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La vitamina “del sole”, un pre-ormone fondamentale per la salute delle nostre ossa e non solo!

Si chiama vitamina D, ma non possiamo considerarla strettamente una vitamina.
Il termine vitamina identifica le sostanze organiche indispensabili per la vita, che devono necessariamente essere introdotte con la dieta perché l’organismo non è in grado di sintetizzarle. La vitamina D, invece, viene sintetizzata tramite l’esposizione ai raggi del sole.

La vitamina D è un pre-ormone, che ha il compito di regolare il metabolismo del calcio e del fosforo.
Una carenza di vitamina D può minare la salute muscolare, espone al rischio di fratture e osteoporosi negli adulti o un difetto nello sviluppo dello scheletro, denti ed ossa nei bambini.

Abbiamo chiesto alla Dott.ssa Giulia Aliboni, biologo nutrizionista, perché la Vitamina D è così importante per la nostra salute e cosa dovremmo fare in caso di carenza.

Cos’è la vitamina D?

La vitamina D fa parte della famiglia delle vitamine liposolubili, viene accumulata a livello del fegato e viene rilasciata nel circolo sanguigno al bisogno, in piccole dosi.

La vitamina D può essere assunta con l’alimentazione (sotto forma di ergocalciferolo, D2) oppure essere sintetizzata direttamente dal nostro corpo, nel momento in cui la pelle viene esposta al sole (in questo caso è nella forma di colecalciferolo, D3).

La vitamina D, una volta assunta o prodotta, passa nel sangue e viene trasportata ai diversi tessuti: a livello del fegato viene trasformata in calcitriolo, la forma attiva.

A cosa serve la vitamina D?

La vitamina D ha suscitato molto interesse negli ultimi anni, proprio per le sue funzioni benefiche sulla salute.

La sua funzione principale, e anche la più conosciuta, è quella di preservare la salute delle ossa: questa vitamina è in grado di aumentare l’assorbimento di calcio, ferro, magnesio, zinco e fosforo a livello intestinale, evitando che si perdano con feci e urine. Questi minerali sono fondamentali per la costruzione del tessuto osseo, per cui avere livelli adeguati di vitamina D sembra possa contrastare l’osteoporosi ed il rischio di fratture o infortuni.

La vitamina D è un prezioso alleato del sistema immunitario

Ultimamente però, la funzione più ricercata della vitamina D è il suo prezioso contributo al funzionamento del sistema immunitario. Diversi studi hanno mostrato una minore incidenza ad infezioni virali e respiratorie nelle persone con livelli adeguati di vitamina D, mentre chi è in carenza tende ad ammalarsi di più. Questo perché la Vitamina D ha la funzione di aumentare la capacità delle cellule del sistema immunitario di riconoscere ed eliminare i microrganismi patogeni.

Inoltre, la vitamina D sembra essere in grado di modulare la risposta infiammatoria del corpo, controllando l’attivazione delle cellule del sistema immunitario e la produzione delle citochine pro-infiammatorie.

Alcune linee di ricerca hanno suggerito una possibile associazione tra omeostasi della vitamina D e malattie infettive, metaboliche, tumorali, cardiovascolari e immunologiche. Sono in corso numerosi studi sulla correlazione tra la severità dell’infezione da Covid-19 e i livelli di vitamina D.

Nonostante il crescente interesse da parte della comunità scientifica e la grande mole di studi prodotta oggi non esistono ancora basi solide e incontrovertibili per raccomandare il suo impiego in questi ambiti.

Cos’è la carenza di vitamina D?

Nel periodo invernale (da ottobre ad aprile) a causa della latitudine non favorevole in Italia, la produzione di vitamina D è significativamente ridotta, infatti la carenza di vitamina D è molto comune e si stima che le persone con carenza siano circa l’80% della popolazione.

La carenza di vitamina D può essere dovuta a diversi fattori:

  • Uno scarso apporto nutrizionale: una dieta ricca di alimenti industriali e processati è povera di Vitamina D. In ogni caso, la Vitamina D proveniente dall’alimentazione è circa il 10-20% del totale, per cui spesso non è sufficiente da sola
  • Uno scarso assorbimento intestinale: in caso di intestino infiammato e non in forma, anche se l’alimentazione è ricca di alimenti che contengono vitamina D, questa non verrà assorbita
  • Una scarsa esposizione al sole: la vita sedentaria ed i ritmi lavorativi sempre più impegnativi, uniti allo sviluppo della tecnologia, impediscono di passare al sole ed all’aria aperta il tempo necessario per sintetizzare quantità efficienti di vitamina D. I raggi solari sono sufficientemente potenti solo nei mesi estivi: in inverno quindi la carenza aumenta. Teniamo sempre in considerazione che non possiamo esporci al sole per troppo tempo senza protezione dai raggi UV.

Quali sono le conseguenze di una carenza di vitamina D?

Gli stati di carenza possono essere diversi e più o meno gravi.

La carenza grave di vitamina D nell’infanzia può portare al rachitismo, una patologia caratterizzata da una mineralizzazione ossea inadeguata, che rende l’apparato scheletrico fragile e spesso deformato. Nell’adulto, una grave carenza può portare all’osteomalcia, simile al rachitismo, ed all’indebolimento dei denti, con conseguente predisposizione a carie.

Ci sono poi stati di carenza meno evidenti, che non portano a rachitismo o osteomalcia, ma ad una serie di conseguenze e sintomi più difficili da isolare.

La carenza di Vitamina D tende ad aumentare con l’avanzare dell’età, in quanto diminuisce l’assunzione di alimenti ricchi in questa vitamina, a causa di difficoltà digestive. Inoltre, anche l’esposizione al sole viene meno. Recenti studi hanno rilevato un’associazione interessante tra la carenza medio-grave di vitamina D e la comparsa di alcune patologie, tra cui:

  • Infiammazione cronica e relative patologie
  • Diabete
  • Malattie autoimmuni
  • Malattie della pelle
  • Rischio di incidenza di neoplasie
  • Malattie respiratorie
  • Malattie neurologiche

Altri studi hanno dimostrato l’efficacia dell’integrazione di Vitamina D in pazienti anziani per la prevenzione del rischio di fratture ossee.

Un recente studio sul British Medical Journal ha messo in relazione la supplementazione di vitamina D con un effetto protettivo dal rischio di infezioni acute del tratto respiratorio (tosse, infezioni, laringite, bronchite, etc.).

La protezione dell’integrazione di vitamina D è risultata maggiore nelle persone che partivano da un livello di vitamina D sierica più basso (e quindi da uno stato di carenza).

I risultati migliori, inoltre, sono stati raggiunti con la somministrazione di vitamina D settimanale o giornaliera piuttosto che con dosi più alte e meno frequenti, il che probabilmente è dovuto a un maggiore assorbimento della vitamina D somministrata.

In quali alimenti si trova la vitamina D?

Gli alimenti ricchi in vitamina D sono diversi e si tratta per lo più di prodotti di origine animale (l’unica eccezione sono i funghi).

Tra questi troviamo l’olio di pesce (spesso consumato come integratore) ed alcuni tipi di pesce grasso (tra cui il salmone ed il pesce azzurro). Per quanto riguarda la carne, il tipo di carne che contiene più vitamina D è il fegato. Latte, burro e formaggi grassi mostrano piccole quantità di vitamina D, mentre le uova (soprattutto a livello del tuorlo) sembrano contenerne di più.

È importante in questo senso consumare prodotti di origine animale che provengono da allevamenti seri e che tengano in considerazione anche il benessere animale: se l’animale, ad esempio la gallina, ha passato tanto tempo al sole, le sue uova saranno più ricche di vitamina D. Lo stesso vale per carne, formaggi e pesce.

La vitamina D proveniente dall’alimentazione incide solo del 20% sui livelli di vitamina D riscontrabili in circolo.

I consigli della nutrizionista

La vitamina D è presente in alcuni alimenti ma non in concentrazioni sufficienti a soddisfare le richieste del nostro organismo.

Oltre ad esporci al sole quando possibile, in inverno ed in caso di carenza, dovremo ricorrere all’uso di integratori.

Esistono molti tipi di integratori ed anche in questo caso è opportuno chiedere al proprio medico o biologo nutrizionista che, valutando i livelli di vitamina D del singolo paziente, sarà in grado di suggerire un dosaggio ed un tipo di integrazione adatta ad ogni esigenza.

Contatta la Dott.ssa Giulia Aliboni per una consulenza personalizzata

Dott.ssa Giulia Aliboni
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Vitamina D
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni


Una diagnosi completa per comprendere le difese immunitarie acquisite verso il SARS-CoV-2

L’epidemia di SARS-CoV-2 e il suo impatto sulla popolazione mondiale dimostrano l’importanza vitale delle procedure di test che possono riflettere il progresso delle infezioni.

Una diagnosi completa che consideri tutti i pilastri del sistema immunitario è fondamentale per determinare lo stato del paziente al fine di avviare interventi mirati, nonché per comprendere eventuali difese immunitarie acquisite.

L’infezione è clinicamente asintomatica o moderata nella maggior parte dei soggetti. In alcuni casi, l’infezione provoca una grave progressione che può portare anche ad un quadro clinico molto grave.

Per confermare la presenza di RNA virale o di anticorpi SARS-CoV-2 vengono comunemente utilizzati due tipi di test:

  • test RT-PCR (reazione a catena della polimerasi in tempo reale) con tamponi oro-faringei e/o salivari sono usati per eventualmente confermare la presenza di RNA virale

  • Il test anticorpale, comunemente detto “sierologico”, utilizza il rilevamento del braccio adattativo umorale (acquisito) del sistema immune (misurazione degli anticorpi circolanti).

Tuttavia, è sempre più dimostrato che le risposte anticorpali non sono sempre rilevabili, anche quando il soggetto è stato chiaramente esposto/infetto.

Le reazioni delle cellule immunitarie contro il SARS-CoV-2 possono essere rilevate per un periodo di tempo più lungo

La risposta cellulare, l’altro braccio del sistema immunitario, è ora riconosciuta come strumento di analisi importante  per la misurazione degli anticorpi circolanti contro il SARS-CoV-2. Infatti, è la prima linea di difesa del nostro organismo.

Il sistema immunitario cellulare, e in particolare le cellule T, controllano la forza della risposta immunitaria rilasciando citochine per aumentare o sopprimere la risposta, a seconda della carica virale. Il rilevamento di cellule T reattive (cellule effettrici) contro un agente patogeno indica un contatto e quindi un’infezione acuta o pregressa, indipendentemente dal fatto che siano stati prodotti anticorpi.

È interessante notare che in molti casi le reazioni delle cellule T contro SARS-CoV possono essere rilevate per un periodo di tempo più lungo rispetto ai titoli anticorpali. Anche tutta la vita grazie alla memoria immunitaria.

EliSpot-Assay per misurare la risposta immunitaria dopo l’infezione da Coronavirus

L’EliSpot-Assay (Enzyme-linked Immuno-Spot Assay) è in grado di rilevare le reazioni dei linfociti T a livello delle singole cellule e quindi caratterizzare la risposta immunitaria individuale degli individui che sono stati esposti al virus.
Il rilascio di citochine delle cellule T stimolate con antigeni specifici del coronavirus fornisce un quadro differenziato della risposta immunitaria per mostrare lo sviluppo della progressione della malattia e la possibile immunità dopo l’infezione.

 

Principio del saggio EliSpot a fluorescenza a 2 colori (iSpot). Una piastra a 96 pozzetti, rivestita con anticorpi contro le citochine desiderate, viene incubata con PBMC isolati e antigeni del patogeno di interesse per 24 ore. Successivamente, le cellule vengono rimosse e le citochine legate vengono colorate con anticorpi specifici, in questo caso Interferone-y (IFNy) e Interleuchina-2 (IL-2). Questi anticorpi vengono visualizzati in una seconda fase con anticorpi marcati con fluorescenza per generare macchie, che rappresentano una cellula che produce citochine.

 

L’EliSpot Assay (Enzyme-linked Immuno-Spot Assay) è in grado di rilevare le risposte delle cellule T a livello di singola cellula e quindi caratterizza la risposta immunitaria degli individui testati. La visualizzazione delle citochine secrete prodotte dalle cellule T, stimolate con antigeni specifici del coronavirus, fornisce un quadro differenziato della risposta immunitaria per monitorare la progressione della malattia e determinare l’immunità cellulare dopo l’infezione.

I titoli anticorpali individualmente in rapida diminuzione sono descritti anche in recenti pubblicazioni su SARS-CoV-2.

A causa dell’elevata somiglianza con SARS-CoV, il rilevamento della risposta delle cellule T contro SARS- CoV-2 fornisce ulteriori e importanti informazioni sullo stato del sistema immunitario nelle persone infette e guarite (anche per soggetti che non sanno di avere avuto l’infezione per mancanza di sintomi).

Questo sistema di monitoraggio visualizza l’espressione di IFN-γ (interferone- gamma, cellule T attivate) e IL-2 (interleuchina 2, cellule T di memoria) da cellule T funzionali specifiche contro SARS-CoV-2.

Il principio del test T-CEA SARS-CoV-2

Principio del saggio EliSpot a fluorescenza a 2 colori (iSpot). Una piastra a 96 pozzetti, rivestita con anticorpi contro le citochine desiderate, viene incubata con PBMC isolati e antigeni del patogeno di interesse per 24 ore. Successivamente, le cellule vengono rimosse e le citochine legate vengono colorate con anticorpi specifici, in questo caso Interferone-y (IFNy) e Interleuchina-2 (IL-2). Questi anticorpi vengono visualizzati in una seconda fase con anticorpi marcati con fluorescenza per generare macchie, che rappresentano una cellula che produce citochine.

 

Confronto di cellule T helper 1 (Th1) che esprimono IFNy e IL-2 nel contesto dell’infezione. I linfociti T attivati esprimono principalmente IFNy (visualizzato con macchie fluorescenti verdi) a causa della persistenza dell’antigene, di un elevato carico di antigene e/o di un’esposizione o riesposizione acuta dell’antigene. Durante il corso dell’infezione, sorgono cellule T di memoria, che esprimono IL-2 (visualizzata dai punti fluorescenti rossi), e principalmente cellule T a doppia colorazione (fluorescenza gialla) sono visibili a causa della coespressione di IFNy e IL-2. Più a lungo l’infezione viene superata o il carico di antigene viene eliminato principalmente, una reazione dominante delle cellule T memoria IL-2 è visibile mostrata esclusivamente da macchie rosse.

Confronto tra cellule T da donatore post infezione Covid e donatore vaccinato Biontech/Pfizer 

Cellule T CD4+ e CD8+ da donatore infettato naturalmente (A) e vaccinato con Biontech (B), stimolate con SARS-CoV-2 Mix. Le PBMC sono state isolate da due donatori, uno infetto naturalmente 8 settimane fa e un donatore vaccinato con Biontech/Pfizer 2 settimane dopo la seconda immunizzazione. Da questi PBMC, le cellule T CD4+ e CD8+ sono state isolate mediante l’uso di un kit commerciale e il metodo di separazione delle sfere magnetiche. Sia le preparazioni cellulari che le PBMC intatte (immagini non mostrate) sono state utilizzate per CoV EliSpot per determinare la partecipazione delle cellule Th1 e/o Th2 dopo l’infezione naturale e la vaccinazione. Senza alcun dubbio, esclusivamente le cellule T CD4+ e quindi solo le cellule Thelper sono responsabili della risposta immunitaria cellulare, in maniera irrilevante se da vaccino o naturalmente da infezione, come mostrano chiaramente le immagini e i numeri delle macchie.

L’importanza delle Cellule T per una risposta immunitaria efficace 

Le risposte immunitarie umorali e cellulari sono fondamentalmente diverse. La risposta immunitaria cellulare è dipendente dalle cellule T.

Le cellule T sono suddivise in diverse sottopopolazioni (ad esempio Th1 e Th2), che rilasciano citochine diverse a seconda della loro funzione. Alcune di queste citochine innescano la risposta immunitaria umorale. Le cellule T sono quindi all’inizio dei meccanismi di difesa acquisiti. Le diverse sottopopolazioni di cellule T sono il sito centrale della risposta immunitaria sia umorale che cellulare.

Le cellule T effettrici sono cellule T direttamente attivate e differenziate che hanno proprietà pro-infiammatorie. Sono prodotti da cellule T “vergini” dopo essere venute a contatto con il particolare antigene durante un’infezione o una vaccinazione. Dopo la differenziazione proliferano in cloni di cellule T patogeni specifici, che si trovano come cellule T effettori e di memoria nel sangue periferico.

I linfociti T regolatori sopprimono la risposta immunitaria. Come le cellule T effettrici, si formano per differenziazione dalle cellule T native. Un equilibrio tra cellule T effettrici attivate e cellule T regolatorie è fondamentale per una risposta immunitaria efficace e protettiva. Un equilibrio disturbato può essere alla base di una malattia autoimmune o di un processo infiammatorio cronico.

Rilevamento degli anticorpi in caso di infezione Covid-19 (SARS-CoV-2) asintomatica o con sintomi lievi

Nel rilevamento indiretto di una precedente infezione da COVID-19 soprattutto nei pazienti asintomatici o con sintomi lievi, spesso non si riscontrano titoli anticorpali di una certa entità e comunque molto spesso diminuiscono rapidamente.

Molte persone si liberano dell’agente infettivo usando il loro sistema immunitario cellulare prima che vengano prodotti gli anticorpi. Le precedenti infezioni da COVID-19 possono essere rilevate efficacemente rilevando i Linfociti T effettori specifici (o anche non specifici ma che hanno in comune lo stesso determinante antigienico) di SARS-CoV-2 o le cellule di memoria.

Rilevamento dell’immunità cellulare può indicare immunità esistente o pre-esistente 

Se è possibile rilevare cloni di cellule T specifici per SARS-CoV-2, questa non è solo una prova di un precedente contatto virale: il rilevamento può anche indicare un’immunità cellulare esistente o pre-esistente. Questo è particolarmente vero se il rilevamento di IL-2 o un rilevamento combinato di IL-2 e INF-γ rivela evidenza di cellule di memoria.

Secondo i primi studi, le risposte delle cellule T specifiche per SARS-CoV-2 rimangono rilevabili a lungo nel CoV-iSpot. Risposte anticorpali relativamente di breve durata ma immunità delle cellule T di lunga durata significa che cellule di memoria T specifiche per la SARS sono state osservate nei pazienti infettati da SARS dal 2003 al 2020.

Indicazione di possibile immunità contro i Coronavirus in generale

Nel T-CEA, vengono utilizzati anche altri Coronavirus per stimolare i linfociti al fine di chiarire la questione dell’immunità di base del sistema immunitario cellulare dopo un precedente contatto con coronavirus endemici a livello globale. Se il T-CEA mostra prove di risposte delle cellule T specifiche verso i coronavirus in generale e se questi pazienti non sviluppano la malattia o solo sintomi lievi dopo l’infezione da SARS-CoV-2, allora sembra molto probabile una risposta cellulare contro i coronavirus in generale.

L’osservazione che i pazienti con una risposta reattiva ai peptidi dei coronavirus spesso non risultano positivi agli anticorpi anti-SARS-CoV-2 suggerisce anche un’immunità cellulare di base. È possibile che le cellule infettate da virus siano state eliminate dalle cellule effettrici T prima di essere stimolate dalle plasmacellule agli anticorpi.

Domande e risposte

Il T-CEA SARS-CoV-2 test può essere utile per valutare l’immunità relativamente alla vaccinazione?

Sì, sia i vaccini a mRNA che a vettore virale o a DNA sono stati progettati per neutralizzare il peptide S virale.
Il mix di Peptidi utilizzato in questo test utilizza anche la proteina S. In conclusione, se i Linfociti T “sollecitati” dalla presenza della proteina S virale reagiscono, significa che c’è immunità e quindi protezione.

Il test T-CEA SARS-CoV-2 può rilevare una risposta immunitaria a una variante mutata di SARS-CoV-2?

Sì. Di oltre 10.000 mutazioni caratterizzate di SARS-CoV-2, le varianti di interesse sono Alpha, Beta, Gamma e Delta. Tutti questi sono caratterizzati da mutazioni nella regione del gene S. Come mostrato nella figura sottostante, queste mutazioni non interferiscono con il mix di peptidi nel T-CEA SARS-CoV-2.

 

 

Contatta la nostra segreteria per effettuare il test T-CEA (valutazione degli anticorpi Covid)

 

 

Linfociti T effettori e della memori a-Immunità eterologa e sars-cov-2

Bibliografia 

 

Dott. Mauro Mantovani

Responsabile Ricerca e Sviluppo IMBIO
Direttore Scientifico IMBIO Academy

Riferimenti: Linfociti T, Covid-19, Anticorpi SARS-CoV-2
Redattore: Dott. Mauro Mantovani

 



I probiotici non sono tutti uguali: cosa sono, quali scegliere e quando utilizzarli?

I probiotici sono batteri che popolano il nostro intestino e insieme ad altri microrganismi fanno parte del microbiota, un importantissimo sistema di difesa del nostro organismo. Un microbiota intestinale alterato, infatti, da origine ad una serie di disturbi più o meno gravi ed è quando questi disturbi si fanno sentire che solitamente sentiamo parlare di “cura probiotica”.

I probiotici sono utili contro diarrea, stipsi, intolleranze alimentari o problemi dermatologici e questa varietà di utilizzi fa intuire quanto possano essere diversi l’uno dall’altro. La scelta del probiotico deriva dai batteri che abbiamo nel nostro intestino che vengono determinati dalla nascita, dall’allattamento (attraverso cui la madre trasmette i propri microrganismi al figlio) e dallo stile di vita.

Probiotici e prebiotici sono la stessa cosa? No. La Dott.ssa Giulia Temponi, biologo nutrizionista in IMBIO, ci spiega quali sono le differenze e quando è consigliabile andare ad integrarli.

Probiotici e prebiotici: quali sono le differenze?

Spesso quando si parla di probiotici si fa confusione con i prebiotici, che però sono cosa ben diversa.

Come indica la parola stessa probiotico deriva dal greco ‘pro’ (a favore) e ‘bios’ (della vita), mentre il termine prebiotico indica qualcosa che viene prima. I prebiotici favoriscono la crescita dei probiotici svolgendo un’azione complementare. Li troviamo nelle fibre alimentari, in particolare:

  • nell’inulina, di cui sono ricchi alimenti come carote, carciofi, cicoria, agave, barbabietola, aglio e banane
  • nei fruttoligosaccaridi
  • nelle fibre lattogeniche

I probiotici sono batteri fisiologici, già presenti naturalmente nel nostro intestino crasso.
Stress, una dieta poco equilibrata, intolleranze alimentari o terapie antibiotiche possono alterare la nostra flora intestinale e diminuire la quantità di probiotici nel nostro intestino. In questi casi è consigliato integrarli con prodotti in grado di favorire la proliferazione di questi ceppi batterici.

Quali sono le famiglie di probiotici?

Con il termine probiotici si fa riferimento a diversi ceppi batterici “buoni” già naturalmente presenti nel nostro intestino. Sono i batteri coinvolti nella fermentazione lattica (“fermenti lattici”) e quelli normalmente presenti nella flora batterica intestinale (genere Bifidobacterium).
Ai probiotici viene attribuito un potenziale effetto di protezione per l’organismo e la loro presenza e quantità può cambiare in base a condizioni particolari che stiamo vivendo.

Nel nostro intestino possiamo trovare diversi batteri:

  • batteri patogeni
  • batteri potenzialmente patogeni
  • batteri benefici

Quando questi sono in una condizione di squilibrio si parla di disbiosi intestinale. I batteri benefici, nello specifico, si suddividono in tre gruppi: bifidobacteria (bifidobatteri), lactobacilli ed eubacteria (eubatteri).

A cosa servono i probiotici?

I probiotici hanno molteplici effetti positivi sul nostro organismo. La loro presenza nell’intestino migliora la qualità della nostra flora intestinale e influisce positivamente sul nostro sistema immunitario.
I probiotici sono in grado di riequilibrare la flora batterica in caso di disbiosi e soprattutto dopo una terapia antibiotica o farmaceutiche. Sembrano giocare un ruolo nella diminuzione dei livelli di colesterolo nel sangue e migliorano i sintomi delle intolleranze alimentari (diarrea, pancia gonfia, stipsi, dermatite, etc…) oltre ad essere di aiuto in caso di diverticolite, sindrome del colon irritabile e infezioni alle vie urinarie (cistite e candida).

In caso di disbiosi un’integrazione probiotica adeguata può aiutare a ripristinare lo stato di equilibrio.

Come scegliere il probiotico giusto?

Bisogna saper dunque scegliere il probiotico giusto, quello adatto a noi in quel determinato momento della vita.

Se soffri di allergie o intolleranze alimentari è necessario scegliere i probiotici specifici. In questi casi consiglio di effettuare un test genetico del microbiota, che può essere di aiuto nella scelta del probiotico più adeguato, suggerisce la Dott.ssa Giulia Temponi.

Se il problema è la frequenza e la consistenza delle evacuazioni, ci sono diversi probiotici. Ad esempio per la diarrea, la scelta si basa sul fatto che questa sia causata dall’uso di antibiotici, da un virus o da altre cause; mentre in caso di stipsi solitamente il consiglio è di assumere bidifobatteri, perché i lactobacilli hanno tendenzialmente un potere astringente.

Se una persona ha la candida, che si nutre di lieviti e zuccheri, sarà importante evitare che gli integratori contengano lieviti, mentre si privilegeranno i lactobacilli acidofili. Attenzione in questo caso al kefir, se lo assumete controllate che negli ingredienti non siano presenti lieviti aggiunti.

In caso di terapia antibiotica il consiglio è di abbinarvi una terapia probiotica con tutti e tre i ceppi, perché l’antibiotio va a distruggere la flora batterica senza distinzioni. Il consumo di alimenti che contengono naturalmente probiotici come lo yogurt o il kefir, in questi casi non è sufficiente perché contengono un solo ceppo probiotico.

Quanto deve durare una terapia probiotica?

Affinché la terapia probiotica sia efficace deve durare almeno 3-4 settimane.
Salvo diverse indicazioni i probiotici andrebbero presi prima dei pasti, sia in capsule che in bustina.

L’assunzione di probiotici di solito viene tollerata dalla maggior parte delle persone, senza particolari controindicazioni. L’importante è individuare la formulazione giusta per il tuo intestino in quel particolare momento della vita.

Dott.ssa Giulia Temponi
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Probiotici, Prebiotici, Intestino
Redattore: Dott.ssa Giulia Temponi


Luglio 8, 2021 ArticoloOrmoni

Cos’è il cortisolo e perché è meglio tenerlo a bada? 

Il cortisolo è anche detto “ormone dello stress” perché la sua produzione aumenta in condizioni di stress psico-fisico.
È un un ormone prodotto dal surrene, una ghiandola situata sopra il rene.

La principale funzione di questo ormone è quella di aumentare la produzione di zuccheri da parte del fegato, fornendo energia all’organismo. Per produrre questi zuccheri il cortisolo utilizza sia proteine (prese dai muscoli) che grassi (presi dalla massa grassa).

Un valore di cortisolo alto può essere dovuto sia a cause patologiche, come per esempio un eccessivo funzionamento della tiroide, sia a cause non patologiche, ovvero in presenza di stress.  Per stress si intende sia stress fisico (ad esempio: intensa attività sportiva, malattie, interventi chirurgici, digiuno, carenza di sonno) che stress mentale (ad esempio: ansia, paure, spaventi).

Il cortisolo è quindi un ormone importante per dare energia in situazioni particolari in cui al nostro organismo serve una “marcia in più”. Quando però lo stress diventa una presenza costante nelle nostre giornate, l’alto livello di cortisolo produce effetti indesiderati.

Quali sono i principali sintomi del cortisolo alto?

I principali effetti collaterali dovuti ad alti livelli di cortisolo sono:

  • Obesità e/o difficoltà a perdere peso
  • Ipertensione
  • Debolezza muscolare
  • Calo della libido
  • Depressione e alterazioni dell’umore
  • Acne e problemi dermatologici
  • Smagliature
  • Alterazione del ciclo mestruale
  • Osteoporosi
  • Mal di testa
  • Ritenzione idrica
  • Sistema immunitario inefficiente
  • Astenia (poca voglia di fare, poca energia)
  • Sonnolenza anche al risveglio

Come si misura il cortisolo e qual’è la differenza tra la misurazione su sangue e quella su saliva?

Il cortisolo è presente nell’organismo in due differenti forme:

  • Cortisolo Libero: la più importante da dosare poiché è l’unica che viene utilizzata dal nostro corpo
  • Cortisolo legato ad altre molecole

L’esame su saliva del cortisolo permette di rilevare il cortisolo libero, ovvero quello che il nostro corpo può usare. Al contrario l’ esame su sangue quantifica tutte e due le forme e non ci dice quanto cortisolo libero (quello che il nostro corpo usa) abbiamo in circolo.

Il test su saliva ci da un’indicazione precisa di quanto è il cortisolo utilizzabile dal nostro corpo. 
La misurazione può essere effettuata in modo semplice e non invasivo, in diversi momenti della giornata.
Questo ci permette di stabilire una “curva del cortisolo” e di intervenire con un’azione mirata.

Il test su sangue, oltre ad essere una metodica invasiva, non da un’indicazione precisa di quanto è il cortisolo utilizzabile, ma soltanto di quello presente in generale, al momento del prelievo.

Come funziona la misurazione del cortisolo? page1image318479360

Il cortisolo è un ormone che è più alto o più basso a seconda dell’orario della giornata e del nostro stile di vita.
In una condizione normale il livello del cortisolo è più alto al risveglio e basso quando andiamo a letto per coricarci.

Il test della curva del cortisolo comprende quattro misurazioni del cortisolo salivare durante il corso della giornata, effettuate comodamente a casa attraverso la masticazione di particolari tamponcini previamente forniti dal nostro laboratorio, in modo da capire il più precisamente possibile in quale momento è presente un’alterazione di questo ormone e di poter intervenire con un’ azione mirata e personalizzata.

Contattaci per ricevere il kit di misurazione del cortisolo direttamente a casa tua

Scarica qui la brochure con le modalità di analisi


Dott. Stefano Frigerio
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Cortisolo, misurazione del cortisolo, Esami salivari
Redattore: Dott. Stefano Frigerio


Arriva la primavera: come affrontare il cambio di stagione.

Come tutti i cambi di stagione, anche il passaggio da inverno a primavera si fa sentire, portando scompiglio a quella che è la nostra routine di base. Spesso la transizione tra due stagioni è accompagnata da sonnolenza, astenia e stanchezza, che rendono più difficile affrontare le giornate e gli impegni quotidiani.

In questo periodo, le giornate si allungano, le ore di sole sono superiori rispetto a quanto non accade in inverno e il nostro corpo deve abituarsi a questo cambio di luce.

Mentre alcune persone si adattano subito, la maggior parte ha bisogno di tempo per abituarsi alle nuove giornate: entrano in gioco ormoni, cervello e sistema immunitario.

La salute ormonale è fondamentale in questo senso: gli ormoni che hanno un ruolo più importante sono serotonina e melatonina, che regolano il tono dell’umore ed il ritmo sonno-veglia.

Scopri il test del profilo ormonale, tutti gli ormoni che regolano sonno, appetito e non solo!

Le cose da fare per ritrovare l’energia durante il cambio di stagione 

Per dare man forte al nostro corpo (e soprattutto al nostro sistema immunitario) è essenziale prendere alcuni classici accorgimenti, che riguardano per lo più lo stile di vita.

Mantenere un adeguato livello di attività fisica consente al corpo di mantenersi allenato ed in forze. La ginnastica, oltre a favorire il benessere psicofisico (innalzando la produzione di serotonina) e ad aumentare il dispendio energetico, consente una corretta ossigenazione dei muscoli ed è protettiva per la prevenzione delle patologie cardiovascolari.

Inoltre, con l’arrivo della bella stagione, è più semplice e piacevole allenarsi all’aria aperta: la luce solare influenza positivamente la produzione endogena di Vitamina D, che è fondamentale per l’assorbimento di calcio e fosforo, ed inoltre è di grande aiuto per il sistema immunitario.

Scegliere gli alimenti giusti per il cambio di stagione

È chiaro quindi che l’allenamento è fondamentale per affrontare al meglio il cambio di stagione, ma anche a tavola è necessario scegliere alimenti primaverili ed al giusto grado di maturazione: questi avranno una concentrazione maggiore di vitamine, sali minerali e composti bioattivi importantissimi per il sistema immunitario e per combattere la stanchezza.

LA VERDURA DI STAGIONE

Tra questi troviamo ad esempio gli asparagi: questa verdura ha proprietà diuretiche che aiutano a drenare i liquidi e le sostanze tossiche. Contengono inoltre molte fibre e sono quindi indicati in caso di stipsi. Non mancano le vitamine ed i sali minerali: troviamo quindi vitamina A, vitamina C ed alcune vitamine del gruppo B. Ottimi da abbinare, ad esempio, ad un riso integrale: un piatto semplice, veloce e primaverile che può essere facilmente portato anche a lavoro.

Anche i carciofi sono un “must” della primavera: sono ricchi di vitamina C, vitamina B e vitamina K, che è un toccasana per la salute delle ossa. Sono anche ricchi in ferro e rame, due minerali molto importanti per la generazione delle cellule del sangue.

Un’altra fonte di vitamine e minerali è il finocchio: oltre ad essere ricco in acqua, e quindi un ottimo diuretico, è una fonte di vitamina A, C e B. Inoltre, è noto per le sue proprietà coadiuvanti la digestione e la riduzione del gonfiore addominale.

LA FRUTTA DI STAGIONE

Per quanto riguarda la frutta, è il tempo delle fragole: ricche in Sali minerali, essenziali per combattere la spossatezza, sono anche una buona fonte di vitamina C, un importante antiossidante.

Non possiamo dimenticarci dei kiwi, che sono ricchi in acqua, fibre e vitamina C e K; inoltre sono spesso indicati nella dieta anti-stipsi.

Un altro ottimo alleato è la pera: ricchissima in Sali minerali, soprattutto potassio, contiene anche molte fibre, che gli conferiscono proprietà sazianti. A livello intestinale, oltre a modulare l’assorbimento dei grassi alimentari, può prevenire alcuni disturbi dell’intestino crasso. Ha inoltre un sapore piacevolmente dolce, che può sostituire la voglia improvvisa di zuccheri.

Cosa mangiare in primavera per sostenere il sistema immunitario

Oltre a frutta e verdura sono essenziali gli acidi grassi della serie Omega 3 ed Omega 6, per coadiuvare il nostro sistema immunitario e per preservare la salute dei vasi sanguigni. Questi grassi “buoni” sono presenti soprattutto in pesce azzurro pescato e frutta secca a guscio.

Per ultimo, ma non per importanza: è importante bere acqua naturale in abbondanza (almeno un litro e mezzo o due al giorno). L’acqua, oltre ad essere fondamentale per il metabolismo e per la digestione, aiuta anche a drenare le sostanze nocive, migliora l’aspetto della pelle, aiuta il transito intestinale e conferisce la giusta idratazione alle cellule.

Il consiglio del nutrizionista, per affrontare al meglio il cambio di stagione

Un consiglio valido per trarre il massimo beneficio dagli alimenti che consumiamo è quello di scegliere sempre frutta e verdura di stagione, al giusto grado di maturazione, e possibilmente locale: questo perché la concentrazione di sostanze benefiche, vitamine e Sali minerali è nettamente maggiore in frutta e ortaggi raccolti da poco, mentre si riduce con il passare del tempo.

Anche se sembrano banalità, è importante ricordarsi di variare ed essere fantasiosi nell’alimentazione: in questo modo forniamo al nostro corpo tutto ciò di cui ha bisogno per affrontare al meglio i cambi di stagione e le giornate più faticose, soprattutto con l’arrivo del primo caldo.

Contattaci subito per prenotare la visita con il nostro nutrizionista


Dott.ssa Giulia Aliboni

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Alimentazione, dieta, primavera, sistema immunitario
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni


Novembre 16, 2020 ArticoloSistema immunitario

afte ricorrenti bambino con afte in bocca

Le afte ricorrenti possono essere sintomo di altre patologie. Cosa sono le afte? Come possiamo prevenirle?

L’afta è un’ulcerazione delle mucose della bocca che può essere di dimensioni più o meno grandi, e può comparire isolata o in più punti.

Il disturbo che vede la comparsa di afte è chiamato aftosi o stomatite aftosa. Le lesioni possono comparire in diversi punti della bocca: sulle gengive, sopra o sotto la lingua, sul palato, sulle labbra o in prossimità delle tonsille.

L’aftosi è un fenomeno molto diffuso e fastidioso, soprattutto se frequente. Infatti le afte tendono a dare dolore durante il consumo di cibi e bevande e, nonostante spesso guariscano da sole, diventano un disturbo noioso, soprattutto se recidivante.

Alimentazione, sistema immunitario indebolito o intolleranze alimentari possono essere la causa delle afte ricorrenti. Come posso prevenire le afte?

Le afte tendono a comparire quando c’è una situazione infiammatoria generale: questa può essere causata da molti fattori, come patologie, una depressione del sistema immunitario, agenti esterni, disbiosi, oppure si può avere un’infiammazione causata dal cibo stesso.

Spesso inoltre, periodi di stress e stanchezza particolari facilitano la formazione di afte.

La comparsa delle afte è spesso correlata con il cibo che assumiamo: possiamo trovarci in una situazione di infiammazione intestinale che non permette il corretto assorbimento di alcuni nutrienti; oppure semplicemente stiamo seguendo una dieta non adeguata ai nostri fabbisogni.

Ad esempio, chi soffre di afte spesso è carente in ferro, folati, vitamina B6, vitamina B12 e vitamina D rispetto a chi non manifesta questo disturbo. In aggiunta, un ridotto apporto di frutta e verdura fresca e il mancato introito di carboidrati integrali o legumi possono peggiorare una situazione di disagio intestinale.

L’aftosi può anche essere collegata con una sensibilità al glutine o una celiachia nascosta.

Cosa fare in caso di afte e quali sono possono essere le cause nascoste?

Controllare l’infiammazione generale è sicuramente un’ottima strategia per ridurre la stomatite aftosa.
La riduzione dell’infiammazione indotta da alimenti in questo caso è fondamentale e, a questo proposito, può tornare utile un test che vada a verificare eventuali intolleranze alimentari.

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Si può approfondire la questione della celiachia con un test genetico che indaga un’eventuale alterazione nei geni del DQ2/DQ8: in questo modo si può capire se c’è una mutazione completa o parziale o una predisposizione a sviluppare celiachia. In questo caso sarà opportuno regolarsi con il consumo di alimenti contenenti glutine.

Inoltre, un esame specifico delle urine può chiarire la possibilità di un’eventuale disbiosiindice di un equilibrio alterato a livello del microbiota, che può essere una delle cause per cui si formano afte recidivanti.

Sicuramente una dieta equilibrata e un giusto apporto di fibra, alimenti anti-infiammatori e vegetali freschi possono essere un buon modo per combattere il disturbo, così come in alcuni casi può essere ottimo utilizzare probiotici specificie integrare correttamente con vitamina D.

Anche una carenza di vitamina B12 può causare aftosi: questa vitamina si trova solo in alimenti di origine animale, per cui chi segue una dieta vegana (quindi totalmente priva di prodotti di origine animale) potrebbe incorrere in questo disturbo.

Ogni caso, comunque, va valutato attentamente e deve essere affrontato in maniera specifica con l’aiuto di uno specialista. È opportuno rivolgersi a chi di competenza, fare le giuste indagini e curare la stomatite aftosa recidivante a partire dalla causa e non dal sintomo.

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Dott.ssa Giulia Aliboni
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Afte, Stomatite, Allergie, Intolleranze alimentari, Disbiosi
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni


Qual’è il ruolo delle citochine coinvolte nella patogenesi della parodontite cronica?

L’omeostasi del tessuto parodontale, la patogenesi della parodontite cronica e il ruolo delle citochine coinvolte.

In uno stato di salute, il turn-over “locale” e una risposta immunitaria moderata dell’ospite sono equilibrate.
Il microbiota commensale e la stimolazione meccanica causata dalla masticazione partecipano al reclutamento dell’immunità della mucosa locale. In questo stato, vi è un numero appropriato di neutrofili infiltranti nel solco gengivale, nonché alcune cellule immunitarie residenti nel tessuto stesso, comprese le cellule Th17 e le cellule linfoidi innate.

L’interazione tra il microbiota orale e gli agenti patogeni

Tuttavia, se la patogenicità immunitaria del microbiota locale è aumentata dalla colonizzazione di patogeni (chiavi di volta), che attivano eccessivamente la risposta immunitaria dell’ospite, viene avviata la distruzione dei tessuti.

L’interazione tra il microbiota e tutte le cellule ospiti porta alla prima ondata di secrezione di citochine (1), che partecipa principalmente all’amplificazione della stessa in senso pro-infiammatorie e al reclutamento, attivazione e differenziazione di specifiche cellule immunitarie. Inoltre, un gruppo di citochine (2) strettamente correlate alla differenziazione di uno specifico sottoinsieme di linfociti viene secreto dagli MNP e dagli APC dopo la stimolazione da parte del microbioma. Ciascuno di questi sottoinsiemi cellulari secerne un certo pattern di citochine, che potrebbe agire come fattore di feedback positivo o effettore diretto (3), portando infine alla distruzione dei tessuti.

La rete di citochine nella patogenesi della paradontite

 

In questa figura gli effetti delle citochine nella risposta immunitaria dell’ospite sono mostrati a livello delle interazioni intercellulari.

In breve, le citochine proinfiammatorie ben consolidate delle famiglie IL-1, IL-6 e TNF vengono secrete dalle cellule parodontali e dagli immunociti dell’ospite dopo la stimolazione da parte dei patobionti, che attivano e reclutano specifici sottoinsiemi di cellule immunitarie provocando danni diretti ai tessuti.

Quindi, le cellule T naive e le cellule B si differenziano in cellule T mature o plasmacellule sotto l’azione di citochine specifiche e attivano o promuovono ulteriormente altre cellule effettrici, come osteoclasti e neutrofili, che esercitano effetti pro-infiammatori o antinfiammatori.

Tra questi sottoinsiemi cellulari, le cellule Th1 e Treg agiscono principalmente come protettori, mentre le cellule Th2 / B e Th17 esercitano effetti complessi che possono portare alla distruzione o alla protezione dei tessuti in determinate circostanze.

Misurare le Interleuchine con un metodo semplice e non invasivo per individuare il trattamento più efficace atto a migliorare lo stato di salute

Oggi la misurazione delle interleuchine può essere effettuata su saliva con un metodo semplice, affidabile e soprattutto non invasivo.

Il livello di concentrazione nella saliva di una determinata citochina consente di determinare, in caso di infiammazione, il trattamento più efficace per migliorare lo stato di salute dell’individuo.

Scopri di più sull’analisi delle interleuchine

 

Dott. Mauro Mantovani 

Responsabile Ricerca e Sviluppo IMBIO
Direttore Scientifico IMBIO Academy

Riferimenti: Citochine, Paradontite, Risposta immunitaria
Redattore: Dott. Mauro Mantovani

 



I rapporti sull’attività antimicrobica e antinfiammatoria della lattoferrina ne hanno identificato il suo significato nella difesa dell’ospite contro le infezioni e l’infiammazione estrema

La lattoferrina (LF), una proteina legante il ferro appartenente alla famiglia della transferrina (PM: 80 KDa), ha numerose funzioni. Anche se Lf è stata isolata per la prima volta dal latte, si trova anche nella maggior parte delle secrezioni esocrine e nei granuli secondari dei neutrofili. I rapporti sull’attività antimicrobica e antinfiammatoria della lattoferrina ne hanno identificato il suo significato nella difesa dell’ospite contro le infezioni e l’infiammazione estrema (infiammazione cronica persistente di alto grado).

In particolare la lattoferrina (LF) è una proteina legante il ferro non eme, appartenete alla famiglia della transferrina con un’affinità per il ferro, anche 2 volte superiore rispetto a quest’ultima.

In un organismo adulto, la lattoferrina viene sintetizzata dalle cellule epiteliali ghiandolari e viene rilasciata nei fluidi mucosi che “bagnano” la superficie degli organi. Le sue concentrazioni massime si trovano nel colostro e nel latte e livelli inferiori nei fluidi secretori come lacrime, saliva, secrezioni nasali e bronchiali e nelle secrezioni esocrine del pancreas, del tratto gastrointestinale e il sistema genitale. La sua presenza è stata confermata in la sintesi dei granuli specifici dei neutrofili e della lattoferrina avviene durante la granulopoiesi allo stadio dei mielociti.

La struttura molecolare della Lattoferrina

La lattoferrina umana è una proteina caricata positivamente composta da una singola catena polipeptidica comprendente 703 amminoacidi, piegati in due lobi globulari simmetrici – lobi N e C. Ogni lobo è organizzato in due domini (domini N: N1 e N2; domini C: C1 e C2) collegati da una regione cerniera contenente un’α- elica a tre spire.

Entrambi i lobi mostrano un’omologia del 33- 41% nella struttura. Ogni lobo ha un sito di legame per gli ioni ferro (Fe + 2 o Fe + 3) e uno o più potenziali siti di glicosilazione, a seconda della specie da cui è isolato LF. Dipendente nella sua forma, il peso molecolare di LF varia tra 76 e 80 kD. Il grado di saturazione del ferro determina la struttura spaziale di LF, che si presenta in due forme: apolattoferrina (apo-LF), con bassa saturazione di ferro e ololattoferrina ricca di ferro (olo-LF).

La Lattoferrina in commercio

La lattoferrina umana ricombinante bioattiva disponibile in commercio (rhLF) ha tre diverse forme con diversi livelli di saturazione del ferro; apo-rhLF (senza ferro <10%), pis-rhLF (parzialmente saturo di ferro, a ~ 50%) e olo-rhLF (> 90% di saturazione).

L’affinità per la lattoferrina del ferro dipende dal pH e aumenta quando il pH diventa leggermente acido. Saturazione parziale del ferro della lattoferrina (al 15-20%) si trova naturalmente nel corpo. LF mostra un’elevata omologia strutturale indipendentemente dalla specie di mammiferi da cui è stato isolato. La lattoferrina è stata estratta dal colostro umano (lattoferrina umana, hLF); capra (lattoferrina di capra, gLF) con elevata omologia con hLF; cammello (lattoferrina di cammello, cLF) e mucca (lattoferrina bovina, bLF).

I ricercatori hanno stabilito le funzioni della lattoferrina provenienti da varie fonti, con molti studi recenti hanno portato nuove scoperte sul suo ruolo. LF ha una vasta gamma di proprietà fisiologiche, mostrando attività immunomodulatorie, antinfiammatorie, antibatteriche, antivirali, antimicotiche, antiparassitarie, antitumorali, eccezionale attività osteogenica e promozione della formazione di nuovi vasi sanguigni.

Associato con il tessuto mucoso, LF è un componente importante del sistema immunitario innato. Presenta batteriostatico e battericida proprietà contro i batteri Gram-positivi (+) e Gram-negativi (-). Una delle sue funzioni di base e ben note è il trasporto del ferro. Prodotto da cellule specializzate, ad es. nei reni, LF mostra effetti sia antibatterici che antiossidanti, protezione contro le infezioni del tratto urinario. Qui, il meccanismo d’azione consiste nel controllare e ridurre la concentrazione di ferro libero disponibile per i batteri nel sistema urinario.

La regolazione della concentrazione di LF coinvolge macrofagi e monociti con recettori ad alta affinità per LF, consentendo loro di rimuovere rapidamente l’eccesso di LF dalla circolazione. I recettori legano il ferro, trasformandolo in ferritina, mentre la molecola di LF viene degradata.

Trasporto della Lattoferrina

Piccole molecole, compresi i farmaci, richiedono portatori di soluti della famiglia SLC per effettuare il loro assorbimento. La lattoferrina, come proteina, è troppo grande per sfruttare tale percorso, e invece passa dallo stomaco attraverso le cellule epiteliali e nel sangue usando l’endocitosi, specialmente tramite le placche di Peyer, e quando è incapsulato (“Formulato entericamente”) nei liposomi. Questo assorbimento avviene quindi principalmente attraverso la circolazione linfatica piuttosto che attraverso la circolazione portale. LF può anche entrare ed essere riassorbito dalla bile. Attraverso il sangue LF può essere ulteriormente trasportato al SNC tramite il liquido cerebrospinale e attraverso la barriera emato-encefalica.

La somministrazione orale di LF, come è comune con la maggior parte dei farmaci proteici, è scarsamente assorbita dal tratto gastrointestinale umano (GIT) e porta a una riduzione terapeutica efficienza. Di conseguenza, i livelli di biodisponibilità orale assoluta di LF nativa possono essere inferiori all’1%. Nuovi sistemi di somministrazione per migliorare l’assorbimento di LF stanno attirando una crescente attenzione.

Le seguenti caratteristiche dovrebbero essere considerate quando si progetta la formulazione ideale per la somministrazione orale di LF: (1) sicurezza e biocompatibilità del sistema di somministrazione orale; (2) efficienza di intrappolamento; e (3) mantenimento o potenziamento delle proprietà terapeutiche naturali di LF.

LF è nota per essere parzialmente degradata dall’attività enzimatica nel GIT. È stato riportato che bLF è idrolizzata dalla tripsina in frammenti con varie masse molecolari ma i grandi frammenti ([* 30 kDa) hanno mostrato resistenza a ulteriore degradazione. LF può essere completamente degradata durante il passaggio attraverso lo stomaco e l’intestino tenue in vivo negli esseri umani. Gli enzimi nel GIT catalizzano i processi degradativi di LF attraverso la scissione idrolitica del legame peptidico (proteasi) o la modifica chimica della proteina come l’ossidazione e la fosforilazione. Tuttavia, ha dimostrato che bLF ha resistito alla principale degradazione proteolitica nel lume intestinale di topi adulti ed è stato trasportata attraverso il lume intestinale come una molecola intatta.

La barriera di assorbimento presentata dallo strato di gel di muco che copre il tessuto epiteliale gastrointestinale (GI) limita il trasferimento di LF a siti di azione sistemici. Piccole proteine e peptidi lipofili vengono assorbiti principalmente dalle cellule epiteliali attraverso la via transcellulare, mentre proteine e peptidi più idrofili e relativamente più grandi possono in misura limitata entrare nella circolazione sistemica attraverso la via paracellulare attraverso giunzioni strette. Le barriere enzimatiche e di assorbimento contribuiscono alla permeabilità intrinseca molto scarsa di LF attraverso l’epitelio intestinale.

Lattoferrina Liposomiale

In uno studio che impiegava bLF incapsulata in liposomi composti da fosfatidilcolina (PC), la somministrazione orale di LF liposomiale ha mostrato effetti più marcati in termini di soppressione rispetto a LF non liposomiale sul fattore di necrosi tumorale (TNF) indotto da LPS in sangue periferico (PBMC), nonché sull’espressione di TNF-a nel tessuto parodontale marginale. E’ stato dimostrato che i liposomi caricati con LF hanno migliorato la resistenza di LF agli enzimi digestivi, aumentando così l’effetto inibitorio di Lf somministrato per via orale sul riassorbimento osseo alveolare utilizzando modelli di parodontite indotta da LPS. Allo stesso modo, è stato pubblicato uno studio sull’impiego di LF liposomiale per gli effetti antitumorali su melanoma, grazie alla capacità dei liposomi di aumentare l’assorbimento della proteina e il suo accumulo nelle cellule, oltre a proteggere la LF dalla degradazione. La capacità dei liposomi di aumentare l’assorbimento di LF potrebbe essere spiegata dal loro accumulo nelle cellule e dalla capacità di proteggere Lf dalla degradazione enzimatica.

Lattoferrina: un elemento importante nella difesa dell’ospite 

Neutrofili e lattoferrina

LF gioca un ruolo importante nella difesa dell’ospite, al suo rilascio dal neutrofilo. LF migliora anche l’attività delle cellule Natural Killer nella difesa immunitaria e può limitare l’ingresso del virus nelle cellule ospiti durante l’infezione. Come parte della risposta infiammatoria dell’ospite, i leucociti, inclusi i neutrofili, rilasciano LF dai loro granuli, dove è normalmente immagazzinato.

I neutrofili attivati rilasciano anche fibre di cromatina, note come trappole extracellulari dei neutrofili (NET), che intrappolano e uccidono, tra gli altri, i batteri. Queste reti modulano allo stesso modo sia l’infiammazione acuta che quella cronica. NET si trovano anche in varie condizioni autoimmuni come l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico. È interessante notare che 106 neutrofili umani possono rilasciare 15 μg di LF.

Oltre al DNA e agli istoni, le fibre NET contengono proteine extranucleari e proteine come elastasi, mieloperossidasi (MPO) e LF. LF può anche servire da inibitore intrinseco del rilascio di NET in circolazione controllandone il rilascio.

Oltre ad essere parte integrante dei fluidi corporei, la LF senza ferro è immagazzinata nei granuli secondari citoplasmatici dei neutrofili. Durante l’infiammazione, LF viene rilasciato e la concentrazione di LF nel sito dell’infiammazione viene aumentata da 0,4–2,0 μg / mL a 200 μg / mL, giocando un ruolo importante nel meccanismo di feedback della risposta infiammatoria.

LF è anche sintetizzata a livello renale supportando il sistema di difesa immunitaria riducendo il ferro libero dalle urine e rendendolo quindi disponibile per le funzioni metaboliche. È noto che LF modula il suo effetto interagendo con specifici recettori cellulari delle cellule epiteliali e immunitarie e come lipopolisaccaride agli elementi batterici pro-infiammatori. Utilizzando due vie di segnalazione note, il fattore nucleare- kappa B (NF-κB) e la chinasi MAP, LF a livello cellulare modula la differenziazione, la maturazione, l’attivazione, la migrazione, la proliferazione e le funzioni delle cellule immunitarie.

In uno scenario in vitro di LF che supporta l’attivazione della risposta immunitaria, nel sito della lesione, LF accumula i neutrofili che promuovono l’interazione cellula-cellula e l’attivazione della fagocitosi da parte dei leucociti polimorfonucleati (PMN) e dei macrofagi. Di conseguenza, le citochine pro-infiammatorie diminuiscono di numero e l’attività delle cellule natural killer (NK) aumenta supportando così l’attivazione dei linfociti.

Ruolo della lattoferrina nell’attivazione delle cellule immunitarie. La lattoferrina entra nei microvilli intestinali attraverso l’aiuto dei di alcuni recettori presenti sulla superficie mucosa delle cellule intestinali. La molecola della lattoferrina aumenta ulteriormente la risposta immunitaria a causa di IFN- γ, TNF- α, IL-6 e attivando cellule NK, PMN e CD3 +

La Lattoferrina nel trattamento della malattia parodontale

La lattoferrina viene utilizzata anche nel trattamento della malattia parodontale, grazie alla sua azione batteriostatica contro batteri che formano la placca, come Streptococcus mitis, Streptococcus gordoni, Streptococcus salivarius e Streptococcus mutans.

La lattoferrina è una delle proteine presenti nella saliva. La concentrazione di LF nel fluido crevicolare gengivale dipende dal volume della saliva secreta, ma anche dalla condizione patologica del cavo orale. È stato mostrato in i campioni raccolti localmente dalla cavità orale di pazienti con malattie gengivali, la concentrazione di LF è aumentata a 63 ng / sito, mentre in quelli con malattia parodontale è aumentato a 90 ng / sito, rispetto ai livelli sani soggetti (36 ng / sito / sito). Il significato di LF nelle malattie parodontali è enfatizzato da studi sperimentali. Nei test su topi con knockout di lattoferrina (LFKO – / -) e indotto da alloxano diabete, gli animali erano più suscettibili alla parodontite indotta da Aggregatibacter actinomycetemcomitans.

Le malattie parodontali sono associate all’infiammazione del tessuto che circonda il dente, a causa dell’accumulo della placca sottogengivale formata principalmente da batteri Gram-negativi.

Un nuovo metodo di trattamento della malattia parodontale utilizza la LF bovina che:

  1. inibisce il processo infiammatorio legandosi liberamente agli ioni ferro
  2. si legano alla superficie dei batteri
  3. inibisce la crescita del biofilm

Le proprietà batteriostatiche di LF sono confermate da prove cliniche. Il problema frequente dell’alitosi (cattivo odore orale) causato dal metabolismo batterico si riscontra in circa il 50% dei pazienti nel mondo, e nel 90% l’eziologia è correlata ai processi microbici nella cavità orale. È accompagnato dalla presenza di placca e tartaro, malattie parodontali, come la parodontite e infezioni che coinvolgono protesi, carie, ulcere alla bocca e ulcerazioni.

In studi randomizzati, ai pazienti con alitosi è stata somministrata una singola dose orale di un farmaco commerciale, una compressa contenente 20 mg di lattoferrina, 2,6 mg di lattoperossidasi, e 2,6 mg di glucosio ossidasi. Già 30 minuti dopo la somministrazione della compressa, il cattivo odore è stato inibito.

Proprietà antimicrobiche della Lattoferrina 

Una delle caratteristiche più note di LF è che è antibatterico, antivirale, antifungino, antinfiammatorio e anti- cancerogeno. La sua capacità di limitare la disponibilità di ferro ai microbi è una delle sue proprietà amicrobiche cruciali.

L’effetto battericida è una proprietà molto importante dell’LF, rendendolo un’interessante alternativa agli antibiotici resistenza. È stato dimostrato che la lattoferrina è un agente antimicrobico efficace.
L’attività antibatterica della lattoferrina è attribuita alla sua capacità di sequestrare il ferro, un elemento necessario per la crescita e la proliferazione di microrganismi nei fluidi corporei. Inibizione della proliferazione batterica da parte di la lattoferrina tramite chelazione del ferro libera è una delle sue prime funzioni scoperte. È stata determinata la sua attività antibatterica da studi in vitro in cui la soluzione allo 0,5% della lattoferrina purificata ottenuta dal latte umano, priva di immunoglobulina, lisozima e transferrina, sono stati posti sulla superficie del gel con due specie di batteri, Staphylococcus albus e Staphylococcus aureus.

È stato dimostrato che LF inibisce la crescita di S. albus e l’introduzione di ferro ionizzato nel la soluzione di lattoferrina ha neutralizzato quell’effetto.

La lattoferrina ha anche un effetto battericida non correlato al legame del ferro. Ha la capacità di influenzare i batteri direttamente, grazie alla sua struttura specifica con una regione N-terminale altamente caricata positivamente. Agendo sulle pareti cellulari dei batteri Gram positivi, LF è in grado di disintegrarsi loro, aumentando la loro permeabilità e di conseguenza inducendo la morte cellulare.

LF si lega al lipopolisaccaride (LPS), parte integrante delle pareti dei batteri Gram-negativi, che porta alla loro disintegrazione. Studi sperimentali hanno dimostrato che l’effetto battericida dell’LF dipende dalla sua concentrazione. Un contatto diretto della lattoferrina con la pepsina nello stomaco porta alla digestione o degradazione idrolitica. La lattoferrina così generata ha un effetto antibatterico più potente e uno spettro più ampio di azione rispetto a LF nativa. L’effetto inibitorio sui microrganismi si ottiene a una dose bassa (0,5-500 mg / mL).

LF mostra anche un effetto sinergico in combinazione con antibiotici. Il meccanismo consistente nell’aumentare la permeabilità della parete cellulare facilita la penetrazione dell’antibiotico nel citoplasma della cella di destinazione. Ciò si traduce in un’azione chemioterapica più rapida ed efficace.

Proprietà antibatteriche della Lattoferrina 

I batteri hanno sviluppato vari modi per sequestrare il ferro. Nella figura viene mostrato come i batteri acquisiscono il ferro attraverso il riconoscimento mediato dai recettori di transferrina, emopexina, emoglobina o complessi emoglobina-aptoglobina e anche LF. Oltre a legarlo direttamente dall’ambiente, i siderofori batterici possono ottenere ferro rimuovendolo dalla transferrina, dalla lattoferrina o dalla ferritina. Questi complessi sideroforo-ferro vengono quindi riconosciuti dai recettori presenti sul batterio.

Le funzioni immunitarie innate dell’ospite sono supportate dalla proteina circolante, la siderocalina, nota anche come lipocalina associata alla gelatinasi neutrofila (NGAL), lipocalina2 o Lcn2 poiché inibisce l’acquisizione e il rilascio di ferro mediati dai siderofori.

Sebbene LF abbia vari mezzi per contrastare i batteri come parte della sua funzione immunitaria, è anche in grado di essere dirottato a beneficio delle attività dei batteri. Pertanto, i batteri possono anche sfruttare l’LF rimuovendo il suo ferro ferrico legato. Questo processo comporta la sintesi di chelanti di ioni ferrici ad alta affinità da parte dei batteri, l’acquisizione del ferro tramite LF o il legame della transferrina, mediata dai recettori batterici superficiali specifici del batterio, o l’acquisizione del ferro attraverso le riduttasi batteriche, che sono in grado di ridurre il ferro ferrico in ioni ferrosi.

Diversi patogeni Gram-negativi, inclusi membri dei generi Neisseria e Moraxella, hanno sviluppato sistemi a due componenti in grado di estrarre il ferro dall’ospite. N. meningitidis è una delle principali cause di meningite batterica nei bambini. Mentre la maggior parte dei batteri patogeni impiega siderofori per chelare il ferro, Neisseria ha sviluppato una serie di trasportatori di proteine che dirottano direttamente il ferro sequestrato nella transferrina ospite, nella lattoferrina e nell’emoglobina. Tuttavia, più del 90% di LF nel latte umano è sotto forma di apolattoferrina, che compete con i batteri siderofili per il ferro ferrico e interrompe la proliferazione di questi microbi e altri patogeni. Allo stesso modo gli integratori di LF possono svolgere un ruolo importante per contrastare i processi batterici. La LF è di conseguenza un elemento significativo della difesa dell’ospite ei suoi livelli possono variare in salute e durante la malattia. È quindi noto per essere un modulatore delle risposte immunitarie innate e adattive.

Proprietà antivirali della Lattoferrina 

L’effetto antivirale di LF consiste nell’inibire la replicazione del DNA virale e dell’RNA. Uno dei meccanismi di azione, confermata in modelli sperimentali, è il suo effetto protettivo sulle cellule prive di virus. È stata osservata anche LF legarsi direttamente alle molecole nelle strutture dei virus come HSV, HIV e HCV.

Un altro meccanismo dell’azione antivirale di LF è la sua capacità di bloccare i recettori della superficie cellulare. L’affinità di LF per i glicosaminoglicani provoca il blocco iniziale dei siti di legame del virus fase di infezione. Ciò impedisce l’uso di molecole di superficie come recettori o corecettori specifici per i diversi tipi di virus e impedisce la fusione virale. Questo meccanismo è stato descritto, tra l’altro, in HBV, HPV, HSV e HIV. È stato anche dimostrato che l’effetto dell’apolattoferrina su alcuni virus era maggiore di quello dell’olo-lattoferrina.

La lattoferrina ha chiaramente benefici immunologici, oltre ad avere un importante ruolo antibatterico e antivirale. Poiché è noto che interferisce con alcuni dei recettori utilizzati dai coronavirus, può contribuire utilmente alla prevenzione e al trattamento delle infezioni da questi ultimi. Il legame LF – HSPG impedisce il primo contatto tra virus e cellule ospiti e quindi previene la successiva infezione. Gli stessi HSPG non sono sufficienti per l’ingresso di SARS-CoV.

Tuttavia, nelle infezioni da SARS-CoV, gli HSPG svolgono un ruolo importante nel processo di ingresso cellulare. I siti di ancoraggio forniti dagli HSPG consentono il contatto iniziale tra il virus e le cellule ospiti e la concentrazione di particelle virali sulla superficie cellulare. Il SARS-CoV legato agli HSPG rotola quindi sulla membrana cellulare ed esegue la scansione di recettori di ingresso specifici, il che porta al successivo ingresso cellulare.

LF migliora l’attività delle cellule naturali killer e stimola l’aggregazione e l’adesione dei neutrofili nella difesa immunitaria e può limitare l’ingresso del virus nelle cellule ospiti durante l’infezione. Suggeriamo che questo processo potrebbe essere lo stesso per COVID-19, offrendo così strategie utili per la prevenzione e il trattamento. Attualmente, c’è anche un rinnovato interesse per il blocco ACE2 e HSPG, come discusso nell’introduzione. LF può quindi essere un ottimo integratore da assumere, non solo come contributo alla prevenzione ma forse come terapia in caso di diagnosi di COVID-19. Possibile azione di lattoferrina occupando siti di legame di SARS-CoV-2 che causa COVID-19.

L’ingresso nelle cellule ospiti si verifica quando SARS-CoV-2 si attacca per la prima volta ai proteoglicani di Heparan solfato (HSPG). Questo attaccamento avvia il primo contatto tra la cellula e il virus, concentrando il virus sulla superficie cellulare, seguito dal legame del virus al recettore ospite (ACE2) e l’associazione e l’ingresso sono quindi facilitati tramite fosse rivestite di clatrina. La replicazione del virus può quindi avvenire all’interno della cellula. Una delle caratteristiche della lattoferrina è che si attacca agli HSPG. Attualmente non siamo a conoscenza se ACE2 sia anche un recettore per la lattoferrina. La lattoferrina può bloccare l’ingresso di SARS-CoV-2 nella cellula ospite, occupando HPSG, prevenendo così l’attaccamento e l’accumulo iniziale di SARS-CoV-2 sulla membrana della cellula ospite.

Livelli ridotti di lattoferrina salivare sono specifici per la malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer (AD) è una delle malattie neurodegenerative più devastanti e rappresenta una delle principali preoccupazioni per la salute pubblica con oltre 30 milioni di persone colpite in tutto il mondo. La causa della malattia è ancora sconosciuta, ma l’ipotesi più accettata afferma che l’accumulo di amiloide-β (Aβ) nel cervello potrebbe inizialmente innescare la cascata patologica.

Evidenze accumulate suggeriscono che le infezioni batteriche e virali possono essere implicate nella patogenesi dell’AD. Nella cascata di eventi che precedono l’AD, i microrganismi orali e gastrointestinali possono svolgere un ruolo e diversi tipi di microbi hanno dimostrato di stimolare l’aggregazione e la deposizione di Aβ. Pertanto, può esistere un’interazione tra fattori di rischio genetici e ambientali, comprese le tossine e / o patogeni batterici, virali e fungini nella forma sporadica di AD a insorgenza tardiva che riflette la sua eziologia complessa e multifattoriale.

La questione se le infezioni orali possano essere considerate un fattore di rischio per l’AD ha generato negli ultimi anni una notevole ricerca. Le proteine e i peptidi antimicrobici (APP), chiamati anche” agenti di difesa dell’ospite”, sono le molecole effettive primarie dell’immunità innata. Un nuovo ruolo per le APP è stato proposto nella patologia dell’AD. Il ruolo emergente dei microbi e delle vie immunitarie innate nella patologia dell’AD suggerisce anche che le APP possono essere prese in considerazione per interventi terapeutici precoci in futuri studi clinici. Agenti patogeni e marker di infezioni cerebrali sono coinvolti nell’aggregazione dell’amiloide, rafforzando la possibile relazione tra AD e infezioni cerebrali.

I biomarcatori che riflettono l’integrità del sistema immunitario innato potrebbero quindi essere utili sia per una diagnosi accurata che precoce, nonché per la prognosi della malattia. Un promettente candidato biomarcatore è la lattoferrina (LF), una proteina legante il ferro appartenente alla famiglia della transferrina ed espressa in tutti i fluidi corporei, in particolare nei fluidi esocrini, lacrime o saliva.

LF ha un’ampia varietà di funzioni fisiologiche tra cui attività antiossidanti, proprietà neuroprotettive, regolazione della risposta immunitaria, potenziale antinfiammatorio e anti-cancerogeno. Inoltre, la Lf è stata precedentemente rilevata nelle placche senili, nei grovigli neurofibrillari e nella microglia del cervello di AD.

Poiché LF è uno dei principali peptidi antimicrobici nella saliva, rappresenta inoltre un importante elemento difensivo inducendo un ampio spettro di effetti antimicrobici contro batteri, funghi, protozoi, virus e lieviti. Gli effetti antimicrobici di LF sono conferiti dalla sua regione N-terminale con carica altamente positiva. Queste funzioni sono mantenute dai suoi prodotti di idrolisi, una serie di peptidi derivati da LF che, trattenendo la regione cationica N-terminale della proteina nativa, mantengono anche molte delle attività di LF e in alcuni casi possono essere anche più potenti del genitore proteina.

Livelli di lattoferrina salivare in pazienti con aMCI, AD e controlli sani. (A) I livelli di lattoferrina diminuiscono in aMCI e AD rispetto al gruppo di controllo. Il grafico a riquadro mostra la mediana, l’intervallo interquartile e i valori estremi di ciascun gruppo.; (B) Correlazione tra i livelli di lattoferrina nella saliva e il declino cognitivo nei gruppi aMCI e AD. I livelli di lattoferrina sembravano essere correlati negativamente con la gravità della malattia; analisi di correlazione tau di Kendall). (ottenuta La lattoferrina salivare è correlata in modo significativo con Ab42 (E) e tau totale (F) nel liquido cerebrospinale, sulla base dell’analisi di correlazione di Spearman.

 

Di seguito, viene presentato uno studio che può risultare estremamente interessante nel dosaggio da della lattoferrina salivare come un nuovo biomarcatore diagnostico aMCI / AD. Secondo un primo studio, la lattoferrina salivare ha aiutato a classificare in maniera precisa tutti i pazienti con aMCI / AD e tutti i soggetti cognitivamente sani e ha mostrato una correlazione molto alta con i biomarcatori CSF convalidati. Inoltre, in un secondo studio (coorte “non clinica”), sono stati trovati individui apparentemente sani con bassi livelli di lattoferrina saliva che erano ad alto rischio di convertirsi alla demenza aMCI / AD (più del 77%).

Di conseguenza, e sebbene siano necessari ulteriori studi clinici, si può ipotizzare che la lattoferrina salivare può emergere come biomarcatore preciso ed affidabile per la diagnosi di aMCI / AD e può aiutare a identificare, dopo uno screening della popolazione generale, quei soggetti “apparentemente sani” che soffrono di underdiag – Alzato il naso in stadio preclinico AD o addirittura MCI.

È abbastanza ben noto che la diagnosi clinica dei pazienti con aMCI / AD è impegnativa. Tuttavia, l’accuratezza della diagnosi clinica di AD da parte dei medici specializzati in questo studio è di circa il 90%, simile a quella riportata altrove. È interessante notare che, dopo una valutazione più approfondita dei risultati ottenuti nello studio di correlazione con biomarcatori (lattoferrina salivare vs. tau totale CSF e CSF Ab42), è stato scoperto che sebbene tutti i partecipanti cognitivamente normali avevano livelli di lattoferrina normali / alti (7,3 mg / mL), 7 su 68 (10%) possono avere patologia preclinica di Alzheimer, in base ai loro livelli di Ab42 nel CSF. Dopo aver monitorato l’evoluzione clinica di questi 7 soggetti, è stato scoperto che uno di loro, con livelli di lattoferrina di 8 mg / mL (vicini al valore di cutoff), si è convertito in MCI 6 anni dopo. Ciò può suggerire che il declino della lattoferrina salivare avvenga in una fase successiva del processo preclinico di DA, principalmente quando compare un deficit cognitivo sottile, tenendo conto del modello ipotetico della cronologia.

Inoltre, abbiamo scoperto che 7 dei 59 (11,9%) pazienti con diagnosi clinica di AD mostravano livelli normali di CSF Ab42. Quattro di questi 7 pazienti avevano livelli normali di Ab42 nel liquido cerebrospinale ma alti livelli totali di tau. Quest’ultimo può suggerire che la lattoferrina salivare può anche funzionare come biomarcatore

di disfunzione corticale / cognitiva associata ad altri tipi di demenza oltre all’AD. Infatti, a questi 4 pazienti è stata diagnosticata clinicamente una demenza mista di AD, inclusa la componente vascolare e la demenza con corpi di Lewy. I risultati forniscono anche la prova che la lattoferrina salivare può funzionare per identificare soggetti “apparentemente sani” che soffrono di AD preclinico in stadio avanzato o aMCI, un numero elevato dei quali è attualmente sottodiagnosticato.

La lattoferrina, un importante modulatore della risposta immunitaria e dell’infiammazione, rappresenta un importante elemento difensivo inducendo un ampio spettro di effetti antimicrobici. Un nuovo ruolo per i peptidi antimicrobici è stato proposto nella patologia dell’AD come agenti patogeni e marcatori di infezioni cerebrali coinvolti nell’aggregazione dell’amiloide, rafforzando la relazione tra AD e infezioni cerebrali.

La lattoferrina salivare classifica in modo robusto i pazienti con aMCI e AD da soggetti sani di controllo. L’accuratezza del rilevamento è uguale o superiore a quella ottenuta da altri studi pubblicati sul sangue e sul liquido cerebrospinale. Tuttavia, la saliva è di gran lunga più conveniente e più facile da ottenere e costa meno da acquisire rispetto al sangue e al liquido cerebrospinale. Inoltre, il biomarcatore è costituito da una singola proteina, la lattoferrina, a differenza di altre basate su un insieme di proteine, lipidi o array di RNA, rendendolo più utile per lo screening in studi clinici su larga scala e per un uso clinico futuro.

Sono necessarie ulteriori analisi di coorte longitudinali per valutare come il marker della lattoferrina salivare possa aiutare a differenziare tra AD e altre malattie neurodegenerative, inclusa la demenza con corpi di Lewy o la demenza frontotemporale. Infine, ci proponiamo di studiare la correlazione dei livelli di lattoferrina salivare con i biomarcatori fondamentali del CSF e la neuroimaging PET e le potenziali variabili confondenti, inclusi i disturbi di co-morbidità, lo stato fisiologico o la dieta. Questi nuovi studi sarebbero altamente raccomandati, fornendo una linea indicativa della capacità della lattoferrina salivare di identificare i pazienti affetti da aMCI / AD. Inoltre, può funzionare anche per identificare soggetti “apparentemente sani” che soffrono di AD preclinico in stadio avanzato o aMCI, un numero elevato dei quali è attualmente sottodiagnosticato. Si ritiene quindi che

questi risultati possano rappresentare un progresso significativo nel consenso del National Institute on Aging e dell’Alzheimer’s Association per i biomarcatori dell’AD preclinico.

Dott. Mauro Mantovani 

Responsabile Ricerca e Sviluppo IMBIO
Direttore Scientifico IMBIO Academy

Riferimenti: Lattoferrina, Sistema immunitario, Covid-19
Redattore: Dott. Mauro Mantovani

Bibliografia a supporto:
– E. Carro et al. / Alzheimer’s & Dementia: Diagnosis, Assessment & Disease Monitoring 8 (2017) 131-138
– J.R. Kanwat et. Al. Multifunctional Iron Bound Lactoferrin and Nanomedicinal Approaches to Enhance Its Bioactive Functions May 2015, Molecules
– Douglas B. Kell Front. Immunol., 28 May 2020 The Biology of Lactoferrin, an Iron-Binding Protein That Can Help Defend Against Viruses and Bacteria



Il cambio di stagione porta spesso cambiamenti, specialmente a tavola!

Il cambio di stagione porta cambiamenti anche al nostro corpo e all’umore: stanchezza, stress e mancanza di energia spesso accompagnano l’arrivo dell’autunno. Ecco allora quali alimenti preferire per superare al meglio il passaggio dai mesi più caldi a quelli più freddi.

L’autunno è ampiamente arrivato e con sé ha portato un notevole cambio di prodotti alimentari. Uno stile di vita corretto e sano prevede di consumare il più possibile cibi di stagione e il rispetto di tale indicazione aiuta a mantenere il proprio corpo in uno stato di equilibrio e soprattutto di salute.

La scelta è ampia ed è importante ricordare che più si varia, più l’alimentazione sarà completa ed equilibrata e questo permetterà all’organismo di funzionare meglio.

Ma quali sono gli alimenti dell’autunno? I primi freddi portano soprattutto ad un significativo cambio dei cibi vegetali.

Frutta di stagione per prevenire i malanni  

Tra i frutti risalta il melograno che, ricco di minerali e vitamine (in particolare la vitamina C) possiede proprietà diuretiche, depuranti e soprattutto antiossidanti, fondamentali per l’attività del nostro sistema immunitario.

Secondo numerosi studi scientifici, aiuterebbe anche nel controllo del colesterolo. Altro frutto protagonista dell’autunno è il kiwi, ricchissimo di vitamina C, utile per prevenire il raffreddore e vari malanni stagionali. Apporta notevoli benefici anche alla motilità intestinale, quindi molto utile per chi soffre di stitichezza.

Tra i frutti più presenti sulle tavole ecco la mela, della quale ne esistono diverse tipologie, ognuna di esse con le proprie valide caratteristiche. Anche questo frutto ha una buona concentrazione di vitamina C, oltre che alcune vitamine del gruppo B, importanti per dare energia fisica e mentale. Le mele, inoltre, hanno pochissime calorie ed aiutano ad eliminare le tossine nel corpo, poiché molto ricche di acqua. Oltre a consumarle così come sono, le mele si prestano alla preparazione di tantissime ricette sfiziose sia dolci che salate.

In autunno arrivano anche le prime arance, che oltre ad essere fonti di vitamina C, sono anche un carico di flavonoidi, sostanze antiossidanti che stimolano la produzione di collagene importante per pelle, cartilagini ed ossa.

Altri frutti interessanti sono i cachi, ottimi drenanti e diuretici, capaci di dare molta energia in quanto contengono molti zuccheri, ma quindi da prestare attenzione nel loro consumo per chi soffre di problematiche legate alla glicemia. Ideali invece sicuramente per chi fa sport.

Simile è l’uva, molto calorica, ricca di zucchero, quindi attenzione a non abusarne. L’uva, però, è anche un’ottima fonte di resveratrolo, potente sostanza con effetto antiaging, antinfiammatorio e antitumorale.

Tutte le verdure da portare a tavola in autunno  

Tra gli ortaggi, l’autunno ci porta in dono il carciofo, un digestivo naturale, ricco di potassio e altri minerali, ha proprietà diuretiche e depuranti grazie alla presenza di cinarina, sostanza che conferisce il caratteristico sapore amarognolo, ma che aiuta tanto a disintossicare il fegato. Il carciofo infatti favorisce la produzione degli acidi biliari, permettendo un corretto detox epatico. I maggiori benefici si ottengono consumando però questo ortaggio in forma naturale, crudo.

Tra gli ortaggi, la principessa dell’autunno è la zucca, i cui utilizzi si prestano a svariate ricette, sia salate che dolci. La polpa è particolarmente ricca di carotenoidi, importanti protettori della pelle e fondamentali per mantenere efficiente il nostro sistema immunitario. La zucca ha un bassissimo apporto calorico, è molto leggera, digeribile e ha proprietà diuretiche e lassative. Da non dimenticare sono anche i semi di zucca, che contenendo grassi buoni, fitosterolo e fitolecitina, hanno una discreta proprietà antinfiammatoria e aiutano a prevenire disfunzioni delle vie urinarie e della pelle.

I nuovi arrivi comprendono anche una categoria di ortaggi molto importanti e salutari, ovvero le crucifere, che racchiudono broccoli, cavolfiori e cavoli. Sono una fonte notevole di vitamine, in particolare A, quelle del gruppo B, C ed acido folico, importantissimo per la formazione dei globuli rossi e la circolazione del sangue. Importante anche il loro apporto di minerali, tra cui troviamo fosforo, calcio e potassio, utili per dare energia e sostenere la struttura dell’osso. Hanno un ottimo potere antiossidante, in quanto ricchi di carbinolo, sostanza che modula gli estrogeni, prevenendo problematiche oncologiche in particolare ad utero, seno ed ovaie. Inoltre elevata è la presenza al loro interno di clorofilla che aiuta l’organismo nella produzione di emoglobina e quindi a prevenire eventuali stati di anemie. Come molti altri ortaggi hanno un basso contenuto di calorie e soprattutto un’ottima capacità saziante, utili quindi per chi è a dieta e ha necessità di perdere peso.

Da citare, perché spesso presenti sulle tavole autunnali anche i funghi e le castagne, tipici prodotti di stagione. I primi non contengono grassi, ma appartengono alla famiglia dei lieviti, quindi per chi soffre di intolleranza a tale famiglia è opportuno non eccedere nel loro consumo. I funghi, inoltre, sono istaminici, ovvero liberatori di istamina e quindi in grado di contribuire a sviluppare reazioni pseudoallergiche. Per questo motivo, anche in questo caso, attenzione per coloro che sono soggetti sensibili. In compenso i funghi sono molto ricchi di acqua, minerali, amminoacidi essenziali, vitamina D e vitamine del gruppo B, importanti per ossa, sistema nervoso e immunitario.

Infine ecco le castagne, considerate appunto il vero simbolo dell’autunno, buona fonte di vitamina E e composti fenolici, sostanze con capacità antitrombotiche e quindi molto importanti per la salute del cuore. Sono ricche di acqua e fibre, utili per regolarizzare l’intestino e ridurre l’assorbimento del colesterolo ed essendo prive di glutine, la farina di castagna è l’ideale per le ricette di soggetti celiaci. Per le sue caratteristiche infatti la castagna va intesa come un carboidrato, quindi importante consumarla nelle giuste modalità.

Anche l’autunno ci offre diverse soluzioni, dunque importante considerare i prodotti di stagione, nel loro insieme e nella loro varietà, per sfruttare al meglio le loro proprietà benefiche.

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Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Alimentazione, dieta, autunno
Redattore: Dott. Alessio Tosatto


disbiosi intestinale stomaco mal di pancia

Intestino: cos’è il microbiota e perché è così importante?

Il microbiota intestinale è definibile come l’insieme di tutti i microrganismi (batteri, miceti e parassiti) che coesistono nell’intestino di ogni specie animale ed anche dell’uomo. La composizione del microbiota è variabile da individuo ad individuo, infatti è strettamente correlata all’età, allo stile di vita ed al tipo di alimentazione di ognuno di noi.

Il microbiota intestinale è localizzato sulla mucosa dell’intestino (ovvero nel tratto più esterno): questa struttura è molto importante, poiché è qui che le molecole nutritive provenienti dall’alimentazione vengono assorbite. Proprio a questo livello, il microbiota svolge un ruolo essenziale per il suo ospite, in quanto ha una funzione metabolica di sintesi ed assorbimento di vitamine, minerali e nutrienti; è inoltre in grado di produrre acidi grassi a catena corta (SCFA), essenziali per dare energia alle cellule intestinali.

L’intestino è il nostro “secondo cervello”, perché è importante prendersi cura del proprio intestino?

Quando si sente dire “l’intestino è il secondo cervello” è proprio perché a questo livello, grazie al microbiota, viene prodotta serotonina (conosciuta anche come l’”ormone del buon umore”); e sempre grazie al microbiota viene modulata la comunicazione tra intestino e sistema nervoso.

La densità dei batteri a livello dell’intestino è molto elevata: questo lo rende una straordinaria area di scambio in cui si ha una perfetta interazione tra ospite, sistema immunitario e microbiota.

Tutto il sistema dell’interazione ospite-microbiota è definibile come un delicato equilibrio dinamico: il sistema immunitario mantiene l’ordine tra il numero elevato di batteri intestinali (tra cui si trovano anche batteri patogeni) e l’ospite.

Batteri buoni e batteri cattivi nell’intestino. Tenere sotto controllo lo sviluppo di batteri patogeni per rinforzare il sistema immunitario

Il sistema immunitario impara già dai primissimi anni di vita a differenziale la flora microbica commensale (ovvero quella composta da batteri in equilibrio, che svolgono un’azione positiva per l’ospite, e che non scatenano una risposta immunitaria) dalla flora microbica patogena, che può causare malattia, e dalla quale ci si deve difendere.

Da questo emerge che i meccanismi immunosoppressori del sistema immunitario nei confronti dei batteri commensali (che chiameremo “buoni”) siano indispensabili per il mantenimento di un equilibrio intestinale. Allo stesso tempo, avere una flora microbica mista e varia, composta principalmente da batteri “buoni”, consente di tenere sotto controllo lo sviluppo dei batteri patogeni (se i batteri buoni sono tanti, consumano più risorse di spazio e di nutrienti, e ne rimangono meno per i patogeni, che non riescono a moltiplicarsi).

Come effettuare il test per la disbiosi intestinale

Come si crea uno stato di Disbiosi intestinale?

Se tutto ciò funziona correttamente, e si ha un equilibrio intestino-sistema immunitario-ospite, si parla di Eubiosi. Al contrario, se si ha uno squilibrio che consente alle specie patogene di crescere e svilupparsi, si parla di Disbiosi.

Generalmente, le principali cause di disbiosi possono essere:

  • Una scorretta alimentazione
  • Abuso di farmaci (soprattutto antibiotici aspecifici)
  • Carenze metaboliche (ad esempio, carenza di enzimi digestivi)
  • Intolleranze alimentari
  • Allergie
  • Intossicazioni
  • Stress fisico e psicologico

Queste cause non solo portano a disbiosi, ma possono anche portare il paziente a manifestare una serie di disturbi, tra cui:

  • Irregolarità intestinali
  • Emicranie
  • Colon irritabile
  • Infiammazione cronica
  • Micosi e cistiti
  • Vaginiti da Candida albicans nelle donne
  • Alterazione del sistema immunitario, con aumento delle citochine pro-infiammatorie
  • Alterazione del tono dell’umore
  • Eruzioni cutanee

In presenza di uno o più di questi sintomi è opportuno rivolgersi ad un medico ed eseguire un’analisi per valutare una disbiosi intestinale. Esistono diversi tipi di test che possono determinare la presenza di una disbiosi: è importante spiegare al medico i propri sintomi, affinché possa consigliare l’esame più adeguato alla situazione.

Affidarsi ad un professionista è sicuramente un valido strumento per migliorare il proprio stato di salute, con conseguente miglioramento della qualità della vita.

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Dott.ssa Sebastiana Pappalardo
Coordinatrice Responsabile  per la sede Centri MIr- Medicina Integrata della Riproduzione – Roma
Socio SIRU Società Italiana della Riproduzione Umana
Membro dei GIS .Gruppi di Interesse Speciale SIRU
Embiologia e Genetica

Riferimenti: Disbiosi, Intestino, Alimentazione, Candida Albicans
Redattore: Dott.ssa Sebastiana Pappalardo


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