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Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Un servizio specialistico per la determinazione dei profili di rischio individuali per la malattia di Alzheimer e l’infarto del miocardio: un approccio integrato di valutazione genetica e clinica per il trattamento personalizzato e la prevenzione di queste malattie.

E’ quello sviluppato grazie alla collaborazione tra l’equipe del prof. Federico Licastro dell’Università’ di Bologna, la Ngb Genetics srl spin off dell’Università’ di Ferrara, l’Istituto di Medicina Genetica Preventiva e Personalizzata (Imgep) e l’Istituto di Medicina Biologica (Imbio) di Milano.

“Nessun individuo e’ uguale a un altro – ha spiegato in occasione della presentazione del test Flavio Garoia, responsabile Ricerca e Sviluppo Ngb Genetics – La diversità tra gli esseri umani non e’ soltanto una questione di carattere o fisionomia: le diversità diventano ancor più evidenti in presenza di stati patologici.

Sappiamo che il nostro genoma e’ composto di tre miliardi di paia di basi, condivise al 99,9 per cento da tutti gli individui. In ogni individuo si manifesta un particolare fenomeno, il polimorfismo genetico, che indica la capacità di ogni gene di esprimersi in maniera diversa da individuo a individuo. Ciò che determina lo sviluppo di alcune patologie in certi soggetti e in certi altri no, risiede in un cambiamento che avviene in una singola base del Dna”.

L’impegno della comunità scientifica si e’ quindi rivolto a comprendere, per imparare a individuare questi polimorfismi e poi gestire i meccanismi genetici che concorrono a determinare la suscettibilità di un individuo a sviluppare malattie complesse come l’Alzheimer. “Lo scopo – ha spiegato Garoia – e’ riuscire a prevenire, bloccando, il processo di decadimento neurologico e neurocognitivo associato alla malattia di Alzheimer. La ricerca genetica condotta nei laboratori di Ngb Genetics srl ha messo in evidenza il ruolo di alcuni polimorfismi genici relativamente comuni che, associati tra loro e combinati con specifiche componenti ambientali, possono elevare notevolmente il rischio di sviluppare stati patologici, in particolare riferiti alla malattia di Alzheimer.

Il test sviluppato dall’equipe del prof. Licastro e messo a punto dai nostri laboratori permette la determinazione del profilo di rischio pro infiammatorio associato al decadimento cognitivo e alla
demenza”. Il test sviluppato dallo spin off dell’Università’ di Ferrara si basa sulla genotipizzazione di sette polimorfismi allelici eseguita sul Dna del soggetto in esame. I laboratori di Ngb Genetics procedono poi all’elaborazione e al calcolo del rischio individuale risultante, che viene classificato in alto, medio e basso.

Fonte: ANSA Federfarma 17/10/2006



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Alzheimer: un test ci dirà se saremo colpiti dalla malattiaL’esperimento è stato presentato a a Milano nel corso di un convegno.Un test, per capire le reali possibilità di essere colpiti dall’Alzheimer dopo i 65 anni, è stato messo a punto dal Dipartimento di Patologia sperimentale dell’Università di Bologna.

“L’esperimento – ha spiegato Federico Licastro, responsabile del Laboratorio di immunologia e immunogenetica del Dipartimento bolognese – non equivale a una diagnosi ma a un campanello d’allarme che può spingere alla prevenzione per cercare di ritardare il più possibile il manifestarsi dell’Alzheimer”.

Il test, dal costo di 750 euro, è in commercio da dieci giorni ed è stato già eseguito su un campione di venti persone. “Si stima che la malattia abbia una lunga fase silente, di circa 10-15 anni – dice Licastro – dunque in questo periodo è utile cercare di individuare segni premonitori della malattia.

Abbiamo condotto test genetici su 350 malati e su 300 controlli di 72-73 anni, in collaborazione con la Fondazione Don Gnocchi e il S.Raffaele di Milano, proprio per individuare varianti genetiche associate alla malattia, e potenzialmente in grado di predire il rischio di Alzheimer”.

L’esperimento permetterà dunque di ricevere informazioni utili sul paziente. “Inseriremo la persona con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo mirato, grazie all’utilizzo di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari”.

Insomma – conclude Licastro – dopo il test una serie di visite, esami radiologici e test neurocognitivi diranno quando e se iniziare terapie precoci per ridurre il più possibile un rischio genetico elevato”.

Fonte: AdnKronos Community Messaggio N°134 18-10-2006 – 16:56



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Spin Off di Ferrara partner nella realizzazione di un Test Genetico per aiutare a combattere l’Alzheimer.Un servizio specialistico per la determinazione dei profili di rischio individuali per la malattia di Alzheimer e l’infarto del miocardio: un approccio integrato di valutazione genetica e clinica per il trattamento personalizzato e la prevenzione di queste malattie.

E’ quello sviluppato grazie alla collaborazione tra l’équipe del Prof. Federico Licastro dell’Università degli Studi di Bologna, la NGB Genetics srl spin off dell’Università di Ferrara, l’Istituto di Medicina Gentica Preventiva e Personalizzata (IMGEP) e l’Istituto di Medicina Biologica (IMBIO) di Milano.

“Nessun individuo è uguale a un altro – ha spiegato oggi in occasione della presentazione del test Flavio Garoia, Responsabile Ricerca e Sviluppo NGB Genetics srl, spin off dell’Università di Ferrara -. La diversità tra gli esseri umani, non è soltanto una questione di carattere o fisionomia: le diversità diventano ancor più evidenti in presenza di stati patologici”.

“Sappiamo che il nostro genoma è composto di tre miliardi di paia di basi, condivise al 99,9 per cento da tutti gli individui – ha proseguito Garoia – In ogni individuo si manifesta un particolare fenomeno, il polimorfismo genetico, che indica la capacità di ogni gene di esprimersi in maniera diversa da individuo a individuo. Ciò che determina lo sviluppo di alcune patologie in certi soggetti e in certi altri no, risiede in un cambiamento che avviene in una singola base del DNA”.

L’impegno della comunità scientifica si è quindi rivolto a comprendere, per imparare a individuare questi polimorfismi e poi gestire i meccanismi genetici che concorrono a determinare la suscettibilità di un individuo a sviluppare malattie complesse come l’Alzheimer.

“Lo scopo – ha spiegato Garoia – è riuscire a prevenire, bloccando, il processo di decadimento neurologico e neurocognitivo associato alla malattia di Alzheimer”. “La ricerca genetica condotta presso i laboratori di NGB Genetics srl ha messo in evidenza il ruolo di alcuni polimorfismi genici relativamente comuni che, associati tra loro e combinati con specifiche componenti ambientali, possono elevare notevolmente il rischio di sviluppare stati patologici, in particolare riferiti alla malattia di Alzheimer.

Il test sviluppato dall’èquipe del prof. Licastro e messo a punto dai nostri laboratori – ha concluso il Responsabile Ricerca di NGB Genetics – permette la determinazione del profilo di rischio pro infiammatorio associato al decadimento cognitivo e alla demenza”. Il test sviluppato dallo spin off dell’Università di Ferrara si basa sulla genotipizzazione di 7 polimorfismi allelici eseguita sul DNA del soggetto in esame. I laboratori di NGB Genetics procedono poi all’elaborazione e al calcolo del rischio individuale risultante, che viene classificato in alto, medio e basso.

www.unife.it
Ferrara, 18 ottobre 2006



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Alzheimer: un test ci dirà chi è a rischio e chi no.L’esperimento è stato presentato a a Milano nel corso di un convegno. Un test, per capire le reali possibilità di essere colpiti dall’Alzheimer dopo i 65 anni, è stato messo a punto dal Dipartimento di Patologia sperimentale dell’Università di Bologna. “L’esperimento – ha spiegato Federico Licastro, responsabile del Laboratorio di immunologia e immunogenetica del Dipartimento bolognese – non equivale a una diagnosi ma a un campanello d’allarme che può spingere alla prevenzione per cercare di ritardare il più possibile il manifestarsi dell’Alzheimer”.

Il test, dal costo di 750 euro, è in commercio da dieci giorni ed è stato già eseguito su un campione di venti persone.

“Si stima che la malattia abbia una lunga fase silente, di circa 10-15 anni – dice Licastro – dunque in questo periodo è utile cercare di individuare segni premonitori della malattia. Abbiamo condotto test genetici su 350 malati e su 300 controlli di 72-73 anni, in collaborazione con la Fondazione Don Gnocchi e il S.Raffaele di Milano, proprio per individuare varianti genetiche associate alla malattia, e potenzialmente in grado di predire il rischio di Alzheimer”.

L’esperimento permetterà dunque di ricevere informazioni utili sul paziente. “Inseriremo la persona con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo mirato, grazie all’utilizzo di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari”. Insomma – conclude Licastro – dopo il test una serie di visite, esami radiologici e test neurocognitivi diranno quando e se iniziare terapie precoci per ridurre il più possibile un rischio genetico elevato”.

Fonte: AdnKronos – 19 ottobre 2006



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Un test in grado di individuare le persone a rischio di Alzheimer, così da trattarle con farmaci o dieta ad hoc, e ritardare o addirittura prevenire l’insorgere della malattia.

Lo hanno messo a punto alcuni ricercatori del Dipartimento di patologia genetica dell’università’ degli Studi di Bologna, coordinati dal professor Federico Licastro. “Si tratta di un’analisi semplice e riproducibile, quindi altamente affidabile – spiegano dell’ateneo bolognese – che, diffusa anche attraverso un’opera di sensibilizzazione sui medici di famiglia, permetterebbe di riconoscere in anticipo, intorno ai 55 anni, i soggetti a rischio”. E poiché questa demenza senile, che colpisce circa 800mila italiani (per lo più donne), si manifesta in genere intorno ai 65 anni, “ritardando lo sviluppo della patologia anche solo di 10 anni il paziente si ritroverebbe colpito negli ultimi anni di vita”.

“Nei nostri studi – spiegano gli studiosi bolognesi – ci siamo accorti che chi presentava particolari profili genetici (polimorfismi) nei tratti di Dna codificanti per alcuni fattori coinvolti nei processi infiammatori (interleuchine 1 e 6 e alfa-1 antichimotripsina) era più a rischio di Alzheimer”. Da qui la messa a punto “di un test semplice come quello del colesterolo. Un’analisi innovativa – sottolineano gli esperti – per la quale abbiamo anche presentato la richiesta di brevetto”. E per far sì che il nuovo strumento di prevenzione passi più velocemente dal banco di laboratorio all’ambulatorio dello specialista, Licastro “ha chiesto l’attivazione di uno spin-off per la costituzione di una Srl che per i primi 3 anni rimarrebbe universitaria e che poi, se i risultati commerciali lo permetteranno, si renderebbe indipendente”.

Fonte: Italiasalute articolo pubblicato il 21/10/2006



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Dai laboratori di tre grandi università italiane arriva una nuova opportunità per prevenire la malattia di Alzheimer. La questione prevenzione per la demenza senile di Alzheimer non è cosa di poco conto, basta considerare che la sua manifestazione clinica è l’inizio della compromissione inesorabile della memoria e delle funzioni cognitive del cervello.

Per battere questa malattia è quindi necessario intervenire prima, nella sua fase silente, per esempio, che si stima duri circa 10-15 anni.
L’idea dei medici delle università di Milano, Bologna e Ferrara è stata proprio di indagare al livello genetico proprio in questo periodo.
Spiega il professor Federico Licastro, docente al Dipartimento di Patologia Sperimentale dell’Università di Bologna: «Sfruttando una complessa combinazione di indagini genetiche, neurocognitive e radiologiche applicata a centinaia di pazienti con la malattia e altrettanti controlli su persone sane è stato possibile rilevare i segni premonitori della malattia».
«Poter sapere in anticipo il rischio individuale è un’informazione di vitale importanza», spiega Licastro, «perché permette di inserire il soggetto con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo che può permettere di prevenire il decadimento cognitivo e la successiva manifestazione della malattia grazie all’utilizzo precoce di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari».

Fonte: Club azzurro la clessidra & friends 22/10/2006 10.51



Ottobre 5, 2005 RASSEGNA STAMPA

Enhancement of the Efficacy of Chemotherapy with Oxaliplatin Plus 5-Fluorouracil by Pretreatment with IL-2 Subcutaneous Immunotherapy in Metastatic Colorectal Cancer Patients with Lymphocytopenia Prior to Therapy

Abstract. The present study was carried out to evaluate the influence of a short-period IL-2 administration on the efficacy of chemotherapy in rnetastatic colorectal cancer patients with pretreatment lymphocytopenia, which was defined as a lymphocyte count of less than 1500/mm3. The study included 144 consecutive metastatic colorectal cancer patients, who underwent chemotherapy with oxaliplatin plus 5-fluorouracil. Lymphocytopenia was seen in 4l/144 (28%) patients, who were randomized to receive chemotherapy alone or chemotherapy after a prechemoimmunotherapy with IL-2 (3 MIU twice/day for 3 consecutive days), whereas patients with a normal pretreatment lymphocyte count received only chemotherapy. A normalization of the lymphocyte number was achieved in 12/19 lymphocytopenic patients pretreated with IL-2.

The objective tumor regression rate achieved in patients with a normal lymphocyte count prior to chemotherapy was significantly higher compared to that obtained in lymphocytopenic patients treated with chemotherapy alone (54/103 vs. 3/22, p<0.01), whereas no significant difference occurred between patients with normal lymphocyte count and lymphocytopenic patients pretreated with IL-2 (54/103 vs. 8/19). This study confirms that pretreatment lymphocytopenia is associated with reduced efficacy of chemotherapy in metastatic colorectal cancer patients. Moreover, it suggests that pretreatment with IL-2 before the onset of chemotherapy may enhance the efficacy of chemotherapy in lymphocytopenic patients. Therefore, the administration of IL-2 before the onset of chemotherapy to improve the immune status of cancer patients may be considered as a new chemoimmunotherapeutic combination, which may be recommended in the treatment of advanced cancer patients, particularly in those with cancer-related immune alterations.

Despite great advances in the understanding of the immunobiology of tumors (1-3), their clinical management still remains founded on the biological characteristics of the tumor, namely of histology, stage, genetic profile and eventual expression of receptors for hormones and growth factors. Recent immunobiological discoveries have generally been limited to experimental studies. In particular, there is little data on the possible influence of the host immunobiological status on the efficacy of cancer chemotherapy for metastatic solid tumors.
However, preliminary clinical studies suggest that the evidence of lymphocytopenia, prior to the onset of chemotherapy, is associated with a reduced efficacy of the treatment, confirming the importance of the biological response of the patients in the prognosis of their neoplastic disease and in conditioning the efficacy of chemotherapy itself (4).
Previous clinical studies had already demonstrated that the occurrence of lymphocytopenia represents a negative biological prognostic factor, because of its association with a lower survival time (5). Cancer-related lymphocytopenia is the expression of the immunosuppressive status, which characterizes the progression of the neoplastic disease, and depends, at least in part, on the production of immunosuppressant substances by cancer cells (6). In particular, lymphocytopenia appears to be associated with a progressive decline in the blood concentrations of IL-2 (7), produced by T helper-type 1 lymphocytes (8). Since IL-2 represents the main growth factor for lymphocytes (9), at least from a theoretical point of view the lymphocytopenic status of advanced cancer patients could potentially be corrected and modified by the administration of IL-2 before starting the chemotherapeutic approach.
To date, several chemoimmunotherapeutic combinations with IL-2 plus chemotherapy have been proposed (10-12). However, all chemoimmunotherapeutic combinations so far elaborated have simply used the chemotherapeutic agents to induce damage to cancer cells, in an attempt to enhance their antigenicity, with the ensuing potential increased efficacy of IL-2 immunotherapy (10-12). However, there are no data about administering IL-2 in an attempt to enhance the efficacy of the commonly used chemotherapeutic regimens.
The present study was carried out to evaluate the influence of a short-period IL-2 subcutaneous (s.c.) immunotherapy on cancer-related lymphocytopenia, with the aim of increasing the efficacy of cancer chemotherapy in metastatic solid tumor patients.

Materials and Methods

The study included 144 metastatic colorectal cancer patients (M/F: 92/52; median age: years, range 41-75). The eligibility criteria were as follows: histologically proven metastatic colorectal cancer, measurable lesions, no double tumor, no brain metastases, no more than one previous chemotherapeutic line with 5-fluorouracil (5-FU) for the metastatic disease, and no concomitant chronic therapy with corticosteroids or other immunosuppressive drugs.
Lymphocytopenia was defined as the presence of a total lymphocyte number less than 1500/mm3 prior to the onset of chemotherapy and was observed in 41/144 (28%) patients prior to chemotherapy.
According to the metastatic locations, patients with pretreatment lymphocytopenia were randomized to receive chemotherapy alone, or to be treated with a short-period IL-2 s.c. immunotherapy before the onset of chemotherapy. The experimental protocol was explained to each patient and written consent was obtained.
According to the schedule proposed by Hochster et al. (13), the chemotherapeutic regimen consisted of oxaliplatin (OXA) plus 5-FU and folates. OXA was injected i. v. at 85 mg/m2 on days 1 and 15, while 5-FU and folates were administered i.v. at a dose of 500 mg/m2 and of 10 mg/m2 on days 1,8 and 15, thus representing a complete immunotherapeutic cycle.
The cycles were repeated every 28 days, for at least 3 cycles. In non-progressing patients, another 2 cycles were planned after the radiological examinations, including CT scan.
The prechemotherapeutic immunotherapy consisted of IL-2 at a dose of 3 million IU twice/daily for 3 consecutive days s.c., for a total dose of 18 million IU, during the week preceding the onset of chemotherapy.
The clinical response was assessed according to WHO criteria. The clinical characteristics of the patients are reported in Table I. The data were statistically analyzed by the Chi-square test and the Student’s t-test, as appropriate.
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Results

As shown in Table I , the three groups of patients with normal lymphocyte count prior to chemotherapy, or with pretreatment lymphocytopenia undergoing chemotherapy alone, or chemotherapy after an IL-2 prechemotherapeutic immunotherapy were well-matched and comparable for the main prognostic variables, including sites of metastases, location of the primary tumor, previous chemotherapies, age and performance status (PS), as assessed by Karnofsky’s score. The clinical response observed in the two groups of patients with normal or low lymphocyte count prior to chemotherapy is shown in Table II. A complete response (CR) was achieved in 5/103 (5%) patients with normal lymphocyte count prior to therapy and in only 1/41 (2%) lymphocytopenic patients. A partial response (PR) was achieved in 59/144 patients, while the overall response rate (CR + PR) was 65/144 (45%). The response rate (CR + PR) achieved in patients with normal lymphocyte count prior to therapy was significantly higher than that found in patients with pretreatment lymphocytopenia (54/103 (52%) vs. 11/41 (27%), p<0.05).
A normalization of lymphocyte number prior to therapy, with values greater than 1500/mm3, was reached in 12/19 patients in response to the prechemotherapeutic immunotherapy with IL-2.
On considering the influence of IL-2 immunotherapy on the clinical response to chemotherapy, the response rate obtained in patients with a normal lymphocyte count was significantly higher compared to that observed in lymphocytopenic patients, who received no immunotherapy prior to chemotherapy (54/103 vs. 3/22, p<0.01), whereas no difference was seen in the response rate between patients with a normal lymphocyte count prior to therapy and lymphocytopenic patients pretreated with IL-2 (54/103 vs. 8/19).
Finally, within the group of lymphocytopenic patients pretreated with IL-2 before the onset of chemotherapy, the response rate observed in patients who achieved a normalization of lymphocyte count in response to IL-2 injection was higher with respect to that obtained in patients whose lymphocyte number was not normalized by IL-2 (6/12 (50% ) vs. 2/7 (29%)), even though the difference was not statistically significant. However, the response rate obtained in IL-2-pretreated patients, even independently of lymphocyte normalization, was significantly higher than that found in lymphocytopenic patients without IL-2 immunotherapy (8/19 vs. 3/22,p<0.05).
IL-2 prechemotherapeutic immunotherapy was well tolerated and did not influence the expected toxicity of the chemotherapy.
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Discussion

In accordance with previous preliminary clinical results (4), this study confirms that pretreatment lymphocytopenia is associated with a reduced efficacy of chemotherapy in metastatic cancer patients. This finding is not surprising, since lymphocyte activation would contribute to the destruction of tumor cells induced by chemotherapy, particularly of chemotherapy-resistant cells, which are more sensitive to the cytotoxicity exerted by activated lymphocytes (10). In the presence of lymphocytopenia, such participation by lymphocytes would be diminished.
The results of this study demonstrated that the correction of lymphocytopenia by the administration of the main growth factor for lymphocytes, IL-2, may allow enhanced efficacy of the chemotherapy, comparable to that commonly observed in patients with a normal lymphocyte count prior to chemotherapy. Thus, a new regimen for immunochemotherapeutic strategies, consisting of the administration of in vivo 19: 1077-1080 (2005)
antitumor cytokines, such as IL-2, before the onset of chemotherapy, should improve the immune status of the patients.
At present, the overall chemoimmununotherapeutic regimens with IL-2 plus chemotherapy have utilized chemotherapy to improve the efficacy of IL-2, by enhancing the antigenicity of cancer cells as a consequence of chemotherapy-induced damage of cell surface molecules. In contrast, this study would suggest the possibility of using IL-2 to enhance the efficacy of chemotherapy, by improving the immune status of cancer patients, namely by increasing the absolute number of lymphocytes, which play a fundamental role in mediating an effective anticancer immune reaction.
Further studies, using different doses of IL-2 and for a longer period of injection, will be required to better define the optimal schedule to prepare cancer patients for the successive administration of chemotherapy.

References

Atzpodien J and Kirchner H: Cancer, cytokines and cytotoxic cells: interleukin-2 in the immunotherapy of human neoplasms. Klin Wochenschr 68: 1-11, 1990.

Rosenberg SA: The immunotherapy and gene therapy of cancer. J Clin Oncol 10: 180-199, 1992.

Whittington R and Faulds D: Interlerleukin-2. Drugs 46: 446-483.

Lissoni P, Brivio F, Fumagalli L et al: Efficacy of cancer chemotherapy in relation to the pretreatment number of lymphocytes in patients with metastatic solid tumors. Int J Biol Markers 19: 135-140, 2004.

Riesco A: Five-year cancer cure: relation to total amount of peripheral lymphocytes and neutrophils. Cancer 25: 135-140, 1970.

Fumagalli L, Lissoni P, Di Felice G et al: Pretreatment serum markers and lymphocyte response to interleukin-2 therapy. Br J Cancer 80: 407-411, 1999.

Lissom P, Barni S, Rovelli F and Tancini G: Lower survival in metastatic cancer patients with reduced interleukin-2 blood concentrations. Oncology 48: 125-127, 1991.

Grimm EA, Mazumder A, Zhang HZ and Rosenberrg SA: Lymphokine-activated killer cell phenomenon. J Exp Med 155: 1823-1841, 1982.

Herberman RB: Design of clinical trials with biological response modifiers. Cancer Treat Rep 69: 1161-1164, 1985.

Tartour E, Blay JY, Dorval T et al: Predictors of clinical response to interleukin-2-based immunotherapy in melanoma patients. J Clin Oncol 14: 1697-1703, 1996.

Bernengo MG, Quaglino O, Cappelio N et al: Macrophagemediated immunostimulation modulates therapeutic efficacy of interleukin-2-based chemoimmunotherapy in advanced metastatic melanoma patients. Melanoma Res 10: 55-65, 2000.

Lissom P, Vaghi M, Ardizzoia A et al: A phase II study of chemoneuroimmunotherapy with platinum, subcutaneous lowdose interleukin-2 and the pineal neurohormone melatonin (P.I.M.) as a second-line therapy in metastatic melanoma patients progressing on dacarbazine plus interferon-alpha. In Vivo 16: 93-96, 2002.

Hochster H, Charchowa A, Speyer J et al: Oxaliplatin with weekly bolus fluorouracil and low-dose leucovorin as first-line therapy for patients with colorectal cancer. J Clin Oncol 21: 2703-2707, 2003.

Correspondence to: Dr Paolo Lissoni, Divisione di Radioterapia Oncologica, Ospedale San Gerardo, 20052 Monza, Milano, Italy. Fax: 039/2332284.
Key Words: Immunotherapy, interleukin-2, lymphocytopenia, oxaliplatin.

Received April 7, 2005 Accepted August 30, 2005

P. LISSONI1, F. BRIVIO2, L. FUMAGALLI2, G. DI FEDE3 and G. BRERA4
1Division of Radiation Oncology and 2Division of Surgery, S. Gerardo Hospital, Monza, Milan; 3Institute of Biological Medicine, Milan; 4Ambrosian University, Milan, Italy



Giugno 1, 2005 RASSEGNA STAMPA

L’età anagrafica non sempre corrisponde all’età biologica.

Per età biologica si intende lo stato di “salute” delle cellule che compongono gli organismi biologici.
Spesso lo scarto di età è notevole, in quanto a determinarla sono diversi fattori di tipo biochimico e metabolico e non solo di tipo generico. Sono ormai trenta anni che si parla di medicina anti aging negli Stati Uniti, dove è stato persino fondato il NIA ( National Institute of Aging ) un istituto governativo che svolge attività di ricerca a livello mondiale sull’invecchiamento.

Oggi è possibile intervenire sui fattori metabolici e biochimici che determinano l’invecchiamento cellulare e di conseguenza fisico, con risultati apprezzabili soprattutto per il benessere psicofisico. L’analisi di alcuni parametri di laboratorio, mediante un semplice prelievo del sangue, permette di conoscere la funzione del nostro corpo e quindi delle nostre cellule mettendo in luce eventuali carenze o difetti di funzione, come ad esempio l’indice dello stress ossidativo, la stanchezza cronica, l’aumento del peso, la comparsa di rughe precoci, la caduta dei capelli, la riduzione della vista, la produzione di cellulite dopo una certa età, il calo di memoria.
Insomma il cambiamento di alcuni parametri vitali senza una spiegazione precisa, il valore di alcuni elementi del sangue, ormonali, immunologici, possono indicarci se siamo sottoposti all’azione ossidante ( distruzione delle membrane cellulari ) e cosa fare per difenderci dai radicali liberi.

Questo esclusivo sistema di analisi è basato su una serie di valori che possiamo denominare Bio Check Anti Aging che studiati assieme ai normali parametri di laboratorio, permettono di definire l’indice biologico, ovvero la nostra vera età.
Il protocollo terapeutico appropriato, ci consentirà di riprogrammare l’orologio della nostra età, ritardando l’invecchiamento cellulare e di vivere meglio gli anni della nostra vita in piena efficienza fisica e psichica. Uno dei pilastri della terapia, oltre all’uso di fitoestratti ad azione antiossidante e di integratori nutrizionali appositamente selezionati, è lo studio dei cibi che influenzano negativamente sul nostro stato di salute e dei cibi che invece hanno un alto potere antiossidante e che quindi vanno introdotti con maggiore frequenza.

 



Ottobre 5, 2004 RASSEGNA STAMPA

Indifferenza dei medici?

Gentile Professor Veronesi,
approfitto della sua cortese disponibilità e di questo spazio globale per esprimere alcune osservazioni in campo oncologico.
Sono la moglie di un paziente oncologico ancora giovane (41 anni) affetto da ADK al 4° stadio con metastasi ai tessuti molli con origine verosimile polmonare.
Ha già subito diverse resezioni; ha effettuato molti cicli di chemio e radioterapia che purtroppo sono risultati inefficaci. L’oncologo che lo segue ha detto che non può più fare niente!
Abbiamo consultato diversi centri Oncologici (IEO -Bologna – Reggio Emilia) ai quali abbiamo chiesto delucidazioni anche sull’Ipertermia Oncologica: buio totale, se non addirittura un atteggiamento snobistico da parte dei medici!
A questo punto, anche su indicazione di una conoscente, ci siamo rivolti all’ASSIE (l’Associazione Europea dell’Ipertermia) dove abbiamo ricevuto FINALMENTE indicazioni precise su questa terapia del calore come importante arma antitumorale; ci è stato spiegato come in Europa, Giappone, Italia, Stati Uniti siano state condotte e concluse positivamente importanti sperimentazioni. Inoltre l’ASSIE ci ha indirizzato presso il Centro Medico La Misericordia di Massa (che sta entrando in convenzione ASL: infatti l’Ipertermia è riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale), in quanto a noi più vicino.
Le mie osservazioni:
– ho constatato come molti Oncologi non siano informati su questa metodo di cura ormai consolidata;
– i medici non indicano quindi al paziente altre strade percorribili non dando così altre possibilità alla SPERANZA;
– devono essere i pazienti e i famigliari a “darsi da fare” per carpire informazioni stando attenti, oltre tutto, a non finire in mezzo a sciacalli che spesso approfittano del BISOGNO di curarsi e magari di guarire dal cancro.
Abbiamo bisogno di SENTIMENTI e non di INDIFFERENZA, lo richiede la sacralità della vita e la dignità umana.
La ringrazio e saluto cordialmente.

Danila (Reggio Emilia)

Re: Indifferenza dei medici?

Cara Signora, comprendo perfettamente il suo stato d’animo e condivido le sue ragioni. Proprio sull’importanza fondamentale del dialogo e dell’empatia tra il medico e i suoi pazienti, impostati sull’informazione corretta e sulla reciproca fiducia, sono già più volte intervenuto su questo Forum, perché è una questione fondamentale. Accetto quindi volentieri il suo contributo; “Sportello Cancro” serve proprio a questo. Quanto all’ipertermia, non è da considerare una panacea, ma una strada percorribile in alcuni casi. Ma non è questo il problema.
La vera questione che emerge dalle sue parole è piuttosto quello dell’aggiornamento dei medici. Nel nostro paese, l’organizzazione del lavoro del medico non ha ancora adottato misure adeguate per stare al passo con l’incredibile rapidità del progresso scientifico e tecnologico e con il conseguente aumento delle conoscenze necessarie. L’unico provvedimento concreto è stata la legge, introdotta tre anni fa, che stabilisce l’obbligo dell’aggiornamento continuo per tutti i medici. E stato un grande passo avanti. Tuttavia molto è ancora lasciato al senso di responsabilità individuale e non sempre il medico, nell’insieme di impegni connessi con la sua professione, riesce a inserire momenti di aggiornamento e formazione adeguati. A questo si aggiunge il fatto che non tutti i medici sono bravi comunicatori, pur essendo competenti e aggiornati. Io sono convinto comunque che non si può generalizzare e spero sinceramente che nel suo iter doloroso e faticoso lei non abbia incontrato solo opportunisti o oncologi indifferenti e disinformati.



Ottobre 5, 2004 RASSEGNA STAMPA

A chi affidarsi?

Egr. Prof. Veronesi,

sono stata sottoposta a mastectomia totale alla fine del 2002 per un carcinoma duttale e conseguente asportazione di linfonodi ascellari con metastasi.
Dopo circa un anno mi sono state diagnosticate delle microcalcificazioni interessanti gran parte del fegato. Seguo cicli di chemioterapia dalla prima operazione presso lo stesso centro, per cui nutro estrema fiducia.
Ultimamente un parente mi ha indirizzato presso un affermato centro per la cura dei tumori con ipertermia e fin dalla prima visita mi è stata prospettata la possibilità di un certo miglioramento se alla chemio avessi abbinato questi ulteriori trattamenti. L’equipe che mi segue però mi sconsiglia vivamente il trattamento con ipertermia perché non lo ritiene adatto alla mia patologia, ponendomi di fatto di fronte alla necessità di scegliere presso quale istituto continuare le cure.
Il mio cruccio a questo punto è il seguente: se stimati centri per la cura dei tumori possono trovarsi in disaccordo sulla modalità e i mezzi per la cura della malattia come può il paziente affrontarla con sufficiente
sicurezza? e come discriminare la scelta migliore prescindendo dalle proprie sensazioni?
La ringrazio.

Olga Bonomo

Re: A chi affidarsi?

Cara Olga,

dobbiamo accettare il fatto che la medicina non è una “scienza certa” e che spesso non fornisce la garanzia dimostrata della validità o non validità di una cura. Questo è vero soprattutto in oncologia, che affronta una malattia complessa e che presenta ancora tanti settori di oggetto e ricerca. Lei tuttavia ha il diritto e il dovere di informarsi e di conoscere quanto meno i pro e i contro degli approcci terapeutici proposti.
Quando poi anche le informazioni ottenute non fornissero elementi sufficienti per decidere, dovrà ricorrere anche alla fiducia ispiratale dal medico, un fattore importantissimo per il buon esito della cura, perché costitutivo di quell'”alleanza terapeutica” tra il malato e il suo medico che permette di superare molti ostacoli. Insieme a lui potrà discutere la via da seguire anche in relazione al suo progetto e al suo stile di vita.
È giusto prescindere dalle sensazioni, ma io credo anche che non esista una malattia in un corpo, ma un malato con la sua storia e i suoi desideri, di cui bisogna tenere conto nella scelta delle cure.


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