di ricerca (Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, Laboratorio di Immuno-Allergologia, pubblicazioni sulla rivista ufficiale dell’European Academy of Allergology and Clinical Immunology), permette di seguire una terapia non farmacologica ma nutrizionale. Dopo una prima fase di eliminazione dei cibi risultati positivi al test, si procederà con la reintroduzione graduale e controllata di tutti gli alimenti.

In conclusione, oltre che per il rischio di aumento ponderale, il controllo dell’alimentazione della madre in gravidanza è importante per lo sviluppo del feto e per la prevenzione di allergie, intolleranze alimentari, dermatiti atopiche, bronchioliti, coliti, ecc., sintomi che possono presentarsi già dalle prime settimane di vita del bambino.

a cura della dr.ssa Jessica Barbieri, Biologa Nutrizionista, Consulente IMBIO – Istituto di Medicina Biologica Milano.



Ottobre 30, 2012 Newsletter

Dopo aver presentato pregi e difetti di “zucchero bianco, di canna e fruttosio“, (Come dolcificare nel modo migliore? – parte 1) proseguiamo la panoramica sui dolcificanti naturali e sintetici valutando: saccarina, aspartame, sucralosio e stevia.

SACCARINA: La saccarina è stata il primo dolcificante artificiale. La parola deriva dal latino e significa zucchero. È disponibile in tre forme: Acido Saccarinico, Saccarina di Sodio, Saccarina di Calcio. Quella più usata è la saccarina di sodio.

Ha un potere dolcificante 300 volte superiore al saccarosio, ma presenta un retrogusto leggermente amaro e metallico, generalmente considerato sgradevole specialmente ad alte concentrazioni. A differenza di simili composti di sintesi (es. aspartame), la saccarina è stabile al calore anche in ambiente acido, è inerte rispetto agli altri ingredienti alimentari e non richiede precauzioni di conservazione. Nei paesi in cui l’uso di entrambi i composti è consentito, la saccarina è spesso associata al Ciclammato in proporzioni 1:10 per correggere i citati difetti di retrogusto; è spesso associata anche all’aspartame.

Nel 1878 fu scoperta casualmente in un laboratorio, dove si lavorava il catrame. Fu una scoperta importante, soprattutto per i diabetici. Infatti, la saccarina transita attraverso l’apparato digerente senza alterare i livelli sanguigni d’insulina e in pratica senza fornire alcuna energia all’organismo.

Preoccupazione sulla potenziale nocività e cancerogenicità si espresse massimamente nel 1977, quando fu pubblicato un lavoro che comunicava l’aumento d’incidenza del cancro alla vescica in ratti alimentati con alte dosi di saccarina. Al momento, viste le bassissime quantità di utilizzo, non è stata dimostrata per tali quantità nessuna correlazione. La saccarina è impiegata in una grande varietà di cibi, bevande e cosmetici.

Non è metabolizzata dal nostro organismo; una volta assunta, è rapidamente assorbita (circa 90%) e come tale eliminata con le urine, senza subire modifiche. Non influenza i livelli glicemici e non fornisce alcuna energia all’organismo. Non favorisce la carie e quindi consigliata nelle diete ipocaloriche e nei diabetici. Restano, tuttavia, molti dubbi sulla tossicità, pur esistendo tantissimi studi che ne confermano la sicurezza per dosi di consumo normali. I dubbi circa il coinvolgimento della sostanza nei confronti del cancro alla vescica restano. Molta prudenza per l’uso in gravidanza, data la capacità di attraversare la placenta.

ASPARTAME: L’aspartame è un altro dolcificante artificiale. E’ composto da due aminoacidi, l’acido aspartico e la fenilalanina, più il metanolo che esterifica l’estremità carbossilica della Fenilalanina.

Pur avendo le stesse calorie dello zucchero, il suo potere dolcificante è 200 volte superiore; per questa ragione ne servono piccole quantità per dolcificare cibi e bevande.

Le persone che soffrono di fenilchetonuria (hanno difficoltà nell’assimilare la fenilalanina), devono limitare l’assunzione di questo dolcificante perché è fonte di fenilalanina.
L’utilizzo come dolcificante alimentare, con la sigla E 951, è autorizzato in dose massima giornaliera di 40 mg./Kg di peso. Esistono molte diatribe sul ruolo cancerogeno dell’aspartame (ci sono numerosi studi in merito). Nel 1980, un’inchiesta decretò la mancanza di dati sufficienti a confermare il legame tra aspartame e tumori al cervello.

Tuttavia, fu negata una nuova autorizzazione all’uso, in attesa di nuovi dati. Altri studi evidenziarono l’aumento dell’incidenza di linfomi e leucemie nei topi femmine a seguito dell’assunzione di vari dosaggi di aspartame. Inoltre, uno studio italiano ha confermato questi dati, e ha ipotizzato un legame tra formaldeide (il metabolismo dell’Aspartame, libera anche Metanolo, trasformato prima in Formaldeide e poi in Acido Formico, entrambi tossici) rilasciata dal metabolismo dell’aspartame e l’aumento di tumori cerebrali (Europee Journal of Oncology, del 2005). Entro settembre 2012, l’EFSA, la corrispondente europea dell’FDA americana, dovrà rivalutare la sicurezza dell’aspartame. Particolare importante: qualora sia presente un disturbo (potrebbero esisterne diversi), imputabile all’assunzione di aspartame, sono necessari 60 giorni senza assunzione di aspartame, per far regredire tale sintomatologia.

Uno dei più grossi limiti dell’aspartame è quello della non resistenza alle temperature (superiori ai 30°), quindi anche quella del corpo umano, che attiverebbe i processi che portano alla liberazione delle sostanze tossiche di cui parlavo prima. Per dovere d’informazione, riporto quali sono i punti a favore dell’aspartame che ne spingono l’utilizzo: basso potere calorico (essendo circa 200 volte più dolce del saccarosio) per cui ne servono piccolissime quantità; Non innalza la glicemia, per cui adatto ai diabetici, ma ricordiamo tutti i grossi dubbi ancora esistenti.

SUCRALOSIO: Diffuso da poco tempo, anche se scoperto in Inghilterra già nel 1976, questo dolcificante deriva dal saccarosio e, per le manipolazioni cui è sottoposto lo zucchero, è considerato un dolcificante artificiale.

E’ realizzato con un processo in più fasi, si parte dal classico zucchero da cucina, il saccarosio, cui sono sostituiti tre gruppi ossidrilici (formati da ossigeno e idrogeno) con tre atomi di cloro. Il risultato è un dolcificante stabile, con lo stesso sapore dello zucchero, ma senza calorie.

Dopo questa scoperta, il sucralosio, è stato sottoposto a un programma conclusivo di test sulla sicurezza per un periodo di 20 anni. Oggi il sucralosio, è autorizzato in oltre 80 paesi. Può essere utilizzato da tutti, anche da bambini, durante la gravidanza o l’allattamento, ed anche dai diabetici. Resiste al calore e può essere sottoposto a cottura, anche in forno. E’ molto utile per quanti cercano di ridurre l’assunzione di zucchero e calorie. Aumenta sempre più il numero di alimenti e bevande che sono dolcificate con sucralosio. Quello che rende possibile l’utilizzo in piccolissime quantità, è un potere dolcificante circa 600 volte superiore a quello dello zucchero.
Grosso vantaggio è l’eccellente sapore dolce, molto simile a quello dello zucchero.

Inizialmente vi fu un dubbio sul destino degli atomi di cloro, ma attendibili accertamenti hanno promosso a pieni voti questa sostanza. Infatti, il sucralosio rimane intatto nell’organismo. Il cloro non è liberato, dato che la molecola di sucralosio rimane intatta ed è eliminata quasi totalmente senza modifiche. Altro dato importante è che la molecola non interagisce minimamente con l’alimento che la contiene.

STEVIA: recentemente si è diffuso un nuovo dolcificante, che presenta interessanti caratteristiche: la stevia.

Si tratta di una piccola pianta erbacea arbustiva perenne della famiglia delle composite (lattuga, calendula, cicoria), nativa delle montagne fra Paraguay e Brasile. Ha una buona capacità dolcificante: nella sua forma naturale è circa 10/15 volte più dolce del normale zucchero da tavola. Nella sua forma più comune di polvere bianca, estratta dalle foglie della pianta, arriva a essere dalle 70 alle 400 volte più dolce dello zucchero, pertanto pare sia il dolcificante naturale più potente. Una sola fogliolina fresca dopo qualche istante, trasferisce al palato una forte sensazione dolce, lasciando alla fine un lieve retrogusto di liquirizia. I principi attivi sono lo Stevioside e il Rebaudioside A.

Non causa diabete; non ha calorie; non altera la glicemia; non dovrebbe avere tossicità (al contrario dei dolcificanti sintetici); non provoca carie; non contiene sostanze artificiali; può essere utilizzata per cucinare. Sono stati ipotizzati anche alcuni impieghi in medicina per il diabete e l’obesità. Consente, infatti, di ridurre il consumo di zucchero, specie quello bianco.

Si utilizza ormai su larga scala, in Giappone, per esempio, è già usata per dolcificare la Coca Cola Light.
La sua commercializzazione è stata a lungo ostacolata per via dei numerosi interessi legati alla produzione di altri dolcificanti ( barbabietole da zucchero, canna da zucchero ecc).

Importanti caratteristiche che la connotano sono:

  • Non è fermentabile (come lo zucchero), quindi utile a chi soffre di candida
  • Stabile al calore, almeno fino a 200° C
  • Non è tossica, quindi sicura
  • E’ senza calorie
  • Può essere utilizzata dai Diabetici e nelle diete ipocaloriche

È sicuramente un buon dolcificante naturale, già usato in molti paesi; per il momento i limiti sono dati dai costi, non ancora competitivi per la coltivazione delle piante e per l’estrazione.

Infine, per concludere questa panoramica sui dolcificanti (ricordo la prima parte dell’articolo: Come dolcificare nel modo migliore? – parte 1), vorrei esprimere solo una breve considerazione. Tra i vari dolcificanti, vale sempre la regola delle quantità, ad esempio, il fruttosio, entro limitate quantità, può essere utilizzato tranquillamente, ma aumentando il consumo crescono, in maniera direttamente proporzionale, gli svantaggi. Ricordo inoltre le virtù della stevia e del sucralosio, che veramente restano inerti e senza calorie.

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



Luglio 30, 2012 Newsletter

Nei paesi industrializzati, il numero di persone che manifestano fenomeni allergici è in costante aumento: tra il 5 e il 25% degli adulti riferisce di avere avuto una reazione allergica dopo assunzione di alimenti, mentre nei bambini (durante i primi 3 anni di vita) la percentuale varia tra il 6 e il 10%.

Oltre alle classiche e note allergie, un fenomeno emergente è l’allergia a sostanze alimentari “nascoste” negli alimenti. Classico esempio sono gli utensili per la preparazione degli alimenti, che possono contaminare la lavorazione di sostanze alimentari determinando reazioni allergiche da allergeni nascosti.

Molti cibi contengono alimenti “nascosti” aggiunti nella lavorazione industriale alimentare che, seppur potenzialmente allergizzanti o almeno sensibilizzanti, non sono segnalati nelle etichette.

L’uovo, ad esempio, è spesso aggiunto come emulsionante, e come tale (emulsionante e non uovo) aggiunto nell’elenco degli ingredienti. In maniera analoga anche la soia può essere presente nell’alimento senza essere segnalata come tale, ma come emulsionante.

La stessa cosa vale per le spezie e gli aromi naturali, che possono scatenare reazioni allergiche improvvise.

Alcune persone sottoposte a test d’intolleranza, sono, infatti, positive a un dato alimento, pur non avendolo mai assaggiato. Si presume pertanto che l’alimento intollerato sia presente, come emulsionante, in cibi che normalmente non lo contengono. La globalizzazione dei mercati alimentari sta, infatti, facilitando la diffusione di questi “nuovi” allergeni, non presenti in passato nelle nostre abitudini alimentari.

Di pari passo con le allergie, anche le cosiddette “intolleranze” alimentari sono un fenomeno crescente che, dato il numero di pazienti con manifestazioni allergiche, ma con esami allergologici specifici negativi, è da tenere in debita considerazione.

Le manifestazioni cliniche d’intolleranza e allergia sono identiche, ma esiste una differenza sostanziale: la reazione allergica è immediata, quella allergica su base intollerante avviene, invece, dopo ore o nell’arco di due giorni dall’ingestione dell’alimento incriminato.

Si parla in questo caso di reazioni allergiche ritardate, in cui difficilmente l’alimento o gli alimenti “reattivi” possono essere identificati precisamente. Proprio per questo, diversamente dalle allergie, che sono facilmente rilevabili, le intolleranze hanno un approccio diagnostico e clinico di difficile standardizzazione.

Per rispondere alle esigenze del mondo medico, è stato introdotto ALCAT Test, un nuovo metodo di diagnosi grazie al quale è possibile ridurre lo stato infiammatorio e di conseguenza la suscettibilità a sviluppare intolleranze e allergie alimentari.

Il test, riconosciuto dall’U.S. Food and Drug Administration (FDA) e utilizzato dalla Fondazione IRCCS Policlinico “San Matteo” di Pavia, Laboratorio di Immuno – Allergologia, valuta la reazione infiammatoria dei Granulociti Neutrofili in grado di rilasciare fattori istamino simili e citochine pro infiammatorie che possono innescare la reazione allergica.

ALCAT ha messo in evidenza reazioni d’intolleranza verso sostanze alimentari e alimenti, che determinano reazioni allergiche da “accumulo” dell’allergene. Le sostanze, che fungono da allergeni nascosti, più frequentemente positive al test sono:

UOVA
Le proteine dell’uovo sono gli allergeni più spesso coinvolti nelle reazioni allergiche alimentari, circa il 20% di tutte le reazioni. Si trovano nei dolci, gelati, caramelle, e molte volte non è segnalato. Anche l’albume è utilizzato come eccipiente o emulsionante senza essere segnalato. Il grana padano contiene tracce di uova, così come alcuni farmaci.

LATTE
Le proteine del latte possono essere allergeni nascosti. Si trovano nella margarina, nei prodotti a base di soia, negli alimenti prodotti in stabilimenti industriali come contaminanti dei prodotti caseari, nei salumi e negli insaccati, o come emulsionante non specificato, ad esempio, negli hot dog.

SOIA
È una proteina vegetale diffusa sotto forma di semi, germogli, pasta, olio, farina, utilizzata come additivo alimentare in molte preparazioni gastronomiche. La diffusione dei ristoranti asiatici, ha infatti favorito la crescente diffusione di alimenti a base di soia, esponendo i pazienti “sensibili” a frequenti e accidentali ingestioni dell’alimento. La farina di soia è spesso presente in salsicce, hamburger, e prodotti a base di carne.

ARACHIDI
L’allergia alle arachidi è un problema molto diffuso negli Stati Uniti, dove il consumo è notoriamente elevato. In Europa è meno rilevante, ma non da sottovalutare. Si tratta, infatti, di un allergene nascosto in diversi alimenti.
Anche la frutta a guscio (noci, mandorle, nocciole) contenuta in alcuni gelati, snack-food, dolci, glassa alla mandorla, determina di frequente importanti reazioni allergiche.

GRANO SARACENO
Pur appartenendo alla famiglia delle Polygonaceae, e non essendo quindi formalmente un cereale, viene comunemente definito tale per via delle caratteristiche nutrizionali. Limitato nelle aree dell’Italia settentrionale (pizzoccheri valtellinesi), negli ultimi anni, il suo consumo in ambito alimentare si è diffuso in tutta la penisola. È, infatti, privo di glutine, e quindi è utilizzato nella preparazione delle farine e della pasta per le persone celiache.

NICHEL
Tra gli allergeni nascosti, il Nichel è tra i più presenti e insidiosi. Con l’ingresso dell’Euro come moneta unica, le monetine sono diventate di comune utilizzo. Il metallo che le compone è ricco di nichel, e determina nelle persone sensibili a questo elemento l’aggravamento di eventuali dermatiti o sensibilità al nichel alimentare.



Luglio 30, 2012 Newsletter

Sono numerosi gli “esperti” e in particolare gli allergologi che negano l’attendibilità di tutti i test per le intolleranze alimentari. In particolare, leggendo ll’articolo comparso nei giorni scorsi su “Salute Repubblica” on-line, nella rubrica “L’Allergologo Risponde”, Sulle intolleranze alimentari i test sono inattendibili e inutili, desidero esprimere alcune considerazioni, che riguardano soprattutto il test Alcat.

La diagnostica di laboratorio sulla ricerca delle intolleranze alimentari è un argomento da sempre molto dibattuto. Una volta esclusi tutti i meccanismi immunologici che causano allergie IgE mediate, deficit enzimatici (lattasi) e celiachia, rimane un vuoto per la diagnostica clinica e di laboratorio su tutte le forme clinicamente evidenti ma prive di riscontro da parte del laboratorio.

Eppure, non sempre si tratta di un disturbo legato alla somatizzazione d’ansia, allo stress, o altro di psicosomatico, anche se di solito sono queste le uniche risposte fornite dai medici a tutti quei pazienti che manifestano reazioni e problemi legati alla ripetuta assunzione di cibo.

Negli ultimi anni, numerosi lavori scientifici condotti dall’Ospedale S. Matteo di Pavia, Laboratorio di Immuno-Allergologia, pubblicati sulla rivista ufficiale dell’European Academy of Allergology and Clinical Immunology, riportano i notevoli risultati ottenuti dopo il test d’intolleranza alimentare ALCAT nella terapia di numerose patologie della pelle (dermatiti, eczemi, orticaria) non IgE mediate e disturbi gastro intestinali. Altri studi, con protocolli di valutazione su altre patologie legate alle sensibilità alimentari, sono ancora in corso.

Il sistema di analisi ALCAT, valuta la reazione del sistema immunitario innato, attivo nelle reazioni di difesa contro antigeni di origine batterica, virale, micotica, frammenti proteici alimentari. Si suppone che la via di attivazione avvenga attraverso i Toll Like Receptor, con la messa in atto intracellulare di segnali che portano all’attivazione di NkF-b, e a sua volta l’induzione di citochine pro infiammatorie. La reazione flogistica mantenuta nel tempo porta all’attivazione dei mastociti, granulociti neutrofili, come effettori finali della risposta anticorpale antigenica verso le proteine alimentari.

Da almeno 20 anni, il test ALCAT è utilizzato nel campo delle intolleranze alimentari; i pazienti sottoposti al test sono persone che non hanno trovato risposte nei test tradizionali, se non attraverso una terapia farmacologica, che in alcuni casi sono costretti a seguire anche per diversi anni.

La metodica alcat consente, invece, di affrontare la terapia in maniera non farmacologia. Attraverso una dieta, impostata dal nutrizionista specializzato, priva degli alimenti riscontrati positivi al test ALCAT, successivamente reintrodotti in maniera graduale e controllata (Dieta di Rotazione) è infatti possibile ridurre l’infiammazione e ottenere un miglioramento dei sintomi (come si evince dagli studi dell’Università di Pavia condotti un campione di pazienti con problemi gastro intestinali e dermatologici: http://www.alcat.it/index.php/studi).

Infine, si sottolinea nuovamente che la medicina tradizionale, in ambito allergologico-immunologico, dove ancora molto c’è da scoprire e studiare, non ha ancora trovato una soluzione per numerosi disturbi e patologie. Il test ALCAT, tenta di fornire una risposta in grado di risolvere almeno in parte i problemi legati all’alimentazione, che si basa sul cambiamento dei nostri stili di vita. Per una salute duratura nel tempo è, infatti, indispensabile conoscere e scegliere i cibi più idonei al nostro organismo. Ricordiamoci che un terzo delle malattie oncologiche ha origine da un’alimentazione scorretta protratta negli anni. La prevenzione nasce a tavola e inizia da piccoli.



Giugno 30, 2012 Newsletter

Con l’avvicinarsi della stagione estiva aumenta la voglia di rimettersi in forma e perdere quei chili di troppo che, a causa di una ridotta attività fisica e di un maggiore introito calorico, abbiamo accumulato durante l’inverno.

Il nostro stato fisico può, infatti, essere paragonato alla risultante di una semplice e banale equazione, che coinvolge le calorie introdotte e quelle utilizzate a scopo energetico. In parole povere, quando le calorie assunte sono di più di quelle consumate (sport, movimento ecc), l’organismo “conserva” questo surplus energetico sotto forma di grasso di deposito, i famosi cuscinetti distribuiti nei vari distretti.

Sembrerebbe, dunque, che per perdere peso sia sufficiente ridurre gli introiti o aumentare i consumi energetici. In teoria, è così. Nella pratica, purtroppo, numerosi fattori possono complicare le cose: il controllo ormonale, le abitudini scorrette, la qualità dei cibi, le intolleranze alimentari e tutta una serie di altre cause.

Altro aspetto, che sicuramente influisce sulla valutazione e sul trattamento del problema, è il non tenere in debita considerazione l’aspetto temporale. Molti pazienti vorrebbero perdere i chili in eccesso nell’arco di pochissimo tempo. Ecco perché, a ogni nuova stagione, proliferano diete miracolistiche, che promettono risultati brillanti in tempi ristrettissimi: giusto uno o due mesi (a volte molto meno….) prima della famosa “prova costume” ormai non più solo appannaggio delle gentili signore, ma anche tra aitanti maschietti.

Tra le tante diete proposte di recente, la più nota – nel bene e nel male – è senz’altro quella ideata dal Dr. Pierre Dukan. Utilizzata dai reali d’Inghilterra e da altri personaggi famosi, sembra non avere lo stesso successo negli ambienti scientifici. Nei miei ambulatori di Fano e Bari, i pazienti mi domandano spesso come funziona questa dieta e se effettivamente può creare dei disturbi.

La parola d’ordine della dieta Dukan è: No carboidrati; Si proteine. All’inizio della dieta si mangiano, infatti, solo proteine, a colazione, pranzo e cena. Teoricamente, in questo modo, si eviterebbero gli accumuli di grasso dovuti all’introito di carboidrati e grassi, e si andrebbe a stimolare l’utilizzo del grasso posseduto a scopi energetici. Molto sommariamente questo è il principio. In realtà, le cose sono un po’ diverse.

La dieta si divide in quattro fasi:

  • La prima, definita di “attacco“, della durata di circa una settimana, prevede durante la giornata l’utilizzo di sole proteine (carne, pesce, formaggi, uova, ecc).
  • La seconda, definita di “crociera“, prevede l’introduzione di vegetali da alternare alle proteine.
  • La terza, definita di “consolidamento“, prevede la reintroduzione di carboidrati, frutta e altri alimenti.
  • La quarta fase è di “stabilizzazione“, che prevede la ripresa delle abitudini regolari. Non ci sono limiti di quantità.

Proviamo a fare l’avvocato del diavolo per analizzare gli eventuali “pro” e “contra”:

PRO:

  • E’ abbastanza rapida.
  • Toglie la fame. Le proteine hanno un potere saziante più elevato degli altri gruppi alimentari.
  • E’ relativamente semplice.

CONTRA:

  • E’ vincolante. Bisogna seguire le diverse fasi attentamente, pena gli annullamenti degli effetti.
  • E’ ripetitiva. Sempre e solo proteine.
  • E’ abbastanza rischiosa. Non è indicata a persone che hanno problemi cardiaci o colesterolo alto.
  • E’ molto povera di fibre: stitichezza e “inaridimento ” dell’intestino, sono sempre in agguato.
  • Quando s’interrompe, si riprende quanto perso (anche con gli interessi).

Tra i vari svantaggi, è bene evidenziare il manifestarsi di forti scompensi nutrizionali, che si manifestano con cali di energia, dovuti soprattutto alla forte mancanza di carboidrati, ma anche di verdure e frutta, importanti per le vitamine. Può favorire l’aumento di colesterolo cattivo (LDL), soprattutto dovuto al forte consumo di carni rosse e uova.

C’è anche un aspetto psicologico dovuto alla forte limitazione d’uso dei vari alimenti. Una dieta, anche se dimagrante, dovrebbe quanto più possibile soddisfare il palato.

Cercando di non essere troppo “tecnico”, è giusto aggiungere qualche concetto sul meccanismo della dieta Dukan. Si tratta di una dieta prevalentemente proteica, che stimola una via metabolica “alternativa” a quella tipica di un’alimentazione mista (carboidrati, lipidi e proteine), e genera come prodotti di scarto delle sostanze chiamate “corpi chetonici” (Acetone, Acetoacetato, Acido Beta-idrossi-Butirrico). A contatto con i bambini piccoli, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito il caratteristico odore del famoso “acetone“, manifestato soprattutto nei casi di alimentazione scorretta. Ebbene, anche con la Dieta Dukan, si ha una grande produzione di corpi chetonici, che (soprattutto il Beta idrossi Butirrico) a livello Ipotalamico (è una particolare regione del cervello, che presiede molte funzioni di controllo), riducono lo stimolo della fame e garantiscono tono ed euforia al paziente. In genere, un metabolismo normale ne produce in minime quantità, che sono smaltite da reni e polmoni.

L’accumulo dei corpi chetonici, detta chetosi, abbassa il ph (misura l’acidità) ematico (del sangue), con conseguente acidosi metabolica (situazione tipica dei diabetici scompensati). Il problema si aggrava se il soggetto pratica un’intensa attività sportiva, che aumenta le richieste di glucosio da parte dell’organismo.

Complessivamente, quindi, la dieta funziona nell’immediato, ma sottopone l’organismo a uno stress continuo e non salutistico. Il gioco non vale la candela; la dieta chetogenica, infatti, anche se efficace, dovrebbe essere sostituita da altri regimi alimentari meno dannosi, soprattutto quando si vuol portare avanti un programma di riduzione del peso più a lungo termine. Un dimagrimento più graduale (in media tre/quattro kg al mese) è il metodo più duraturo e salutare.

Perdere peso è solo la punta di una serie di condizioni alterate, che apparentemente sono abbinate solo all’aumento ponderale, ma in realtà incidono su tutta una serie di aspetti che dovrebbero essere tenuti in considerazione:

  • Inquadramento del paziente
  • Individuazione di eventuali intolleranze alimentari (c’è una stretta correlazione tra aumento di peso e presenza di un’alterata tolleranza verso certi alimenti.)
  • Disintossicazione ed eliminazione di tossine.
  • Programma alimentare molto vario, che prevede l’utilizzo di tutti i gruppi alimentari, ma con una novità: una grossa riduzione dell’utilizzo di carboidrati legati al frumento (vedi pane e pasta), con utilizzo di carboidrati appartenenti a cereali diversi, vedi Miglio, Quinoa, Grano Saraceno, Avena ecc, sempre che non ci siano segnali particolari derivanti dal test sulle intolleranze.

Il tutto sempre supportato da una buona attività fisica (ricordo i grossi benefici sul consumo di grasso derivanti da una semplice passeggiata a passo svelto) e dall’abbondante consumo di acqua durante la giornata. Fondamentale, durante tutti i programmi alimentari, è l’utilizzo di frutta e verdura, per l’apporto di sali minerali e vitamine. Importante, inoltre, non esagerare con i carboidrati: mai la sera, e soprattutto a non elevato Indice Glicemico (I.G.). Quanto più è alto l’indice glicemico (dolci raffinati, pane bianco, zucchero, ecc), tanta più Insulina si metterà in circolo, con l’aumento di peso che ne consegue. (si trovano tabelle con gli indici glicemici dei vari alimenti).

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia


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