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Gennaio 1, 2013 Newsletter

L’alcool è una sostanza di origine naturale proveniente dalla fermentazione e/o distillazione di cereali, frutta o verdura. È conosciuto come la sostanza psicoattiva più antica e più diffusa. Ma se è di origine naturale, come mai può arrivare a creare assuefazione, tossicità ed effetti paragonabili a quelli di una droga ad azione tossica? La risposta sta nella via metabolica utilizzata che fa sì che entri subito nel circolo sanguigno, raggiungendo velocemente il cervello con effetti neurologici immediati. Da qui la dipendenza, il consumo eccessivo fino ad arrivare a squilibri nutritivi e a gravi complicanze per fegato, pancreas, stomaco, sistema nervoso. Alcool e farmaci utilizzano la stessa via metabolica per cui attenzione alle reazioni indesiderate se si assumono medicinali.

Secondo alcuni recenti studi, il “piacere dell’alcool” dipende, insieme con altri fattori, da una predisposizione genetica, così come il “reggere l’alcool” è dovuto al nostro DNA. Il tutto dipende naturalmente dalle dosi assunte, dallo stato di salute e dal metabolismo del soggetto. La dose giornaliera di alcool accettabile corrisponde a 0,6-0,7 g/kg di peso corporeo.

Oggigiorno l’alcolismo è una piaga sociale che colpisce non solo gli adulti, ma anche i più giovani.
L’alcool è la nuova moda degli adolescenti: si comincia con il famoso happy hour per continuare con birra, bevande alcoliche di ogni genere e colore, superalcolici. Non si tratta di “gusto del bere” ma di un mezzo per socializzare fino a raggiungere la dipendenza. Quella diffusa tra gli adolescenti non è di certo la “filosofia” del piacere di gustarsi un buon bicchiere di vino con gli amici! Il vino tra l’altro, anche se alcolico, nelle giuste dosi ha effetti benefici sulla salute. Per la ricchezza nutrizionale che lo distingue, può essere considerato un alimento. Quella del vino è una vera e propria cultura. E’ conosciuto fin dall’antichità per i suoi effetti benefici sull’uomo e ancora oggi diversi studi attestano gli effetti positivi che può avere se consumato con moderazione. Il vino con minori controindicazioni fisiologiche è quello a basso contenuto di tannini, poco alcolico, poco aromatico e non manipolato. Le proprietà benefiche del vino derivano dalla presenza di polifenoli e antociani, sostanze antiossidanti e quindi antitumorali. Inoltre, la presenza di resveratrolo, un polifenolo, gli conferisce la capacità di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. L’acido tartarico invece è un antitumorale specifico per la prostata.

Il vino rosso, rispetto a quello bianco, presenta una maggior concentrazione di polifenoli e quindi una maggior capacità antitumorale. Il vino bianco, essendo un vino meno “strutturato”, e quindi meno forte, necessità dell’aggiunta di conservanti e stabilizzanti, ecco perché è spesso responsabile del cosiddetto “cerchio alla testa”.

La bella notizia è che il vino può essere integrato nei pasti delle diete dimagranti. Al di là del suo contenuto calorico è, infatti, più importante conoscere le caratteristiche degli altri alimenti che compongono un determinato pasto: se ad esempio si tratta di un pasto con un buon apporto di zuccheri, allora sarà bene evitare l’associazione del vino e in particolare sarà il paziente diabetico a dover fare molta attenzione.

Ecco perché consiglio sempre di attenersi al consiglio di uno specialista. Particolare attenzione dovranno fare anche i soggetti con intolleranze alimentari e, parlando di vino, mi riferisco agli intolleranti al nichel ad esempio. Il nichel è un metallo presente nel terreno in grado contaminare frutta, verdura e prodotti da essi derivanti. Le bevande alcoliche possono esserne contaminate anche per il processo di lavorazione che la materia prima subisce. Il nichel è presente nel vino per cui anche in questo caso sarà lo specialista a valutare la situazione nello specifico.

Se invece non avete allergie o intolleranze diagnosticate ma, in seguito ad un paio di bicchieri di vino avvertite sintomi quali difficoltà digestive, reflusso gastrico, eruzioni cutanee, ecc., allora sarà bene effettuare l’ALCAT Test per le intolleranze alimentari (i sintomi da intolleranza possono manifestarsi fino a 48 o anche 72 ore dopo). Nel caso di vino e bevande alcoliche in generale, la causa della vostra intolleranza potrà essere il nichel o uno degli additivi chimici aggiunti durante la lavorazione o l’alimento utilizzato come materia prima. L’ALCAT Test, presente da più di vent’anni nell’ambito dell’alimentazione, e validato da studi diversi condotti presso centri di ricerca, permette di testare alimenti, nichel, additivi chimici (coloranti, conservanti, stabilizzanti) ecc. con un semplice prelievo di sangue. In seguito potrete rivolgervi al vostro medico o nutrizionista di fiducia che vi aiuterà nel risolvere il vostro problema attraverso una terapia nutrizionale e non farmacologica.

Per concludere diciamo che il vino è di certo la bevanda che rende piacevoli i pasti con gli amici, tiene compagnia e ci rende allegri e rilassati ma è bene che non diventi il nostro amico fedele. A tale proposito, dato che può essere per diversi motivi considerato un “medicamento”, ricordiamo sempre che come tutte le medicine va assunto in modo controllato.

a cura della dr.ssa Jessica Barbieri, Biologa Nutrizionista, Consulente IMBIO  Istituto di Medicina Biologica Milano.



Novembre 30, 2012 Newsletter

Il problema delle intolleranze e allergie alimentari è sempre più sentito: allo stesso tempo sono sempre più diffusi esami privi di rigore scientifico.

L’unico scientificamente riconosciuto dalla Food & Drugs Administration americana è l’Alcat Test.
A Roma il solo centro in cui è possibile effettuarlo è l’istituto di medicina estetica Frontis, in IV Municipio.
Il direttore sanitario Paola Fiori spiega l’importanza di cura e prevenzione delle intolleranze.

Cosa sono le intolleranze? Sono reazioni ad alimenti, additivi chimici, conservanti, coloranti, antibiotici e antinfiammatori. Vanno distinte dalle allergie perché possono verificarsi anche dopo molto tempo con disturbi come dermatite, raffreddore, tosse, asma, gastrite, colon irritabile, rilevabili con l’Alcat-test.

In cosa consiste questo Test? Si effettua sul sangue, rileva intolleranze di ogni tipo indicando quantitativamente anche il grado di intolleranza.
Si esegue nell’Istituto di medicina genetica preventiva di Milano che ha scelto in base a precisi requisiti alcuni centri di riferimento in varie città d’Italia. L’istituto Frontis è stato prescelto come riferimento per i pazienti su Roma.

Bisogna eliminare per sempre i cibi risultati positivi? No. È il medico, in base al grado di intolleranza e ai sintomi, a decidere per quanto tempo eliminare un alimento. È sempre il medico a decidere quando reinserire i cibi risultati positivi e la frequenza con cui reinserirli per evitare ricadute.

Si può guarire, quindi, dalle intolleranze? Direi proprio di si, ma la guarigione dipende anche dalla tempestività nella diagnosi.

Stefania Gasola

Intervista a Paola Fiori, direttore sanitario dell’istituto di medicina estetica Frontis

da “la voce del Municipio” – 16 novembre 2012, Roma

In IV Municipio presso il centro Frontis è possibile effettuare l’Alcat Test, l’unico metodo scientificamente riconosciuto per rilevare le intolleranze

stefania.gasola@vocequattro.it



Ottobre 30, 2012 Newsletter

Le proprietà nutritive del latte sono sempre state associate al concetto di salute e crescita, e il suo consumo è parte di una cultura popolare che si tramanda da generazioni.Si tratta, infatti, di un alimento indispensabile per il bambino in crescita. Per gli adulti il discorso è differente e per valutare gli effetti positivi del suo consumo dobbiamo considerare diversi aspetti. Primo fra tutti, la qualità del prodotto.

La gestione dell’allevamento delle mucche da latte è stata modificata nel tempo, con importanti conseguenze nelle proprietà e nella sicurezza dell’alimento: il latte che beviamo oggi ha una qualità inferiore rispetto a quella di tanti anni fa. Perché il latte sia di massima qualità, le mucche dovrebbero poter pascolare e alimentarsi in erba, libere di muoversi per tutto il giorno. Lo scenario può essere invece molto diverso: le mucche sono mantenute in batterie, con mangimi a base di soia, fieno e alimenti derivati. Non possono muoversi liberamente e passano gran parte del tempo a mangiare biada, sottoposte a stress produttivo con la somministrazione di fattori di crescita che aumentano la produzione di latte, anche di 4 o 5 volte in più rispetto alla normalità.

Il latte prodotto dalle mucche al pascolo sarà quindi più ricco di omega tre, antiossidanti naturali, proteine, calcio e minerali, mentre quello prodotto dalle mucche in batteria conterrà questi fattori nutritivi in quantità ridotta.

Altra importante considerazione riguarda la correlazione tra il consumo di latte e latticini nell’adulto e il rischio di contrarre patologie prostatiche, fino al cancro prostatico. [Torniainen S. et al Lactase persistence, dietary intake of milk, and the risk for prostate cancer in Sweden and Finland, Cancer epidemic, Bio makers e prevention, 2007, 16 (5), pp. 956-61].

Dall’altra parte però esiste anche un ruolo protettivo per il tumore al colon, data la presenza nel latte di una sostanza chiamata lattoferricina che deriva dalla digestione enzimatica della lattoferrina, nota per le proprietà anti cancro e immunostimolanti.

Nella donna, un elevato consumo di latte e latticini favorisce la produzione di cisti ovariche, seno fibromatoso e tumore al seno. Ecco perché le linee Guida della prevenzione anticancro, diffuse dai centri di terapia oncologica, sconsigliano il consumo di latte alle donne che hanno avuto un problema oncologico a seno, utero e ovaie.

Inoltre, Il 55% della popolazione mondiale è intollerante al lattosio, il principale zucchero del latte. Tuttavia, esiste una grande variabilità geografica: nei paesi dell’Europa settentrionale il 60-70% delle persone mantiene Ia funzione dell’enzima che digerisce il lattosio. Man mano che si scende dal nord Europa, invece, l’attività della lattasi si riduce: nella nostra penisola e dintorni, bacino del Mediterraneo, il deficit genetico per la Lattasi è molto frequente.

Come tutte in tutte le situazioni confuse, è importante non adottare concetti estremi e prese di posizione inutili. Forse basta una domanda molto semplice: abbiamo bisogno di grandi quantità di latte e prodotti lattiero caseari?
I bambini sì, è chiaro per tutti. Gli adulti no!

Infine, è importante ricordare che uno screening genetico può aiutarci a individuare le persone che possono trarre beneficio da un’alimentazione a base di prodotti lattiero caseari. La personalizzazione del consiglio nutrizionale, e il buon senso, ancora una volta, prevalgono sulle credenze popolari. Bisogna rivolgersi a uno specialista in nutrizione che possa avvalersi dell’indagine genetica, per meglio consigliare e educare non solo il singolo soggetto ma tutta la famiglia.



Marzo 30, 2012 Newsletter

Le oltre 500 donne che lo scorso 10 marzo hanno partecipato alla VII edizione del Convegno di Medicina Estetica Personalizzata, organizzato da Frontis – società di medicina del benessere, dimostrano quanto il crescente interesse femminile verso la cura della persona riguardi sia il punto di vista fisico sia quello psichico.

1203_Giuseppe_Di_FedeL’evento, tenutosi a Roma presso l’Ateneo Salesiano, ha rappresentato un importante momento di dialogo e confronto sui temi centrali per la salute dell’universo femminile: la medicina integrata, l’alimentazione, la sicurezza, la medicina estetica.

Tra gli argomenti più dibattuti: il grande valore per il nostro benessere psico-fisico della terapia integrata, che unisce l’omeopatia alla medicina tradizionale; l’utilizzo degli integratori; l’importanza di una corretta lettura delle etichette e del consulto di un valido professionista.

Numerosi gli specialisti medico-estetici, i chirurghi, gli omeopati e i docenti presenti. Tra questi, anche il Prof. Giuseppe Di Fede, Direttore Sanitario di Imbio e Imgep – Milano, che nell’ambito della tavola rotonda dedicata all’alimentazione, ha affrontato il problema delle intolleranze alimentari. Particolare attenzione è stata dedicata ad Alcat test, moderno strumento la cui attendibilità permette una diagnosi certa d’intolleranza alimentare su base citotossica.



Dicembre 30, 2011 Newsletter

La Nutrigenomica è una scienza preventiva per l’organismo umano, in grado di combinare la genetica con la nutrizione. Negli ultimi anni, la ricerca in questo campo, prima ancora della diagnosi clinica, si è spinta nel progetto e nell’elaborazione di test atti a identificare le mutazioni responsabili di alcune delle più comuni e gravi patologie: diabete, ipercolesterolemia, intolleranze alimentari e cancro.
È stata associata a questo tipo di studio una scrupolosa indagine sui benefici che alcune categorie alimentari apportano se introdotte preferenzialmente nella dieta. Alcune delle interazioni tra nutrizione e genetica possono determinare infatti la patogenesi di alcune malattie. I nostri geni sono i garanti del buon funzionamento di tutto l’organismo e lo sono anche del nostro adattamento all’ambiente (epigenetica).

Noi siamo il risultato dell’interazione fra i Geni e l’ambiente, inteso come tutto ciò che ci circonda (luogo, stile di vita…).

In alcuni individui l’attività di alcuni geni è alterata e di conseguenza le proteine prodotte possono essere modificate al punto da non svolgere il compito designato. La conseguenza è quella di avere dei “lavoratori” che svolgono il proprio compito in maniera impropria predisponendo lo sviluppo di alcune malattie.

Una corretta e mirata nutrizione unita alla diversità genotipica di ciascun individuo ha chiarito non solo le linee guida per la prevenzione di un vasto numero di patologie, ma ha anche permesso lo sviluppo di nuove terapie sperimentali, coadiuvanti la cura e il miglioramento di malattie complesse come quelle metaboliche, neurodegenerative, neoplastiche e da stress ossidativo.

Il test genetico Gene and Diet, è stato messo a punto per la ricerca delle seguenti predisposizioni: diabete tipo due, predisposizione all’intolleranza agli zuccheri e sindrome metabolica, obesità e sovrappeso, aterosclerosi, ridotta capacità disintossicante dell’organismo, artrosi, osteoporosi, predisposizione alle malattie infiammatorie, intolleranza al lattosio e alla celiachia, sensibilità allo zucchero, alcol, sale, metabolismo dei grassi.

L’alimentazione ha un ruolo ben più importante di quanto si possa immaginare. Individuare i geni alterati permette, grazie alla nutriterapia, di determinare metodi preventivi legati all’alimentazione e fornisce la possibilità di curarsi con gli alimenti. La refertazione evidenzierà, infatti, la serie di Polimorfismi Genetici presenti dell’individuo. Inoltre, per ogni assetto genomico indagato, evidenzierà particolari suscettibilità a tali malattie multifattoriali suggerendo controlli, stili di vita e di alimentazione in grado di modificare il rischio identificato.

Come ultima analisi, saranno indicati i possibili interventi attuabili tramite specifici prodotti, individuati in seguito all’analisi genetica, che suggerirà ciò di cui i nostri geni hanno realmente bisogno. Questa analisi Genetica Personalizzata, denominata brush test, si effettuata prelevando le cellule di sfaldamento della mucosa orale attraverso uno speciale spazzolino. È possibile eseguire il brush test a qualsiasi età, una sola volta nella vita.



Dicembre 30, 2011 Newsletter

La farmacogenomica è una scienza emergente in grado di evidenziare come le nuove conoscenze sul DNA umano e sui suoi prodotti (gli RNA e le Proteine) possano essere utilizzati nella scoperta e nello sviluppo di nuovi farmaci.

Nonostante il genoma umano sia comune agli individui per la sua quasi interezza, esistono circa 3 milioni di polimorfismi. Poiché ciò che cambia è un singolo nucleotide (o base), queste variazioni individuali sono chiamate Polimorfismi di Singolo Nucleotide (o SNPs).

Capire e interpretare il comportamento dei geni, consente alla farmacogenomica di scoprire nuovi farmaci, soprattutto quelli più innovativi, in grado di curare malattie per le quali oggi non vi è cura disponibile. Studiare i geni ci aiuta a comprendere il meccanismo patogenetico di una malattia, ma ciò che è fondamentale conoscere è il significato della variabilità naturale nelle sequenze di DNA.
Questa analisi permetterebbe, infatti, non soltanto di capire perché differenti pazienti rispondano diversamente ai farmaci, ma soprattutto di progettare una terapia in grado di valutare l’interezza e la complessità del genoma umano.

Vi sono numerosi esempi in cui gli studi sul genotipo hanno individuato associazioni clinicamente rilevanti tra polimorfismi genetici nei bersagli farmacologici e le malattie. Attualmente, però, le più grandi opportunità di applicazione clinica provengono dalla correlazione tra le variazioni genetiche e gli enzimi coinvolti nel metabolismo dei farmaci.

Esiste un numero ristretto di polimorfismi rilevanti nell’ambito degli enzimi farmaco metabolizzanti (DMEs). Molti di essi, tra cui il polimorfismo a carico della tiopurina metiltranferasi (TPMT), danno origine a mancati effetti terapeutici o a eccessive risposte di farmaci comunemente utilizzati per trattare malattie cardiovascolari, cancro, disordini del sistema nervoso centrale e dolore. Il TMPT è responsabile del metabolismo dei farmaci contenenti tiopurina. Pazienti con un deficit congenito di TMPT soffrono di una severa e potenzialmente fatale tossicità ematopoietica quando esposti a dosi standard di tiopurina. Test genetici del TMPT hanno mostrato la loro efficacia nel management clinico di pazienti con leucemia linfoblastica acuta. Inoltre i test di farmacogenomica sono diventati parte integrante del trattamento del carcinoma mammario metastatizzato, con l’utilizzo di Trastumazab (Herceptin). Questo anticorpo clonato è infatti in grado di bloccare il recettore HER2 nella sua attività di progressione di formazione tumorale, metastasi e resistenza agli agenti chemioterapici. Il test per HER2 è in grado, dunque, di individuare i pazienti sovraesprimenti HER2 che rispondono al Trastumazumab. Sono stati inoltre effettuati studi sulla famiglia enzimatica CYP2D6, o 2D6, responsabile del metabolismo del 25% di circa tutti i farmaci.

Polimorfismi di questi geni incidono infatti sulla farmacogenomica e farmacodinamica di composti quali amitritilina, fluoxetina, perfenazina, timololo, propafenone, codeina e destromorfano. Fino a poco tempo fa, i test di farmacogenomica venivano usati principalmente in un limitato numero di centri accademici ed ospedali universitari. L’espansione e la diffusione di questi test evidenzia come la tendenza odierna e futura sia l’abbandono della “classica farmacologia”, basata sullo studio generale della patologia, a favore di un’innovativa terapia individualizzata.

Personalizzare la cura significa dunque prevedere ed evitare effetti collaterali, migliorando così l’azione e l’efficacia del composto farmacologico.



Dicembre 30, 2011 Newsletter

Con la sindrome metabolica aumenta il rischio di sviluppare una malattia oncologica. È quanto emerge dal III Congresso Internazionale ARTOI, tenutosi a Roma il 2-3 dicembre 2011.

Numerose ricerche scientifiche internazionali rilevano l’importanza del controllo del peso per ridurre il rischio di sviluppare una patologia tumorale. Diversi studi sono stati avviati anche a livello nazionale presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, reparto di Medicina Preventiva e Predittiva, diretto dal prof. Franco Berrino. Tali studi hanno valutato un campione di pazienti colpite da tumore al seno, sottoposte a terapia tradizionale e nutrizionale, con particolare attenzione al controllo del peso e a determinati parametri metabolici e di laboratorio (livelli ormonali, indici glicemici, parametri metabolici).

Con grande sorpresa dei ricercatori, si è constatato che i pazienti in sovrappeso sono più a rischio di ripresa della malattia rispetto ai pazienti che, attraverso un’alimentazione adeguata e a basso carico glicemico, tengono sotto controllo il peso.

Chi segue una dieta a basso apporto di zuccheri, con poca carne rossa ed eliminando i cibi ricchi di sostanze grasse, gli insaccati e gli alcolici, ad esempio, ha meno possibilità di sviluppare una malattia oncologica.

Le terapie nutrizionali e farmacologiche in grado di ridurre il rischio della malattia possono essere individuate attraverso opportune indagini genetiche che analizzano la predisposizione alla sindrome metabolica. Tra queste vi sono l’indagine della predisposizione alla resistenza insulinica, che porta allo sviluppo del diabete tipo due, del metabolismo dei grassi (lipidi) e quella della predisposizione alla iperomocisteinemia.

Infine, è importante sottolineare che la valutazione dei fattori di rischio della sindrome metabolica – obesità di tipo viscerale, aumento del girovita > 88 cm nella donna e > 102 cm nell’uomo, ipertensione, alti valori di trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo ‘buono’ ed elevati livelli di glicemia – consente di contrastare nel tempo non soltanto il rischio di sviluppare un cancro al seno, ma anche al colon- retto, al pancreas e altri distretti corporei.



Ottobre 30, 2011 Newsletter

La resistenza insulinica può essere definita come una condizione in cui una data concentrazione d’insulina produce un effetto minore di quello atteso.

Epidemiologicamente è un fenomeno rilevante con una prevalenza stimata del 3% nella popolazione statunitense e variabile tra il 3 e il 16% nella popolazione occidentale. La minore prevalenza si registra nella popolazione giapponese, dove si attesta al 2% circa.

Secondo le stime dell’OMS, a causa del progressivo aumento della vita media e dell’incremento demografico nei paesi sottosviluppati, la prevalenza mondiale di questa patologia è destinata a modificarsi significativamente soprattutto nella fascia di popolazione tra 45 e 64 anni dove potrebbe arrivare a raddoppiare entro il 2030. Nella fascia di popolazione oltre i 65 anni, data l’aspettativa di vita media della donna superiore a quella dell’uomo, ci si potrebbe aspettare una maggiore prevalenza nel sesso femminile.

La resistenza insulinica predispone all’intolleranza glucidica e con essa allo sviluppo della sindrome metabolica e del Diabete mellito di tipo 2 con le complicanze che ne conseguono.

Oltre che nelle alterazioni del metabolismo glucidico, la resistenza insulinica sembra essere implicata in un concomitante incremento dei trigliceridi e una diminuzione del colesterolo HDL; è importante inoltre rilevare che la predisposizione genetica può aumentare il rapporto trigliceridi / HDL (colesterolo buono).

La diagnosi precoce di tipo genetico che è possibile effettuare presso IMBIO (Istituto di Medicina Biologica di Milano), permette di attuare un programma nutrizionale adeguato, con particolare attenzione al tipo di alimenti che influenzano l’espressione del gene mutato che saranno quindi eliminati o ridotti dall’alimentazione.

Con un piano alimentare personalizzato in base al risultato del test e un’attività fisica moderata e costante si può ridurre, fino ad abbattere, la possibilità di sviluppo del Diabete Mellito di tipo 2.



Ottobre 30, 2011 Newsletter

La ricerca di base, i trattamenti integrati, la farmacogenomica e la nutrizione in oncologia saranno al centro di questo importante Evento Scientifico che, nell’intento di sviluppare ed estendere le conoscenza delle tematiche di integrazione in oncologia, vedrà confrontarsi numerosi e qualificati professionisti provenienti da tutto il mondo.

In particolare, il prof. Giuseppe Di Fede approfondirà la tematica della nutrizione e degli esami specialistici di nutrigenomica valutandone l’efficacia come strumento di prevenzione e di terapia oncologica, mentre il dott. Cescato parlerà dell’impiego della farmacogenomica nella personalizzazione del trattamento oncologico.

LA NUTRIGENOMICA IN AIUTO ALLA TERAPIA ONCOLOGICA

La neoplasia è una malattia complessa e multifattoriale che non sempre la terapia medica (chemioterapia), la chirurgia, e la radioterapia riescono a curare o a bloccarne la progressione. Sebbene l’integrazione con sostanze naturali e fito-terapiche possa costituire un valido aiuto è importante non sottovalutare uno dei fattori più importanti: la nutrizione.

Tutto quello che mangiamo ci nutre e porta alla crescita del nostro corpo. Perché non dovrebbe essere in grado di far crescere e modificare la neoplasia?

Nell’ultimo decennio si sono moltiplicati gli studi e le ricerche nel campo della genetica e della nutrigenomica, scienza multidisciplinare imperniata sulla prevenzione e sulla diagnosi genetica combinate insieme. La nutrigenomica ha aperto una nuova frontiera e ha creato un nuovo approccio scientifico, che costituisce un importante passo verso il benessere e il mantenimento dello stato di salute.

Una volta note le caratteristiche genetiche del soggetto – attraverso l’elaborazione di test genetici – è infatti possibile programmare un piano di terapie preventive, ma anche mettere in atto un’attenta indagine sui benefici apportati da alcune categorie di alimenti. Ciò consente di elaborare un piano nutrizionale che, abbinato a una giusta dose di minerali, vitamine ed anti-ossidanti con un basso apporto calorico e proteico può essere un valido aiuto per contrastare l’insorgenza di malattie croniche e temibili come il cancro.

FARMACOGENOMICA: LA VERA SFIDA PER LA PERSONALIZZAZIONE DEL TRATTAMENTO

La biologia molecolare ha un ruolo sempre più importante nell’approccio al paziente: utile nella diagnosi precoce, sempre più importante nella classificazione delle malattie, usata nella definizione del protocollo terapeutico migliore e infine capace di dare indicazioni sulla prognosi del paziente.
La patologia molecolare diventa nodo centrale della personalizzazione della diagnosi, della terapia e della prognosi. Esistono oggi test utili per identificare il rischio di alcune malattie come le neoplasie familiari della mammella e test capaci di fornire informazioni sui potenziali effetti collaterali della chemioterapia e sulla sua efficacia terapeutica.

La genetica applicata ad esami routinari come la citologia urinaria consente una maggiore precisione diagnostica aumentandone sia la sensibilità sia la specificità.



Luglio 30, 2011 Newsletter

Recentemente, un team di esperti gastroenterologia riunitisi nella “First International Consensus Conference on Gluten Sensitivity“, tenutasi a Londra l’11 e 12 febbraio 2011, ha stabilito l’esistenza della sensibilità al glutine, l’intolleranza alle proteine presenti nel glutine, in assenza di malattia celiaca.

L’esistenza di una condizione d’intolleranza al glutine è stata sospettata da diverso tempo. I medici che collaborano con l’Istituto di Medicina Biologica di Milano – IMBIO, conoscono questa entità clinica, che fino ad ora non aveva ricevuto una vera e propria collocazione clinica.

Nella pratica clinica, da più di dieci anni, abbiamo osservato casi di reazione al glutine in cui non sono coinvolti né meccanismi auto immuni come nella celiachia né di tipo allergico, mediato dalle IgE. Abbiamo notato che, dopo una dieta priva o a ridotto contenuto di glutine, i pazienti riscontravano un miglioramento di tutti i sintomi e i disturbi. Di recente, quindi, la nuova correlazione tra glutine e disturbi a essi correlati è definita “Gluten Sensitivity” (GS). L’interesse verso questa condizione è in continuo aumento come testimoniato dalla “First International consensus conference on gluten sensitività” tenutasi a Londra nel febbraio del 2011.

Gli studi condotti finora, hanno evidenziato come nella GS non esistano dei parametri immunologici e biochimici ben precisi, ma si tratti di una condizione alla quale si arriva per esclusione. In pratica, una volta esclusa la malattia celiaca attraverso le indagini biochimiche, gastroscopia con biopsia, si arriva a definire la GS, dove sembra sia coinvolto principalmente un meccanismo immunitario innato. Il sistema immunitario innato è rappresentato da cellule sentinella, i Granulociti Neutrofili (GN), particolarmente attivi verso alcune sostanze di origine alimentare.

Uno dei metodi che utilizziamo da diversi anni per scoprire eventuali intolleranze agli alimenti è il test ALCAT, un test citotossico computerizzato, che si effettua su sangue venoso.

Chi soffre di sensibilità al glutine presenta i seguenti sintomi: disturbi d’intestino irritabile (diarrea, dolore addominale, gonfiore, stipsi) cui si associa a volte stanchezza cronica, cefalea, eczema, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, formicolii agli arti, depressione, alterazioni dell’umore, ipereccitabilità e ipercinesi (presente specialmente nei bambini), anemia ferropriva. Tali condizioni cliniche migliorano e regrediscono seguendo una dieta a rotazione priva di glutine o a ridotto introito di prodotti contenenti glutine.
Considerando che la sintomatologia della sensibilità al glutine è sovrapponibile alla celiachia, il paziente dovrà sottoporsi ai test specifici per escludere tale patologia.

Uno degli esami richiesti per la ricerca della “Gluten Sensitivity” è l’esame genetico. La GS presenta una positività per HLA-DQ2 e/o DQ8 in più nel 50% dei casi, nella celiachia la percentuale arriva al 99% dei celiaci, e nel 30% della popolazione normale.

Il trattamento terapeutico per chi è sensibile al glutine dipende dal momento in cui si esegue la diagnosi e dall’età del paziente. Oltre alla dieta, si pone molta importanza allo studio e al ripristino della funzionalità intestinale e dell’integrità delle pareti (mucosa) intestinali, primo approccio operativo volto al miglioramento dei sintomi clinici.

Un ciclo di sedute settimanali di pulizia intestinale (Idrocolonterapia) sotto la supervisione del medico, abbinato a un trattamento mirato a base di probiotici e prebiotici, prescritto in seguito al disbiosi test, esame che rivela le condizioni di eubiosi o disbiosi batterica, costituisce senz’altro un valido aiuto per la ripresa di uno stato di funzionalità intestinale ottimale.


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