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Reflusso gastrico disturbi, cause e cura 

Il reflusso gastroesofageo è una condizione che affligge circa il 20% della popolazione Europea e si verifica quando i succhi gastrici dello stomaco risalgono e vengono a contatto con l’esofago, causando al paziente un fastidioso bruciore a livello dello sterno (dietro al torace) ed episodi di rigurgito acido.

Lo stomaco è separato dall’esofago da uno sfintere, il cardias: questo si apre per far entrare il cibo nello stomaco e si chiude per evitare che i succhi gastrici possano risalire l’esofago. È quindi fondamentale che lo sfintere rimanga ben tonico per evitare la risalita dell’acido e la comparsa dei sintomi.

In alcuni casi il reflusso gastroesofageo si manifesta in episodi isolati; ma quando la quantità e la durata degli eventi supera una determinata soglia si parla di malattia da reflusso gastroesofageo.

Le cause del mal funzionamento dello sfintere gastrico possono dipendere dall’alimentazione (intolleranze, difficoltà digestive di alcuni alimenti, cibi nervini…), da fattori anatomici e/o funzionali (es: ernia iatale, lassità del cardias…), dagli ormoni circolanti ed infine anche dall’effetto di alcuni farmaci.

Fisiologicamente, all’interno dello stomaco vi è una pressione che consente al cardias di rimanere chiuso e di aprirsi solo in determinate occasioni (ad esempio, durante un pasto o in determinati momenti della giornata). Se però la pressione intra addominale aumenta, come ad esempio nei pazienti sovrappeso o obesi e nelle donne in gravidanza, la pressione varia, e si ha una predisposizione maggiore a sviluppare la malattia da reflusso gastroesofageo.

 

Quali sono i sintomi del reflusso gastroesofageo?

I sintomi del reflusso gastroesofageo non sono piacevoli e tipicamente si concretizzano in un bruciore retrosternale (ovvero dietro al petto) ed in un rigurgito acido (ovvero la percezione di risalita di un liquido acido in gola). La manifestazione dei sintomi è eterogenea: possono presentarsi continuativamente durante tutta la giornata, più volte al giorno, oppure in singoli momenti isolati (molto frequentemente dopo pranzo e/o in posizione orizzontale).

In alcuni casi i sintomi possono comprendere anche una difficoltà di deglutizione, una mancata digestione con nausea, tosse e raucedine, singhiozzo, asma ed insonnia.

Spesso i sintomi più comuni della malattia rendono possibile al medico diagnosticare con facilità la malattia da reflusso gastroesofageo. In alcuni casi più complicati, quando compaiono sintomi come dimagrimento, debolezza ed anemia, è opportuno valutare diversi test diagnostici per comprendere al meglio la causa del reflusso.

La digestione inizia dalla bocca: scopri il test non invasivo per diagnosticare la malattia da reflusso gastroesofageo

Il trattamento per eliminare il reflusso gastroesofageo

La terapia della malattia da reflusso gastroesofageo si basa sulla combinazione tra la correzione dello stile di vita ed eventualmente un’adeguata terapia farmacologica.

Dal punto di vista terapeutico, gli approcci più comuni del trattamento del reflusso gastroesofageo sono:

  • Una modifica dello stile di vita, con l’obiettivo di raggiungere il peso ideale e di evitare fumo ed alimenti che possono influenzare positivamente il reflusso, come alcolici e caffè.
  • La presa di alcuni accorgimenti durante e dopo i pasti, per scongiurare la manifestazione di reflusso, come ad esempio il consumo di pasti meno sostanziosi e più leggeri, cucinati in maniera più digeribile; ed il non coricarsi prima delle tre ore dopo il pasto (oppure di dormire con la schiena appoggiata a più cuscini, per simulare una posizione semi verticale).

Se i sintomi persistono, il medico o il professionista sapranno consigliare alcuni trattamenti farmacologici o di integrazione in grado di ridurre la manifestazione dei sintomi (come l’uso di antiacidi e di inibitori di pompa protonica).

Buoni consigli per chi soffre di reflusso gastroesofageo

La malattia da reflusso gastroesofageo può peggiorare di molto la qualità della vita del paziente, per questo è necessario agire di prevenzione: una dieta equilibrata che consenta di mantenere un peso adeguato è sicuramente un ottimo inizio.

Se poi si è predisposti al reflusso gastroesofageo è opportuno evitare alcuni tipi di alimenti che tendono ad infiammare e a stimolare il reflusso, come ad esempio:

  • alimenti ricchi in grassi e difficilmente digeribili (fritti, carni grasse, salse, margarina o burro)
  • alimenti nervini come caffè e the
  • alcolici, superalcolici e bibite gassate
  • menta
  • pomodori
  • agrumi
  • cioccolato
  • spezie come il peperoncino, pepe, curry, noce moscata, etc.
E preferire invece alimenti con ridotto contenuto di grassi, cereali integrali ed almeno 5 porzioni al giorno di frutta e verdura. Anche i tipi di cotture possono influire e andrebbero favorite:
  • cottura al cartoccio, al vapore o a basse temperature
  • consumo di olio a crudo

Se soffri di reflusso questi accorgimenti possono migliorarti la vita

Ci sono alcuni accorgimenti che possono migliorare la vita di chi soffre di reflusso gastroesofageo (e non solo), eccone alcuni:

  1. Evitare di mangiare troppo (o abbuffarsi) e preferire pasti piccoli e frequenti, evitando digiuni per lunghi periodi di tempo. Una corretta alimentazione dovrebbe prevedere 3 pasti principali e 2 spuntini;
  2. Non sdraiarsi subito dopo i pasti e cenare almeno 2 ore prima di coricarsi;
  3. Alza la testiera del letto di qualche centimetro o utilizza dei cuscini per evitare di sdraiarti completamente. Mantenere l’esofago in posizione verticale anche quando si è sdraiati ed impedisce la risalita di materiale acido dallo stomaco;
  4. Mantieni un peso forma ideale: l’accumulo di tessuto adiposo a livello del girovita rappresenta uno dei fattori che contribuiscono maggiormente alla malattia da reflusso gastroesofageo;
  1. Mastica lentamente: la digestione inizia dalla bocca, infatti è fondamentale masticare correttamente e a lungo gli alimenti.

Contattaci subito per prenotare la visita con il nostro specialista

 

Dott.ssa Giulia Aliboni
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Reflusso gastroesofageo, disturbi digestione, alimentazione, Reflusso gastrico
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni


Gennaio 7, 2021 Articolo

Il testosterone, un ormone che non coinvolge solo calvizie e impotenza

Capita spesso di sentir parlare, soprattutto in ambito femminile, delle variazioni di umore causate dalle fluttuazioni ormonali. In ambito clinico gli ormoni più studiati sono il cortisolo (l’ormone dello stress) e gli estrogeni, i cui sintomi da carenza o eccesso sono molto evidenti e possono in alcuni casi portare a conseguenze anche importanti, che compromettono la qualità di vita della persona.

Meno comune è sentir parlare di dosaggio del testosterone, dal momento che erroneamente si ritiene che tale squilibrio riguardi solo gli uomini che soffrono di impotenza o di calvizie.

Un’alterata produzione di testosterone non ha solo conseguenze a livello estetico o funzionale, ma può compromettere anche:

  • l’apparato locomotore (qualità della muscolatura)
  • l’apparato cardiovascolare
  • la sfera sessuale
  • la sfera psichica e anche comportamentale

Nell’uomo tale ormone viene prodotto naturalmente da cellule specializzate, chiamate cellule di Leyding, presenti nei testicoli, sotto stimolo dell’ipofisi (una ghiandola presente sotto la base dell’encefalo che produce, tra gli altri, anche l’ormone luteneizzante).

La concentrazione di testosterone in circolo durante la giornata non è costante, ma è una curva: presenta infatti un picco massimo alle 8 di mattina e tocca il minimo alle 8 di sera. Decresce inoltre con l’età, già a partire dai 30 anni.

I sette sintomi da tenere sotto controllo 

I sintomi da carenza di testosterone sono:

  • la diminuzione della massa muscolare e ossea
  • l’aumento di grasso corporeo
  • scarsa produzione di globuli rossi con conseguente ridotta ossigenazione dei tessuti
  • un aumento della pressione sanguigna
  • aterosclerosi
  • spossatezza, impotenza e calo dell’umore
  • aumento del rischio di sviluppare diabete di tipo II nei soggetti predisposti

Se la carenza di testosterone diventa cronica si parla di sindrome PADAM (Partial Androgen Deficiency in Aging Male), chiamata anche impropriamente “Andropausa”. Tale sindrome può essere dovuta ad alterazioni fisiologiche a carico dei testicoli o a carico dell’ipofisi, e spesso si verifica con l’avanzare dell’età.

A differenza della menopausa femminile, che si concretizza in una finestra temporale ristretta, la sindrome PADAM si manifesta in forma lenta e progressiva a partire dai 50 anni di età e può portare ad un aumento di peso, ad una riduzione della massa ossea e muscolare e all’insorgenza di anemia.

Quali sono i rischi di un deficit di testosterone in età giovanile?

La carenza di testosterone si può manifestare anche in età giovanile; causa di tale calo è spesso l’eccessiva presenza di un enzima, chiamato aromatasi, prodotto in grandi quantità dalle cellule del tessuto adiposo (ma non solo) e capace di convertire il testosterone in estrogeno (ovvero in ormoni femminili).

Nell’uomo l’aumento degli estrogeni circolanti, causato dall’aumento della funzionalità di questo enzima, porta ad una “femminilizzazione” del corpo con comparsa di ginecomastia, di accumulo di tessuto adiposo a “pera” (petto, fianchi, gambe e glutei), depressione, perdita della libido ed infertilità.

Tra i fattori di rischio che possono portare a tale condizione, oltre a quelli precedentemente citati, ci sono anche sovrappeso, obesità e il fumo.

Integrazione o alimentazione? I cibi che aumentano i livelli di testosterone

Per aumentare i livelli di testosterone, oltre all’integrazione e/o alla terapia ormonale consigliata dallo specialista è possibile agire attraverso l’alimentazione, aumentando le proteine consumate ai pasti, evitando alcol, aceto, caffeina e zuccheri semplici, moderando il consumo di latticini e preferendo il consumo di frutta e verdura a basso indice glicemico.

Gli integratori di testosterone dovrebbero essere somministrati solo nel caso di livelli di testosterone libero nel sangue al di sotto della norma, previa analisi di controllo e solo qualora si riscontrino sintomi o patologie legate all’abbassamento del livello di testosterone. Prima di ricorrere ad integratori, controindicati a tutti i soggetti a rischio cardiovascolare, è da valutare un cambio nello stile di vita e un controllo di fattori come l’obesità o la pressione alta.

Uno stile di vita sano è il migliore alleato per mantenerne buoni i livelli di testosterone, che non è solo l’ormone della virilità, ma è importante per proteggere il cuore e le ossa.

Perché il testosterone è importante anche per le donne?

Nonostante sia spesso associato agli uomini, il testosterone è importante anche per la salute delle donne.  Le donne naturalmente hanno livelli più bassi di testosterone. I loro corpi sono più sensibili all’ormone e la salute delle donne dipende dall’equilibrio tra estrogeno, progesterone e testosterone.

Il testosterone gioca un ruolo cruciale nella produzione naturale di estrogeno, aiuta a preservare la massa muscolare e ossea e contribuisce alla libido. Anche in ambito femminile il dosaggio di testosterone è importante.

Un eccesso di testosterone nelle donne può portare a problematiche come:

  • irsutismo
  • abbassamento del timbro della voce
  • eccessivo sviluppo della muscolatura
  • ipotrofia mammaria
  • anomalie mestruali

Come faccio a misurare i livelli di testosterone nel sangue?

Fino a pochi anni fa il livello di testosterone circolante poteva essere misurato solo attraverso un prelievo di sangue e questo ha reso impossibile effettuare più dosaggi al giorno per verificare la media di testosterone prodotta o verificarne la quantità circolante nella fascia oraria di maggiore o minor produzione. Grazie a nuove e più sofisticate strumentazioni, tuttavia, oggi possibile misurarlo con la saliva, attraverso la masticazione di un semplice tampone.

Tale metodo rende molto più semplice la rilevazione di un eventuale carenza o eccesso di tale ormone, permettendo anche la valutazione ormonale in ambiti diversi da quello clinico, come ad esempio in campo sportivo.

Misura i livelli di testosterone con una semplice analisi salivare

 

Dott. Davide Iozzi

Biologo nutrizionista
Esperto in nutrizione umana

Riferimenti: Testosterone, Libido, Salute sessuale, Salute delle Ossa
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni


Dicembre 29, 2020 Articolodieta e nutrizione

Perdere peso non significa necessariamente dimagrire. Il primo segreto per migliorare davvero il fisico? Non guardare la bilancia!

Lo sapevate che è possibile dimagrire senza perdere peso?
Molti di noi sono ossessionati dai numeri, quelli della bilancia in particolare. In realtà la bilancia può essere fuorviante, perché quello che conta in un processo di dimagrimento è la qualità, ovvero la composizione corporea.

La perdita di peso non corrisponde sempre alla perdita di grasso. Un corpo tonico e in salute, oltre a farci sentire meglio, brucia anche più energie.

È da sfatare il mito che grasso e muscolo pesino l’uno più dell’altro: 1 kg è sempre 1 kg!
In questo caso ciò che cambia è il volume, infatti 1 kg di grasso occupa molto più spazio rispetto all’equivalente peso di muscolo ed è per questo che a parità di peso la nostra forma fisica può migliorare e risultare più efficiente.

Quello che dovremmo voler ottenere durante un processo di dimagrimento non è soltanto una cifra in meno sulla bilancia, quanto una trasformazione della massa grassa in massa muscolare, nello specifico un miglioramento molto significativo dello stato di forma.

Come faccio a dimagrire e migliorare il mio stato di forma?

Innanzi tutto è fondamentale intervenire sull’alimentazione. Inutile privarsi di alcuni alimenti o saltare i pasti, perché per ottenere un dimagrimento giusto ed efficace bisogna seguire una corretta alimentazione con una dieta varia, equilibrata e personalizzata sulle nostre esigenze.

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L’attività fisica, anche blanda, è importantissima per migliorare il metabolismo ed incrementare i nostri livelli di energia.

Immaginiamo il nostro corpo come una macchina: se è alimentato con il giusto carburante e la batteria è funzionante e attiva, carburando consuma di più (metabolismo più veloce) e produce più energia (sviluppa massa muscolare comunemente conosciuta come massa magra)

Come faccio a misurare il mio dimagrimento? 

I primi miglioramenti li possiamo notare non tanto sulla bilancia, quanto sugli indumenti che indossiamo abitualmente, sulla sensazione di benessere e forza che si avverte e anche sull’umore.

La bilancia è semplicemente una sorta di calcolatrice che somma quello che è presente nell’organismo senza tener conto della qualità effettiva. Spesso è uno strumento ingannevole che va quindi utilizzato in maniera e in tempistiche corrette.  Ecco come usare la bilancia nel modo più efficiente.

Mai pesarsi tutti i giorni! Le eventuali variazioni di peso sono legate ai liquidi, che sono soggetti a oscillazioni dovute alle azioni quotidiane e non (digestione, funzionalità intestinale, stress, attività fisica / sedentarietà, cambi di temperatura, etc.). L’informazione che otteniamo non è indice di dimagrimento, ma delle oscillazioni quotidiane di peso.

Non pesarsi il giorno dopo lo “sgarro”. Pesarsi la mattina successiva ad un pasto libero è inopportuno. Anche in questo caso, la digestione un po’ più prolungata dovuta ad un pasto più impegnativo e pesante comporta una maggiore produzione di liquidi, necessari per compiere i processi di assorbimento dei vari cibi e questo influisce sul numero indicato sulla bilancia.
E non bisogna preoccuparsi della variazione di peso, in questo caso, in un’ottica di un corretto stile alimentare non è il pasto libero a lasciare strascichi sul lungo termine.

Non pesarsi più di una volta a settimana. Il suggerimento è quello di pesarsi non più di una volta ogni 7 /15 giorni, cercando di mimare le condizioni della pesata precedente. L’ideale è al mattino a digiuno e non dopo un eventuale sgarro.

Quali sono i limiti della bilancia?

La classica bilancia non fornisce indicazioni sull’effettiva variazione qualitativa del peso, in quanto eventuali cali potrebbero essere associati esclusivamente ai liquidi o peggio ancora alla massa muscolare. Questo non sarebbe affatto un aspetto incoraggiante.

In molti casi la perdita di massa grassa può essere accompagnata da un aumento della massa muscolare (che occupa meno spazio) e questo potrebbe portare a delle oscillazioni di peso dal punto di vista numerico molto lievi se non addirittura nulle.

Dunque è possibile che in un processo di dimagrimento efficiente il peso resta invariato.

Queste situazioni generano spesso uno sconforto che portano la persona ad entrare in conflitto con la bilancia e con la dieta. L’ossessione con la bilancia e con il peso può assolutamente risultare dannosa per il il proseguimento della dieta e per la salute psico-fisica del soggetto. In questo caso è consigliato non pesarsi affatto, proseguire con un corretto stile alimentare associato a della attività fisica e misurare i propri miglioramenti con delle foto o con il centimetro da sarto.

La BIA (bioimpedenziometria) per la misurazione della qualità della massa corporea

Un importante aiuto per decifrare meglio la situazione delle variazioni di peso può essere l’utilizzo della bioimpedenziometria (BIA), una tecnica rapida e non invasiva che permette di misurare la composizione corporea.

La misurazione viene effettuata da uno specialista tramite la semplice apposizione di quattro elettrodi (adesivi da disporre su mani e piedi). Il dispositivo è in grado di misurare i valori bioelettrici di Resistenza (abbinata ai liquidi corporei) e Reattanza (abbinata ai solidi corporei) presenti nel corpo umano.  Un programma su computer elabora i dati e permette di ottenere un’analisi completa in grado di discriminare se le oscillazioni di peso sono imputabili ai fluidi, alla massa cellulare o al grasso.

Massa magra (massa cellulare), massa grassa ed idratazione corporea 

La massa cellulare comprende tutte le cellule viventi ed è la componente metabolicamente attiva dell’organismo, ovvero ciò che produce energia nell’organismo. E’ responsabile delle funzioni vitali dell’organismo. Le proteine di struttura e di funzione del corpo fanno completamente parte della massa cellulare, che rappresenta una grandezza fondamentale da cui derivare la situazione fisiologica e lo stato di nutrizione dell’individuo.  Dalla massa cellulare si determina con grande precisione il metabolismo basale, ovvero il consumo dell’organismo a riposo, necessarie per svolgere puramente le funzioni vitali.

La massa grassa è composta da lipidi, ovvero grasso essenziale e tessuto adiposo.

Il corpo umano è costituito per circa due terzi da acqua, suddivisa nei compartimenti extracellulare ed intracellulare. Uno stato d’idratazione ben bilanciato è la prima condizione per un buon funzionamento del metabolismo e stato di salute.

L’importanza dell’acqua nella dieta 

Per questo un corretto apporto d’acqua è fondamentale per migliorare l’attività metabolica e quindi perdere peso correttamente.

Per la valutazione dello stato di idratazione, la sola quantità dell’acqua non è determinante: è la ripartizione tra acqua extracellulare e acqua intracellulare che determina gli stati di normo / iper/ disidratazione, fondamentali per capire lo stato metabolico del soggetto, ma più in generale lo stato di salute e la capacità antinfiammatoria dell’organismo.

La BIA risulta quindi veramente utile per identificare il dimagrimento corporeo e discriminare tra perdita di peso e perdita di grasso, vero dilemma di ogni persona e indicazione reale del fatto che il soggetto abbia un corretto stile di vita.

Affidarsi ad un professionista che sappia personalizzare la nostra dieta inoltre è importante per riuscire ad ottenere risultati concreti e migliorare il nostro stato di forma e di salute. Ricordiamoci sempre che una dieta sana, varia ed equilibrata è il metodo migliore di prevenzione.

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Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Alimentazione, Dieta, Misurazione Bioimpedenziometrica
Redattore: Dott. Alessio Tosatto


L’infezione parodontale, cos’è e quali sono i sintomi della parodontite?

L’infezione paradontale (o parodontite) è un’infiammazione dei tessuti che circondano e sostengono i denti, ovvero gengive, legamento parodontale ed osso alveolare. L’infezione si sviluppa a causa della colonizzazione di questi tessuti da parte di alcuni patogeni orali; mentre l’infiammazione si ha a causa della risposta immunitaria che ne consegue.

L’infezione parodontale può svilupparsi a livello sistemico e coinvolgere il sistema cardiovascolare, il sistema endocrino, il sistema riproduttivo ed il sistema respiratorio, e questo la rende una malattia multifase complessa.

La parodontite comporta un’infiammazione dovuta all’interazione tra l’infezione batterica e la risposta del sistema immunitario dell’ospite, e può portare a distruzione progressiva del legamento parodontale e dell’osso alveolare. Può anche portare a recessione delle gengive.

Non è chiaro come si sviluppi l’infezione parodontale, in quanto ogni individuo presenta una propria composizione microbica orale, ed ognuno mostra una diversa risposta immunitaria all’infezione: ne consegue che ogni infezione dei tessuti orali è da considerarsi a sé.

Esistono più di 500 specie batteriche diverse in grado di colonizzare la bocca di un adulto. Alcune delle specie più diffuse responsabili di infezione sono:

  • Porphyromonas gingivalis
  • Prevotella intermedia
  • Bacteroides forsythus
  • Campilobacter rectus
  • Actinobacillus actinomycetemcomitans.

Correlazione tra parodontite ed altre malattie

Sono state sviluppate molte tecniche per poter analizzare la composizione della placca dentale e stabilire qual è la prevalenza batterica nel cavo orale del paziente.

Recenti studi suggeriscono che l’infezione parodontale può aumentare il rischio di alcune malattie, tra cui le malattie coronariche ed eventi collegati ad esse, come angina ed infarto, aterosclerosi, ictus, diabete mellito, parto pretermine, parto con basso peso alla nascita e patologie respiratorie varie.

Questo avviene perché la parodontite avvia un’infiammazione sistemica, che può essere monitorata da marcatori infiammatori come la proteina C-reattiva, i livelli di fibrinogeno e le citochine salivari.

Scopri il ruolo delle citochine come marker infiammatori con l’analisi salivare delle citochine

Quando parliamo di parodontite, parliamo di infezioni del cavo orale: esiste un equilibrio tra la presenza microbica e la risposta immunitaria dell’ospite; se questo equilibrio viene perturbato, si sviluppa la malattia parodontale. La peculiarità dei patogeni del microbiota orale è che questi possono interagire con i tessuti dell’ospite anche senza penetrazione diretta nei tessuti.

A livello dei denti, i microrganismi nel cavo orale formano un biofilm, ovvero un’aggregazione di specie microscopiche che coesistono, che prende il nome di placca dentale.

La cavità orale è una fonte continua di agenti infettivi e le condizioni di questa riflettono spesso la progressione delle patologie sistemiche. Il cavo orale sembra fungere da serbatoio batterico.

L’omeostasi parodontale, la patogenesi della parodontite cronica ed il ruolo delle citochine coinvolte

Il tessuto parodontale, proprio come gli altri tessuti del nostro corpo, si rinnova periodicamente. Questo processo di sostituzione delle cellule “vecchie” con le cellule “nuove” prende il nome di turnover. Se il paziente è in salute, vi è un equilibrio tra il turnover cellulare ed una risposta immunitaria dell’ospite.

Il sistema immunitario a livello del cavo orale è stimolato sia dal microbiota commensale (ovvero da quello che “convive” abitualmente nella bocca dell’ospite), che dalla stimolazione meccanica della masticazione.

Nel solco gengivale si trovano normalmente alcuni neutrofili ed altre cellule del sistema immunitario, comprese le cellule Th17 e le cellule dell’immunità innata. Se però il microbiota abituale del paziente viene alterato dalla presenza di microrganismi patogeni, la risposta immunitaria si attiva in maniera eccessiva e nel tentativo di eliminare i patogeni, distrugge i tessuti.

Durante l’infiammazione vengono prodotte diverse citochine nei tessuti di infezione

L’interazione tra microbiota, patogeno e sistema immunitario porta alla secrezione di citochine, che vanno a loro volta ad aumentare l’infiammazione, richiamando altre cellule del sistema immunitario, più specifiche contro il patogeno riconosciuto. Inoltre, da un sottogruppo cellulare del sistema immunitario, viene secreto anche un altro tipo di citochine, che ha il compito di differenziare uno specifico sottoinsieme di linfociti.

Le citochine vengono secrete da diversi gruppi cellulari, e possono agire sia come amplificatori dell’infiammazione, che come responsabili diretti della distruzione dei tessuti.

La rete delle citochine nella patogenesi della parodontite

In breve, le citochine proinfiammatorie IL-1, IL-6 e TNF-alpha vengono secrete dalle cellule parodontali e dalle cellule del sistema immunitario dell’ospite dopo la stimolazione da parte dei microbi e provocano danni diretti ai tessuti.

A questo punto le altre cellule del sistema immunitario, tra cui le cellule T-indifferenziate e le cellule B, si differenziano in cellule T-mature attive contro il patogeno o in plasmacellule (le cellule in grado di secernere gli anticorpi). Queste cellule, sotto la stimolazione delle citochine, possono attivare o promuovere altre cellule effettrici, che esercitano effetti pro-infiammatori o anti-infiammatori.

Tra i diversi attori cellulari che agiscono in questi casi abbiamo le cellule TH1 e T-regolatrici che possono agire come protettori, mentre le cellule TH2/B e TH17 possono agire sia come distruttori dei tessuti, che come protettori.

Al fine di valutare il grado di infiammazione è consigliata la ricerca di alcune citochine: IL-1Beta, TNF-alfa e IL-6 (azione pro-infiammatoria) ed IL-17A ed IL-22 (azione protettiva).

Misura con un test non invasivo su saliva il grado di infiammazione e contattaci per una consulenza personalizzata

 

Dott.ssa Giulia Aliboni 

Biologo nutrizionista

Testo scientifico a cura del Dott. Mauro Mantovani

Responsabile Ricerca e Sviluppo IMBIO
Direttore Scientifico IMBIO Academy

Riferimenti: Citochine, Paradontite, Risposta immunitaria
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni


L’acne è un disturbo comune della pelle che indica uno squilibrio della secrezione sebacea della cute. Oggi è possibile individuare le cause con delle semplici analisi ed attuare rimedi mirati e personalizzati 

L’acne è una condizione patologica della pelle che si manifesta con la comparsa di brufoli, foruncoli, punti neri e punti bianchi sulla pelle del viso e del corpo. Chi ne soffre di più sono adolescenti e giovani adulti, ma esistono anche casi di adulti che soffrono di acne (si parla in questi casi di acne tardiva).

Insieme alla comparsa di brufoli e punti neri, possono anche comparire comedoni, cisti, arrossamenti e noduli. Anche una pelle grassa e perennemente lucida è indicativa di uno squilibrio della secrezione sebacea della cute. Alcune pelli tendono a produrre fisiologicamente più sebo, ed in questo caso si è più inclini a sviluppare acne.

Le cause che portano allo sviluppo di acne sono diverse:

  • ormonali
  • alimentari
  • stress
  • genetica
  • batteriche
  • di caratteristiche intrinseche della pelle

Perché si manifesta l’acne? Il ruolo degli ormoni con l’acne 

L’acne si manifesta a causa di un aumento della produzione di sebo e cheratina a livello del follicolo pilifero, dove possono crescere e svilupparsi infezioni batteriche, che causano l’arrossamento e la comparsa del pus.

Il Propionibacterium acnes è un batterio che, in condizioni fisiologiche, si trova sulla cute come commensale. Se però i pori cutanei si costruiscono (ad esempio per un’eccessiva produzione di sebo) il P.acnes è in grado di svilupparsi in maniera incontrollata, causando infiammazione della cute e la comparsa del pus.

Squilibri nella secrezione di ormoni possono portare ad una maggiore produzione di sebo

Per quanto riguarda le cause ormonali, possono esserci degli squilibri nella secrezione di ormoni che portano ad un aumento della produzione di sebo, e questo favorisce la comparsa dell’acne. Per questo motivo l’acne colpisce spesso i giovani durante la pubertà: è in questo momento della vita che la secrezione ormonale inizia a cambiare e quindi si può avere un’influenza sulla produzione di sebo.

In pubertà aumenta la secrezione di testosterone, che nei maschi provoca la crescita degli organi genitali e nelle femmine causa un aumento della massa muscolare e della densità ossea. Il testosterone spesso influenza la comparsa dell’acne (è la principale causa di acne giovanile).

Superata la pubertà, gli squilibri ormonali non riguardano quasi mai il testosterone, ma altri ormoni.

L’acne tardiva colpisce per di più le donne (nel 75-85% dei casi), proprio perché mentre nell’uomo ad un certo punto della vita la secrezione ormonale si stabilizza e rimane più o meno costante, nella donna continua a fluttuare, per via del ciclo mestruale (la comparsa di brufoli prima delle mestruazioni è molto comune).  Inoltre, nella donna ci sono altre due situazioni che possono influenzare la produzione ormonale: la gravidanza e la menopausa.

Lo stress provoca un aumento del cortisolo, che influenza la produzione di sebo

Anche lo stress influisce sullo sviluppo dell’acne, provocando un aumento del cortisolo (l’ormone dello stress, prodotto dalle ghiandole surrenali). Anche in questo caso si parla quindi di cause ormonali dell’acne, perché con l’aumento di ormoni in circolo le ghiandole sebacee sono stimolate a produrre più sebo e ciò facilita la comparsa di acne.

Il cortisolo, l’ormone dello stress e le impurità della pelle

Anche i cosmetici sbagliati possono causare acne. Cosmetici ed acne: scegliere sempre quelli giusti per la propria pelle 

L’uso di farmaci e cosmetici inadeguati può promuovere l’insorgenza di impurità della pelle. Il cortisone, il testosterone e gli anabolizzanti fanno parte della categoria di farmaci che hanno un effetto sulla produzione di acne; allo stesso modo l’uso di prodotti cosmetici inadeguati ed una mancata e/o corretta detersione del viso possono contribuire all’ostruzione dei pori e favorire la proliferazione batterica.

Alimentazione ed acne 

Anche l’alimentazione può avere un ruolo chiave nell’alterazione dell’equilibrio della pelle: l’acne può svilupparsi a causa di un’intolleranza alimentare (spesso l’intolleranza riguarda il latte, il formaggio o la farina di frumento); oppure a causa di una dieta sbilanciata, ricca in grassi saturi, che fanno a sovraccaricare il fegato.

Inoltre, una dieta eccessivamente ricca in grassi saturi di origine animale può aumentare la sintesi degli ormoni derivanti dal colesterolo, tra cui citiamo: mineralcorticoidi, glucocorticoidi (es: cortisolo), androgeni (es: testosterone, diidrosterone), progestinici ed estrogeni.

Inoltre, sia le intolleranze che una dieta ricca di grassi saturi e prodotti processati, alimentano l’infiammazione generale, che sicuramente facilita gli squilibri cutanei.

Come tutte le patologie inoltre, lo sviluppo di acne può avvenire anche su base genetica: ci sono alcuni polimorfismi che, più di altri, predispongono all’iperproduzione di sebo.

Cure e rimedi per combattere l’acne 

Quindi, per poter affrontare al meglio l’acne e trovare una cura efficace, è importante capire la principale causa che lo provoca. Il professionista potrà prescrivere diversi esami ematici, salivari e delle urine per valutare il dosaggio degli ormoni coinvolti nell’aumento della produzione di sebo, ed eventualmente il grado di infiammazione del soggetto.

È utile anche testare le intolleranze alimentari, per capire se l’acne ha origine da alcuni cibi in particolare, ad esempio mediante l’ALCAT TEST®, un test citotossico approvato dalla FDA.

Una volta compreso il tipo di acne e la causa, ci sono diverse strategie terapeutiche che possono essere applicate. Quello che vale in generale è:

  • Bere molta acqua
  • Evitare cibi ricchi in zuccheri e prediligere una dieta a basso carico glicemico
  • Consumare cereali integrali, frutta e verdura quotidianamente
  • Diminuire il consumo grassi saturi
  • Alternare il consumo di proteine animali al consumo di proteine vegetali
  • Utilizzare prodotti cosmetici adeguati per la detersione del viso

Contattaci subito per prenotare la visita con il nostro specialista

È importante rivolgersi sempre ad un professionista già dai primi sintomi dell’acne, per poter intervenire e migliorare l’aspetto della pelle, per ridurre l’infiammazione e per evitare che si formino cicatrici sulla cute.

 

Dott.ssa Giulia Aliboni
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Acne, pelle seborroica, problemi della pelle, intolleranze alimentari, ormoni
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni


Siamo sempre con voi, anche a Natale!

In occasione delle Festività Natalizie il nostro centro medico ed il laboratorio resteranno sempre aperti esclusi soltanto alcuni giorni di festa.

Nuovo orario del periodo natalizio

Centro medico
Giovedì 24 dicembre aperti fino alle h14
25, 26, 27 e 31 dicembre chiuso
1, 2, 3 e 6 gennaio chiuso

Laboratorio
Giovedì 24 dicembre aperti fino alle h12
25, 26, 27 e 31 dicembre chiuso
1, 2, 3 e 6 gennaio chiuso

Mercoledì 30 dicembre chiusi per inventario, ma rispondiamo al telefono per fissare ritiri per il Nuovo Anno.
Durante tale periodo sono sospese anche le attività di prelievo, analisi e refertazione quindi le tempistiche di consegna di referti potranno subire ritardi. 

Vi ricordiamo inoltre che i ritiri via corriere DHL o TNT vengono eseguiti dal lunedì al giovedì. Il servizio di corriere verrà sospeso secondo il seguente calendario:

  • ALCAT TEST ritiri fino al 21 dicembre, il 28 e 29 dicembre, poi riprende regolarmente dal 7 gennaio
  • Altre analisi su feci, urine, saliva e sangue ritiri il 22 e il 28 dicembre, 4 e 5 gennaio, poi riprende regolarmente dal 7 gennaio

Vengono invece effettuati i ritiri nella città di Milano e dintorni nei giorni di apertura di IMBioLab. 

Durante i periodi di chiusura degli uffici è possibile prenotare ritiri di campioni per i giorni in cui il servizio è svolto sia via e-mail al solito indirizzo segreteria@imgep.com sia via sms al numero 393 948 4358.
Ricordiamo i contatti del nostro laboratorio con punto prelievi

IMBioLab 

Via Sidoli 1 – Milano
tel 02 58300376 – sms e whatsapp 393 948 4358
segreteria@imgep.com

I prelievi vengono eseguiti tutti i giorni, previo appuntamento, dalle 8.00 alle 11.00

IMBio
via G. Gallina 10 – Milano
tel 02 58300445 – sms e whatsapp 393 948 4358
info@imbio.it

VI RICORDIAMO CHE IL SABATO I PRELIEVI VENGONO EFFETTUATI PRESSO IL CENTRO MEDICO

Lo staff di Imbio ed ImbioLab vi augura giorni di serene feste!

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donna mangia panino cortisolo e attacchi di fame

Il cibo scatena reazioni chimiche che possono influenzare il nostro umore, ecco perché cibo ed emozioni sono connessi. Cosa ci spinge a mangiare dolci o cibo spazzatura?

Il periodo di forti restrizioni dal punto di vista sociale non aiuta anche e soprattutto dal punto di vista emotivo. L’alterazione dello stato emotivo può comportare una serie di reazioni a livello metabolico, in cui gli ormoni hanno un ruolo di primissimo piano in questo meccanismo.

È oramai assodato che ci sia un’associazione tra emozioni ed ormoni. Il cibo è chimica non c’è dubbio, ma è possibile percepirlo anche come un’emozione e quindi come qualcosa di astratto. Le emozioni viaggiano attraverso messaggeri chimici, che possiamo chiamare neurotrasmettitori, nel cervello e quando trovano la loro serratura (un recettore) vi si incastrano perfettamente e trasmettono il loro segnale.

E’ ormai ben noto che un ormone normalmente viene prodotto immagazzinato in un punto del corpo, poi viaggia verso i suoi recettori posti in altre parti del corpo, ma è da relativamente poco tempo, che si sa che gli ormoni sono anche prodotti dalle cellule nervose nel cervello.

Il sistema limbico, sede delle emozioni nel cervello, è un sito decisivo per la recezione degli ormoni che possono creare stati d’animo e sensazioni.

È dunque risaputo che gli ormoni prodotti dal nostro corpo in seguito all’ingestione degli alimenti, vadano ad agire anche nelle aree del cervello con la conseguenza di creare emozioni, sensazioni e pensieri, oltre che effetti metabolici nei diversi organi.

Così come è evidente che stati alterati della nostra mente ci inducano alla ricerca di determinati nutrienti per compensare a qualche deficit. Stati di stress e tensione emotiva portano mediamente un calo di serotonina, neurotrasmettitore prodotto per la stragrande maggioranza a livello intestinale, a partire da un amminoacido, il triptofano.

In queste situazioni il nostro sistema nervoso ci manda segnali di “voglie” di dolci, cioccolato o carboidrati come pizza o pasta. L’introduzione di questi cibi porta ad una significativa produzione da parte del pancreas di insulina, ormone che crea un innalzamento dei livelli di triptofano, precursore appunto della serotonina.

biscotti

L’insulina induce un aumento del trasporto di alcuni amminoacidi (leucina, isoleucina e valina) nel muscolo e di conseguenza permette un trasporto più semplificato del triptofano al cervello. Questi quattro amminoacidi sono in competizione tra loro per lo stesso trasportatore che arriva a livello del cervello.

Lo stress è artefice di diverse alterazioni ormonali

Quindi per saziare la richiesta di serotonina siamo portati ad introdurre cibi ad alto indice glicemico, zuccheri e farine raffinate, avvertendo senso di benessere e appagamento a livello mentale, ma i sistemi che intervengono e agiscono in questi sistemi sono numerosi e complessi.

Lo stress è artefice di diverse alterazioni ormonali. Si crea una vera e propria cascata ormonale che parte dall’ipotalamo (il cervello del nostro cervello) e arriva alle ghiandole surrenali con la produzione di cortisolo. Questo ormone manda dei segnali al cervello per aumentare l’appetito, soprattutto verso i carboidrati ed i grassi, cioè verso i cibi particolarmente ricchi di calorie, proprio per fornire all’organismo le maggiori energie possibili per contrastare la situazione di stress.

 

Quando il cibo diventa uno strumento di gratificazione (leggi l’articolo)

 

In particolare il cortisolo tende ad aumentare lo stoccaggio dei grassi per conservarli in situazioni di emergenza e questo lo fa mediante un segnale diretto di accumulo, ma anche inibendo l’attività di molti altri sistemi ormonali.

Si verificano quindi più spesso sbalzi glicemici e crisi di fame per i carboidrati. Diminuendo la serotonina ci sentiremo più facilmente depressi, diminuendo l’ormone della crescita GH caleranno i muscoli ed aumenterà il grasso e riducendo gli ormoni sessuali (testosterone ed estrogeni) diminuirà la libidine.
Quindi alla fine ci si ritroverà affamati, depressi, deboli, grassi e con meno libido.

Misura i livelli di cortisolo con un test non invasivo su saliva

Come disinnescare il circolo vizioso della dipendenza da zucchero?

Purtroppo l’utilizzo di zuccheri e grassi all’interno dei prodotti è smisurato: questi alimenti creano una sorta di “dipendenza”, che non fa mai percepire il senso di sazietà ed anzi al contrario invogliano a consumarne di altri, anche e soprattutto per la loro capacità di nutrire la serotonina cerebrale.

Zuccheri e farine raffinate introdotti in eccesso, per mano sempre dell’insulina possono trasformarsi in grassi con il loro accumulo nei tessuti. Fino a che il livello dell’insulina è alto, il glucagone, l’ormone contrapposto all’insulina, non può agire e quindi è difficoltoso perdere peso. Lo stesso avviene se l’insulina in circolo è alta per motivi fisiologici o patologici (es. insulino-resistenza, o nel caso del diabete).

Il trattamento più efficace per interrompere questo circolo vizioso è dato dalla pratica di attività fisica regolare, associata al dimagrimento e all’adozione di una dieta bilanciata, in cui i vari nutrienti siano introdotti nel momento giusto della giornata e ben abbinati tra loro.

Mangiare poco, abbinare male gli alimenti e allenarsi troppo possono peggiorare la nostra condizione fisica. Perché mangio poco, mi alleno e non dimagrisco?

Diventa quindi determinante la composizione qualitativa della dieta che influenzerà il cervello e di conseguenza la produzione ormonale e i comportamenti, ma ovviamente anche la struttura  corporea.

Una dieta eccessivamente restrittiva o comunque non bilanciata e/o un sovrallenamento fisico sono fonte di stress che scatena alterazioni ormonali, non porteranno ad una corretta perdita di peso, ma piuttosto a perdere i muscoli invece del grasso.

Quali sono gli alimenti giusti per avere energia?

Anche il piano energetico ovviamente ne risente, infatti per esempio, se si mangia un dolce è più facile che si abbia voglia di fare una bella dormita, proprio per la maggior quantità di serotonina a livello cerebrale.

Per potenziare la nostra carica è bene introdurre gli aminoacidi ramificati (leucina, isoleucina e valina) molto presenti nei cibi proteici come carne, pesce e uova che competono a livello del sistema nervoso con il triptofano, diminuendo la produzione di serotonina e quindi l’eccessivo rilassamento, ma soprattutto tenendo sotto il controllo il rischio di assuefazione e dipendenza.

Alimentazione, attività fisica e riposo: la triade del benessere a 360°

Risulta quindi evidente come con la composizione della dieta è possibile influenzare il cervello e modulare la produzione di ormoni. Ogni cibo può scatenare reazioni il cui beneficio non è scontato che sia totale per tutto l’organismo. Importante quindi creare un corretto stile di vita in cui alimentazione, attività fisica e riposo siano ben amalgamati tra loro al fine di ottenere un benessere fisico e mentale a 360 gradi.

Contatta il nostro biologo nutrizionista per una consulenza personalizzata


Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Alimentazione, Serotonina, Ormoni dello stress
Redattore: Dott. Alessio Tosatto


Novembre 27, 2020 ArticoloSistema immunitario

Cos’è la lattoferrina e perché è così importante?

La Lattoferrina è una glicoproteina ad azione antimicrobica in grado di trasportare il ferro nel torrente circolatorio. La lattoferrina è presente in tutti i fluidi corporei, in particolare nel latte materno, saliva, lacrime.

Così come lo ricorda il nome è presente in maggiori concentrazioni nel latte umano che in quello vaccino, soprattutto nel colostro, il latte materno prodotto nei primissimi giorni dopo il parto. Con il passare dei giorni la quantità di lattoferrina si riduce, parallelamente allo sviluppo delle difese immunitarie.

La lattoferrina è presente anche in varie secrezioni mucose, come lacrime e saliva. È nota per le sue innumerevoli proprietà, da quelle antimicrobiche, dovute alla sua capacità di legare il ferro, sottraendolo al metabolismo di alcune specie batteriche che dipendono proprio da esso per moltiplicarsi (come l’Escherichia coli), alle proprietà antinfiammatorie utili in caso di infezioni.

Ma svolge anche attività immunomodulatoria e migliora l’assorbimento del ferro nell’intestino, trasportandolo alle cellule.

La lattoferrina migliora il sistema immunitario dei bambini allattati al seno e favorisce lo sviluppo del sistema gastrointestinale proteggendoli da eventuali infezioni batteriche. È considerata un ottimo antiossidante che aiuta la prevenzione dei radicali liberi e svolge anche azione antivirale; in quanto in grado di legarsi ai glicosaminoglicani delle membrane cellulari.

Così facendo, la lattoferrina impedisce ai virus di entrare nella cellula, spegnendo l’infezione nella prima fase. Stando ai risultati di diversi studi, è efficace contro diversi tipi di virus, per esempio l’Herpes simplex e il citomegalovirus ma anche contro le comuni infezioni virali come il raffreddore e l’influenza.

Perché è importante conosce i livelli di lattoferrina nel nostro organismo?

In diagnostica, le concentrazioni di lattoferrina nelle feci possono essere valutate per ricercare la presenza di malattie infiammatorie intestinali come il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. Queste patologie, infatti, si accompagnano tipicamente a un aumento della lattoferrina fecale.

Un elevato dosaggio di lattoferrina potrebbe indicare un processo infiammatorio e/o infettivo in atto; al contrario un dosaggio basso potrebbe indicare una bassa risposta del sistema immunitario. Da questo ne deriva l’importanza di conoscere i suoi livelli all’interno del nostro organismo.

Il livello di lattoferrina nel nostro organismo:
– Se espresso a livelli molto alti può essere un indice di infiammazione in corso
– Se espresso a livelli bassi signfica che l’organismo può essere esposto a infezioni batteriche e/o virali

L’utilizzo della lattoferrina durante terapie a base di antibiotici

Soprattutto durante terapie a base di antibiotici, l’impiego di lattoferrina come integratore si è rivelato particolarmente efficace per proteggere le mucose intestinali promuovendo la crescita di ceppi batterici intestinali benefici (Bifidibacterium e Lactobacillus) che sono microrganismi il cui metabolismo è strettamente collegato alla biodisponibilità di Ferro.

Le proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche ed antiossidanti della lattoferrina 

Gli integratori a base di lattoferrina contengono solitamente anche FOS (fruttooligosaccaridi) e prebiotici, che si attivano reciprocamente realizzando una potente sinergia funzionale.

Tali integratori vengono consigliati per la loro attività antinfiammatoria, antimicrobica, antiossidante ed immunomodulante. In particolare, la resistenza della lattoferrina all’azione proteolitica degli enzimi gastrici, le permette di raggiungere l’intestino senza venire modificata.

In ambito immunostimolante incentiva la produzione di linfociti T, modulando anche l’attività delle citochinine infiammatorie agendo quindi in sinergia su diversi fronti.

La sua elevata capacità di legare gli ioni ferro interessa numerosi processi metabolici, tra cui le reazioni di ossido-riduzione, andando ad esplicare potere antiossidante nei confronti di vari composti.

Quando è importante utilizzare un integratore di lattofferina?

L’integrazione della lattoferrina può essere di aiuto nei seguenti casi:

  • In caso di Linfopenia (abbassamento drastico dei globuli bianchi)
  • In soggetti particolarmente suscettibili ad infezioni batteriche e/o virali ricorrenti

La Lattoferrina può essere assunta da tutti con un dosaggio che va dai 100 ai 200 mg/giorno.
La forma migliore per assumere la Lattoferrina è quella “protetta” dall’acidità gastrica, come ad esempio la forma liposomiale che viene assorbita in modo ottimale nell’intestino tenue.

La Lattoferrina come integratore non ha particolari controindicazioni (questa proteina viene prodotta già in epoca fetale a partire dal 2°/4° mese di gravidanza per proteggere il feto) e si può assumere in forma preventiva e di rafforzamento del sistema immunitario per un periodo anche prolungato di due o tre mesi.

Il dosaggio salivare delle citochine per controllare lo stato del sistema immunitario

Il livello di concentrazione nella saliva di una determinata citochina consente di determinare, in caso di infiammazione, il trattamento più efficace per migliorare lo stato di salute dell’individuo.

Lo scopo del test, che può essere effettuato con un metodo non invasivo, è quello di conoscere i meccanismi molecolari alla base dei processi infiammatori e di avere una più precisa indicazione sul tipo e sulla durata del trattamento da effettuare.

I valori ottimali di alcune citochine sono di estrema importanza nella giusta risposta immunitaria in caso di infezione da virus (Clicca qui e scopri di più)

Dal momento che la corretta risposta immunitaria verso un agente patogeno è determinata principalmente dallo stato di salute dell’individuo, è chiaro che il controllo periodico dello stato infiammatorio risulta determinante nella corretta risposta immunitaria.

Effettua subito il check-up delle tue difese immunitarie


Dott.ssa Giulia Temponi
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Lattoferrina, Virus, Stato infiammatorio
Redattore: Dott.ssa Giulia Temponi


Novembre 16, 2020 ArticoloSistema immunitario

afte ricorrenti bambino con afte in bocca

Le afte ricorrenti possono essere sintomo di altre patologie. Cosa sono le afte? Come possiamo prevenirle?

L’afta è un’ulcerazione delle mucose della bocca che può essere di dimensioni più o meno grandi, e può comparire isolata o in più punti.

Il disturbo che vede la comparsa di afte è chiamato aftosi o stomatite aftosa. Le lesioni possono comparire in diversi punti della bocca: sulle gengive, sopra o sotto la lingua, sul palato, sulle labbra o in prossimità delle tonsille.

L’aftosi è un fenomeno molto diffuso e fastidioso, soprattutto se frequente. Infatti le afte tendono a dare dolore durante il consumo di cibi e bevande e, nonostante spesso guariscano da sole, diventano un disturbo noioso, soprattutto se recidivante.

Alimentazione, sistema immunitario indebolito o intolleranze alimentari possono essere la causa delle afte ricorrenti. Come posso prevenire le afte?

Le afte tendono a comparire quando c’è una situazione infiammatoria generale: questa può essere causata da molti fattori, come patologie, una depressione del sistema immunitario, agenti esterni, disbiosi, oppure si può avere un’infiammazione causata dal cibo stesso.

Spesso inoltre, periodi di stress e stanchezza particolari facilitano la formazione di afte.

La comparsa delle afte è spesso correlata con il cibo che assumiamo: possiamo trovarci in una situazione di infiammazione intestinale che non permette il corretto assorbimento di alcuni nutrienti; oppure semplicemente stiamo seguendo una dieta non adeguata ai nostri fabbisogni.

Ad esempio, chi soffre di afte spesso è carente in ferro, folati, vitamina B6, vitamina B12 e vitamina D rispetto a chi non manifesta questo disturbo. In aggiunta, un ridotto apporto di frutta e verdura fresca e il mancato introito di carboidrati integrali o legumi possono peggiorare una situazione di disagio intestinale.

L’aftosi può anche essere collegata con una sensibilità al glutine o una celiachia nascosta.

Cosa fare in caso di afte e quali sono possono essere le cause nascoste?

Controllare l’infiammazione generale è sicuramente un’ottima strategia per ridurre la stomatite aftosa.
La riduzione dell’infiammazione indotta da alimenti in questo caso è fondamentale e, a questo proposito, può tornare utile un test che vada a verificare eventuali intolleranze alimentari.

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Si può approfondire la questione della celiachia con un test genetico che indaga un’eventuale alterazione nei geni del DQ2/DQ8: in questo modo si può capire se c’è una mutazione completa o parziale o una predisposizione a sviluppare celiachia. In questo caso sarà opportuno regolarsi con il consumo di alimenti contenenti glutine.

Inoltre, un esame specifico delle urine può chiarire la possibilità di un’eventuale disbiosiindice di un equilibrio alterato a livello del microbiota, che può essere una delle cause per cui si formano afte recidivanti.

Sicuramente una dieta equilibrata e un giusto apporto di fibra, alimenti anti-infiammatori e vegetali freschi possono essere un buon modo per combattere il disturbo, così come in alcuni casi può essere ottimo utilizzare probiotici specificie integrare correttamente con vitamina D.

Anche una carenza di vitamina B12 può causare aftosi: questa vitamina si trova solo in alimenti di origine animale, per cui chi segue una dieta vegana (quindi totalmente priva di prodotti di origine animale) potrebbe incorrere in questo disturbo.

Ogni caso, comunque, va valutato attentamente e deve essere affrontato in maniera specifica con l’aiuto di uno specialista. È opportuno rivolgersi a chi di competenza, fare le giuste indagini e curare la stomatite aftosa recidivante a partire dalla causa e non dal sintomo.

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Dott.ssa Giulia Aliboni
Biologo nutrizionista

Riferimenti: Afte, Stomatite, Allergie, Intolleranze alimentari, Disbiosi
Redattore: Dott.ssa Giulia Aliboni

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