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Marzo 30, 2011 Newsletter

a cura del dr. Francesco Lampugnani

Il problema delle intolleranze alimentari sta diventando sempre più diffuso tra la popolazione e, sicuramente, i pazienti che riescono a confermare la presenza di un’intolleranza alimentare legandola ad una sequela di sintomi lamentati è ancora una grossa minoranza rispetto al grande numero di pazienti che, pur lamentando problemi importanti legati al tipo di vita che si conduce, non identificano un’intolleranza alimentare e di conseguenza un atteggiamento correttivo idoneo, perché o non conoscono l’esistenza della problematica (intolleranza), o perché non hanno ricevuto le giuste informazioni, o perché grosse dosi di scetticismo regnano 110328_alcatancora negli ambienti sanitari.

Fatta questa breve premessa, la mia esperienza in ambulatorio mi permette di confermare quanto riferito, in quanto una grossa percentuale di pazienti si è avvicinata ed ha effettuato il test per le intolleranze alimentari (che successivamente definiremo IA) solo dopo che ha avuto chiare tutte le informazioni necessarie ad associare le diverse sintomatologie manifestate alla presenza di un’IA.

Cosa molto importante è il non sapere, da parte del paziente, che tutta una serie di sintomi manifestati (gonfiore, stanchezza, stipsi, diarrea, cefalea, disturbi dell’umore, ecc) possono essere scatenati dalla presenza di un’IA. Arrivando insieme, durante l’importante momento conoscitivo dell’anamnesi, il paziente si rende conto che tante situazioni, alle quali molte volte non da peso, sono legate all’introduzione di determinati alimenti e che la successiva eliminazione o riduzione potrebbe essere di grande aiuto per il miglioramento della sintomatologia.

Come ormai sappiamo, definiamo Intolleranza Alimentare una reazione ritardata fino a 72 ore dopo l’assunzione di alimenti quotidiani e che si traduce in sintomi molto simili a quelli di un’allergia.

Alla luce della mia esperienza, sicuramente inizio a delineare importanti risultati legati alla presenza di un’IA e le abitudini di vita dei pazienti. Infatti, tra le associazioni più presenti, rientrano sicuramente le ripetitività alimentari: pazienti che ormai da anni assumono sempre gli stessi alimenti, vuoi per pigrizia, vuoi per ristrettezze di gusto.

Altre situazioni che si presentano sono legate alla qualità alimentare. Pazienti con alimentazione poco “salutista”, con utilizzo di alimenti molto sintetici (merendine, alimenti conservati, alimenti con molti grassi ed additivi chimici, ecc) e con pochi alimenti freschi e naturali, hanno manifestato, dopo anni di alimentazione di questo tipo, disturbi che ben indagati e sviscerati, hanno espresso la presenza di un’IA.

Altra situazione molto diffusa è quella legata a pazienti che hanno fatto abbondante uso di antibiotici o che hanno una situazione intestinale non ottimale. Infatti, riuscendo a ristabilire quel famoso equilibrio intestinale che è alla base di una corretta funzionalità, associato al trattamento di alleggerimento verso certi alimenti, si riesce a risolvere diverse situazioni alterate. Questi ultimi riferimenti mi permettono di sottolineare quanto sia importante avere sempre in giusta considerazione l’Eubiosi intestinale. Infatti il primo approccio operativo nei confronti di pazienti con disturbi associabili alla presenza di un’IA è proprio quello di riprendere uno stato di funzionalità intestinale ottimale. Cosa che di solito riesco a fare modificando le abitudini alimentari ed associando sempre Prebiotici e Probiotici, utili anche per una ripresa immunitaria a livello intestinale.

Per quanto riguarda la mia casistica, penso di poter dare un piccolo contributo analizzando un parte di pazienti che hanno fatto il Test per le Intolleranze Alimentari “ALCAT”.

Nello specifico, posso riferire di una casistica di 46 pazienti (31 donne e 15 uomini), con un’età compresa tra i 15 ed 65 anni, con una maggior presenza tra i 46 e 50 anni (17%) ed i 41 e 45 anni (11%) e tra i 56 e 60 anni (11%). Si iniziano anche a delineare dei profili di insorgenza delle IA molto interessanti.
Infatti come dati molto preliminari, saltano all’occhio due importanti risultati: tra gli uomini, l’intolleranza più rappresentata, è stata quella per lo Zucchero di Canna (60% del campione). A seguire Cacao (46% del campione), Caffè (40% del campione), Lievito Chimico (20% del campione) ed a seguire tutte le altre.
Per le donne invece, sempre per il campione analizzato, ho notato questo tipo di risposta: la più rappresentata è stata quella al Pomodoro (48% del campione), a seguire, Caffè, Frumento, Lievito Chimico (per tutte 35%). Discorso a parte merita l’intolleranza al Lattosio, sempre più diffusa (ovviamente), che per i due gruppi ha rappresentato una percentuale tra il 26 ed il 32%.

Molto interessante è una conferma pervenuta da uno studio Americano molto recente che dimostrava l’associazione, nei pazienti studiati, tra Intolleranze al Frumento ed ai Lieviti e la presenza di Tiroiditi. Anche nella mia casistica, ho potuto verificare quasi totalmente tale affermazione, che meriterà logicamente maggiori approfondimenti.

In conclusione, il mio giudizio su questo tipo di test è molto positivo. Ho avuto modo di confrontare i rilevamenti con altre realtà e sicuramente i risultati più importanti li ho avuti con l’Alcat.

Il test, cosa molto importante, mi permette di avere una visione più completa del paziente, che a sua volta riesce a confermare quasi del tutto la presenza dell’Intolleranza ad un alimento molto sospetto, con la controprova del miglioramento della sintomatologia legato alla disintossicazione ed alla riabilitazione verso l’alimento interessato. Inoltre, grazie all’individuazione degli alimenti, riesco a costruire un piano alimentare ritagliato a dovere e permettere tutta una serie di cambiamenti necessari per il paziente (riduzione di peso o aumento di peso; sintomatologia generale; ed infine, cosa non da poco, miglior educazione alimentare).

Penso utile, ai fine dell’informazione, aggiungere che in un certo numero di pazienti anche sportivi ho avuto modo di constatare un miglioramento delle loro prestazioni atletiche, parallelamente al miglioramento della sintomatologia generale, dopo l’individuazione di un’Intolleranza Alimentare.



Ottobre 5, 2010 RASSEGNA STAMPA

CARO RW,

sul numero di settembre (vd newsletter IMBio di settembre), all’interno dell’articolo “Questioni di pelle” firmato da Fulvio Marzatico e dedicato alla cellulite e alla sua prevenzione e cura, si parladel Test Alcat per la ricerca delle intolleranze alimentari. Si potrebbe sapere qualcosa di più?
KATIA GIROMBELLI
Milano

Alcat test è un’evoluzione un po’ più sofisticata del metodo citotossico per evidenziare eventuali intolleranze alimentari. Si basa sul contatto fra antigeni (alimenti) selezionati e le cellule della “serie bianca” (cioè i leucociti, o globuli bianchi) che una macchina separa dal sangue prelevato dal paziente. La reazione viene evidenziata su un monitor e si può avere l’indicazione se un determinato alimento (o categoria di alimenti) è potenzialmente “pericoloso” per il soggetto esaminato. Il test è approvato dalla Food and Drug Administration ed è registrato CE. A Milano, la tua città, puoi richiedere informazioni pratiche presso l’Istituto di Medicina Genetica Preventiva, in via Molino delle Armi 3/5 (tel. 02.58300445).

Fonte: Runner’s World – Ottobre 2010

FULVIO MARZATICO (della SINSeB, Società Italiana Nutrizione Sport e Benessere)



Settembre 30, 2010 Newsletter

È opinione comune ritenere che la cellulite sia eminentemente un inestetismo (peraltro molto diffuso, visto che fa soffrire circa l’80 per cento delle donne), quando in verità si tratta di una vera e propria patologia, nella fattispecie del tessuto adiposo, definita pannicolopatia edemato-fibrosclerotica.

Come ben sa chi mal la sopporta, essa si concentra prevalentemente all’esterno delle cosce (nella zona laterale del bacino), all’interno delle stesse e sui glutei, interessando il “pannicolo adiposo” che si trova fra il derma (lo strato di tessuto connettivo giusto sotto l’epidermide) e la parte muscolare. Il pannicolo ha una sua impalcatura di sostegno (il tessuto reticolare e il collagene) e una vascolarizzazione (denominata microcircolo) attraverso la quale il tessuto adiposo fornisce l’energia all’organismo o l’accumula sotto forma di grasso.

Per motivi diversi – stress, stipsi, fattori ereditari, fumo, sedentarietà, abuso di medicinali (pillola anticoncezionale), cause ormonali (per esempio un cattivo funzionamento della ghiandola tiroidea, o ipotiroidismo), disturbi del ciclo mestruale (come si verificano nella Sindrome dell’ovaio micropolicistico), ma soprattutto cattiva alimentazione –, la circolazione venosa e linfatica (vasi che trasportano scorie) può rallentare e dai capillari possono uscire sostanze che invece dovrebbero essere eliminate. Parte così il meccanismo iniziale di accumulo di liquidi (edema), che s’infiltra fra le cellule del pannicolo adiposo. Queste si allargano, peggiorando lo stato edematoso e nel contempo il tessuto di sostegno (collagene e fibre reticolari) reagisce cercando d’impedire che le cellule adipose si allontanino, ma causando così la produzione di capsule che impediscono a loro volta gli scambi ematici fra la “cellulite” e il resto dell’organismo.

I processi esposti possono essere distinti in 4 fasi che evolvono per grado di gravità. I primi due stadi possono essere rallentati o addirittura bloccati con l’attività fisica (e la corsa in particolare); nel terzo e quarto la consistente struttura fibrosa dei noduli rende tutto molto difficile. La corsa, quindi, è certamente da proporre come prevenzione e cura per i primi 2-3 stadi, insieme ad alcune semplice regole di alimentazione e qualche stratagemma nutri-cosmeceutico per sconfiggere o tenere sotto controllo la cellulite.


Gli stadi della cellulite
La cellulite viene suddivisa in quattro stadi, o gradi, in base alla gravità dei sintomi
con i quali si manifesta e alla loro difficoltà di trattamento.

1 Cellulite edematosa È caratterizzata dalla presenza di gonfiore, ma la cute è ancora tesa  ed elastica e, se compressa, non resta segno né si avverte dolore.

2 Cellulite fibrosa La pelle, se compressa, ancora non duole ma, seppur ancora liscia, comincia ad assumere un colorito spento e si presenta “a buccia d’arancia” se viene stretta fra le dita. C’è formazione di tessuto fibrotico e la cattiva circolazione sanguigna può causare formicolii, pesantezza alle gambe, crampi.

3-4 Cellulite sclerotica Il tessuto connettivo s’indurisce ulteriormente e si formano i primi macronoduli che conferiscono alla pelle l’aspetto a buccia d’arancia “a vista”. Nel quarto stadio le zone cellulitiche si presentano isolate dal tessuto circostante. I macronoduli danno origine ad avvallamenti e protuberanze; la cute è dura e dolorante alla palpazione.
È la più difficile da trattare.


CORRI (FORTE) CHE TI PASSA
In verità il running non è, e non può essere, del tutto risolutivo. Un programma di attività deve prevedere almeno 3-4 sedute di allenamento divise in 3 sedute di corsa e una di tonificazione generale, ma soprattutto delle zone interessate alla cellulite. La corsa dev’essere affrontata secondo tabelle che prevedano la possibilità di migliorare le proprie caratteristiche fisico-organiche progressivamente e secondo le proprie caratteristiche e predisposizioni.

Vanno sfatati alcuni miti: camminare invece di correre (vale solo nei casi di situazioni gravi, dove il carico sulle articolazioni è importante), oppure allenarsi sotto la soglia lattacida: si dimentica che l’acido lattico è un potentissimo vasodilatatore e stimola la produzione di mitocondri nella supercompensazione fisiologica. A torto si potrebbe pensare che la vasodilatazione da acido lattico potrebbe peggiorare la perdita di materiale vasale, perché nella prevenzione – e anche negli stadi 1 e 2 della cellulite – l’azione tonico-trofica della corsa sul circolo ematico è di gran lunga maggiore.
Una limitazione nella produzione di acido lattico potrebbe valere nei primi momenti d’allenamento per soggetti con stadio 3 di cellulite.

Quindi: progressione nell’allenamento e, nelle uscite, lasciare almeno un allenamento con corsa variata. L’allenamento di tonificazione dovrà interessare in maggior misura le parti interessate dalla cellulite, quindi con esercizi di adduzione (per i muscoli interni della coscia: 10 minuti) e abduzione (per glutei e laterali della coscia: 10 minuti), per il bicipite il femorale (posteriore della coscia: 10 minuti), per il quadricipite (10 minuti) e alla pressa (15 minuti). Meglio sarebbe utilizzare il circuit training, intervallando gli esercizi a con 10 minuti di cyclette, corsa leggera, step.

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LA COSMETICA CHE AIUTA
Utilizzo d’integratori alimentari e interventi più prettamente cosmetici possono sovrapporsi e migliorare i risultati che si possono ottenere con la corsa e l’alimentazione (vedi Occhio a ciò che mangi nel box sotto). Certamente la possibilità d’intervenire in modo coordinato in-out consente di ottenere risultati apprezzabili nella lotta contro l’inestetismo in questione, ma non bisogna dimenticare che la cellulite è anche pelle a buccia d’arancia, colore dell’incarnato, pelle asfittica, condizioni che possono migliorare molto anche con interventi cosmetici. La maggior parte degli attivatori metabolici che stimolano la lipolisi si trovano in integratori alimentari: guaranà, arancio amaro, mate, caffeina e tè verde possono attivare preventivamente l’attività lipolitica rispetto alla corsa e quindi si possono ottenere risultati sinergici.

Un effetto simile si può ottenere anche con l’applicazione topica di una crema anticellulite prima di correre. Integratori ad uso sistemico possono contenere principi fitoterapici ad azione diuretica come l’orthosiphon stamineus, che per la presenza di sinenstesina determina un effetto drenante e andiedematoso, o altri estratti come la centella asiatica e l’ippocastano che producono benefici effetti sulla tonicità dei vasi sanguigni. Da evitare l’uso d’integratori a base di fucus vesciculosus, soprattutto in soggetti a rischio d’infiammazioni tiroidee: anche una tiroide “normale” può andare incontro, “caricandola” eccessivamente di iodio, a fenomeni di flogosi cronica.

In sostanza una corretta alimentazione, integrata quando ce ne sia la necessità da una ragionata supplementazione e unita a un corretto programma di corsa, magari anche questo integrato da qualche seduta con i pesi in palestra, potranno aiutare le donne, in maniera ragionevole e soprattutto a basso costo, a prevenire e, nei primi stadi, anche a curare il più diffuso inestetismo che le colpisce.
(Ha collaborato il dottor Carmine Orlandi)

da http://www.runnersworld.it – settembre 2010
di FULVIO MARZATICO



Gennaio 30, 2010 Newsletter

Il periodo delle feste natalizie è caratterizzato da una serie di giornate in cui si tende a mangiare in maniera qualitativamente e quantitativamente scorretta. 

Ciò determina un sovraccarico alimentare che si ripercuote inevitabilmente sulla funzionalità del fegato e dell’intestino. Per avere una idea del processo è sufficiente a pensare al surplus di calorie provocato dal consumo dei dolci natalizi dopo il classico pranzo di Natale accompagnato poi da vino e spumante.

Anche se i sintomi poi possono apparire vaghi o mal definiti il sovraccarico tende sempre comunque a diminuire le potenzialità dell’organismo. Ciò è particolarmente rilevante in considerazione che il periodo invernale è caratterizzato da malattie da raffreddamento in cui l’organismo per difendersi deve essere particolarmente efficiente.

Basti pensare all’accentuarsi delle infezioni da Candida favorito dal consumo eccessivo di zuccheri e cibi lievitati. Ma allora si deve rinunciare ai pranzi e cene che sono anche momenti di aggregazione importanti? Assolutamente no.

Si possono fare le cose con moderazione, ma se non si è riusciti è opportuno allora dare all’organismo la possibilità di disintossicarsi e smaltire il sovraccarico calorico. Come? Una dieta riequilibratrice, la correzione della disbiosi intestinale tramite idrocolonterapia e trattamento con probiotici, la depurazione del fegato con opportuni presidi, una moderata attività fisica. Queste semplici misure, se eseguite nei modi e tempi giusti, sono in grado di ripulire l’organismo dalle scorie per ridare brillantezza ed efficienza.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica è possibile, dopo opportuni accertamenti, valutare quale è il percorso migliore per ottenere un processo di smaltimento del sovraccarico alimentare di questi giorni. Natale viene solo una volta ed è giusto viverlo appieno; se si ha esagerato un po’ è altrettanto giusto dare al nostro corpo la possibilità di recuperare.

a cura del dr. Marco Mancuso



Ottobre 30, 2009 Newsletter

La parodontite è una patologia infiammatoria dei tessuti ossei e gengivali che sostengono il dente. Alcune forme di parodontite sono causate da una cattiva igiene orale, accumulo di tartaro e conseguente infiammazione cronica dell’osso, con perdita di tessuto di sostegno dentale. Altre forme sono ereditarie, su base genetica, e si possono manifestare anche in giovane età.

Forme croniche di parodontite sarebbero associate a un aumento del rischio di carcinomi alla testa e al collo. A evidenziare, per la prima volta, l’associazione è uno studio pubblicato su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention che, attraverso
specifici esami radiologici, ha valutato il grado di perdita ossea alveolare in 463 pazienti con parodontite a livello della cavità orale, dell’orofaringe e della laringe. I ricercatori hanno osservato un aumento del rischio di questi tumori di circa 4 volte per ogni millimetro di assottigliamento dell’osso alveolare.

La più stretta correlazione è stata ritrovata per le forme parodontiche a carico della cavità orale, anche nei pazienti che non avevano mai fumato e consumato alcol. Lo studio ha, inoltre, consentito di evidenziare una maggiore incidenza di tumori alla cavità orale nei pazienti con parodontite rispetto ai controlli (32,8% vs 11,5%).

Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, 2009 18:2406-2412

La ricerca dei fattori che stimolano l’infiammazione delle strutture dentali, ha individuato i geni che producono le proteine infiammatorie. Attraverso l’analisi genetica disponibile presso l’Istituto di Medicina Biologica di Milano, è possibile effettuare il test genetico e mettere in atto i presidi terapeutici che riducono l’infiammazione dei tessuti orali.

Utile per la prevenzione non solo delle malattie della bocca come la parodontosi, ma anche come prevenzione di possibili malattie di carattere sistemico. Ricordano che la prevenzione per alcune malattie particolarmente gravi, rimane ad oggi l’unica possibilità terapeutica disponibile.

 



Ottobre 5, 2009 RASSEGNA STAMPA

Nel 1999 il Ministero della Sanità ha emanato specifiche linee guida per disciplinare l’uso degli integratori alimentari, definiti “alimenti adattati a un intenso sforzo muscolare soprattutto per gli sportivi“, nel tentativo di proteggere il consumatore rispetto alle spinte

promozionali di questi prodotti che, non essendo farmaci, non necessitano di prescrizione medica e sono spesso assunti senza un controllo adeguato. Mentre gli integratori energetici (a base di carboidrati, con l’aggiunta di qualche vitamina e a volte antiossidanti) e gli integratori idro-salinici (contenenti elettroliti eventualmente associati a zuccheri e vitamine) hanno un razionale d’uso, ovvero il loro utilizzo può essere giustificato in alcune situazioni, per le altre categorie di prodotti, salvo rare eccezioni, non è ancora stata scientificamente dimostrata una reale efficacia. Integratori che contengono proteine, aminoacidi, creatina e combinazioni variabili, sono acquistati da alte percentuali di sportivi, a tutti i livelli, non per sopperire a una mancanza nutrizionale, quanto piuttosto perché è diffusa l’opinione che questi integratori, assunti in dosi elevate, possano portare dei miglioramenti alle loro prestazioni.

Si definiscono “ergogeni” e, in base ai poteri loro attribuiti dalla pubblicità sono:

  • anabolizzanti, che hanno un effetto diretto sul metabolismo proteico e favoriscono il rilascio dell’ormone della crescita e/o del testosterone endogeno;
  • aerobici, per aumentare la prestazione aerobica, intervengono sui meccanismi di utilizzo dei substrati energetici e sullo smaltimento dell’acido lattico;
  • antiossidanti, con azione protettiva rispetto ai radicali liberi;
  • anoresizzanti e stimolanti, che agiscono sul sistema nervoso;
  • ricostituenti, con azione generalizzata sull’organismo. Il fatto che spesso gli ingredienti siano prodotti naturali (guaranà, ginseng, caffeina ecc.) non ne esclude la tossicità, soprattutto in merito ai dosaggi utilizzati. Per esempio, la dose di creatina normalmente assunta dai body builders e da molti di coloro che vogliono “metter su massa”, è di 20-25 grammi al giorno, corrispondente a oltre 12 Kg di carne, per lunghi periodi di tempo.

Non esiste alcun tipo di certezza riguardo l’innocuità di questo comportamento, soprattutto a lungo termine. Eppure, l’assunzione di prodotti non vietati per doping (farmaci, vitamine, integratori alimentari) è una prassi ormai generalizzata, sia nell’amatore che nel professionista. In realtà, già nella definizione attribuita dal Ministero della Sanità sorge il primo dubbio: come quantificare un “intenso sforzo muscolare” che giustifichi l’assunzione di supplementi?

È possibile che un corretto piano nutrizionale e una coerente pianificazione degli allenamenti e degli impegni sportivi soddisfino totalmente le esigenze di chi fa sport, anche ad alto livello?

Il professor Fabrizio Angelini, medico endocrinologo, consulente nutrizionista della Juventus e consigliere nazionale SIAS (Società Italiana di Alimentazione e Sport), ci è venuto in soccorso e ha messo a disposizione tutta la sua esperienza e la sua competenza per rispondere a queste e altre domande.

Tendenzialmente, un programma alimentare studiato sull’atleta riesce a garantire il completo soddisfacimento dei suoi bisogni?

Innanzitutto, un piano nutrizionale deve essere frutto di un’accurata fase diagnostica, volta a investigare diversi fattori. A livello ematochimico generale, per verificare che non ci siano carenze (anemia), che l’apparato metabolico funzioni bene (funzionalità epatica e renale), che non siano presenti marker di infiammazione (es. proteina C-reattiva). Sono poi da valutare eventuali intolleranze alimentari, sebbene ancora non esistano metodiche certe per identificarle, ma alcuni test (es. il Test Alcat) se eseguiti dopo un’accurata anamnesi possono dare indicazioni interessanti. Poi, ancora, i parametri ormonali, soprattutto per quel che riguarda la funzione tiroidea, gonadica e surrenalica. Non trascurerei soprattutto negli atleti di endurance o top level la valutazione dello Stress Ossidativo, che può essere eseguita sia sul plasma (d-roms test e BAP) che sulle urine (dosaggio della malaldeide urinaria). Per quanto riguarda la composizione corporea, ritengo importante sottolineare un corretto utilizzo dell’impedenziometria, che non dà informazioni sulle masse, bensì sui liquidi corporei. Massa magra e massa grassa sono misure che si ricavano tramite equazioni indirette, che non sono così precise. L’impedenziometria, invece, fornice informazioni importanti sullo stato di idratazione e sulla quantità di cellule metabolicamente attive. La metodica standard per la valutazione delle masse corporee è la Dexa, che consente di avere anche informazioni segmentarie, per la valutazione della distribuzione del grasso corporeo o eventuali sviluppi asimmetrici della muscolatura. Va inoltre eseguita la valutazione del dispendio energetico, tramite calorimetria indiretta o holter metabolico o l’associazione dei due. Importante è, infine, l’anamnesi nutrizionale: come il soggetto mangia, orari di pasti e allenamenti, orari di sonno e veglia.
La valutazione della sfera personale è tanto più importante nell’atleta amatoriale, la cui vita sportiva non è così rigorosa e deve essere fatta conciliare con la giornata lavorativa. Secondo gli ultimi dati della letteratura, un soggetto che svolge attività fisica due volte la settimana è considerato un sedentario. Quindi, già chi sostiene 4-5 allenamenti settimanali di buona intensità è da considerarsi un atleta con delle necessità che vanno oltre il maggiore fabbisogno calorico: il piano nutrizionale deve considerare la regolazione dei macro nutrienti, degli orari di assunzione, valutare la necessità di eventuali supplementi e considerare infine il valore antinfiammatorio, per evitare che l’atleta si infortuni troppo spesso o che recuperi bene quando gli impegni sono ravvicinati.

A suo parere è ragionevole che un atleta amatoriale, così come un frequentatore di centri fitness, assuma integratori alimentari? Come gestire in assenza di uno specialista posologie, scelte, dosaggi?

Intendiamoci sul concetto di integrazione alimentare. Se una persona svolge attività fisica con intensità media e si alimenta in maniera adeguata con un piano nutrizionale stabilito da un nutrizionista, il più delle volte non necessita di una supplementazione per l’attività sportiva magari daremo delle indicazioni sul timing di assunzione dei nutrienti. Ma se il riferimento è il livello standard di alimentazione, quindi non calibrata nella quantità e nella qualità, allora la risposta è molto probabilmente affermativa, soprattutto per il discorso legato all’infiammazione. Quello che assolutamente non deve essere praticato è il faidate: creatina, aminoacidi ramificati, proteine, omega 3 tutte le integrazioni devono essere valutate all’interno di un piano nutrizionale gestito da un professionista, perché la loro assunzione sia giustificata da un razionale. Eppure il faidate è molto diffuso…

Prendiamo ad esempio la creatina, assunta, secondo gli studi effettuati dall’Istituto Superiore di Sanità, dal 50% degli atleti, e molto diffusa anche fra gli amatori: non esiste dimostrazione scientifica di un suo possibile effetto anabolizzante, e rispetto all’effetto energetico come riserva fisiologica per la contrazione per l’ATP, dura solo pochi secondi, quindi può essere utile solo negli sport che durano pochi minuti e che necessitano di uno sforzo immediato. Perché, a suo parere, questo prodotto è così utilizzato?

La creatina è un integratore ottimo, ma deve avere un razionale: non tutti i tipi di sport ne giustificano l’assunzione, ma ci deve essere una prescrizione, non farmacologia, ma di integrazione. Altrimenti, parliamoci chiaro, è alterare la prestazione. Non si sa se la creatina assunta oltre una certa grammatura possa fare male, ma sicuramente non produce effetti positivi sulla performance. Non esistono dati in letteratura e questo vale per moltissime sostanze. Una supplementazione può essere motivata solo da una carenza, o da un momentaneo stress dell’organismo, che si può verificare, per esempio, dalla perdita di massa magra, per cui utilizzerò sostanze pro-anaboliche o anti-cataboliche. Se, per esempio, l’atleta deve sostenere un impegno fisico importante protratto nel tempo posso utilizzare anche sostanze ergogeniche, Altrimenti, si va contro al primo principio della nutrizione dello sport che dice: preserviamo la salute dei nostri atleti.

Molti considerano l’assunzione di integratori alimentari come l’anticamera del doping: lei è d’accordo con questa opinione?

Quando qualsiasi prodotto viene utilizzato senza uno specifico razionale e a dosi elevate, si entra nel sottile confine fra integrazione, supplementazione e doping. Ma sia chiaro: se cerco un’iper-dose è perché voglio ottenere un ipereffetto. I nostri nonni non avevano bisogno di un nutrizionista dello sport, perché il rapporto con l’alimentazione era molto diverso: il cibo era l’energia immagazzinata necessaria per svolgere la propria giornata. Oggi l’attività fisica viene limitata a una parte della giornata, uno sforzo concentrato in un breve lasso di tempo rispetto al normale stat o di sedentarietà, e non è detto che questo produca effetti sempre positivi. L’amatore a volte è a rischio di salute più del professionista, perché non è seguito da nessuno. In questi atleti il ruolo del nutrizionista sarebbe fondamentale. Come Sias (Società Italiana di Alimentazione e Sport) stiamo strutturando un questionario anamnestico per svolgere un’indagine epidemiologica sulle abitudini alimentari dello sportivo, a partire da come si alimenta, si idrata, se usa integratori e chi glieli prescrive. Le faccio un altro esempio con delle sostanze che sono attualmente molto di moda: gli antiossidanti. Ebbene, lo stress ossidativo è molto difficile da individuare e riconoscere, è un processo fisiopatologico che conosciamo ancora poco, eppure sono ormai tantissimi sul mercato i prodotti venduti come in grado di combatterlo: che logica ha? Valutiamo lo stress ossidativo e poi interveniamo con un’antiossidazione mirata. Anche le vitamine… una dose da 500 mg di vitamina C ha sicuramente un’azione antiossidante , ma esistono delle modalità e delle necessità di assunzione.
Certo che se un atleta si alimenta in modo scorretto, considerando anche che il valore nutrizionale degli alimenti non è più quello di un tempo, ci può essere una carenza vitaminica: ma la carenza nutrizionale va comunque rilevata.

Sempre la stessa ricerca condotta dall’Istituto Superiore di Sanità ha inquadrato questo fenomeno di abuso di sostanze come “medicalizzazione dell’atleta”: infatti, oltre a integratori (assunti dal 70% degli sportivi) e vitamine soprattutto C e D (dal 100%), si è registrato un abuso di farmaci veri e propri (soprattutto FANS, antidolorifici con azione antinfiammatoria, fra i più utilizzati, anche alla ricerca di un’azione preventiva sul DOMS). Uno studio effettuato dalla Fifa su rapporti redatti dai medici delle squadre che hanno partecipato ai mondiali del 2002 e del 2006 riporta cifre elevatissime di consumo di integratori e farmaci, numeri che, nelle parole del responsabile del settore medico della FIFA Jiri Dvorak “sollevano interrogativi sul fatto che i medicinali siano presi solo per ragioni terapeutiche” facendo ipotizzare una eccessiva prescrizione di farmaci per uomini adulti sostanzialmente sani. Qual è la sua opinione in merito?

Io non sono un medico dello sport, ma come medico non sono assolutamente d’accordo. L’atleta è fondamentalmente una persona sana, anche se il professionismo porta spesso con sé dei problemi fisici importanti. Ma una macchina che si usura prima non giustifica, comunque, l’utilizzo indiscriminato di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) o di altri tipi di trattamento. Sicuramente la possibilità di pianificare preparazioni atletiche sempre più mirate e individualmente differenziate rappresenta una difficoltà negli sport di squadra, ma io credo che l’atteggiamento tendenzialmente prescrittivo sia, purtroppo, anche retaggio della nostra formazione medica italiana. Il farmaco deve essere somministrato in fase acuta, quando c’è dolore, o infiammazione, sicuramente solo in presenza di una diagnosi. Invece, pensi solo che il pacco gara dell’ultima Stramilano conteneva un libretto di consigli utili*, in cui si indicava espressamente di prendere un’aspirina (che è un FANS) subito dopo la gara… ma si rende conto? Un anticoagulante! Teniamo anche conto che l’aspirina, andando a inibire le prostaglandine, ha un effetto negativo sulla diuresi e sul ricambio idrico… Poi è chiaro che, davanti a un trama acuto o infiammazione acuta, il medico deve fare il medico, anche se ci sarebbero comunque molti approcci diversi. Credo che l’approccio multidisciplinare, che include anche visioni non esclusivamente “mediche” come la fitoterapia, l’omeopatia, l’osteopatia, sia importante anche per capire il motivo che causa gli eventi traumatici o infiammatori. Altrimenti, è come prendere un antinfiammatorio per il mal di testa senza indagare mai sulle origini del mal di testa. Poi gli atleti si rompono lo stesso, ma se tenuti sotto controllo si riducono le incidenze.

  • Da “10 consigli per la vostra prima maratona”, firmati da Linus. Con la collaborazione scientifica del Dottor Giuseppe Fischetto, specialista in Medicina dello Sport e Medicina Interna, responsabile Settore Sanitario Nazionale della Fidal, membro della Commissione Medica e antidoping della Federazione Internazionale atletica leggera. “tornano buoni due o tre consigli, questi sì uguali per tutti, dilettanti e professionisti. Subito dopo il traguardo un bicchiere di Coca Cola ha il potere di “ri-av-viare” il vostro stomaco come fate col vostro computer, qualcuno addirittura riesce a scolarsi una meravigliosa birra gelata. Poi un’aspirina per aiutare l’organismo a smaltire tutti i piccoli processi infiammatori, se non qualcosa di più potente con la supervisione di un medico sportivo”.

Fonte: Professione Fitness – Gennaio 2010

PROF. FABRIZIO ANGELINI Medico Chirurgo Specialista in Endocrinologia – Docente di Psiconeuroendocrinologia Università di Parma – Medico Nutrizionista Juventus Fc Torino – Responsabile Sezione Nutrizione e Sport SIAS.



Settembre 30, 2009 Newsletter

Le malattie del fegato sono un fenomeno molto diffuso; infatti le 3 più importanti patologie – steatosi non alcolica (accumulo di grasso nelle cellule), epatopatia alcolica (steatosi dovuta all’eccesso di alcol), infezione da HCV (virus dell’epatite tipo C) – hanno avuto negli ultimi anni un aumento della loro incidenza. Da una parte ciò è dovuto anche al miglioramento dell’aspetto diagnostico ma soprattutto dall’aumento dei fattori di rischio per malattia epatica; data la fondamentale azione disintossicante del fegato è evidente che tutti i fattori che determinano un sovraccarico di tossine da eliminare rappresentino un importante fattore di rischio per le malattie epatiche. Tra questi sicuramente gli errori dietetici e abitudini errate come fumo e abuso di alcolici.

Ben noti sono gli effetti deleteri dell’abuso di bevande alcoliche; molti studi hanno provato che una dieta ricca di colesterolo è in grado di produrre statosi (grasso) del fegato, mentre una dieta a basso contenuto di proteine animali è associata ad una diminuzione del danno al fegato in presenza di epatite.

E’ quindi lecito ipotizzare che errori alimentari continui e ripetuti possano alla lunga contribuire all’insorgenza di cirrosi e tumori epatici; pertanto è molto importante valutare periodicamente lo stato morfologico e funzionale del fegato. Accanto ai comuni esami presso l’Istituto di Medicina Biologica viene proposto un nuovo esame chiamato Fibromax che è in grado di approfondire lo stato funzionale del fegato. Attraverso un semplice prelievo di sangue vengono valutati alcuni parametri che indagano in maniera dettagliata alcune funzioni del fegato; inoltre, in caso di malattia epatica già conclamata, permette di monitorare attentamente il tipo di evoluzione che sta seguendo la malattia.

Data l’importanza del fegato per il mantenimento della salute, questo esame innovativo appare come uno strumento aggiuntivo per la diagnostica e la prevenzione.



Settembre 30, 2009 Newsletter

A Londra, alla conferenza della WCRF su alimentazione e cancro, si è discusso di temi fondamentali per l’impostazione individuale e sociale dell’alimentazione mondiale per i prossimi 10 anni. I dati presentati parlano della possibilità di ridurre di oltre 1/3 le morti per cancro, curando l’alimentazione.

In questo convegno a Londra, si è parlato di un tale numero di morti evitabili con sole scelte alimentari, cifre da farci riflettere.

Alcuni ricercatori internazionali della WCRF hanno segnalato il fatto che l’attivazione della infiammazione causata dalla ingestione del cibo e quindi la presenza delle citochine (sostanze prodotte dagli anticorpi che vivono sotto la mucosa intestinale) derivanti dal rapporto tra intestino e cibo, sono in grado di partecipare alla induzione delle forme tumorali (un po’ come dire che le allergie alimentari ritardate, cioè le intolleranze alimentari, potrebbero contribuire alla induzione di forme tumorali).

Significa che c’è un fenomeno infiammatorio alimentare, percepito dai pazienti, che deve essere meglio definito e capito, ma c’è. Sappiamo anche che la diagnostica di una intolleranza alimentare è ancora oggi affidata a test non convenzionali.

Esiste in Italia da alcuni anni l’unico test in grado di diagnosticare le allergie alimentari o intolleranze alimentari, ALCAT® Test, utile strumento diagnostico per il medico che può elaborare delle strategie e soluzioni cliniche.

Negli ultimi tempi è stato chiarito che le allergie alimentari hanno due vie preferenziali, la classica con produzione di IgE e la via alternativa, con sviluppo su anticorpi granulociti che si attivano al contatto di un alimento non tollerato dall’organismo.

Un cenno al problema dell’obesità, che è riconosciuta oggi come il più importante fattore di induzione tumorale esistente.
Una recente scoperta rileva che i Macrofagi, cellule connesse alla allergia, si attivano determinando insulino resistenza e ingrassamento.
Questo fatto ci fa ragionare sul ruolo importante della infiammazione allergica da cibo nell’obesità e quindi su come questa favorisca malattie cardiovascolari e addirittura promuova il cancro.

Quello che l’Istituto di Medicina Biologica sta facendo in questi anni di duro impegno professionale e di ricerca, va al di là del conteggio delle calorie: l’I.M.B.IO., mette in prima fila la ricerca di soluzioni per contrastare la genesi tumorale e l’obesità.

 



Giugno 30, 2009 Newsletter

In occasione del XXVIII Congress of the European Academy of Allergy and Clinical Immunology, tenutosi in Polonia a Varsavia dal 6 al 10 giugno scorso, l’Alcat Test, il test per la diagnosi delle intolleranze alimentari distribuito in esclusiva in Italia da Imgep, ha ricevuto il riconoscimento ufficiale della propria scientificità.

Durante il Congresso infatti sono stati presentati gli studi condotti dalla dottoressa Berardi dell’Istituto San Matteo di Pavia, che ha provato l’efficacia dell’Alcat Test su un campione scientifico di pazienti sofferenti di intolleranze alimentari e non soggetti a terapie con farmaci che potevano falsare i risultati dei test.

Questi test hanno dimostrato l’efficacia dell’Alcat Test di diagnosticare l’intolleranza alimentare, e hanno provato nella maggior parte dei pazienti anche un miglioramento delle loro condizioni dopo un trattamento di diete specifiche per far fronte all’intolleranza diagnosticata con l’Alcat Test.

E’ possibile leggere degli abstract sui risultati dei test di Pavia presentati al XXVIII Congress of the European Academy of Allergy and Clinical Immunology sul sito dell’evento, risultati che verranno anche presentati il prossimo 27 giugno in occasione di un convegno all’Università di Pavia, mentre approfondimenti sull’Alcat Test possono essere reperiti nella pagina del sito dedicata all’Alcat Test.

Per informazioni è anche possibile contattare Imgep ai recapiti riportati di seguito:

I.M.Ge.P. – Istituto di Medicina Genetica Preventiva
Via Molino delle Armi 3/5 – 20123 Milano
Tel. 02.58300445
Fax: 02.58300376
Email: segreteria@imgep.com
Sito: www.imgep.com



Maggio 30, 2009 Newsletter

Il 30-31 Maggio prossimo, sul lago D’Idro, si terrà una 24 ore di mountain bike. L’evento questa volta non sarà solo un’importante manifestazione sportiva, ma sarà anche sede di nuovi test medici-scientifici sugli atleti per studiarne i parametri fisiologici e le modificazioni ematochimiche prima, durante e dopo la gara.

Ad organizzare i test sono stati il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Sanità Pubblica dell’Università di Camerino (MC), nella persona del prof. Pierluigi Pompei, Responsabile del Laboratorio di Nutrizione dello Sport della medesima Università, e I.M.Ge.P., l’Istituto di Medicina Genetica e Preventiva di Milano, che da anni effettua e fornisce a terzi importanti test di medicina genetica e preventiva, che vengono poi messi a servizio anche della medicina sportiva.
I test durante la gara di ultraendurance consisteranno in una serie di misurazioni funzionali e determinazione di parametri fisiologici ed ematici.

Per ulteriori informazioni su questi test, è possibile contattare l’istituto I.M.Ge.P. ai riferimenti qui sotto.

I.M.Ge.P. – Istituto di Medicina Genetica Preventiva
Via Molino delle Armi 3/5 – 20123 Milano
Tel. 02.58300445
Fax: 02.58300376
Email: segreteria@imgep.com
Sito: www.imgep.com

I.M.Ge.P. è l’Istituto di Medicina Genetica Preventiva e Personalizzata fondato nel 2006 che promuove la diffusione di test diagnostici e la determinazione del profilo individuale di rischio a sviluppare patologie degenerative.


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