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Novembre 30, 2008 Newsletter

Siamo agli albori dell’utilizzo della biofisica in campo medico ma in un futuro prossimo diventerà nuova ortodossia.Quattro prestigiosi atenei universitari in Italia hanno attivato un corso di alta formazione intitolato “Integrazione fra saperi convenzionali e non convenzionali in medicina”. Gli atenei sono presso le università di Verona, Bologna, Roma La Sapienza, Messina.

Finora la ricerca in campo medico ha dato più importanza alla chimica rispetto alla fisica della materia, probabilmente per il fatto che la chimica è legata alla prospettiva di scoprire le molecole regolatrici (farmaci) e che tale prospettiva ha avuto indubbi successi. Inoltre la biologia molecolare ha dato grande impulso all’idea che l’informazione essenziale della vita stia in una “sostanza”, il DNA. In realtà si è perso di vista la sostanza del DNA come struttura di “Risonanza” elettromagnetica, dinamica (può cambiare nel tempo), complessa (la sua espressione dipende da un contesto di diversi segnali) e che fra l’altro è fonte di “Biofotoni” nel momento della sua replicazione.

I campi elettromagnetici, hanno una duplice faccia, possono danneggiare o curare l’uomo. Esistono diversi tipi di campi elettromagnetici, e gli effetti variano a seconda del tipo ci frequenza utilizzata, la durata dell’esposizione, e la sensibilità del soggetto. È ovvio che alte dosi di radiazioni ionizzanti sono dannose per la materia vivente. Così non è per piccole dosi di campi elettromagnetici, che se ben selezionati, possono avere potere curativo inaspettato. La tecnologia ha già messo a disposizione apparecchiature di alta tecnologia computerizzate e altamente specializzate in uso da diversi anni presso il nostro istituto, per la cura di malattie neurologiche, muscolari e ossee, metaboliche, ormonali e funzionali (ipotiroidismo latente, aumento di peso con ritenzione idrica, difficoltà a smaltire le tossine dopo un chemioterapia o in trattamento farmacologico e altro ancora).

L’applicazione dei campi magnetici a bassa frequenza e pulsati, possono aiutare le cellule a comunicare meglio tra loro, modulando la produzione di ormoni, citochine, anticorpi, cellule neuro endocrine etc. Molte di queste interazioni sono soggette a frequenze e sistemi di regolazione strettamente individuali e con effetti diversi tra gli individui.

Un modo di comunicazione tra cellule è al risonanza, sistema di trasmissione dei dati da un sistema vivente ad un altro senza passaggio di materia. L’insieme delle frequenze oscillatorie di sostanze varie, enzimi, ormoni, citochine, DNA, proteine, generano fenomeni bioelettrici ritmici generati dall’attività elettrica coerente di gruppi di cellule, costituendo gerarchie sempre più complesse di segnali di varia frequenza che percorrono l’essere vivente e possono essere visti come una rete d’informazione sul metabolismo cellulare (omeostasi elettromagnetica).

Diverse discipline complementari come l’agopuntura possono raggiungere la rete informazionale di maggiore interconnessione bioelettrica della persona che determina la sensibilità e la correttezza delle risposte propriocettive. L’esistenza dell’agopuntura è ampiamente dimostrata da studi e applicazioni in diverse patologie. Vari ricercatori hanno dimostrato come pungendo vari punti di agopuntura, si attivano specifiche aree del cervello evidenziate alla Risonanza Magnetica Nucleare.

Il fisico tedesco Albert Popp afferma che “i biofotoni son emessi dall’organismo in tutti i suoi processi vitali” e “che i processi vitali sono mantenuti da oscillazioni coerenti della materia”. Nel suo testo “come le cellule comunicano tra loro” Popp afferma che la malattia prima di manifestarsi in sintomi organici, è da vedersi come un disturbo del campo elettromagnetico. Le oscillazioni patologiche inducono delle regolazioni alterate dell’organismo provocando la malattia.

Oggi possiamo aiutare l’organismo a riprendere le regolazioni fisiologiche qualora necessiti con interventi non farmacologici ma con campi magnetici pulsati. Parlare lo stesso linguaggio delle cellule, permette di curare meglio certe malattie che difficilmente si riuscirebbero a curare con le molecole farmacologiche.



Novembre 30, 2008 Newsletter

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) lancia un allarme: i bambini abusano di merendine ipercaloriche, sono sedentari e non praticano sport. La conclusione è che la percentuale dei bambini obesi sta aumentando in maniera preoccupante, più del 23% sono obesi. Secondo un’indagine svolta su 46 mila bambini, in 2.610 scuole elementari, i bambini mangiano merende ipercaloriche e solo 1 su 10 pratica attività sportiva raccomandata per la sua età. Un dato che fa riflettere noi adulti e genitori. Per quanto riguarda gli adulti, il 18% degli uomini e il 22% delle donne è obeso. Il Sud è stato bocciato nella mappa italiana sull’obesità con la più alta densità di persone obese. Per obesità si intende un BMI > 30 ( body mass index).

Le regioni meridionali sono le più colpite da questo fenomeno.
In particolare la Campania raggiunge il tasso record di 21% di bimbi obesi contro il 12% della media nazionale. Mentre il record positivo spetta al Nord, in particolare al Friuli Venezia Giulia con appena il 4%. Ciò che preoccupa oltre ai dati appena esposti, è che quattro mamme di bambini obesi su 10, non riconoscono che i loro bambini sono in sovrappeso e dunque si alimentano in modo sbagliato. I ricercatori puntano il dito sulla merendina di metà pomeriggio, troppo calorica per l’86% dei bambini e contro l’abitudine di saltare la colazione come fa l’11% dei giovanissimi o la fa male.

Anche le ore di ginnastica non sono sufficienti e solo 1 bimbo su 10 pratica sport adatto alle proprie esigenze, prevale la sedentarietà tra i giovanissimi. In qualche modo noi operatori sanitari, dobbiamo intervenire per modificare i dati allarmanti di una società che sta evolvendo in quello che ormai tutti conoscono, la sindrome metabolica e il diabete di tipo 2. la scuola italiana è carente nell’offrire ore di ginnastica adeguate all’età e inoltre i giochi della gioventù che permettevano ai ragazzi di entrare a conoscere il mondo dello sport, non si svolgono più da anni.

Il 30% degli adulti grassi è vittima dell’effetto yo-yo, con diete non adeguate, che fanno cambiare taglia in poche settimane e altrettanto velocemente li fanno riacquistare. E per sfuggire all’effetto yo-yo, sempre più italiani si rivolgono alla chirurgia plastica.

La prevenzione deve nascere dalla famiglia, imparare a mangiare, nutrendosi con alimenti equilibrati e freschi, ed essere estesa ai settori pubblici come le scuole, cambiando i menù troppo spesso ricchi di cibi calorici e molto conditi per renderli più appetitosi. Gli operatori sanitari dovrebbero essere più attenti ai problemi legati al peso e allo sviluppo dei bambini in età scolare, perché è proprio in questo periodo che si preparano i “futuri malati”.

L’alimentazione fa parte della prevenzione in maniera determinante, un aiuto alla scelta dei cibi che possono contribuire a mantenere uno stato di salute è la ricerca delle intolleranze alimentari con sistema ALCAT. Un test che serve a svelare gli alimenti che contribuiscono a mantenere uno stato infiammatorio e che aiuta a riprendere le redini della propria salute.

L’investimento fatto oggi in senso della prevenzione per lo stile di vita, l’alimentazione, il movimento, la scelta di eventuali integratori e altro ancora, contribuisce a stare meglio domani, affrontando le fasi della vita in salute ed efficienza psico-fisica. I bambini di oggi saranno i grandi di domani.

 



Novembre 30, 2008 Newsletter

Con il termine di intolleranze alimentari si intendono reazioni avverse determinate dalla ingestione di alcuni principi alimentari che provocano una serie di disturbi spesso subdoli e di difficile inquadramento clinico.L’ intolleranza al lattosio consiste in una completa o parziale riduzione della capacità di assorbimento del lattosio da parte dell’intestino tenue per carenza dell’enzima lattasi. La produzione di tale enzima varia a seconda dell’età;è massima nei primi anni di vita per poi ridursi progressivamente nell’età adulta; peraltro anche in caso di patologie gastrointestinali come coliti e gastriti si può riscontrare una sua diminuzione

In Italia stime recenti evidenziano un deficit significativo nel 40-50% della popolazione; in genere anche in caso di carenza di lattasi piccole quantità di lattosio con la dieta vengono ben tollerate ma al di sopra di una certa soglia( pochi grammi al giorno) possono comparire sintomi intestinali quali diarrea,dolori addominali,meteorismo;inoltre il paziente per ridurre i disturbi intestinali tende a ridurre il consumo di latte e derivati e quindi anche di calcio con tutte le possibili conseguenze.

Un’altra intolleranza frequente è nei confronti del glutine ,chiamata celiachia o morbo celiaco); l’incidenza di questa patologia è stimata intorno a 1/150 persone.

La patologia dipende da una intolleranza permanente alla gliadina, proteina contenuta nei cereali,su base genetica:l’introduzione del glutine determina gravi danni alla mucosa intestinale con sintomi determinati dal malassorbimento: diarrea,dolori addominali,stanchezza e ,nei bambini, arresto della crescita. Non esiste una cura specifica se non una dieta rigorosamente priva di glutine.

Accanto alla forma classica ci sono però numerose forme definite atipiche che si manifestano nell’età adulta in soggetti predisposti(sovente con parenti celiaci) e frequentemente dopo un evento stressante come un intervento o una malattia.

Le due forme di intolleranza al lattosio e al glutine possono anche coesistere originando quadri clinici complessi; anche se così comuni,spesso non vengono prese in considerazione nell’iter diagnostico;inoltre anche alcuni esami specifici possono dare risultati non univoci o addirittura contraddittori per cui il paziente presenta disturbi insistenti senza una diagnosi certa.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica abbiamo approntato l’utilizzo di test genetici che possono dare risposte significative in molte situazioni; in particolare sono in grado di definire la presenza o una predisposizione alle intolleranze al lattosio e glutine studiando la composizione genetica. Ciò permette di definire un comportamento alimentare e uno stile di vita adeguato e personalizzato nell’ottica di una medicina curativa ed anche preventiva.

Il test è di facile esecuzione e non invasivo: con una apposita spatola si preleva dalla mucosa del cavo orale il materiale necessario alla indagine genetica;può essere eseguito in prima istanza o meglio rappresentare un approfondimento diagnostico nell’ambito delle intolleranze alimentari soprattutto nei casi contrassegnati da sintomatologia persistente con quadro diagnostico non chiaro.



Ottobre 30, 2008 Newsletter

A.I.D.M.E.
In collaborazione con
A.I.M.A.A. – S.I.TRI. – F.M.S.I. – S.I.M.E.

con il patrocinio

  • Azienda ospedaliera universitaria Policlinico Paolo Giaccone dell’Università degli Studi di Palermo

  • Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri della Provincia di Palermo

  • Centro di riferimento Regionale per la Medicina dello Sport Università degli Studi di Palermo

organizza

II Giornate Siciliane di Medicina Estetica
I Giornate Interregionali per il Sud ed Isole
di Medicina Antiaging
Qui la scheda relativa in pdf (1.767 kb)

Dopo il successo delle I Giornate Siciliane di Medicina Estetica, si è deciso, con il prof. C.A. Bartoletti ed il Consiglio Direttivo dell’A.I.d.M.E. di dare una cadenza biennale a tale evento.
Per problemi legati alla contemporaneità con altri eventi congressuali, l’appuntamento è stato fissato per i prossimi 14-16 novembre 2008.

La speranza è quella che il clima della nostra amata Sicilia si mantenga bello, anche approfittando della cosiddetta Estate di San Martino, ma eventualmente ci penserà la nostra calda accoglienza, insieme a qualche salutare bicchiere di Nero D’Avola novello, a riscaldare i corpi mentre le menti saranno riscaldate dalle interessanti relazioni affidate ad illustri relatori quali i Prof.ri S. Amato, M. Aricò, C.A. Bartoletti, F. Bonina, G. Francavilla, M. Gasparotti, F. Moschella, M Serio, F. Tomaselli ed altri ancora, perché possano portarci, ognuno nel proprio campo, autorevoli esperienze didattiche e professionali.

Gli argomenti spaziano da problematiche mediche legate all’Alimentazione, all’Attività Fisica, alla Dermatologia ad altre legate all’ambito chirurgico come Laserterapia e Liposcultura; da presentazione di metodologie acclarate quali Endermologie, Filler e Botulino a quelle da confermare come Radiofrequenza e a quant’altro la scienza medica dovesse proporci, per poi permetterci di portare questa esperienza nei nostri studi per poter meglio applicare i protocolli diagnostici e terapeutici, che sono alla base di ogni nostro atto medico.

Si è voluto inoltre dedicare larga parte di questo convegno all’AntiAging, che sempre più interesse suscita in tutti noi, che vedrà presenti delle vere autorità in materia quali i Prof.ri M. Barbagallo, C. Caruso, P. Marandola, F. Marotta, G. Riondino, ed altri Per poter meglio approfondire alcuni di questi argomenti, si è voluto dare un spazio particolare ai relatori tramite delle Relazioni Orientate e/o dei Woork-shop che avranno luogo nell’aula congressuale per poter permettere a tutti di poter di partecipare..

Un ulteriore possibilità di conoscenza si avrà con il contatto diretto con le numerose ditte che allestiranno i loro stand espositivi per poter presentare i loro prodotti e le loro apparecchiature.
Gent.mi colleghi tutti, sia che voi siate già cultori esperti di Medicina Estetica ed Antiaging, sia che siate dei nuovi adepti di questi interessanti settori della Medicina, Vi invito a rispondere in maniera entusiasta a questa opportunità di aggiornamento che ci offre l’A.I.d.M.E. partecipando numerosi per poter, non soltanto ascoltare, ma anche intervenire attivamente portando le vs esperienze, ed eventuali dubbi, che possano aiutarci a crescere tutti.

Giovanni Alberti MD
Presidente del Comitato Organizzatore
Vice Presidente Nazionale A.I.d.M.E.
Coordinatore Sud ed Isole

Qui la scheda relativa in pdf (1.767 kb)>>



Ottobre 5, 2008 RASSEGNA STAMPA

Gli effetti “farmacologici” del cibo sull’organismo sono un argomento quanto mai antico. È invece storia dei nostri giorni l’aumento dei casi di intolleranze alimentari documentato dal numero di persone che si rivolgono a dietologi e specialisti lamentando quadri clinici differenti riconducibili, spesso, all’assunzione di determinate sostanze alimentari. La medicina ufficiale, da sempre attenta alle allergie alimentari, ha orientato il proprio interesse anche alle intolleranze cercando di trovare metodologie diagnostiche sempre più specifiche.

“I limiti di molti test oggi in commercio sono spesso legati alla necessità di una lettura soggettiva dei vetrini da parte del medico”, spiega il dott. Giuseppe Di Fede direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano. “Quindi, non soltanto i risultati possono essere differenti in base all’esperienza del singolo medico, ma è anche difficile costruire una documentazione oggettiva dei casi. Infatti, mentre per le allergie alimentari è più agevole effettuare la diagnosi clinica e di laboratorio dato che è il paziente stesso a riferire i sintomi all’assunzione di un alimento, per le intolleranze, invece, le reazioni ritardate rispetto all’assunzione degli alimenti rendono di difficile standardizzazione l’approccio diagnostico e clinico.” Per rispondere dunque alle esigenze del mondo medico, negli Stati Uniti è stato introdotto un nuovo metodo di diagnosi chiamato ALCAT® -Antigen Leucocyte Cellular Antibody Test-, che rappresenta un notevole miglioramento nella standardizzazione della metodica diagnostica per le intolleranze alimentari.

Il test usa una metodica “in vitro” su sangue intero che avvicina i risultati alla diagnostica “in vivo”; la reazione con i singoli estratti alimentari in gel (è possibile testare una varietà di alimenti da un minimo di 10 fino ad un massimo di 50 o 100) e non liofilizzati – viene confrontata con aliquote di sangue di controllo non esposte agli estratti alimentari. Dopo la separazione della frazione leucocitaria, ogni aliquota viene analizzata, conteggiata e misurata attraverso uno specifico strumento computerizzato che esprime graficamente la variazione del numero e della dimensione cellulare. I grafici del test, realizzati per singolo alimento, vengono sovrapposti al grafico di controllo determinando classi di positività in base a quanto il campione si allontana dall’istogramma di controllo in termini di deviazioni standard.

Studi clinici Americani, effettuati utilizzando test ALCAT® hanno evidenziato un buon livello di correlazione (83,4%) con il test di provocazione orale a doppio cieco per gli estratti alimentari (dati ricavati da una ricerca che ha coinvolto 19 pazienti, su ognuno dei quali è stata valutata una serie di 50 alimenti), e il 96% di correlazione per gli additivi alimentari (studio condotto su 26 pazienti a cui sono stati effettuati 76 test sugli additivi alimentari, utilizzando il metodo della provocazione orale a doppio cieco con controllo placebo).

Il test Alcat, può valutare la compatibilità ad additivi alimentari, conservanti e sostanze chimiche, antibiotici, antinfiammatori oltre che agli alimenti. Per i bambini sopra i 3 anni è possibile fare il test. La possibilità di evidenziare l’alimento intollerato può aiutare nella risoluzione di un problema che è diventato cronico. È importante evidenziare che il test kit di ALCAT®, l’unico riconosciuto dalla FDA (Food Drug Amministration) sia come allergeni sia come macchina, ha dimostrato la sua affidabilità nei risultati rispetto agli altri test in commercio. Inoltre, si sta procedendo per il riconoscimento CEE, cosa che nessun altro test ha in questo momento.

Garanzia della validità dei risultati è stata la misurazione della potenza proteica (Protein Nitrogen Units). L’inserimento del test nella routine ambulatoriale è immediato grazie alla facilità d’uso da parte del medico e all’attendibilità con cui è in grado di identificare alimenti potenzialmente reattivi nei pazienti con sospetta sensibilizzazione/intolleranza verso alimenti che non si riescono ad identificare agevolmente.

Il Sistema ALCAT TEST
Il SISTEMA ALCAT Test evidenzia una reazione avversa agli alimenti, cioè agli allergeni alimentari (approvati ed autorizzati dalla FDA ). Vengono valutati il numero e le dimensioni dei granulociti neutrofili, prime difese anticorpali dell’organismo, e quando si verifica una loro variazione c’è una reazione avversa a quel determinato alimento.

Il SISTEMA ALCAT Test effettua un dosaggio di qualità secondo parametri ben definiti denominati “criteri di affidabilità”: precisione, sensibilità e specificità. La precisione rappresenta la stima della riproducibilità del test. La sensibilità è la dose minima misurabile di una sostanza (globulo bianco) e il test è risultato sensibile al 96%. La specificità è la capacità di dosare esclusivamente una determinata sostanza (globulo bianco) così da escludere interferenze con sostanze simili e il test è risultato specifico al 92%.
Le modificazioni a carico dei granulociti neutrofili vengono quantificate mediante settori di colori diversi a seconda della gravità della reazione:

settore verde (alimenti non reattivi e correlati);

settore giallo (alimenti con reazione moderata);
settore arancione (alimenti con reazione grave);

settore rosso (alimenti con reazione estrema).

I gradi di reattività non sono necessariamente correlati con la presenza e/o l’intensità delle manifestazioni cliniche. Sarà il medico a vagliare attentamente le risposte del test, in modo da prescrivere una dieta che non privi il paziente dei nutrimenti essenziali e che, nello stesso tempo, riesca a eliminare tutti gli allergeni.
Questa dieta aiuta l’organismo a recuperare nel più breve tempo possibile la tolleranza nei confronti degli alimenti non tollerati; a non riconoscere più gli alimenti verso cui si era intollerante come estranei e nocivi, ma ad accettarli senza provocare in modo diretto o indiretto alterazioni a carico di qualsiasi organo, apparato o sistema.

Per ulteriori informazioni sull’interpretazione di “Alcat test” si prega di consultare la documentazione messa a disposizione dal distributore (IMGeP – tel. 02.58300376).



Ottobre 5, 2008 RASSEGNA STAMPA

Presso I.M.Bio. in Milano si applicano i percorsi anti age personalizzati, seguendo delle linee guida dettate da protocolli di livello internazionale. Attraverso un semplice prelievo di sangue venoso effettuato in laboratorio, vengono eseguiti check-up mirati alla valutazione dello stato di salute reale o apparente del nostro organismo. Un pannello di esami del sangue, appositamente selezionati da specialisti, compongono l’oramai noto Biocheck Anti Age, o determinazione dell’età biologica.

Importante notare che l’Istituto di Medicina Biologica è l’unico ad applicare tale pannello di esami. Dai dati che si ottengono dal bio check è possibile tracciare una linea guida per quanto riguarda l’efficienza del sistema immunitario, del sistema ormonale, dello stato ossidante e anti ossidante (i.e. la valutazione della produzione dei radicali liberi e la capacità di abbassarli da parte dei sistemi anti ossidanti), il danno che i radicali liberi creano al DNA, il controllo dell’indice di benessere cellulare con il dosaggio degli acidi grassi polinsaturi, serie omega 3 e acido arachidonico.

Inoltre il Disbiosi test controlla lo stato di salute dell’intestino, segnalando una possibile alterazione della flora batterica, distinguendone il tipo specifico. Il profilo dei lipidi, i grassi nel sangue e la capacità di abbassarli sono una componente importante del bio check anti age. Inoltre normali analiti biochimici accompagnano il bio check anti age. Un’altro test, effettuato su richiesta del paziente o dopo la visita medica con lo specialista, è la ricerca delle allergie ritardate agli alimenti o intolleranze alimentari.

Si tratta del test ALCAT. Una precisa e attenta valutazione dei risultati degli esami eseguiti, porterà allo sviluppo di un rapporto su possibili interventi di tipo preventivo e nutrizionale. Tra i possibili presidi terapeutici, si valutano integratori alimentari, antiossidanti, dove è necessario, correttori della flora batterica intestinale e altre terapie sempre personalizzate.

Oltre a stabilire la reale età biologica del soggetto, attraverso un punteggio ricavato da un algoritmo applicato ai singoli risultati degli analiti, che molto spesso è diversa da quella anagrafica, il bio check anti age, può mettere in mostra stati di salute apparenti o confermare alterazioni cliniche in atto o in fase iniziale. Oppure può confermare lo stato di salute e benessere reali.

Con il bio check anti age è possibile migliorare lo stato fisico e psichico, migliorando le capacità cognitive che nel tempo tendono a diminuire, ripristinare i valori ematici alterati e soprattutto migliorare l’efficienza della macchina uomo.

Attraverso l’esperienza e il frutto di un impegno quotidiano è possibile applicare principi di medicina anti age e preventiva, spostando indietro le lancette dell’orologio.

Fonte: Il Mondo – Sett. 08



Settembre 30, 2008 Newsletter

Ancora una volta il ciclo “Sapere. Il Sapore del Sapere” realizza un appuntamento con medici, esperti del settore ed opinion leader per informare e diffondere conoscenze sull’alimentazione, proponendola come stile di vita.

I fenomeni delle intolleranze alimentari e delle infiammazioni croniche sono sempre più diffusi e colpiscono un numero sempre maggiore di persone. L’obiettivo del convegno di Venerdì 10 Ottobre “Intolleranze alimentari e infiammazioni croniche: nuove scoperte e test diagnostici per prevenire e curare le allergie “Dall’infanzia alla terza età”, che si terrà presso Palazzo Castiglioni – Unione CTSP, in Corso Venezia 49 a Milano, è quello di informare e aggiornare il pubblico della manifestazione sulla direzione che stanno prendendo gli studi legati alle relazioni tra cibo e sistema immunologico.
Ci si concentrerà su due diversi fronti: da una parte le recenti scoperte sulle relazioni che intercorrono tra le intolleranze alimentari e le infiammazioni croniche che potrebbero sembrare non direttamente correlate, dall’altra si presenteranno alcuni test che vengono utilizzati per riscontrare ipersensibilità verso alcuni gruppi di alimenti, e i cui risultati sono sempre più affidabili. Dall’intolleranza si può guarire seguendo diete specifiche basate sull’eliminazione e sulla successiva reintroduzione dell’alimento, in tutta sicurezza e sotto la guida di uno specialista.

Durante il convegno si alterneranno cinque diversi relatori. Antonio G. Traverso, docente di discipline bionaturali e collaboratore di Solgar, parlerà della “Determinazione bioenergetica della situazione nutrizionale personale”; Attilio Speciani, medico immunologo, tratterà il tema de “La confusione dei test diagnostici e i grandi gruppi alimentari: integrare i risultati per capire e guarire”. Un altro importantissimo punto sarà presentato dal medico specialista in Chirurgia Generale Fabrizio Duranti, che illustrerà il metodo “L’HMP (Human Maximum Performance) nella prevenzione dell’infiammazione cronica”.

“Il cibo e le intolleranze alimentari. Per poter scegliere è necessario comprendere” è invece il titolo dell’intervento dell’esperta di macrobiotica e medicina cusminiana Teresa Tranfaglia.

Tra i relatori figurerà anche Giuseppe Di Fede, medico chirurgo Specialista in Nutrizione e Dietetica Clinica e Direttore Sanitario dell’Istituto di medicina biologica di Milano, che parlerà di “Geni da nutrire”.

Si ringrazia per la collaborazione 50&Più Università.

La prenotazione è obbligatoria e la partecipazione gratuita.

Location: Palazzo Castiglioni – Unione CTSP – corso di Porta Venezia 49, 20121 Milano
Data: 10 ottobre 2008
Orario:dalle h14.30 alle h 18.00

clicchi qui per il programma >>



Luglio 30, 2008 Newsletter

Si chiamano composti volatili organici (VOC), sono invisibili e insospettabili, ma possono essere pericolosi e dannosi per la salute.

La qualità dell’aria tra le mura domestiche è spesso peggiore di quella esterna. La colpa è degli “inquinanti domestici” insospettabili, come vaporizzatori, bastoncini d’incenso, candele profumate, diffusori elettrici di aromi, mobili nuovi o riverniciati, pavimenti in legno industriale, formica, etc.

Sono spesso responsabili di emettere composti volatili organici alcuni dei quali sono davvero pericolosi per la salute e a volte anche cancerogeni. Lo conferma il Cnr (consiglio nazionale delle ricerche) in una speciale pubblicazione, per quanto riguarda i fattori di inquinamento ambientale. Ci pare importante richiamare l’attenzione sul fatto che la pericolosità di questi composti, non immediatamente percepibili e contenuti in prodotti di largo utilizzo, è troppo spesso sottovalutata. La maggior parte delle persone passa il proprio tempo dentro ambienti chiusi, dove la qualità dell’aria lascia spesso a desiderare. La colpa ricade anche tra i “veleni” di casa, responsabili del cosiddetto “inquinamento indoor”. La formaldeide, un gas dall’odore pungente e incolore, è uno dei più insidiosi e diffusi. È presente in colle, adesivi, truciolato e compensato, detergenti e disinfettanti, prodotti per la pulizia della casa, deodoranti, etc.

Negli aromi possono nascondersi sostanze nocive e pericolose. Quindi bisogna prestare attenzione nell’acquisto di prodotti che rilasciano aromi profumati per ambienti.

Alcuni esempi di composti contenenti VOC:

vernici da parete: contengono il toluene, un solvente usato per miscelare leganti, additivi delle vernici. L’inalazione può causare tosse, asma, faringite, e gravi effetti sul sistema nervoso centrale.

Deodoranti per la casa: contengono il limonane, una sostanza usata in questi prodotti. Emana un aroma di limone, a lungo andare è irritante per gli occhi e può creare arrossamento della cute, allergie e peggiorare eventuali sintomi di altri composti domestici nocivi.

Mobili in truciolato e compensato: contengono la formaldeide, riconosciuta come cancerogena, usata nella produzione di resine, colle, solventi. Il suo rilascio è elevato quando i prodotti sono nuovi e diminuisce on il tempo. Può causare irritazioni agli occhi, eruzioni cutanee, tosse.

Pennelli indelebili: contengono acetati, solventi irritanti per gli occhi e vie respiratorie. Possono dare tosse, congiuntivite, mal di testa, vertigini.

Anti-tarme: contengono il paradiclorobenzene e pare che questa sostanza sia cancerogena. Può causare dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, convulsioni. Un’alternativa è la canfora, che risulta essere meno dannosa.

Moquette: una sostanza usata per l’installazione è il dicloreoetano, che assorbe e poi rilascia altri inquinanti per l’ambiente, come la formaldeide. Può creare tosse, asma, congiuntivite, rinite.

Cera per pavimenti: contiene la trementina e l’inalazione di questa sostanza può creare irritazione agli occhi, tosse, mal di gola, mal di testa, asma, dermatite.

Insetticida spray: contiene permetrina, sostanza appartenente alla famiglia dei piretroidi. La sua inalazione può causare tosse, asma, sensazione di bruciore in gola, lacrimazione.

Alcune precauzioni per la prevenzione associata all’esposizione degli inquinanti chimici domestici:

  • cambiare spesso l’aria di casa. Alla mattina e alla sera, per almeno 15 minuti, spalancando le finestre di casa.

  • non fumare in casa.

  • limitare l’uso di insetticidi e deodoranti, per ambienti, e dopo l’uso, areare bene i locali.

  • leggere le etichette, quando comperate i prodotti per la casa, detersivi, colle, prestando attenzione a simboli che richiamano la possibilità nociva dl prodotto.

  • usate protezioni come mascherine, occhiali, guanti, se usate sostanze pericolose. È bene lavare i vstiti dopo l’uso di sostanze volatili in ambito domestico.

  • vernici ad acqua, così come le colle, sono da preferire, specie se ad usarle sono i bambini.

  • usando prodotti con VOC, è bene non mangiare, fumare, non bere.

  • se avete mobili in truciolato o compensato, cambiate spesso l’aria all’ambiente, in modo da favorire la dispersione dei VOC fuori dalla mura domestiche.

  • alcune piante, come il ficus, edera, possono aiutare a purificare l’aria.

  • dopo il lavaggi a secco della tintoria, ( percloroetilene), prima di riporre nell’armadio gli abiti, fate in modo di esporli all’aria anche per alcuni giorni se necessario, per ridurre l’inquinamento in casa.

Inoltre è possibile che alcune sostanze VOC, possano essere presenti in alcuni alimenti.

In aiuto c’è ALCAT

Il test ALCAT, è in grado rilevare attraverso prelievo venoso la presenza e il grado di esposizione di alcune sostanze chimiche compresi additivi, coloranti, conservanti, sostanze nocive per la salute. Testando 30 sostanze chimiche, abbiamo la possibilità di conoscere il tipo chimico che può essere la causa di una tosse insistente, un’asma severa, senza cause puramente allergiche, una dermatite, congiuntivite, rinite e altro ancora, fornendo un aiuto oggettivo al clinico nella ricerca di una soluzione adeguata e personalizzata del disturbo.



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Si chiama Trimprob ed è una specie di “Metal detector”, inventato da un fisico italiano per cogliere sul nascere le avvisaglie del male.La tecnica è ancora in sperimentazione ma senz’altro promettente.

Ho sentito dire che sarebbe disponibile un originale esame, semplice e rapido, non invasivo, raccomandato annualmente a tutti gli uomini con più di 50 anni di età, per prevenire il tumore alla prostata.
E’ vero, professore? Valeriano Gibelli, Milano

Sì, glielo posso confermare. Il sistema esiste da più di tre anni e per ora è ancora in fase sperimentale. Grazie ad una sonda elettromagnetica inventata nel 1992 dal fisico italiano Clarbruno Vedruccio, che allora conduceva ricerche sui sistemi anti-mina per la Marina Militare.

Questa sonda, un semplice bastoncino lungo una trentina di centimetri, emette onde elettromagnetiche a diverse frequenze e sfrutta i principi della propagazione dei segnali elettromagnetici in mezzi non omogenei, un po’ come un metal detector.
L’esame è davvero semplicissimo e rapido (dura appena 2-3 minuti): le onde elettromagnetiche, emesse dalla sonda, dopo aver colpito i tessuti biologici, tornano indietro e vengono raccolte da un ricevitore collegato ad un computer. Lo schermo del computer visualizza il comportamento delle onde ricevute. Se esse non variano in ampiezza significa che non esistono particolari alterazioni dei tessuti e che la prostata è sana. Se invece subiscono oscillazioni vuol dire che ci può essere qualche problema.
L’apparecchio in questione si chiama Trimprob, una sigla che riassume il lungo e descrittivo nome in inglese, cioè “Tissue Resonance InterferoMeter Probe”.
Un apparecchio così, spiegano i fisici, può essere l’equivalente del laser nel campo delle radio-onde e il suo nome è “maser”.
Il primo utilizzo, più di dodici anni fa, è stato appunto come rivelatore delle mine anti-uomo, disseminate e nascoste dove c’è qualche guerra a decine di milioni in molti paesi del mondo. una piaga che il chirurgo Gino Strada ha denunciato nel suo libro Pappagalli Verdi e che continua a mieter vittime soprattutto tra i bambini e i ragazzi.
Vedruccio, che è docente di Metodologia della Ricerca all’Università di Urbino, è arrivato alla sua scoperta in modo sperimentale, verificando che il segnale elettromagnetico emesso dalla sonda interagiva in maniera microscopica con i tessuti alterati. Con 16 mila nuovi casi all’anno di tumore della prostata, la tecnica potrebbe proporsi in futuro come uno strumento di seconda indagine nei casi con il PSA alterato nella popolazione maschile con più di 50 anni. Il test del PSA (sigla che sta per Antigene Specifico Prostatico), che, come molti sanno, si effettua con un semplice esame del sangue, rimane l’esame fondamentale per la prima diagnosi del tumore prostatico, seguito poi dall’esplorazione rettale e dall’ecografia.
Il Trimprob non elimina, quindi, gli altri esami diagnostici, ma ha il vantaggio di consentire l’individuazione delle situazioni in cui “qualcosa non va”.
Nel qual caso, si passerà agli altri esami diagnostici.
Per ora gli ospedali che dispongono di questa sonda, capace di “spiare” i tumori della prostata, non sono molti, ma la prestazione è coperta dal Servizio Sanitario Nazionale e il paziente paga solo il ticket.
Uno studio su oltre 2 mila casi, condotto dal dipartimento di Urologia, prima all’ospedale San Carlo, poi all’ospedale San Giuseppe di Milano, è stato pubblicato sulla rivista scientifica European Urology, e ha mostrato dati sicuramente incoraggianti che hanno attirato anche l’attenzione degli specialisti urologi americani.
Se il metodo venisse valutato da studi approfonditi potremo considerare un possibile allargamento della metodica ad altri tumori e anche a patologie non tumorali, come per esempio quelle infiammatorie.
Perché se il principio fisico scoperto da Vedruccio funziona sui tessuti della prostata, può rivelarsi valido anche su altri tessuti, e questa sonda a onde elettromagnetiche potrebbe diventare in un prossimo futuro un importante esame preliminare anche per altre forme tumorali, oppure essere estesa quale metodo d’indagine a patologie come le ulcere, le gastriti e le duodeniti.
E’ indubbio come nel campo dei tumori si riveli prezioso tutto ciò che può anticipare la diagnosi. Con questo preciso obiettivo, si stanno pertanto conducendo indagini anche sull’impiego della sonda nel rivelare i tumori al fegato, del polmone e della mammella.
Anche noi dell’Istituto Europeo di Oncologia ne stiamo saggiando le potenzialità sul fronte del tumore al seno.
In conclusione, io penso che quando si riuscirà a dimostrare la piena efficacia di questo dispositivo, il dato potrebbe segnare un altro passo avanti sulla strada della diagnostica non invasiva che sempre più si va affermando e con la quale la medicina gioca la carta importantissima d’avvicinare alla prevenzione il più ampio numero possibile di persone.
Il tumore della prostata, se individuato in fase precocissima, è perfettamente guaribile.
E tutto ciò che serve a scoprirlo lavora in favore della vita.

Da “La nostra Salute” di Umberto Veronesi
a cura di Edoardo Rosati su Oggi, Febbraio 2006.

 

 



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Abstract

Le Neoplasie Peritoneali si sviluppano frequentemente nella storia naturale di molti tumori rappresentando uno dei maggiori problemi di gestione oncologica. I rari tumori primitivi del peritoneo di cui i Mesoteliomi Peritoneali sono i più frequenti così come le Carcinosi Peritoneali sono spesso associati a gravi problemi clinici per il paziente. Considerati in passato delle condizioni terminali, le Neoplasie del Peritoneo sono state trattate nelle ultime due decadi quali malattie curabili. L’introduzione nella pratica clinica da parte di Sugarbaker della Citoriduzione Chirurgica/Peritonectomia nel trattamento delle neoplasie peritoneali e la diffusione della metodica nell’ambito della comunità scientifica ha drasticamente cambiato la storia naturale di tali patologie. Un’altra metodica che ha dimostrato un importante impatto nel controllo delle neoplasie peritoneali è la Chemio Ipertermia Intra Peritoneale. E’ certamente una delle aree di ricerca che in atto suscita particolare interesse nell’ambito della comunità scientifica sia per l’impatto sulla sopravvivenza che sulla qualità di vita dei pazienti trattati con un modesto costo in termini di morbilità e mortalità. L’obiettivo di questo lavoro è quello di illustrare il razionale, le tecniche ed i risultati dell’approccio multimodale alle Neoplasie Peritoneali mediante la Citoriduzione Chirurgica/Peritonectomia associata alla Chemio Ipertermia Intra Peritoneale.

Premessa
La Carcinosi Peritoneale (CP) è un evento prognosticamente sfavorevole che caratterizza in particolare l’evoluzione delle neoplasie degli organi a sede addomino-pelvica potendo in misura minore presentarsi quale stadio terminale di neoplasie extra-addominali ( 1,2 ,3 ). Il concetto che ad una diagnosi di CP si associ una prognosi severa per il paziente è ampiamente diffuso nell’ambito della comunità scientifica. L’indicazione stessa di un trattamento chirurgico di un tumore primitivo gastrointestinale è fortemente influenzata dalla presenza di CP. Ciò perché, per lungo tempo la CP è stata considerata una patologia non suscettibile di un trattamento curativo ed in particolare di un intervento chirurgico. Le motivazioni sono varie. Il peritoneo non è infatti considerato un organo, ma semplicemente un foglietto che riveste la cavità addominale e gli organi che vi sono alloggiati; eppure ha una struttura istologica, una vascolarizzazione, una disposizione e soprattutto una funzione. Parimenti al fegato ed al polmone, è soggetto a metastatizzazione da parte di molti tumori ed in particolare quelli originati dagli organi contenuti nella cavità addominale. Come qualunque altro organo inoltre, può essere sede di un tumore primitivo,anche se raro, definito Mesotelioma Peritoneale e di altri tumori più rari di origine non mesoteliale. La sua disposizione è complessa; i suoi 7.600 cm2 si distribuiscono infatti con una disposizione complessa tale da consentire rapporti con tutte le strutture che sono contenute o transitano nell’addome; tale disposizione tuttavia rende complessa anche la distribuzione di una neoplasia peritoneale, primitiva o secondaria, che andrà inevitabilmente a seguire l’anatomia del peritoneo. L’evoluzione delle tecniche chirurgiche e la disponibilità di presidi terapeutici innovativi in ambito chirurgico ed anestesiologico hanno consentito di applicare un trattamento chirurgico anche al peritoneo. La CP è stata ed in gran parte è tuttora trattata mediante Chemioterapia (CT) sistemica eventualmente associata ad interventi di debulking chirurgico con l’obiettivo di ridurre la massa e migliorare la sintomatologia.
Nel 2000, è stato pubblicato un articolato lavoro riguardante uno studio prospettico multicentrico sulla CP (EVOCAPE 1) (4) che ha coinvolto 9 centri universitari ed ospedalieri francesi, con un reclutamento nel ’95-’97. Lo studio ha arruolato 125 pazienti con CP da carcinoma gastrico, 118 da carcinoma del colon, 58 da carcinoma del pancreas variamente distribuiti per stadio (0= no macroscopica evidenza, I < 5mm localizzato, II < 5mm diffuso, III 5-20mm, IV > 20mm) e sottoposti ad interventi palliativi e/CT. La sopravvivenza mediana è stata fortemente influenzata dal tipo istologico del tumore primitivo essendo di 3.1, 5.2, 2.1 mesi rispettivamente per carcinoma dello stomaco, del colon e del pancreas. Se consideriamo il sottogruppo dei 118 pazienti con CP da carcinoma colorettale, il 60% della casistica presentava noduli di diametro <2cm; tuttavia quando trattati senza intento curativo hanno evidenziato una sopravvivenza limitata. Queste considerazioni note da tempo e confermate in questo recente lavoro, hanno indotto molti ricercatori a sviluppare studi mediante l’utilizzo di metodiche innovative per il trattamento della CP. Un trattamento che ha sicuramente contribuito al miglioramento della sopravvivenza dei pazienti affetti da CP consiste nella strategia terapeutica locoregionale.
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Principi della metodologia
Approccio locoregionale delle malattie neoplastiche del peritoneo
L’approccio innovativo mediante la combinazione tra la chirurgia citoriduttiva (CCR) e la chemioipertermia intraperitoneale (CIIP), trova il suo razionale nella caratteristica storia naturale della CP. Nel carcinoma ovarico ed in una elevata percentuale di carcinoma del colon, la malattia rimane confinata all’addome per gran parte della sua storia naturale, conferendone una caratteristica evoluzione loco-regionale. Questa è la caratteristica biologica che ha consentito l’opportunità di un approccio selettivo, quale il trattamento chemioterapico intraperitoneale. L’elevata concentrazione di farmaco ottenibile mediante un trattamento locoregionale, consente infatti di superare la resistenza intrinseca od acquisita nei confronti del farmaco e simultaneamente ridurre gli effetti collaterali sistemici.

Il razionale della CIIP
Il concetto fondamentale di un trattamento intraperitoneale è rappresentato dalla tendenza di alcuni farmaci a concentrarsi a livello del peritoneo attraversandolo solo gradualmente. Tale probabilità dipende da molteplici fattori, tra cui la supposta presenza di una barriera Plasmatico-Peritoneale. Tale ipotesi è basata su diversi studi che confermano l’esistenza di un gradiente plasmatico-peritoneale. La barriera è rappresentata dal tessuto sottomesoteliale e dalla membrana basale dei capillari, che limitano il riassorbimento di farmaci idrofili o ad elevato peso molecolare come la mitomicina C, il cisplatino e la doxorubicina. È stato dimostrato che il cisplatino ha una maggiore capacità di penetrazione nel tessuto tumorale quando somministrato in condizioni ipertermiche. Inoltre, a 40-42 C le cellule neoplastiche diventano più chemiosensibili per l’aumentata concentrazione intracellulare dei farmaci, la maggiore attivazione, specialmente per gli agenti alchilanti,la diminuita capacità di riparo dei danni al DNA. Questi eventi sono più intensi nelle cellule tumorali ovariche cisplatino-resistente che nelle cellule cisplatino-sensibili (5).
La formazione di addotti platino-DNA dopo esposizione al cisplatino è aumentata e la sua rimozione ridotta in condizioni ipertermiche, con un conseguente relativo effetto letale sulle cellule.
Analogo comportamento in condizioni di ipertermia è tipico di altri farmaci e come la Doxorubicina e la Mitomicina C.

Descrizione della tecnica(6)
Citoriduzione chirurgica
Il concetto di chirurgia citoriduttiva (CCR) deve essere inteso come completa asportazione degli impianti neoplastici con eventuali microresidui di dimensioni non superiori a 2,5 mm (target ottimale della CIIP).
La metodica necessita di regola di manovre di peritonectomia secondo la tecnica descritta da Sugarbaker (7)Un dispositivo chiamato ball-tip electrosurgical handpiece mediante uno elettrodo sferico di 2 mm viene utilizzato per dissecare il peritoneo tumorale della parete addominale normale. Verrà utilizzato il bisturi elettrico ad alto voltaggio.

Fase chirurgica
La CCR viene ottenuta mediante una sequenza ordinata di manovre ben codificate che vengono eseguite in funzione dell’estensione della malattia (Fig.2):

  • Resezione del grande omento, peritonectomia parietale destra resezione del colon destro;
  • Peritonectomia del quadrante superiore sinistro e parietale sinistra, splenectomia;
  • Peritonectomia del quadrante superiore destro, resezione della capsula Glissoniana, peritonectomia della tasca di Morrison;
  • Resezione del piccolo omento, citoriduzione dell’ilo epatico ± colecistectomia, ± resezione parziale o totale dello stomaco
  • Peritonectomia pelvica ± resezione del sigma ± isterectomia ed annessectomia bilaterale;
  • Altre resezione intestinali e/o resezioni di massa tumorale;
  • Anastomosi intestinali.

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Chemioipertermia intraperitoneale
Dopo la citoriduzione, 4 cannule vengono posizionate nella cavità addominale. Due di queste verranno utilizzate per l’infusione del liquido, rispettivamente nella cavità sottofrenica destra e nella pelvi. Le rimanenti due cannule verranno posizionate rispettivamente nella cavità in sede centro addominale e superficialmente nella pelvi per la effusione del liquido (fig. 3).
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Macchina per CEC e circuito
La perfusione peritoneale prevede l’utilizzazione di una macchina che presenti le seguenti peculiarità:
1) un sistema di pompe;
2) un termostato o scambiatore di calore;
3) sistemi integrati di controllo delle temperature, delle pressioni e del flusso;
4) sistema di analisi dei dati mediante uno specifico programma computerizzato con visualizzazione in tempo reale dei parametri e loro registrazione;
5) un circuito extracorporeo (CEC). L’apparecchiatura deve essere garantita dalla normativa C.E. Vengono inoltre utilizzati una serie di termometri per la valutazione costante della temperatura intraaddominale. Molti centri attivi, in atto utilizzano l’apparecchiatura Performer LRT (fig. 4).

Priming
0607_4Per priming si intende il liquido di riempimento del circuito. All’Istituto Tumori di Milano è stata sperimentata una soluzione composta per 2/3 da soluzione Normosol R pH 7.4 e per 1/3 da Emagel. Per quanto riguarda il volume ottimale del priming questo deve essere sufficientemente abbondante ai fini di garantire una temperatura omogenea e constante, ma non eccessivo al punto di causare una distensione addominale e termodiluzione corporale. Pertanto, per un adeguato funzionamento del circuito un volume di 3 a 4 litri per la tecnica ad addome aperto e 6 litri per la tecnica ad addome chiuso sono sufficienti (8). Nella tecnica ad addome chiuso, la pelle della parete addominale è temporaneamente chiusa con sutura continua e le cannule vengono connesse al circuito ai fini di iniziare la CIIP. Nella modalità aperta, l’addome è coperto con uno strato di materiale plastico ed il vapore dei farmaci sono aspirate per proteggere l’equipe della sala operatoria. Il perfusato riscaldato contenente i farmaci viene somministrato nella cavità peritoneale attraverso la macchina con un flusso medio di 600-1000 ml/min per 60/90 minuti. Al fini di ottenere una temperatura intra-addominale di 42.5 C, è necessario mantenere la temperatura di infusione a 44 C circa. Durante la perfusione, se la tecnica in utilizzo è ad addome aperto, l’operatore deve continuamente manipolare l’intestino al fini di garantire una omogenea distribuzione di calore e chemioterapici. Dopo la perfusione, il perfusato viene rapidamente drenato e si procede la chiusura della parete addominale dopo un’ispezione accurata della cavità.

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Periodo post-operatorio immediato.
Nel periodo post-operatorio i pazienti sottoposti a CCR + CIIP vengono assistiti presso l’unità di terapia intensiva per un periodo di circa 72 ore. I pazienti ricevono un trattamento con plasma fresco congelato in quantità tale da mantenere adeguato il livello serico di albumina. Al fine di prevenire un’ eventuale insufficienza renale, i pazienti vengono adeguatamente idratati. Inoltre, sono attentamente valutati i parametri emodinamici, di funzionalità renale ed epatica.
Patologie bersaglio

  • CP resecabile da carcinoma dell’ovaio (17,88,18)
  • Mesotelioma peritoneale (19,20)
  • CP resecabile da carcinoma colorettale (21,22,23,24,25)
  • Tumori mucinosi dell’appendice condizionanti un Pseudomixoma peritonei (26,27)
  • Carcinomi dell’appendice con CP resecabile (28)
  • Carcinoma dello stomaco con CP resecabile (29,30,31,32)

Elegibilità
Criteri di inclusione

  • età inferiore ai 75 anni;
  • adeguata funzionalità renale, epatica e midollare;
  • performance status (ECOG) 0, 1 or 2;
  • consenso informato firmato dal paziente.

Criteri di Esclusione

  • impossibilità di un adeguato follow-up;
  • presenza di altre malattie neoplastiche maligne;
  • infezione attiva o altre condizione cliniche contemporanee che possano interferire nella capacità del paziente di ricevere il trattamento proposto secondo il protocollo;
  • metastasi extradistrettuali;
  • occlusione intestinale completa.
  • inadeguata funzionalità renale, epatica o midollare.

Stato dell’arte
Carcinoma del colon
Interessanti risultati sono stati recentemente pubblicati da Glehen (23) riguardanti uno studio retrospettivo condotto su 506 pazienti sottoposti a peritonectomia e CIIP; a questo studio hanno concorso i più importanti centri italiani. La sopravvivenza mediana globale è stata di 19,2 mesi; i pazienti che hanno ottenuto una citoriduzione completa, hanno avuto una prognosi migliore con una sopravvivenza mediana di 32,4 mesi. La completezza della citoriduzione si è rivelata essere una variabile statisticamente significativa (p< .001)
Infine, Verwaal- Zoetmuller e collaboratori. (25) hanno condotto uno studio prospettico in cui 105 pazienti affetti da CP da carcinoma colorettale sono stati randomizzati. Il braccio sperimentale prevedeva la CCR associata alla CIIP, seguita da chemioterapia sistemica mentre il braccio controllo prevedeva la terapia standard con chemioterapia sistemica (5-fluorouracile-leucovorin) con o senza chirurgia palliativa. Il gruppo sperimentale ha presentato un vantaggio di sopravvivenza significativo rispetto al gruppo controllo.

Carcinoma gastrico
Recentemente sono stati pubblicati i dati di un trial randomizzato prospettico su 248 pazienti affetti da carcinoma gastrico, nei quali la CIIP era stata associata alla chirurgia tradizionale; i risultati della sopravvivenza a distanza sono stati statisticamente significativi per le neoplasie avanzate, con sopravvivenza a 5 anni del 49% nei pazienti sottoposti a CIIP associata a chirurgia rispetto al 18% nei pazienti con sola chirurgia (29).
E’ quindi fortemente ipotizzabile un miglioramento nelle incidenze delle recidive locali e delle sopravvivenze globali nel cancro dello stomaco avanzato, associando asportazione di organo, peritonectomia distrettuale e chemioterapia locoregionale.
In definitiva siamo di fronte ad una rivoluzione di pensiero: se le carcinosi peritoneali non sono più considerate malattie sistemiche incurabili, la peritonectomia associata a chemioterapia intraperitoneale ed ipertermia ne rappresenta la risposta terapeutica più razionale e moderna.

Carcinoma ovarico
Un importante studio di fase II è stato condotto dalla SITILO su 27 pazienti con tumore epiteliale dell’ovaio avanzato, confermato istologicamente e sottoposte a Peritonectomia + CIIP (18). Tutte le pazienti presentavano malattia ricorrente o progressiva in seguito a Chirurgia di stadiazione e chemioterapia sistemica. Le pazienti presentavano una età media di 53 anni (30-67); il follow-up medio è stato di 17.4 mesi (0.3-36). Dopo l’intervento di citoriduzione e d’accordo con i criteri descritti precedentemente, 15 (55%), 4 (15%) 3 (11%)e 5 (19%) delle pazienti, presentavano rispettivamente una completezza di citoriduzione CC-0, CC-1, CC-2; e CC-3. La sopravvivenza globale (SG) a due anni per la serie globale di pazienti è stata del 55%. La sopravvivenza libera da malattia e la sopravvivenza libera da malattia locoregionale per lo stesso periodo sono state del 21% e 44% rispettivamente. Le variabili che hanno influenzato significativamente la SG sono state la radicalità della citoriduzione, l’estensione della carcinomatosi, l’età delle pazienti e l’intervallo tra la diagnosi e la terapia con CCR+CIIP. Il volume di malattia residua ha influenzato significativamente la sopravvivenza globale (SG) (P=0.00025). Pazienti con malattia residua microscopica o minima (CC-0/1) hanno avuto il 77% di probabilità di sopravivenza a due anni (mediana 20,3 mesi), mentre tutte le pazienti con malattia residua >2.5mm (CC-2/3) sono decedute entro 20.3 mesi (mediana 4,3 mesi). Riguardo l’estensione della malattia, pazienti con carcinosi P1/P2, hanno dimostrato soltanto una tendenza ad una sopravvivenza più lunga rispetto al gruppo P3 (SG a due anni- 63% vs 50%, P=0.09). Altro fattore correlato con la SG è stato l’età. Il gruppo di pazienti con età superiore a 53 anni hanno presentato 67% di SG a due anni, mentre il gruppo con età inferiore ha avuto un andamento prognostico più sfavorevole con una SG a due anni del 40% (P=0.04).

Pseudomixoma Peritonei
In considerazione della rarità di incidenza di questa patologia, non vi sono molti studi pubblicati in letteratura ,se si escludono i cosiddetti case report. Una delle più importanti casistiche pubblicate, riguarda uno studio multicentrico condotto dalla SITILO (27). Sono stati complessivamente inclusi nello studio 70 pazienti (31 maschi e 39 femmine) di età media di 56 anni (range: 24 a 76). Un’ ottimale citoriduzione è stata ottenuta nell’ 87% dei pazienti. La morbilità post-operatoria grado III è stata del 14%; un paziente è deceduto 30 giorni dopo il trattamento per emorragia e complicanze conseguenti ad una fistola duodenale. La tossicità correlata alla CIIP è stata del 9%. Il follow-up medio è di 28.6 mesi (range: 2-72). A 5 anni, la sopravvivenza globale è stata del 91%, l’intervallo libero da progressione 54% ed un controllo locale della malattia è stato ottenuto nel 69% dei pazienti.

Mesotelioma Peritoneale
La casistica più numerosa pubblicata in letteratura scientifica e riguardante il trattamento di peritonectomia associato a chemio-ipertermia-intra-peritoneale riguarda un lavoro multicentrico condotto dalla SITILO: 61 pazienti (31M, 30F) di età compresa tra 24-72 anni (media: 51) affetti da MP, sono stati sottoposti a Peritonectomia+CIIP ±CT (25).
La comparsa di ascite, massa addominale o l’incremento del marcatore tumorale è stato considerato segno di progressione. Studi bio-molecolari e di farmacologia preclinica sono stati condotti su materiale prelevato al momento della CCR (19 e 7 casi, rispettivamente). Una soddisfacente peritonectomia è stata possibile nel 74% dei pazienti, che alla fine dell’intervento risultavano radicalmente citoridotti oppure presentavano un residuo <2,5 mm. Il follow-up medio è attualmente di 20 mesi.
Con questo regime terapeutico, la probabilità di sopravvivenza globale a 5 anni è del 54% e la sopravvivenza libera da progressione del 37%.

dr. Marcello Deraco
Surgeon, Oncologist,
Responsable, Peritoneal Neoplasia,
Program, “National Institute Tumors”, Milan, Italy


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