Articoli

Tutto sul nostro settore


Quando il cibo diventa uno strumento di gratificazione

Come rinunciare ad un cornetto al bar, ad un aperitivo in spiaggia o ad un dolcetto la sera sul divano dopo un’intera giornata di lavoro stressante, soprattutto ora che abbiamo un gran bisogno di socialità.

Il cibo, infatti, fin dall’antichità è sinonimo di convivialità ed è simbolo di cura e di condivisione, soprattutto ciò vale per alcuni cibi quali il cioccolato, il latte, i dolci e i carboidrati in generale.

A tutti noi capita di aver bisogno di ricompensa, così ricorriamo al cibo. Esso infatti colma dei vuoti, dà gratificazione, consola dall’abbandono, sostituisce un piacere che diversamente non possiamo procurarci e soprattutto, parla delle nostre emozioni e del nostro stile di vita.

Il concetto fondamentale di una dieta sana consiste nel rispetto del proprio fabbisogno energetico.
Ogni individuo consuma una certa quantità di energia, che occorre rifornire attraverso il cibo. Questa quantità è variabile e dipende da età, sesso, attività svolte durante la giornata, esercizio fisico e costituzione. Lo stile di vita incide fortemente su questi aspetti a causa dello stress che esso comporta.

Qual’è la connessione tra stress e cibo?

Forse la medicina ufficiale non dedica ancora sufficiente attenzione al problema dello stress e al suo legame con l’infiammazione, già definita nel 2004 il “killer segreto” nel Times. Vi è una correlazione tra stress e infiammazione poiché quando il nostro sistema immunitario si abitua al cortisolo, ormone prodotto dallo stress, l’infiammazione acuta si trasforma in cronica. Ciò provoca il rischio di malattie degenerative, infatti alla base delle patologie cardiovascolari, ma anche del diabete, del cancro e delle malattie neurodegenerative c’è uno stato infiammatorio cronico silente.

Inoltre, è stato dimostrato che livelli cronicamente elevati di cortisolo associati a livelli elevati di insulina (l’ormone che permette al corpo di utilizzare il glucosio) favoriscono il deposito di grasso intorno alla vita. Infatti il cortisolo induce all’assunzione di carboidrati per riportare i suoi livelli alla normalità, così si spiega la fame di pasta e pane di chi attraversa un periodo faticoso.

Misura i livelli di cortisolo con un test non invasivo su saliva

Va, comunque, tenuto presente che vi sono cibi con spiccate proprietà antinfiammatorie di cui è bene nutrirsi con regolarità così da evitare i cibi che provocano infiammazione al nostro organismo.

Società ed individualità, quali sono i fattori di stress quotidiano che ci fanno venire voglia di dolci e pane?

Innanzitutto, l’uomo contemporaneo vive in una società (definita “liquida” dal sociologo Bauman) che dispone ad essere consumatori, quindi a non fare scelte libere ma sempre scelte condizionate, impone una vita frenetica allo scopo di adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusi, consumando sempre di più e rendendo l’individuo mai appagato da ciò che ha.

La nostra identità è sempre più labile e ci sentiamo sempre più impotenti, in cambio di una apparente libertà. Ciò comporta anche un indebolimento dei legami interpersonali e la sostituzione della solidarietà umana con la competizione senza limiti.

Siamo sempre più soli, in competizione a livello sociale, e frustrati perché non soddisfiamo mai i nostri desideri avendone sempre di nuovi.

A livello personale, invece, vi sono delle emozioni viscerali non ascoltate, spesso accade che non interpretiamo le nostre emozioni, ma agiamo pulsioni. Ciò causa uno stress di tipo cognitivo, poiché non abbiamo la giusta chiave di lettura degli eventi, avendo delle consapevolezze alterate degli stessi.

Leggiamo certi eventi fisici e psichici come “normali” ma non lo sono; ci siamo solo abituati ad essi, come ci si abitua a convivere col mal di schiena e con l’emicrania, così ci si abitua a vivere nell’infelicità e nello stress causato dal capo ufficio, dal lavoro logorante, dal compagno traditore, da una fase particolare della propria vita ecc. 

Nessuno ha una vita perfetta, ma bisogna riaccendere le passioni, le consapevolezze e comprendere il senso della dipendenza da particolari cibi indotta dallo stress a cui siamo sottoposti.

Alcuni cibi dolci, infatti, agiscono sulla serotonina, un ormone che migliora l’umore e dà benessere fornendoci un momentaneo piacere, ma creando la dipendenza dagli stessi  poiché è un cibo che non garantisce la stabilità glicemica e innesca un circolo vizioso per cui in breve tempo si desidera di nuovo il dolce.

Dovrei chiedermi allora perché ho bisogno di questa dipendenza? Quale piacere mi manca? Quali conflitti non sto ascoltando? Cosa sto compensando?

Alcuni cibi provocano sbalzi d’umore, quali sono i sintomi e come possiamo evitarli?

E’ anche vero che spesso è proprio il cibo a procurarci sbalzi d’umore, ansia e panico, cioè non solo lo stress ci induce a mangiare, ma vi sono dei cibi per noi tossici, direi, che ci causano:

  • ansia
  • irritabilità
  • affaticabilità eccessiva
  • scarsa concentrazione
  • diminuita capacità di ideazione

Vi è una reciprocità tra pensieri, emozioni del cervello e condizioni fisiologiche del nostro intestino a causa della stretta connessione tra sistema nervoso autonomo e sistema nervoso enterico.

L’appagamento che alcuni cibi ci forniscono induce:

  • torpore
  • pesantezza
  • disagio
  • frustrazione
  • calo di energia
  • ansia e tristezza

Le connessioni tra lo psichismo e l’apparato gastrointestinale sono ormai note e vanno valutate individualmente.

Quindi non vanno rafforzati i comportamenti alimentari dannosi e dipendenti che comportano una disregolazione delle emozioni, poiché una condizione di stress cronicizzato protratta nel medio-lungo periodo provoca oltre che una destabilizzazione emotiva (con sbalzi d’umore, ansia e depressione), anche molte alterazioni a livello fisico, nonché malattie psicosomatiche.

Vanno valutati i cibi adeguati al nostro organismo poiché verso alcuni potremmo essere diventati intolleranti a lungo andare ed altri possono generare meccanismi di controllo del piacere disfunzionali al nostro benessere; quindi un programma di gestione dello stress non può prescindere da una corretta alimentazione che ci consenta di ritrovare energie e soluzioni nuove.

Richiedi una consulenza personalizzata ai nostri biologi nutrizionisti

 

Dott.ssa Regina Valentini
Psicologa, Psicoterapeuta, Psicosomatista

Riferimenti:  Stress, Cibo, Cortisolo, Esami salivari, Psiche
Redattore: Dott.ssa Regina Valentini


donna che dimagrisce perdere peso e dimagrire dopo estate

Vacanze e dieta, ecco come rimettersi in carreggiata!

Arrivano le vacanze estive e nella maggioranza dei casi, la sana alimentazione passa in secondo piano: aperitivi, pranzi e cene festose in compagnia, diventano il tema principale per buona parte dei mesi estivi.

Ci si dimentica dei buoni propositi e dei consigli nutrizionali ricevuti. Un’alimentazione ricca di zuccheri e grassi cattivi rischia di rovinare quello che di buono è stato raggiunto con sacrifici dopo il periodo invernale e primaverile, attraverso dieta e sport.

A questo punto, finite le ferie, diventa opportuno rimettersi in carreggiata, cambiando lo stile alimentare e tornando a fare un po’ di attività fisica in più.

Dopo le vacanze è importante drenare e detossificare l’organismo

Prima di tutto è importante drenare e basificare l’organismo: gli eccessi di eventuali aperitivi a base di alcolici e zuccheri vari, rendono l’organismo incline ad intossicarsi e soprattutto ad acidificarsi.

Lieviti e grassi saturi entrano nel nostro organismo, infiammando il nostro tratto digerente, creando scorie che rallentano il metabolismo e fanno aumentare di peso. L’organo chiave è soprattutto il fegato, catalizzatore di queste tossine e bisognoso quindi di essere ripulito.

È a questo punto che scendono in campo frutta e verdura, ricche di antiossidanti, vitamine e sali minerali, essenziali per depurare l’organismo, permettendo al corpo di smaltire le tossine. Si parla infatti di 5 porzioni al giorno tra frutta e verdura. In particolare le verdure a foglia verde sono molto utili per la pulizia del fegato e nello specifico esistono rimedi naturali come il tarassaco o il cardo mariano che sono perfetti per tale situazione detossificante a livello epatico.

Possono tornare utili anche le tisane, per esempio al finocchio o appunto al tarassaco, per drenare le scorie e favorire la diuresi. È consigliato berle nel corso della giornata o la sera e soprattutto evitando ovviamente di zuccherarle. Proprio la riduzione degli zuccheri serali, permette all’organismo di perdere quei chili di troppo accumulati con gli sgarri delle vacanze estive.

Anche l’intestino ha un ruolo fondamentale per il buon funzionamento del nostro metabolismo.
Una flora batterica alterata da un abuso di alimenti poco sani, zucchero ed alcool non ci permette di assimilare nel modo giusto i nutrienti. Inoltre tutti questi fattori portano ad una condizione di intossicazione, che comporta una diminuzione delle difese immunitarie dell’organismo.

L’idrocolonterapia permette una pulizia dell’intestino completa, intensiva e profonda e può essere un aiuto per risanare e ripulire più velocemente l’intestino da tossine e rifiuti depositati.

Quali alimenti preferire per perdere i chili di troppo dopo le vacanze

Da privilegiare è l’introduzione di proteine, utili per far ripartire il metabolismo e alleggerire il corpo dal peso in eccesso. Una cena a base di pesce (meglio se non di allevamento in quanto ricco di mangime poco sano per l’organismo e povero di omega3) o di carne bianca magra o uova (alimento dalle notevoli proprietà nutrizionali), accompagnata da un contorno di verdura è sicuramente l’ideale per chi vuole rimettersi in linea e che soprattutto ci tiene a ripristinare uno stille alimentare sano.

Se proprio non si riesce a resistere ai carboidrati, un giusto compromesso potrebbero essere quelli a basso indice glicemico, da preferire comunque nelle prime ore della giornata, magari per pranzo. Privilegiare dunque quelli integrali oppure più “alternativi” come farro, quinoa, riso basmati o rosso o riso venere.

Questi prodotti sono molto validi, in quanto oltre ad avere un’elevata capacità saziante, si prestano a gustose ricette, senza per questo causare l’aumento di peso e soprattutto intaccare la salute.

Quali alimenti preferire per mantenere acceso il metabolismo

Un altro piccolo trucco molto utile è quello di non saltare i pasti, bensì è importante fare gli spuntini, mangiando quindi poco ma spesso. Ciò permette di arrivare ai pasti successivi con il giusto appetito, evitando di fare pasti con voracità. È bene ricordare che il metabolismo del corpo umano è paragonabile ad un camino che per essere mantenuto vivo e acceso ha bisogno ciclicamente di legna e ovviamente legna buona, “di qualità”.

La legna è il cibo, che deve essere introdotto con regolarità e ovviamente deve essere corretto, “di qualità”. Gli ingredienti devono essere abbinati bene tra loro affinché l’organismo possa usufruire correttamente delle sostanze nutritive al loro interno. Spesso si ritiene ancora che quello che conta sia quanto si mangia, più determinante invece sono gli abbinamenti alimentari che determinano meccanismi digestivi, ormonali e metabolici che sono poi alla base dell’aumento o della perdita del peso.

Così come è fondamentale la cronologia dei pasti e l’idratazione. Bere appena ci si sveglia, prima di coricarsi e durante la giornata è molto più utile che durante i pasti (i cibi hanno già al loro interno livelli d’acqua).

Tra gli errori più comuni vediamo spesso anche il non fare colazione o farla molto dopo l’essersi svegliati. Questo non permette al corpo di “accendere” il metabolismo e iniziare con vigore la giornata. Mangiare troppo tardi la sera, tipico delle cene estive in compagnia, non permette di assimilare correttamente i cibi notturni, affaticando la digestione notturna e depositando massa grassa.

Contatta il nostro biologo nutrizionista per una consulenza personalizzata

 

Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Alimentazione, dieta, estate, rimettersi in forma
Redattore: Dott. Alessio Tosatto


La Menopausa può essere per molte donne motivo di ansia e preoccupazione, un periodo travagliato nel quale veniamo travolte da una molteplicità di avvenimenti che pensiamo possano avere conseguenze negative per la nostra salute.

In realtà è un momento fisiologico nel quale, come nella pubertà, il corpo femminile subisce una naturale trasformazione metabolico-ormonale al fine di preservare le funzioni vitali che potrebbero con l’avanzare dell’età mettere a rischio la nostra sopravvivenza.

I sintomi più frequenti durante la menopausa 

I sintomi che si sperimentano più frequentemente durante la menopausa, o in alcuni casi già dal periodo pre-menopausale, sono:

  • Climaterio
  • Insonnia
  • Aumento di peso
  • Cambiamenti emozionali
  • Calo della libido
  • Perdita o assottigliamento del capello
  • Pelle disidratata

Inoltre, attraverso esami di laboratorio, possono essere identificati:

  • Carenze di Vitamine e/o di Minerali
  • Alterazione del metabolismo degli Zuccheri (Insulino-resistenza, Diabete tipo 2)
  • Iper o ipotiroidismo

Menopausa e ormoni: un approccio plurispecialistico per ricostruire l’equilibrio ormonale

Tutti questi cambiamenti sono dovuti a modificazioni dei flussi ormonali che permettevano precedentemente il ciclo mestruale.

Gli Ormoni, insieme a Neuropeptidi, Citochine e Fattori di crescita, fanno parte delle cosiddette signaling-molecules, ovvero molecole che, comunicando fra loro, regolano tutte le funzioni corporee.

Ad oggi, grazie alla Ricerca Biomedica, è stato riconosciuto ad esse un ruolo chiave assoluto nella Prevenzione dello Stato di Malattia, tant’è che negli ultimi anni la Medicina sta progressivamente superando il concetto tradizionale della cura d’organo, per dar spazio ad una visione più unitaria e interdisciplinare in ottica preventiva.

La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI) è infatti la Scienza che studia come Sistema Nervoso, Asse ormonale e Sistema Immunitario coordinino tutte le funzioni metaboliche.

Il principio base è il concetto secondo cui la Salute dipenda dall’Omeostasi, ovvero dall’equilibrio, fra questi tre universi paralleli. Un’alterazione a qualsiasi livello provoca conseguenze sugli altri due, innescando uno stato di disequilibrio che, se non ben arginato, potrebbe sfociare in malattia.

La Menopausa pertanto è uno degli esempi più evidenti di come un singolo cambiamento nell’assetto ormonale produca effetti multipli sull’organismo e per questo motivo, spesso, si rende necessario un approccio plurispecialistico per coordinare la ricostruzione di un nuovo equilibrio.

I cambiamenti ormonali che influiscono sullo stato di salute della donna in menopausa

Un importante cambiamento ormonale è la trasformazione degli estrogeni in estrone che rappresentano la causa  della trasformazione biologica dell’organismo che porta all’invecchiamento dei tessuti rendendoli più  densi, fibrosi, il seno e l’utero sono i più  colpiti.

Da alcuni anni e’ possibile determinare la quantità di estrone prodotto grazie ad un esame che si ottiene  dalla raccolta delle urine del mattino, l’esame in questione si chiama Estroprofile.

Grazie a questo esame possiamo sapere se si stanno producendo ormoni che ci faranno invecchiare prima e con le sofferenze tipiche della menopausa, e prescrivere una terapia personalizzata in grado di riequilibrare l’assetto ormonale.

Scopri come effettuare il test comodamente da casa

Menopausa ed alimentazione: il cibo come strumento per migliorare il proprio stato di salute in menopausa

Da un punto di vista Nutrizionale, l’obiettivo è innanzitutto quello di garantire la continuità funzionale di tutti i sistemi che con l’avanzare dell’età potrebbero ridurre la loro efficienza fino a diventare insufficienti a garantire la Salute della paziente.

È necessario dunque che, prima di formulare un Piano Nutrizionale, il professionista verifichi opportunamente lo Stato di Salute della donna attraverso un’accurata anamnesi, l’analisi della composizione corporea e, ultima ma non meno importante, la presa visione di esami di laboratorio aggiornati.

L’anamnesi ha lo scopo di comprendere la Storia del Peso, situazioni attuali o pregresse di Patologie che potrebbero interferire con l’obiettivo che si vuole ottenere e l’accertamento delle Condizioni Sintomatologiche presenti. Importante è anche comprendere lo Stile di Vita della persona e le sue Abitudini Alimentari.

L’analisi della composizione corporea è un esame che ha lo scopo di individuare alterazioni tra il comparto liquido (idratazione) e il comparto solido (massa grassa e massa muscolare) del paziente.

Menopausa e dieta: perché in menopausa cambia la composizione corporea?

Nella donna, soprattutto dopo la Menopausa, possono verificarsi incrementi della frazione liquida (ritenzione idrica) a discapito della massa magra. Il rischio di sarcopenia (perdita di massa muscolare) è tipico del paziente sopra i 50 anni.

Verificare e monitorare nel tempo lo Stato della Composizione Corporea consente di adeguare e/o correggere il Piano Nutrizionale garantendo sempre l’apporto necessario di tutti i macro e micronutrienti di cui l’organismo ha bisogno per mantenere il turn-over cellulare.

A tal proposito, il Nutrizionista può suggerire l’introduzione di una moderata attività fisica, che contribuisce sia al miglioramento del tono muscolare e di tutto il sistema osteo-articolare, che all’attivazione metabolica.

Nell’ottica di contrastare un aumento di peso, l’attività fisica si rende necessaria per implementare il dispendio energetico, così da favorire anche un abbassamento dei livelli glicemici, che possono essere causa di accumulo di grasso viscerale a livello dell’addome con aumentato rischio di patologie metaboliche (diabete, malattie cardiovascolari e neurodegenerative).

Carenze di vitamine e minerali in menopausa, cosa rischio?

Gli esami di laboratorio servono ad identificare possibili carenze di vitamine e minerali. Nella donna una fra tutte è la carenza di Vitamina D che è causa diretta di ridotta fissazione del Calcio nelle ossa, con conseguente rischio di fragilità, osteopenia o addirittura osteoporosi.

Un esame integrativo importante da eseguire per verificare lo stato della salute ossea è la Mineralometria Ossea Computerizzata (MOC). La Vitamina D è essa stessa considerata un ormone e, proprio per questo, si integra perfettamente nel cross-talking con gli altri sistemi della PNEI.

Le conseguenze di una carenza di Vitamina D si ripercuotono dunque indirettamente su altri sistemi. Infatti, essa svolge un importante ruolo nella soppressione infiammatoria promuovendo l’espressione di citochine antinfiammatorie. In particolare ne è stata evidenziata la sua funzione in alcune patologie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide. Inoltre, studi scientifici recenti hanno confermato effetti indiretti della vitamina D nella patofisiologia del Diabete Tipo 2.

Carenze di minerali tipiche della menopausa sono invece quelle legate a Calcio, Magnesio, Zinco e Selenio. Del primo abbiamo già parlato, ma possiamo aggiungere che, il Calcio oltre a combattere l’osteoporosi, esso riveste un ruolo importante per l’apparato cardiocircolatorio, contrastando l’aumento di colesterolo e stabilizzando il ritmo cardiaco.

Il Magnesio e lo Zinco supportano almeno 300 attività enzimatiche. Una loro carenza provoca disturbi sia in età fertile (cefalea, dismenorrea, sindrome pre-mestruale), che durante la Menopausa, in particolare acutizzando fenomeni quali climaterio, insonnia, stanchezza e irritabilità.

Un’adeguata concentrazione di questi metalli stimola la produzione di serotonina, un’endorfina che agisce su recettori specifici del cervello, svolgendo azione analgesica, antidepressiva e stabilizzante del tono dell’umore.

Il Selenio infine è utile per contrastare i processi ossidativi e prevenire l’invecchiamento delle cellule promuovendo l’attività del Coenzima Q10.

Alimentazione in menopausa: quali sono i cibi da preferire?

In una Dieta bilanciata, per garantire un corretto apporto di questi minerali, il Nutrizionista può suggerire l’utilizzo di alcuni alimenti come ad esempio Legumi, Cereali ad alto contenuto di fibre e Cacao, che sono fonti primarie di questi e altri micronutrienti

Terapie naturali contro i disturbi della menopausa

In ottica PNEI, anche la Fitoterapia può essere un ulteriore sostegno per contrastare i fenomeni tipici della Menopausa. Alcune piante infatti contengono fitocomposti efficaci nel contrastare le fluttazioni estroprogestiniche ed i relativi sintomi caratteristici della Menopausa.  Fra queste, la Salvia, l’Erba Medica, il Trifoglio Rosso e la Dioscorea Villosa. Quest’ultima in particolare è ricca di Diiro-epiandrosterone (DHEA), la cui diminuzione è fortemente correlata all’avanzare dell’età, soprattutto nella donna.

In conclusione, la Menopausa non è altro che una transizione fisiologica che il corpo femminile subisce al termine dell’età fertile. Come tutte le alterazioni dei tre Sistemi (Nervoso, Ormonale, Immunologico), è un momento delicato poiché i cambiamenti che ne derivano possono, se non ben coordinati, far pendere l’ago della bilancia omeostatica verso una o più patologie.

Il Nutrizionista può essere un valido supporto che, sulla base dell’anamnesi e delle evidenze analitiche, può suggerire un Piano Nutrizionale adeguato e qualora si rendesse necessario, può associare un’opportuna supplementazione mediante multivitaminici, prodotti integrativi, nutraceutici e fitoterapici che contribuiscono a perfezionare la posologia dettata dalla Dieta.

Richiedi una consulenza nutrizionale personalizzata

 

Dott.ssa Valentina Vielmi

Biologa Nutrizionista

Riferimenti:  Menopausa, Salute della Donna, alimentazione in menopausa
Redattore: Dott.ssa Valentina Vielmi


Cosa sono gli acidi grassi, i lipidi sono nemici o alleati del nostro organismo?

Gli elementi che costituiscono i lipidi, ovvero gli acidi grassi, svolgono numerose funzioni all’interno del nostro organismo, oltre ad essere un’importante fonte energetica. In particolare, alcuni di essi sono essenziali per la salute dell’organismo.

Esistono diverse tipologie di acidi grassi a seconda della loro struttura e conformazione:

  • gli acidi grassi saturi
  • gli acidi grassi insaturi (monoinsaturi e polinsaturi)

Quest’ ultimi si possono ulteriormente suddividere in monoinsaturi (MUFA) e polinsaturi (PUFA).

La maggior parte degli acidi grassi può essere sintetizzata dall’organismo, ma l’uomo non è provvisto delle sostanze chiave per la produzione degli acidi grassi essenziali che sono importanti per il nostro metabolismo e che quindi devono essere introdotti con l’alimentazione e/o con eventuali integratori.

Tali acidi grassi sono l’acido α-linoleico (acido grasso polinsaturo maggiormente noto come omega 3) e l’acido linoleico (acido grasso polinsaturo conosciuto come omega 6).

Perché gli acidi grassi sono importanti per la salute?

Nelle diete moderne gli acidi grassi maggiormente introdotti sono gli omega 6 a discapito degli omega 3.
I livelli e l’equilibrio degli acidi grassi delle due serie sono importanti per la prevenzione e il trattamento di problematiche cardiovascolari, diabete di tipo 2, disordini immunitari ed infiammatori.

Negli ultimi anni la proporzione tra acidi grassi omega 3 ed omega 6 nell’alimentazione occidentale è mutata profondamente e, poiché queste due famiglie di acidi grassi condividono lo stesso percorso metabolico, ciò ha destato apprensione in merito ad eventuali rischi per la salute.

Preoccupazioni circa il rapporto omega 6 e omega 3 spesso sono riconducibili alla modesta assunzione di omega 3, anziché all’eccesso di omega 6.
Il rapporto ideale omega 6 e omega 3 dovrebbe essere 4-6 : 1; tale rapporto negli ultimi anni è purtroppo in netto aumento (15-18 : 1).

Diventa dunque utile per la salute eseguire un dosaggio degli acidi grassi per impostare una sana alimentazione ed una eventuale corretta terapia.

Esiste un test su sangue ( profilo degli acidi grassi ) che ci permette di rilevare i livelli di acidi grassi nell’organismo, in particolare il rapporto omega 6 e omega 3 e fornire di conseguenza i consigli nutrizionali e terapeutici del caso.

Richiedi subito il test profilo degli acidi grassi

Acidi grassi e alimentazione come prevenzione e terapia 

L’alimentazione diventa nella maggior parte dei casi una parte fondamentale della terapia.

Il maggior apporto di olio extravergine d’oliva a crudo, pesce (in particolare salmone, acciughe, sardine e sgombri), uova (da sfatare tutte le su negatività), frutta secca, semi vari, cocco e avocado contribuisce ad aumentare il livello di grassi “buoni” e correggere il rapporto prima citato, indice di buona salute e capacità antinfiammatoria.

Importante ovviamente ridurre anche i grassi “cattivi”.
Questa categoria è contenuta prevalentemente in cibi con margarina o cucinati in altri oli / grassi semi-idrogenati o nella maggior parte dei prodotti dolciari industriali.

Quali sono i metodi di cottura migliori per preservare gli acidi grassi buoni? 

Il metodo di cottura e conservazione degli alimenti influisce sulla qualità dei lipidi contenuti in essi.

L’eccessiva esposizione termica favorisce la trasformazione degli acidi grassi nella conformazione dannosa, come avviene ad esempio durante la frittura eccessiva e/o il superamento del punto di fumo; inoltre perfino una pessima conservazione del prodotto (a causa di batteri, luce, ossigeno, alte temperature) può causare l’aumento di questa tipologia di conformazione di acidi grassi.

Quali sono gli alimenti che contengono la maggior quantità di acidi grassi “cattivi”?

Tuttavia, esistono anche molti alimenti naturali che di per sé contengono acidi grassi “cattivi”.
È il caso di alcuni prodotti caseari e di certi tagli di carne. Questo fenomeno è legato alla fisiologia gastrointestinale dei ruminanti che, durante il processo digestivo, subiscono la fermentazione batterica del contenuto da digerire; durante questo processo, i microorganismi determinano la conversione di alcuni acidi grassi “buoni” in acidi grassi “cattivi” poi assorbiti a livello intestinale, secreti nel latte e/o accumulati nelle carni.

Gli alimenti che contengono la maggior quantità di acidi grassi “cattivi” nello specifico sono margarine, brioches, snack dolci, salatini, patate fritte surgelate, krafen, burro, dadi da brodo, preparati per minestre, alimenti da fast-food, pesce surgelato in panatura, pop-corn in busta e formaggi stagionati.

Quali rischi comporta un’eccessiva assunzione di acidi grassi “cattivi”?

Questi alimenti peggiorano il trasporto dei grassi nel sangue; essi possono determinare l’accumulo di colesterolo all’interno delle pareti vascolari e successivamente la formazione di depositi (le cosiddette placche aterosclerotiche) con incremento del rischio di eventi cardiovascolari.

Questi alimenti peggiorano inoltre l’efficienza e la funzionalità delle cellule e quindi di tutto il sistema: essi si inseriscono nel mosaico delle membrane delle cellule provocando un relativo “irrigidimento” con conseguente limitazione della produzione energetica, di assorbimento e di comunicazione con le altre cellule.

Questi grassi entrano in competizione con gli acidi grassi essenziali nella costituzione delle membrane cellulari, pertanto, anche un apporto significativo di omega 3 può essere vanificato da un’alimentazione complessivamente scorretta. Come in ogni caso è fondamentale l’equilibrio.

È bene inoltre ricordare che tutti gli alimenti confezionati (prodotti da forno, dolciari, snacks) che non specificano in etichetta la dicitura “senza acidi grassi idrogenati” è molto probabile che li contengano, quindi importante come sempre la lettura delle etichette.

Chiedi ai nostri biologi nutrizionisti

Affidarsi ad un professionista è sicuramente un valido strumento per migliorare il proprio stato di salute, con conseguente miglioramento della qualità della vita.

 

Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Acidi grassi, grassi buoni, grassi cattivi, colesterolo, Alimentazione, Dieta
Redattore: Dott. Alessio Tosatto


È arrivata la primavera e per molte persone questo coincide con un momento cruciale per il ritorno di un’allergia che può durare anche tutta l’estate.

Il raffreddore, il bruciore agli occhi, il mal di testa e addirittura anche attacchi d’asma sono causati soprattutto dal polline, che nel periodo della fioritura inizia a disperdersi nell’aria per poi essere trasportato da diversi vettori quali vento, acqua o insetti, riuscendo a percorrere anche chilometri.

Come comportarsi in caso di allergie per ridurre i sintomi da allergia ai pollini

Quando la concentrazione di polline è elevata nell’atmosfera, ecco che i soggetti allergici vanno incontro a un acuirsi della sintomatologia. Ne consegue l’importanza di:

  • Tenere sempre puliti e lontani da letti e divani gli animali domestici, quanto i pollini facilmente si insediano nel loro pelo;
  • Limitare la presenza in casa di piante da appartamento, poiché potrebbero sviluppare funghi e muffe che peggiorano la situazione allergica;
  • Stare attenti a gel, lacche e cere per capelli, in quanto rappresentano un facile attacco per i pollini e altri allergeni;
  • Evitare di uscire in giornate particolarmente ventose ed evitare l’areazione degli ambienti chiusi aprendo la finestra ma preferendo eventualmente condizionatori d’aria con filtri appropriati;
  • Mantenere pulite pelle e capelli quotidianamente, per evitare che i pollini si annidino nel cuoio capelluto per poi depositarsi sui cuscini ed essere inalati;
  • Cambiare frequentemente lenzuola e federe dei cuscini;
  • Utilizzare apposite mascherine per fare lavori all’aperto;
  • Non utilizzare le scarpe indossate all’esterno dentro casa e lavare spesso i pavimenti.

Oltre a questi utili consigli da seguire, anche una scrupolosa attenzione alimentare può non solo allievare i sintomi ma anche svolgere una vera e propria funzione terapeutica.

Perché divento allergico da un anno all’altro?

Nei pollini, così come negli alimenti, sono presenti delle particelle definite antigeni, che quando entrano nel corpo possono scatenare reazioni particolari da parte del sistema immunitario che a sua volta inizia a produrre anticorpi IgE, tipici dell’allergia.

Anche se nell’immediato potrebbe non succedere nulla il corpo costruisce una sua memoria, così che l’anno seguente, rientrando in contatto con le medesime sostanze che hanno innescato il sistema immunitario le IgE inducono le cellule a liberare istamina che è un altro mediatore delle allergie e dell’infiammazione.

Oggi lo strumento più utile e non invasivo per la diagnosi delle allergie ai contaminanti ambientali e delle intolleranze alimentari è il test allergico che viene effettuato con prelievo ematico. Il test è utile per la corretta impostazione di una terapia individuale e personalizzata che guidi verso il recupero della tolleranza immunologica e consente di valutare la sensibilità agli additivi alimentari, ai conservanti, ai coloranti, ai contaminanti ambientali, agli antibiotici e agli antinfiammatori.

Scopri ALCAT® l’unico test per le intolleranze riconosciuto dalla Food & Drug administration

Cosa sono le allergie incrociate?

Parlando di allergie incrociate, ci si riferisce ad allergie a polline ed alimento scatenate dagli stessi antigeni, molecole simili a livello molecolare che inducono una reazione del sistema immunitario IgE mediata.

I sintomi da allergia spesso peggiorano quando vengono assunti alimenti e quindi allergeni alimentari incrociati ai pollini di cui si è allergici, aumentando anche lo stato infiammatorio. A sua volta l’infiammazione determina la liberazione di istamina provocando così la sintomatologia caratteristica delle allergie.

Allergia ai pollini e alimentazione, quali sono gli alimenti che possono svolgere una funzione terapeutica?

I livelli di istamina possono essere abbassati con un’accurata dieta a rotazione, che prevede lo scarico dagli alimenti incrociati con i pollini delle piante di cui si è allergici per poi reintrodurli gradualmente nella dieta. Così facendo, nel giro di qualche anno è possibile far diminuire in modo consistente la sintomatologia allergica primaverile.

Di seguito riportiamo una tabella con indicati la stagionalità dell’impollinazione di alcune famiglie di piante e per ognuno di esse gli alimenti con cui sono incrociate e che si consiglia di evitare nei periodi di impollinazione indicati.

Se il cibo si può considerare come il nostro primo farmaco, ecco che può esserlo anche per combattere le allergie. Infatti, un piano nutrizionale piacevole e bilanciato che ci consente di sentirci bene e sfruttare l’energia dei nutrienti è fondamentale per migliorare il nostro stato di benessere generale.

tabella alimenti e allergie cross linkate
– tabella allergie e alimenti cross linkati –

Chiedi ai nostri biologi nutrizionisti

per ricevere subito un consiglio totalmente personalizzato sulle tue esigenze.

Riferimenti:  Allergia, Cross-linked allergies, allergie incrociate
Redattore: Dott. Gabriele Coppo


ingredienti sani alimentazione vegetariana prevenzione coronavirus sistema immunitario

Il cibo influisce sulla nostra salute e sul nostro benessere più di quanto possiamo immaginare.
Un’alimentazione equilibrata, abbinata ad uno stile di vita sano, è fonte ineguagliabile di benessere.

Il modello dietetico può influenzare direttamente il sistema immunitario, ma può anche modularlo indirettamente regolando il “microbiota” intestinale, il nostro “organo” di difesa, i “nostri soldati in prima linea”.

La dieta vegetariana ha un impatto sul nostro sistema immunitario? I benefici di una dieta vegetariana sul microbiota intestinale.

È stato studiato l’effetto di una dieta latto-ovo-vegetariana di 3 mesi sulla diversità del microbiota intestinale e del sistema immunitario in volontari sani onnivori (Zhang et al: “Impact of a 3-Months Vegetarian Diet on the Gut Microbiota and Immune Repertoire”; Front Imunol 2018).

La dieta vegetariana a breve termine non ha avuto effetti rilevanti sulla diversità del sistema immunitario, ma ha influito sulla composizione del microbiota, innescando la crescita di specie batteriche (probiotici) favorevoli al nostro benessere, come ad esempio specie batteriche in grado di produrre butirrato (acido butirrico), acido grasso a corta catena in grado di proteggere la mucosa intestinale, formando uno strato di protezione, in grado di ridurre l’infiammazione cronica dell’intestino e la sindrome dell’intestino permeabile.

In questo stesso studio, sono state inoltre identificate alcune specie batteriche in grado di incrementare il livello di espressione delle Immunoglobuline di tipo A (IgA), una classe di immunoglobuline chiave che protegge il sistema mucoso gastrointestinale, come anche il sistema mucoso di tutto l’organismo, incluso quello delle vie respiratorie.

Inoltre, è stato riscontrato un minor livello di espressione delle Immunoglobuline E (IgE), immunoglobuline coinvolte nelle reazioni allergiche.

Tutto questo non ci rimanda forse alla nostra emergenza mondiale, alla “tempesta che si è abbattuta sulle nostre teste” (cit. Papa Francesco 27/3/2020)?

Tutti noi siamo chiamati a proteggere le vie respiratorie, a ridurre le allergie che insieme a patologie respiratorie (BPCO), diabete, patologie autoimmuni e ipertensione/patologie cardiovascolari sono quelle che espongono di più il nostro organismo all’infezione da “Coronavirus”.

Pertanto, la composizione e la durata della dieta possono avere un impatto sull’equilibrio dei fattori pro/antinfiammatori nel microbiota intestinale e nel sistema immunitario.

Quali sono i vantaggi della dieta vegetariana?

Gli studi scientifici sugli altri benefici di una dieta vegetariana sono già noti.

E’ stato pubblicato il dato che una maggiore assunzione di proteine animali, in particolare quelle presenti nei formaggi e nelle carni animali, determina un’acidificazione del sangue, che l’organismo tende a tamponare prelevando calcio e minerali dalle ossa con una maggiore esposizione a problematiche di tipo osteoporotico (American Journal of Clinical Nutrition).

In effetti, i benefici apportati dalla dieta vegetariana sono da attribuire al maggior apporto di fibre presenti nei prodotti vegetali, di acidi grassi essenziali mono (es. acidi grassi dell’olio extravergine di oliva) e polinsaturi (es. omega 3 contenuti in semi quali chia, lino, canapa; frutta secca come noci, mandorle, anacardi, noci del Brasile) e al minor apporto di grassi saturi e colesterolo, che abbondano invece nelle carni animali.

Infatti, le persone che seguono uno stile alimentare vegetariano sono meno esposte ai rischi delle malattie del benessere tipiche del mondo occidentale:

  • bassi valori di colesterolo ematico
  • ridotto rischio di cardiopatia
  • ridotti livelli di pressione arteriosa
  • minore rischio di diabete di tipo II
  • minore rischio di contrarre cancro, in particolare all’intestino (dati raccolti nell’ambito di uno studio condotto dall’autorevole centro di ricerca sul cancro europeo EPIC di Oxford – European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition).

Inoltre, i bambini che seguono uno stile vegetariano hanno un indice di massa corporea o BMI (Raccomandazioni OMS: 18,5>BMI< 24,5) più basso e sono perciò più magri in rapporto ai bimbi che seguono una tipica dieta occidentale. Più di recente, un articolo apparso su  Journal of Child Psychology and Psychiatry ha messo in evidenza come le donne che in gravidanza assumono maggiori quantità di verdure abbiano livelli superiori di acido folico nel sangue e partoriscano bambini con un cervello più sviluppato, più tranquilli e con una minore incidenza della sindrome di iperattività o di deficit di attenzione (ADH).

Cosa si intende per alimentazione vegetariana?

Seguire un’alimentazione vegetariana significa seguire una dieta che esclude le carni di animali di terra, aria e acqua. In particolare possiamo distinguere:

  • Vegetariani, latto-ovo-vegetariani che escludono carne, pesce e volatili
  • Vegani, che escludono carne, pesce, volatili, uova, latte e derivati

Come per la Dieta Mediterranea, anche per la Dieta vegetariana esistono linee guida, raccomandazioni e consigli, basati su studi scientifici accreditati e aggiornati, emanate da Istituzioni quali USDA, USA- INRAN e Ministero Agricoltura e Foreste, Italia.

Per pianificare una dieta vegetariana equilibrata è stata elaborata la Piramide latto-ovo vegetariana, ovvero una rappresentazione grafica della suddivisione dei gruppi di alimenti e del numero di porzioni consigliate ogni giorno.

Quali sono le raccomandazioni nutrizionali più importanti per prevenire tutte le patologie croniche? 

Di qui le raccomandazioni nutrizionali più importanti e che rimandano in parte al Documento del WCRF (World Cancer Research Foundation) che, in conformità alle raccomandazione dell’OMS (80% delle proteine da fonti vegetali), consentono di diffondere i Principi della Prevenzione Primaria in Oncologia, valide per la prevenzione di tutte le patologie croniche. 

Questi principi prevedono di basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di provenienza vegetale (e biologico certificato):

  1. Cereali, non industrialmente raffinati e preferibilmente in chicco;
  2. Proteine vegetali ad ogni pasto;
  3. Verdure (non amidacee)
  4. Frutta

Cereali non industrialmente raffinati, preferibilmente in chicco

Si raccomanda di ridurre i cibi ad alto indice glicemico/insulinemico (fa­rine raffinate, riso brillato, patate). Il consumo di alimenti a basso indice glicemico infatti regola i livelli di glicemia nel sangue, riduce i livelli di insulina e IGF-I e, di conseguenza, riduce l’infiammazione e ostacola la crescita delle cellule tumorali.

Consumare cereali in chicco integrali, ma anche pasta di grano duro e grani antichi (es. Farro, Grano Senatore Cappelli, Timilia o Tumminia, Russello e tanti altri).

Ridurre l’introduzione di cereali contenenti glutine (es. grano tenero e duro, farro, orzo, kamut, segale, semola, avena) alternandoli con cereali e pseudocereali integrali o semintegrali (decorticati), privi di glutine: riso integrale (proprietà antinfiammatorie), avena senza glutine, miglio, mais, grano saraceno, quinoa, amaranto, teff, pasta a base di farina di grano saraceno o di legumi.

Prediligere le Proteine vegetali ad ogni pasto

Secondo i Principi di Prevenzione Primaria in Oncologia è raccomandato prediligere le proteine vegetali ad ogni pasto come i legumi (lenticchie, fagioli, ceci, lupini, fave, cicerchie, roveja), aggiungere funghi (secchi o freschi da coltivazione biologica), oltre a frutta secca a guscio e semi oleaginosi.

Ridurre il consumo di proteine animali (uova e latticini) scegliendo quelle di qualità migliore:

  • Uova da allevamento di “galline felici” preferibilmente biologiche
  • Latticini come yogurt e kefir (ricchissimo in probiotici), formaggi freschi preferibilmente di capra; formaggi da latte di animali allevati al pascolo (grass fed).

Consumare sempre verdure ad ogni pasto

I benefici del consumo di verdura ad ogni pasto sono rinomati. Quando scegliamo le verdure da inserire nei nostri pasti e spuntini della giornata è tuttavia consigliato seguire alcune indicazioni, come ad esempio:

  • Assumere verdura fresca ad ogni pasto, rispettando la stagionalità
  • Scegliere 4 porzioni dei vari colori/die;
  • Si raccomanda di assumere brassicacee (cavolo nero, viola, verde e bianco, broccoli, cavolo romano, cavolfiore, cavolini di Bruxelles) almeno 3 volte a settimana, in quanto ricche in polifenoli, indolo-3-carbinolo, sulforafano;
  • Assumere aglio e cipolla tutti i giorni, se ben tollerati;
  • Assumere verdura sia cruda che cotta (poco cotta);
  • Ridurre al minimo surgelati e cibi in scatola;
  • Utilizzare verdura anche come spuntino (croccante e poco calorico).

Un’idea per far consumare più verdura anche ai più piccoli, che gradiscono meno la verdura, è mimetizzala nella pasta con sughetti sfiziosi, frullarla per realizzare creme vellutate o utilizzarla per creare crocchette o bastoncini veg al forno.

La frutta, meglio consumarla a colazione o come spuntino tra un pasto e l’altro

Anche la frutta è una componente importante della nostra dieta, per sceglierla e consumarla è bene:

  • Optare sempre per frutta fresca di stagione e del proprio clima e territorio;
  • Consumarla fresca e intera (apporto di fibre e sostanze protettive);
  • Consumarla come spuntino prima o lontano dai pasti saziante e poco calorico, facilmente digeribile o eccezionalmente a fine pasto per diabetici o per chi gradisce dolce a fine pasto
  • Centrifugati ed estratti penalizzano apporto di fibra, da preferire in combinazione con verdure con un rapporto 3:1

Se i più piccoli e i nostri figli non mangiano volentieri la la frutta intera realizzate macedonie o spiedini di frutta di tutti i colori e optate per frullati 100% frutta al posto di bibite gasate. La frutta disidratata è invece un ottimo sostituto delle caramelle.

Dieta, intestino e corpore sano!

Ippocrate diceva che tutte le patologie nascono dall’intestino. Una dieta come quella vegetariana, in grado di tutelare e potenziare l’intestino e le sue naturali difese sarà in grado di proteggerci e di renderci inattaccabili. Andrà tutto bene!

 

Dott.ssa Rosa Sica

Biologa Nutrizionista specializzata in Scienza dell’alimentazione
Master “Terapie Integrate nelle patologie oncologiche femminili”
– I livello – Policlinico Gemelli Roma
Collaboratrice Imbio

Riferimenti:  Alimentazione, Nutrizione, Dieta vegetariana, Coronavirus, Difese Immunitarie, Prevenzione dei tumori
Redattore: Dott.ssa Rosa Sica


Dopo la Pasqua e in generale inseguito alle festività, molti si soffermano a pensare a quanti dolci e in particolare cioccolato hanno mangiato, creandosi tantissimi sensi di colpa.

Il recupero della linea e dello stato di forma in generale diventa la preoccupazione più importante, non pensando anche agli effetti legati a possibili stati infiammatori. Ebbene sì, il cioccolato può essere definito croce e delizia: piace tanto e crea quella sensazione di appagamento, tuttavia nel tempo non solo può contribuire ad un aumento di peso, ma può far sviluppare anche disagi e disturbi.

Come viene realizzato il cioccolato?

Innanzi tutto analizziamo come viene prodotto il cioccolato, partendo dalla materia prima, ovvero i semi dell’albero del cacao.

Se il cioccolato è di buona qualità viene preparato utilizzando la pasta di cacao o meglio ancora le fave di cacao. Nella produzione industriale o comunque di minor pregio qualitativo, è realizzato miscelando il burro di cacao (la parte grassa dei semi di cacao) con polvere di semi di cacao, zucchero e altri ingredienti come il latte, le mandorle, le nocciole, il pistacchio o altri aromi.

Fin dai processi di lavorazione si intuisce come la qualità del prodotto finale dipende molto anche da come la materia prima viene trattata e dalle tipologie di ingredienti utilizzate. Risulta dunque evidente come esistano diverse tipologie di cioccolato, sia dal punto di vista qualitativo che come varianti di ingredienti.

Diversi studi scientifici sembrano confermare che il consumo frequente di cioccolato può sviluppare una sorta di dipendenza detta “cioccolismo”, fenomeno associabile alla sua capacità di far produrre ormoni del piacere, tra cui in particolare endorfine e serotonina.

Quali sono le proprietà del cioccolato?

Per beneficiare delle proprietà benefiche del cioccolato è opportuno optare per quello più amaro, ovvero il cioccolato fondente. Il cioccolato fondente, grazie al suo alto contenuto di cacao, rappresenta una delle più generose fonti alimentari di flavonoidi, notevoli antiossidanti.

In genere, tanto maggiore è la percentuale di cacao nel cioccolato, tanto superiore è la presenza di flavonoidi. In media, 100 grammi di fondente ne contengono 50-60 mg, mentre in un’analoga quantità di cioccolato al latte ne ritroviamo soltanto 10 mg; addirittura nulla è invece la percentuale di flavonoidi nel cioccolato bianco.

I flavonoidi, potenti antiossidanti, hanno la capacità di limitare gli effetti negativi associati ad alti livelli di colesterolo e all’ipertensione, prevenendo quindi problematiche cardiovascolari.

Nel cioccolato di buona qualità sono da considerare buone anche le concentrazioni di fosforo, potassio e soprattutto magnesio. Anche i grassi presenti nel cioccolato fondente non sono poi così del tutto nocivi. Si potrebbe dire che gli effetti metabolici dell’acido oleico (proprietà  ipocolesterolemizzante), palmitico (effetto neutro sul colesterolo) e stearico (proprietà ipercolesterolemizzante), essendo presenti il 33 % l’uno nel cioccolato, tendono ad annullarsi vicendevolmente, avendo un impatto teoricamente neutro sulla colesterolemia.

Intolleranza all’istamina: quanto e quale cioccolato scegliere per evitare il rischio di intolleranza.

È dunque buona regola scegliere un cioccolato dal contenuto in cacao maggiore possibile. Si consiglia di iniziare con alimenti contenenti percentuali di cacao pari o superiori al 65%, aumentando poi gradualmente tale valore per dare tempo al palato di abituarsi. Dunque cioccolato sì, ma con moderazione!

Gli sportivi e a chi conduce una vita attiva possono sentirsi più liberi nel consumo, ma non sono giustificati gli eccessi. I LARN – Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana (IV revisione) – consigliano una porzione media di 30 g; ma attenzione, si tratta di una quantità stabilita nel rispetto di una frequenza al consumo sporadica. Volendo consumare il cioccolato fondente tutti i giorni ci si potrebbe accontentare di una quantità compresa tra i 5 e i 15 g, ma è sconsigliabile per il rischio di sviluppare intolleranza.

Scopri ALCAT® l’unico test per le intolleranze riconosciuto dalla Food & Drug administration

I sintomi più comuni dell’intolleranza all’istamina, sostanza chimica prodotta dall’intestino che ricopre un ruolo di primo piano nelle risposte infiammatorie, soprattutto allergiche e nella secrezione gastrica sono diversi. Attenzione infatti per chi tende a soffrire di:

  • mal di testa
  • gastrite
  • intestino irritabile
  • dissenteria
  • prurito
  • arrossamento del viso e del collo
  • orticaria
  • nausea

La reiterata introduzione di cioccolato induce una significativa liberazione di istamina che porta ad una cronicizzazione della risposta infiammatoria e il conseguente sviluppo dei sintomi prima citati.

Tale problema può essere dovuto anche ad un deficit enzimatico, ovvero un’incapacità da parte dell’organimso di produrre DAO, enzima che si occupa della disintossicazione dell’istamina (spesso il problema è legato ad una mutazione genetica che porta quindi l’organismo a non produrre tale enzima).

In altri casi l’elevata liberazione di istamina induce un eccessivo consumo di DAO che quindi non risulta più sufficiente a compiere il suo ruolo.

Dunque il consumo eccessivo di cioccolato associato ad un deficit enzimatico-genetico crea un effetto sinergico pro-infiammatorio, che porta l’istamina ad entrare con maggior impatto nel circolo sanguigno e infiammare i vari tessuti.

L’aggiunta di aromi e altre sostanze come mandorle, pistacchi e nocciole, anch’essi liberatori di istamina, può amplificare la reazione pseudoallergica e irritare maggiormente  l’organismo.

Importante quindi non eccedere con il consumo di cioccolato e nel caso di sintomi prima elencati ipotizzare alla presenza di un’intolleranza alla istamina. Necessario a quel punto verificare attraverso metodiche certificate e intervenire con una corretta gestione alimentare personalizzata, basata sulla rotazione e in alcuni casi la quasi totale astensione dei cibi istaminici tra i quali in primis, ovviamente, il cioccolato.

Chiedi ai nostri biologi nutrizionisti

 

Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Intolleranze alimentari, Istamina, Cioccolato, Dieta
Redattore: Dott. Alessio Tosatto

 



Molti disturbi ricorrenti e fastidiosi possono essere causati da un’intolleranza alimentare. Come capire se soffro di intolleranze alimentari?

Se vi capita di soffrire frequentemente di disturbi generali, ma ricorrenti come gonfiore, stipsi, cefalea e stanchezza cronica potreste essere soggetti ad una intolleranza alimentare.

Spesso questi sintomi si protraggono per anni, con più o meno intensità, senza trovare alcun rimedio mediante diversi approcci terapeutici e non si pone l’attenzione al fatto che tutto potrebbe essere la conseguenza di un’intolleranza ad un alimento che per il nostro organismo è nocivo.

L’intolleranza alimentare è una reazione avversa causata dall’eccessivo consumo di una sostanza, in questo caso un cibo o una categoria alimentare.

Qual’è la differenza tra intolleranza alimentare e allergia?

Capire il meccanismo delle intolleranze alimentari non è semplice. Prima di tutto è bene dire che c’è notevole differenza tra le intolleranze e le allergie.

Le allergie sono reazioni mediate da anticorpi (immunità innata) che si attivano in acuto e nell’immediato. I sintomi di un’allergia si sviluppano in pochi secondi o minuti dall’assunzione dell’alimento.

Le intolleranze possono essere considerate come una via alternativa delle allergie, caratterizzata da un’altra componente del sistema immunitario (immunità cellulare) che si sviluppa nel tempo. Quando i cibi in questione sono assunti con molta frequenza, si crea un accumulo di sostanze, la cui cronicizzazione porta allo sviluppo di vari disturbi.

In prima battuta è l’intestino l’organo coinvolto in questo processo, che a sua volta coinvolge il sistema immunitario e scatena le reazioni infiammatorie.

L’attività infiammatoria si riversa poi nel sistema circolatorio, andando a creare uno stato di infiammazione nel tempo in più distretti dell’organismo. Per questi motivi le intolleranze alimentari possono essere nominate come “allergie alimentari ritardate” e la sintomatologia correlata è ad ampio raggio.

Scopri ALCAT® l’unico test per le intolleranze riconosciuto dalla Food & Drug administration

Perché sono intollerante a un alimento?

Le cause delle intolleranze alimentari possono essere molteplici e spesso sono difficili da definire.
Le intolleranze alimentari sono reazioni che, nella maggior parte dei casi, dipendono dalla suscettibilità individuale ad alcuni componenti sani e biologicamente non nocivi di per sé, ma ingeriti troppo frequentemente con la dieta.

Si possono distinguere diverse situazioni alla base del quadro clinico delle intolleranze.

Quali sono le intolleranze più comuni?

Tra i vari tipi di intolleranze, ci sono in particolare quelle enzimatiche, causate dalla carenza degli enzimi necessari per digerire correttamente un alimento; il soggetto quindi non si è potuto adattare alla presenza nella dieta di quel determinato alimento.

L’esempio più noto e ricorrente è il deficit di lattasi nell’intestino che è comporta essenzialmente una carente attività di degradazione del lattosio. È una forma di incapacità più o meno grave di digerire il lattosio, zucchero del latte.

La causa è dovuta alla scarsa presenza dell’enzima lattasi che si trova di solito espresso al livello dell’intestino. Il suo compito è quello di scindere il lattosio nelle sue componenti più semplici (glucosio e galattosio) per permetterne il suo corretto assorbimento.

I sintomi associabili all’intolleranza al lattosio sono numerosi:

  • dolori addominali
  • nausea
  • vomito
  • pesantezza di stomaco
  • stanchezza
  • mal di testa
  • digestione lenta
  • coliche
  • diarrea
  • stitichezza
  • meteorismo e flatulenza
  • insonnia
  • prurito e irritazioni cutanee

Questi sintomi compaiono dopo aver mangiato alimenti che contengono lattosio, ma possono cambiare da un soggetto all’altro, in quanto dipendono dalla gravità dell’intolleranza e da quanto latte o derivato è stato ingerito.

L’intolleranza al lattosio può essere genetica o acquisita in età adulta

Ci sono diverse forme di intolleranza al lattosio.

La forma più frequente di intolleranza al lattosio è per lo più genetica, quindi ereditabile e ciò significa che in una famiglia ci sono uno o più membri che presentano tale intolleranza.
L‘intolleranza genetica al lattosio porta ad avere una produzione inferiore ed in certi casi assente dell’enzima, tale per cui l’incapacità di digerire il lattosio ne diventa una conseguenza. Si può presentare in età precoce (pediatrica) con lo svezzamento del bambino con il latte di mucca che contiene ovviamente il lattosio.

Esiste anche una tipologia acquisita, tipica dell’adulto ed è correlata ad altre patologie acute, come infezioni ed infiammazioni (colite, morbo di Chron, enteriti, etc.).
L’intolleranza al lattosio acquisita in età adulta può regredire con la risoluzione della patologia originaria. Si può parlare di diversa espressione dell’enzima lattasi, andiamo da un’ipoespressione alla totale mancanza dell’enzima.

Chiaramente l’entità del deficit è correlato alla sintomatologia del paziente intollerante e alla tipologia di eventuale mutazione del gene della lattasi. Una mutazione parziale “in eterozigosi” porta ad un parziale mantenimento dell’attività enzimatica, con una mutazione completa “in omozigosi” l’attività è assente.

Si può “guarire” dall’intolleranza al lattosio?

Il metodo migliore per risolvere la problematica è in questo caso una dieta ad esclusione, rimuovendo dall’alimentazione il lattosio e tutti i cibi che lo possono contenere (attenzione quindi alle etichette).

In alcuni casi, è possibile somministrare al paziente intollerante l’enzima mancante. Questo avviene attraverso l’utilizzo di integratori che, presi prima dei pasti, possono agire sul lattosio digerendolo e sostituendo così l’enzima mancante. E’ comunque consigliabile attuare questa strategia in maniera sporadica e al bisogno e sotto il consiglio di un medico specializzato.

In alcune forme secondarie con blanda manifestazione clinica è possibile “allenare” progressivamente e gradualmente l’intestino all’esposizione del lattosio con piccole somministrazioni di alimenti contenenti lattosio e con frequenza da tarare nel tempo con un piano nutrizionale adeguato.

Latte e calcio, i miti da sfatare

Negli anni si sono creati allarmismi sul fatto che la rimozione di latte e derivati possa comportare una carenza di calcio, minerale fondamentale per le ossa e non solo.

È bene dire che le caratteristiche del latte portano in realtà a creare uno stato acidosi che inibisce l’assorbimento del calcio e per di più in molte forme di infiammazioni intestinali, derivati da forme colitiche.

Ad esempio l’irritabilità della mucosa intestinale crea un difficoltoso assorbimento di molti micronutrienti e oligoelementi tra cui il calcio. In tali situazioni il latte diventa benzina sul fuoco.

Dal punto di vista pratico è importante segnalare che ormai, nei vari supermercati, esistono numerosi prodotti senza lattosio: dal latte ai formaggi, dal burro allo yogurt, insomma ogni derivato ha la sua forma delattosata.

Il lattosio viene utilizzato anche come conservante

Se in prima battuta risulta semplice pensare ed individuare i cibi che contengono lattosio, è opportuno precisare che tale zucchero possiede anche attività di conservante quindi può essere presente in prodotti non propriamente come primo pensiero derivanti dal latte.

Insaccati, surgelati di vario tipo, merendine sono alcuni esempi, quindi attenzione alle etichette.
Dal punto di vista della palatabilità non ci sono grandi differenze con i medesimi prodotti contenenti lattosio, ma ovviamente ne trae beneficio in primis il nostro intestino e di conseguenza tutto l’organismo.

È importante quindi in casi di sintomi prima citati ipotizzare una sensibilità alimentare, facendo in primis attenzione ai latticini, uno dei capisaldi dell’alimentazione mediterranea, ma in molti casi fonte di infiammazione.

Nei casi di ipersensibilità al lattosio è bene ridurre il consumo di latticini e sostituirli con prodotti equivalenti senza lattosio. Dopo aver verificato con un test specifico la presenza di un’intolleranza (ed aver escluso l’allergia) è consigliato sottoporre la lettura del test ad un professionista che possa indicarci un piano nutrizionale adeguato alle nostre esigenze e personalizzato.

Chiedi ai nostri biologi nutrizionisti

Affidarsi ad un professionista è sicuramente un valido strumento per migliorare il proprio stato di salute, con conseguente miglioramento della qualità della vita.

 

Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Intolleranze alimentari, intolleranza al lattosio, lattosio
Redattore: Dott. Alessio Tosatto

 



Il cibo come fonte naturale di antiossidanti

Al giorno d’oggi i ritmi frenetici e il poco tempo libero a disposizione non ci consentono di prenderci cura del nostro corpo come dovremmo e come sarebbe opportuno fare.

Molti pensano che nella maggior parte dei casi l’assunzione occasionale o frequente di integratori di vario tipo e genere possa tutelare il proprio organismo, prevenendo eventuali disagi psico-fisici e garantendo energia e immunità. È bene dire che una corretta alimentazione può fornire tutto ciò o per lo meno è senza dubbio lo stratagemma migliore per prevenire l’insorgenza di problematiche sotto diversi punti di vista.

Si parla degli antiossidanti come le sostanze che garantiscono il benessere all’organismo, sostanze che in parte produciamo noi e in parte abbiamo la necessità di assumere. Gli antiossidanti permettono al corpo di sopperire ai danni del tempo, dello stress e in generale delle cattive abitudini, anche quelle alimentari.

Tali sostanze sono essenziali per mantenere il corpo in salute, migliorando il sistema immunitario e garantendo più longevità. Ebbene gli alimenti, per tutte queste ragioni, possono essere considerati gli antiossidanti per eccellenza.

Gli antiossidanti combattono i radicali liberi, sostanze nocive prodotte dal nostro organismo in seguito a stimoli errati a cui si viene frequentemente sottoposti. I radicali liberi sono in grado di danneggiare i tessuti, accelerano i processi di invecchiamento delle cellule, abbassano le difese immunitarie e favoriscono l’insorgenza di patologie di vario tipo e grado.

Curare l’alimentazione per stimolare il nostro sistema immunitario

L’organismo è in grado di produrre sostanze antiossidanti e difendersi, ma in periodi come questi, è opportuno sollecitare maggiormente questi meccanismi di difesa. A tal proposito l’alimentazione rappresenta il metodo più semplice e funzionale per farlo.

È proprio in queste situazioni che diventa necessario prendere coscienza del potere del cibo, del fatto che una corretta e sana alimentazione sia un’arma necessaria per stimolare correttamente l’organismo e difenderlo.

Quali sono i cibi più ricchi di antiossidanti?

Scopriamo gli alimenti antiossidanti, quali sono e perché dovremmo portarli sulle nostre tavole?

Gli ingredienti presenti sulle nostre tavole possono quindi essere considerati i “medicinali” che ci sostengono e ci rinforzano. Ovviamente è fondamentale prestare attenzione alla scelta degli ingredienti da comprare e mangiare, perché non possono e non devono essere considerati tutti in ogni caso benefici e salutari.

Gli antiossidanti più noti ed efficaci sono la vitamina E, la vitamina C, i carotenoidi, i polifenoli e le antocianine. Queste sono solo alcune delle sostanze maggiormente presenti nei vari cibi.

Attenzione però a non abusare. Una mela, ad esempio, può contenere moltissime sostanze nutrienti, ma dobbiamo considerare anche la quantità e la frequenza dell’apporto del prodotto che consumiamo.
Alcuni cibi sono notoriamente e scientificamente più ricchi degli antiossidanti prima citati.

Tra gli alimenti più ricchi di antiossidanti troviamo:

  • Il pesce azzurro e la frutta secca che sono eccellenti in quanto molto ricchi di vitamina E ed Omega-3 potenti antinfiammatori naturali
  • I frutti, in particolare tutti gli agrumi e i kiwi, garantiscono  un ottimo apporto di vitamina C, importante per il sistema immunitario
  • Gli ortaggi di colore arancione (ad esempio le carote o la zucca) permettono l’assorbimento di carotenoidi, necessari per la salute della pelle e per migliorare la circolazione
  • I polifenoli e le antocianine si trovano in diverse verdure (in particolare pomodori, cipolle, broccoli e melanzane) e in alcuni frutti rossi (uva, fragole, mele e frutti di bosco).

Tali elementi sono determinanti nei processi di rallentamento di processi neurodegenerativi e di invecchiamento dei tessuti. Attenzione quindi a quando si va a fare la spesa, è opportuno che i prodotti appena elencati non manchino mai sulle nostre tavole, ovviamente rispettando il più possibile la stagionalità dei prodotti, determinante per garantire la presenza di tutte le sostanze benefiche commentate.

I consigli pratici sono quelli di avere un’alimentazione varia ed equilibrata.
Salvo i casi di intolleranze o allergie è necessario mangiare di tutto, privilegiando un buon apporto di frutta e verdura, oli vegetali, pesce e cereali integrali non raffinati.

Scopri ALCAT® l’unico test per le intolleranze riconosciuto dalla Food & Drug administration

Come cucinare i cibi per mantenere intatte le proprietà degli alimenti

Il modo con cui vengono trattati e lavorati gli ingredienti è un altro fattore importante a cui spesso si presta molta poca attenzione. Luce, aria, calore, tempi di cottura fanno perdere ai cibi le sostanze nutritive e ne causano il loro deterioramento.

Il consiglio è quello di mangiare alimenti più freschi possibile, se fattibile del territorio (il cosiddetto Km zero), conservarli al riparo dalla luce e dal calore, evitare di prepararli e cucinarli troppo in anticipo rispetto al loro consumo e preferire metodi cottura semplici, rapidi e poco invasivi.

Tra le più note cotture salutari troviamo la cottura al forno, per la quale però è consigliabile usare basse temperature e per rendere omogenea la cottura è bene aggiungere dell’acqua, evitando la perdita eccessiva di liquidi. Un’altra cottura molto nota è la bollitura, per la quale è suggeribile utilizzare poca acqua che ovviamente abbia raggiunto il bollore, mantenendo la temperatura costante ed evitando cotture prolungate.

Gli ortaggi con buccia possono essere cotti non pelati in modo tale da preservare la loro ricchezza. La cottura meno invasiva però è senz’altro la cottura a vapore, durante la quale i cibi subiscono un impoverimento limitato, diventano digeribili e soprattutto non serve l’utilizzo di grassi per la cottura.

Il cibo come vera e propria terapia benefica

A questo punto risulta evidente come sia necessario capire e soprattutto ricordare che il cibo può essere una vera e propria terapia benefica, sta a tutti noi metterlo in pratica.

Affidarsi ad un nutrizionista è un valido strumento per migliorare sia il proprio stato di forma sia il proprio stato di salute, con conseguente miglioramento della qualità della vita.

Curare la propria alimentazione come un vero e proprio stile di vita significa anche seguire un piano nutrizionale che duri nel tempo piacevole e bilanciato e che ci permette di sfruttare l’energia e i nutrienti del cibo per stare meglio.

Se hai dubbi e preferisci ricevere un consiglio personalizzato:

Chiedi ai nostri biologi nutrizionisti

 

Dott. Alessio Tosatto

Biologo Nutrizionista

Riferimenti:  Alimentazione, dieta naturale, antiossidanti, proprietà del cibo
Redattore: Dott. Alessio Tosatto

 



Quanto è importante la colazione?

Chi non ha mai sentito dire la prima colazione è il pasto più importante della giornata alzi la mano.
Ce lo dicono tutti, da sempre, ma spesso i ritmi frenetici caratteristici della quotidianità di molti di noi, ci portano a compiere scelte alimentari scorrette che diventano poi delle vere e proprie (cattive) abitudini.

Il pasto da sempre più bistrattato è la prima colazione.
La sveglia che suona sempre troppo presto, dover lottare contro il tempo per non arrivare in ritardo e lo stress che ci pervade sono tutte cause che ci portano principalmente a fare due tipi di scelte sbagliate:

  • saltare del tutto questo pasto
  • ripiegare su cibi particolarmente ricchi di zuccheri e grassi saturi, ma veloci da consumare

Il risultato è il medesimo, ovvero assumere calorie in eccesso, riacquistare precocemente senso di fame e sentirsi già stanchi di prima mattina.

La prima colazione infatti è un momento importante sotto molti punti di vista.
La colazione permette di attivare il metabolismo ed è uno stimolo per tutte le funzioni a cui il nostro organismo deve adempiere, modulando il profilo ormonale e risultando quindi determinante ad esempio per il mantenimento dell’attenzione e in generale per una buona salute mentale e fisica.

Impariamo ora nuove buone abitudini per farle diventare parte della nostra routine

La situazione attuale ci ha costretti a stravolgere completamente le nostre abitudini.
Tutti coloro che non possono continuare a lavorare regolarmente presso negozi, uffici e varie attività, ora sono costretti tra le mura di casa, proprio per scongiurare la possibilità di contagio da questa pandemia da Coronavirus in atto.

Non poter uscire, talvolta anche rinunciando a poter svolgere la propria attività lavorativa, se da un lato relega obbligatoriamente dentro casa, dall’altro (vedendo il bicchiere mezzo pieno) ci permette di avere più tempo a disposizione per spostare la nostra attenzione su tantissime attività che prima non avevamo tempo e modo di seguire.

In questo momento possiamo dedicarci molto più a noi stessi e curare maggiormente la nostra alimentazione. Rivedere le nostre abitudini alimentari ci consente di rinforzare il nostro sistema immunitario a partire proprio dalla prima colazione.

Una colazione bilanciata: ecco alcuni consigli per farla nel modo corretto

Ecco alcuni semplici consigli per iniziare al meglio la giornata.

Gli zuccheri raffinati sono da evitare

Anche se la prima colazione è il momento in cui l’uso di dolci e carboidrati, anche raffinati, risulta meno dannoso, lo sbalzo glicemico che si genera in seguito all’assunzione di questi alimenti rischia di debilitare più che stimolare. È decisamente preferibile l’assunzione di cereali e di farine integrali a basso indice glicemico come l’avena, il grano saraceno o la farina di segale, ottime anche per preparare dei gustosi pancake proteici.

Non rinunciamo alla frutta 

La frutta fresca di stagione e con la buccia, è l’alimento ideale per assumere una buona quantità di antiossidanti e di vitamine. Ad esempio con gli agrumi, ricchi tra l’altro di vitamina C, che soprattutto in questo periodo è utile per fortificare il sistema immunitario o l’avocado, povero di zucchero e ricco di grassi buoni essenziali sono perfetti per iniziare al meglio la giornata.

È importante consumare frutta e verdura seguendo la loro stagionalità (scopri gli alimenti di stagione) e preferibilmente intera o con la buccia.

Ricordiamoci di aggiungere sempre una fonte proteica 

Per dare da subito un’impennata al metabolismo ed evitare sconvenienti picchi glicemici è fondamentale aggiungere una buona fonte proteica alla nostra colazione.

Considerando le nostre abitudini, che evidenziano una preferenza degli italiani per una colazione dolce, consigliamo di consumare yogurt greco (povero di lattosio e ricco di proteine) o uova per la preparazione di soffici pancakes ed abbinarli a frutta secca (mandorle, pistacchi, noci, nocciole o anacardi) o semi oleosi (semi di chia, zucca, sesamo, etc. ).

Da considerare assolutamente anche le alternative salate, come prosciutto magro, uova o salmone affumicato selvaggio abbinato anche in questo caso ad una fonte di grassi buoni come l’avocado.
Avete mai provato a fare colazione con una fetta di pane integrale tostato, avocado schiacciato con un goccio di limone e condito con un pizzico di sale e pepe ed un uovo all’occhio di bue appoggiato sopra?

Approfittiamo del tempo a nostra disposizione per prenderci cura della nostra alimentazione

Approfittiamo quindi di questa emergenza e delle restrizioni che ci sono state imposte per dedicare una maggior attenzione alla nostra alimentazione a partire proprio dalla prima colazione, e chissà che da questo periodo non si possano imparare abitudini da poter perseguire anche in futuro.

Contatta i nostri biologi nutrizionisti

Per un piano nutrizionale personalizzato e basato sulle tue esigenze.

 

Riferimenti:  colazione, sana alimentazione, alimentazione in quarantena, nutrizione
Redattore: Dott. Gabriele Coppo

 

 


Copyright by IMBIO 2017. All rights reserved.