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Dicembre 30, 2011 Newsletter

Le malattie infiammatorie croniche dell’intestino (IBD) sono rappresentate dal Morbo di Crohn (MC) e dalla Rettocolite Ulcerosa (RCU).Si tratta di patologie infiammatorie la cui incidenza sembra registrare un aumento crescente negli ultimi anni: in Italia colpiscono circa 100.000 pazienti l’anno.Gli ultimi dati statistici hanno registrato una diminuzione dell’età d’insorgenza, evidenziando una maggiore prevalenza di soggetti in età giovanile.

Da sempre sono considerate patologie multifattoriali. Solo di recente sono state riconosciute l’importanza del fattore genetico, la correlazione con l’alterazione della flora batterica intestinale e la presenza di un processo infiammatorio cronico da intolleranza alimentare.

Il microambiente intestinale di questi pazienti risulta alterato per la presenza di batteri patogeni (Clostridi, E. Coli, Proteus, Candida) responsabili di disbiosi intestinale che coinvolge tutti i tratti dell’intestino e di grado a volte anche severo.

Le alterazioni della struttura della mucosa intestinale, causate dalla costante presenza del processo infiammatorio tipico di queste patologie, sono responsabili dell’alterata permeabilità intestinale, che a sua volta determina il passaggio continuo di allergeni alimentari in grado di stimolare il sistema immunitario del nostro intestino provocando uno stato continuo d’intolleranza alimentare.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica di Milano, previa attenta valutazione clinica, è possibile sottoporsi a indagini di laboratorio in grado di delineare lo stato infiammatorio della mucosa intestinale dei pazienti affetti da Morbo di Crohn e Rettocolite Ulcerosa (dosaggio della Calprotectina Fecale e PCR), l’eventuale stato di disbiosi intestinale attraverso il Disbiosi Test e la presenza di uno stato d’intolleranza alimentare grazie al Test Alcat.

L’Istituto di Medicina Biologica vanta una certa esperienza nell’ambito del trattamento delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino. Grazie alla collaborazione dei suoi Professionisti con l’Università degli Studi di Palermo, che da anni si occupa di queste patologie, il nostro Istituto ha già pubblicato alcuni lavori scientifici sull’utilizzo di specifici ceppi batterici probiotici in grado di contrastare attivamente non soltanto il processo infiammatorio che colpisce l’intestino di questi pazienti, ma anche l’alterazione della flora batterica intestinale frequentemente documentata.

La microimmunologia, la modulazione probiotica, la dieta a rotazione per intolleranza alimentare e l’idrocolonterapia, che il nostro Istituto offre, sono senz’altro dei validi ausili per migliorare il quadro clinico, sintomatologico di questi pazienti e la loro qualità di vita.

RodolicoV, Tomasello Getal. Hsp60 and Hsp10 increase in colon mucosa of Crohn’s disease and ulcerative colitis. Cell Stress Chaperones 2010 Nov;15(6):877-84.

Montalto M, Santoro L, Curigliano V, D..’Onofrio F, Cam- marota G, Panunzi S, et al. Faecal calprotectin concentra- tions in untreated coeliac patients. Scand J Gastroenterol 2007; 42:957-61.

Xiang J, Ouyang Q, Li G, Xiao N. Clinical value of fecal calprotectin in determinino disease activity of ulcerative colitis. World J Gastroenterol 2008; 14:53-7.

Mow WS, Vasiliauskas EA, Lin YC, Fleshner PR, Papa- dakis KA, Taylor KD, et al. Association of antibody response to microbial antigens and complications of small bowel Crohn..’s disease. Gastroenterology 2004; 126:414-24.

Shanahan F Probiotics and inflammatory bowel disease: is there a scientific rationale Inflamm Bowel Dis (2000)6:107–115

Gionchetti P, Rizzello F, Venturi A, Brigidi P, Matteuzzi D, Bazzocchi G, Poggioli G, Miglioli M, Campieri M Oral bacteriotherapy as mainte- nance treatment in patients with chronic pouchitis: a double-blind, placebo-con- trolled trial. Gastroenterology (2000) 119:305–

Madsen K, Cornish A, Soper P, McKaigney C, Jijon H, Yachimec C, Doyle J, Jewell L, De Simone C Probiotic bacteria enhance murine and human intestinal epithelial barrier function. Gastroenterology (2001)121:580– 591



Maggio 30, 2011 Newsletter

In primavera, più intesa in senso climatico che in senso astronomico, il cambio della temperatura e delle condizioni meteorologiche favorisce la fioritura delle specie vegetali con la comparsa di allergie.

Chi ha allergie agli acari, agli animali domestici sperimenta sintomi come il bruciore agli occhi, la lacrimazione, l’irritazione del naso, le difficoltà respiratorie, i pruriti della pelle con una frequenza importante durante tutto l’anno in funzione del contatto ed in modo indipendente dalle “condizioni ambientali”. Chi ha allergie ai diversi cibi sperimenta questi sintomi dopo averli mangiati e ne è libero se li evita. Chi ha allergie ai vegetali sperimenta questi sintomi indipendentemente dalla propria volontà in periodi diversi dell’anno in funzione della fioritura e dell’impollinazione e non può evitarlo se non cercando di fuggire quegli ambienti con specie che gli procurano i sintomi in assoluto o per i periodi più difficili dell’anno.

Il ricorso agli antistaminici diventa quasi una necessità per poter affrontare la giornata.
È proprio l’istamina il mediatore di questi fenomeni: contenuta all’interno di alcune cellule del nostro corpo, gli eosinofili e i mastociti, la presenza di un allergene (ciò che causa l’allergia) attraverso l’interazione con il sistema immunitario (IgE, una classe di anticorpi) ne determina la liberazione causando i sintomi tipici. Il fenomeno è rapido. Rapida la comparsa dei sintomi dopo il contatto con l’allergene; rapida la scomparsa dei sintomi se trattati con antistaminici o se viene allontanato l’allergene.

I sintomi delle intolleranze hanno caratteristiche diverse, sembrano quasi manifestarsi dopo una sorta di accumulo ed essere più cronici ovvero lenti sia a comparire sia a scomparire.

Tipicamente definite come intolleranza alimentari poiché la prima evidenza di “irritazione del corpo” è a livello gastrointestinale in alcuni casi i sintomi delle intolleranze possono riguardare la pelle con pruriti difficilmente trattabili o il sistema respiratorio con sintomi di irritazione aspecifici. Si è ipotizzato che il meccanismo attraverso cui si verificano questi fenomeni sia una alterazione dei globuli bianchi nella loro struttura con una membrana che diventa più permeabile potendo rilasciare il contenuto delle vescicole tra cui potrebbe esserci l’istamina ma anche una serie di mediatori, le citochine, che possono avere un effetto favorente l’infiammazione.

Allergie ed intolleranze hanno perciò due meccanismi diversi, ben spiegato per la prima ed ipotizzato per la seconda, con la caratteristica però di avere, così ci viene suggerito, una via comune di molecole e meccanismi implicati nella generazione di una “irritazione” dell’organismo.

Il passaggio tra la primavera e l’estate è anche il momento in cui sulla tavola cominciano a ricomparire in maniera importante frutta e verdura due elementi che oltre potenziali allergeni sono anche potenziali fattori capaci di causare intolleranza.

Si tratta perciò di un periodo in cui i fenomeni di intolleranza potrebbero avere un significato clinico nel contribuire alla sintomatologia irritativa propria delle allergie.
Questo non significa che il controllo di una intolleranza sia lo stesso da attuare per una allergia o che il trattamento dell’intolleranza risolva il problema allergico ma piuttosto che una attenzione e una correzione di una eventuale intolleranza possa influire in senso positivo sui sintomi propri di una allergia.

a cura della Dr. Alberto Cescato, Medico chirurgo esperto in genetica preventiva e biotecnologie



Marzo 30, 2011 Newsletter

a cura del dr. Francesco Lampugnani

Il problema delle intolleranze alimentari sta diventando sempre più diffuso tra la popolazione e, sicuramente, i pazienti che riescono a confermare la presenza di un’intolleranza alimentare legandola ad una sequela di sintomi lamentati è ancora una grossa minoranza rispetto al grande numero di pazienti che, pur lamentando problemi importanti legati al tipo di vita che si conduce, non identificano un’intolleranza alimentare e di conseguenza un atteggiamento correttivo idoneo, perché o non conoscono l’esistenza della problematica (intolleranza), o perché non hanno ricevuto le giuste informazioni, o perché grosse dosi di scetticismo regnano 110328_alcatancora negli ambienti sanitari.

Fatta questa breve premessa, la mia esperienza in ambulatorio mi permette di confermare quanto riferito, in quanto una grossa percentuale di pazienti si è avvicinata ed ha effettuato il test per le intolleranze alimentari (che successivamente definiremo IA) solo dopo che ha avuto chiare tutte le informazioni necessarie ad associare le diverse sintomatologie manifestate alla presenza di un’IA.

Cosa molto importante è il non sapere, da parte del paziente, che tutta una serie di sintomi manifestati (gonfiore, stanchezza, stipsi, diarrea, cefalea, disturbi dell’umore, ecc) possono essere scatenati dalla presenza di un’IA. Arrivando insieme, durante l’importante momento conoscitivo dell’anamnesi, il paziente si rende conto che tante situazioni, alle quali molte volte non da peso, sono legate all’introduzione di determinati alimenti e che la successiva eliminazione o riduzione potrebbe essere di grande aiuto per il miglioramento della sintomatologia.

Come ormai sappiamo, definiamo Intolleranza Alimentare una reazione ritardata fino a 72 ore dopo l’assunzione di alimenti quotidiani e che si traduce in sintomi molto simili a quelli di un’allergia.

Alla luce della mia esperienza, sicuramente inizio a delineare importanti risultati legati alla presenza di un’IA e le abitudini di vita dei pazienti. Infatti, tra le associazioni più presenti, rientrano sicuramente le ripetitività alimentari: pazienti che ormai da anni assumono sempre gli stessi alimenti, vuoi per pigrizia, vuoi per ristrettezze di gusto.

Altre situazioni che si presentano sono legate alla qualità alimentare. Pazienti con alimentazione poco “salutista”, con utilizzo di alimenti molto sintetici (merendine, alimenti conservati, alimenti con molti grassi ed additivi chimici, ecc) e con pochi alimenti freschi e naturali, hanno manifestato, dopo anni di alimentazione di questo tipo, disturbi che ben indagati e sviscerati, hanno espresso la presenza di un’IA.

Altra situazione molto diffusa è quella legata a pazienti che hanno fatto abbondante uso di antibiotici o che hanno una situazione intestinale non ottimale. Infatti, riuscendo a ristabilire quel famoso equilibrio intestinale che è alla base di una corretta funzionalità, associato al trattamento di alleggerimento verso certi alimenti, si riesce a risolvere diverse situazioni alterate. Questi ultimi riferimenti mi permettono di sottolineare quanto sia importante avere sempre in giusta considerazione l’Eubiosi intestinale. Infatti il primo approccio operativo nei confronti di pazienti con disturbi associabili alla presenza di un’IA è proprio quello di riprendere uno stato di funzionalità intestinale ottimale. Cosa che di solito riesco a fare modificando le abitudini alimentari ed associando sempre Prebiotici e Probiotici, utili anche per una ripresa immunitaria a livello intestinale.

Per quanto riguarda la mia casistica, penso di poter dare un piccolo contributo analizzando un parte di pazienti che hanno fatto il Test per le Intolleranze Alimentari “ALCAT”.

Nello specifico, posso riferire di una casistica di 46 pazienti (31 donne e 15 uomini), con un’età compresa tra i 15 ed 65 anni, con una maggior presenza tra i 46 e 50 anni (17%) ed i 41 e 45 anni (11%) e tra i 56 e 60 anni (11%). Si iniziano anche a delineare dei profili di insorgenza delle IA molto interessanti.
Infatti come dati molto preliminari, saltano all’occhio due importanti risultati: tra gli uomini, l’intolleranza più rappresentata, è stata quella per lo Zucchero di Canna (60% del campione). A seguire Cacao (46% del campione), Caffè (40% del campione), Lievito Chimico (20% del campione) ed a seguire tutte le altre.
Per le donne invece, sempre per il campione analizzato, ho notato questo tipo di risposta: la più rappresentata è stata quella al Pomodoro (48% del campione), a seguire, Caffè, Frumento, Lievito Chimico (per tutte 35%). Discorso a parte merita l’intolleranza al Lattosio, sempre più diffusa (ovviamente), che per i due gruppi ha rappresentato una percentuale tra il 26 ed il 32%.

Molto interessante è una conferma pervenuta da uno studio Americano molto recente che dimostrava l’associazione, nei pazienti studiati, tra Intolleranze al Frumento ed ai Lieviti e la presenza di Tiroiditi. Anche nella mia casistica, ho potuto verificare quasi totalmente tale affermazione, che meriterà logicamente maggiori approfondimenti.

In conclusione, il mio giudizio su questo tipo di test è molto positivo. Ho avuto modo di confrontare i rilevamenti con altre realtà e sicuramente i risultati più importanti li ho avuti con l’Alcat.

Il test, cosa molto importante, mi permette di avere una visione più completa del paziente, che a sua volta riesce a confermare quasi del tutto la presenza dell’Intolleranza ad un alimento molto sospetto, con la controprova del miglioramento della sintomatologia legato alla disintossicazione ed alla riabilitazione verso l’alimento interessato. Inoltre, grazie all’individuazione degli alimenti, riesco a costruire un piano alimentare ritagliato a dovere e permettere tutta una serie di cambiamenti necessari per il paziente (riduzione di peso o aumento di peso; sintomatologia generale; ed infine, cosa non da poco, miglior educazione alimentare).

Penso utile, ai fine dell’informazione, aggiungere che in un certo numero di pazienti anche sportivi ho avuto modo di constatare un miglioramento delle loro prestazioni atletiche, parallelamente al miglioramento della sintomatologia generale, dopo l’individuazione di un’Intolleranza Alimentare.



Settembre 30, 2010 Newsletter

È opinione comune ritenere che la cellulite sia eminentemente un inestetismo (peraltro molto diffuso, visto che fa soffrire circa l’80 per cento delle donne), quando in verità si tratta di una vera e propria patologia, nella fattispecie del tessuto adiposo, definita pannicolopatia edemato-fibrosclerotica.

Come ben sa chi mal la sopporta, essa si concentra prevalentemente all’esterno delle cosce (nella zona laterale del bacino), all’interno delle stesse e sui glutei, interessando il “pannicolo adiposo” che si trova fra il derma (lo strato di tessuto connettivo giusto sotto l’epidermide) e la parte muscolare. Il pannicolo ha una sua impalcatura di sostegno (il tessuto reticolare e il collagene) e una vascolarizzazione (denominata microcircolo) attraverso la quale il tessuto adiposo fornisce l’energia all’organismo o l’accumula sotto forma di grasso.

Per motivi diversi – stress, stipsi, fattori ereditari, fumo, sedentarietà, abuso di medicinali (pillola anticoncezionale), cause ormonali (per esempio un cattivo funzionamento della ghiandola tiroidea, o ipotiroidismo), disturbi del ciclo mestruale (come si verificano nella Sindrome dell’ovaio micropolicistico), ma soprattutto cattiva alimentazione –, la circolazione venosa e linfatica (vasi che trasportano scorie) può rallentare e dai capillari possono uscire sostanze che invece dovrebbero essere eliminate. Parte così il meccanismo iniziale di accumulo di liquidi (edema), che s’infiltra fra le cellule del pannicolo adiposo. Queste si allargano, peggiorando lo stato edematoso e nel contempo il tessuto di sostegno (collagene e fibre reticolari) reagisce cercando d’impedire che le cellule adipose si allontanino, ma causando così la produzione di capsule che impediscono a loro volta gli scambi ematici fra la “cellulite” e il resto dell’organismo.

I processi esposti possono essere distinti in 4 fasi che evolvono per grado di gravità. I primi due stadi possono essere rallentati o addirittura bloccati con l’attività fisica (e la corsa in particolare); nel terzo e quarto la consistente struttura fibrosa dei noduli rende tutto molto difficile. La corsa, quindi, è certamente da proporre come prevenzione e cura per i primi 2-3 stadi, insieme ad alcune semplice regole di alimentazione e qualche stratagemma nutri-cosmeceutico per sconfiggere o tenere sotto controllo la cellulite.


Gli stadi della cellulite
La cellulite viene suddivisa in quattro stadi, o gradi, in base alla gravità dei sintomi
con i quali si manifesta e alla loro difficoltà di trattamento.

1 Cellulite edematosa È caratterizzata dalla presenza di gonfiore, ma la cute è ancora tesa  ed elastica e, se compressa, non resta segno né si avverte dolore.

2 Cellulite fibrosa La pelle, se compressa, ancora non duole ma, seppur ancora liscia, comincia ad assumere un colorito spento e si presenta “a buccia d’arancia” se viene stretta fra le dita. C’è formazione di tessuto fibrotico e la cattiva circolazione sanguigna può causare formicolii, pesantezza alle gambe, crampi.

3-4 Cellulite sclerotica Il tessuto connettivo s’indurisce ulteriormente e si formano i primi macronoduli che conferiscono alla pelle l’aspetto a buccia d’arancia “a vista”. Nel quarto stadio le zone cellulitiche si presentano isolate dal tessuto circostante. I macronoduli danno origine ad avvallamenti e protuberanze; la cute è dura e dolorante alla palpazione.
È la più difficile da trattare.


CORRI (FORTE) CHE TI PASSA
In verità il running non è, e non può essere, del tutto risolutivo. Un programma di attività deve prevedere almeno 3-4 sedute di allenamento divise in 3 sedute di corsa e una di tonificazione generale, ma soprattutto delle zone interessate alla cellulite. La corsa dev’essere affrontata secondo tabelle che prevedano la possibilità di migliorare le proprie caratteristiche fisico-organiche progressivamente e secondo le proprie caratteristiche e predisposizioni.

Vanno sfatati alcuni miti: camminare invece di correre (vale solo nei casi di situazioni gravi, dove il carico sulle articolazioni è importante), oppure allenarsi sotto la soglia lattacida: si dimentica che l’acido lattico è un potentissimo vasodilatatore e stimola la produzione di mitocondri nella supercompensazione fisiologica. A torto si potrebbe pensare che la vasodilatazione da acido lattico potrebbe peggiorare la perdita di materiale vasale, perché nella prevenzione – e anche negli stadi 1 e 2 della cellulite – l’azione tonico-trofica della corsa sul circolo ematico è di gran lunga maggiore.
Una limitazione nella produzione di acido lattico potrebbe valere nei primi momenti d’allenamento per soggetti con stadio 3 di cellulite.

Quindi: progressione nell’allenamento e, nelle uscite, lasciare almeno un allenamento con corsa variata. L’allenamento di tonificazione dovrà interessare in maggior misura le parti interessate dalla cellulite, quindi con esercizi di adduzione (per i muscoli interni della coscia: 10 minuti) e abduzione (per glutei e laterali della coscia: 10 minuti), per il bicipite il femorale (posteriore della coscia: 10 minuti), per il quadricipite (10 minuti) e alla pressa (15 minuti). Meglio sarebbe utilizzare il circuit training, intervallando gli esercizi a con 10 minuti di cyclette, corsa leggera, step.

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LA COSMETICA CHE AIUTA
Utilizzo d’integratori alimentari e interventi più prettamente cosmetici possono sovrapporsi e migliorare i risultati che si possono ottenere con la corsa e l’alimentazione (vedi Occhio a ciò che mangi nel box sotto). Certamente la possibilità d’intervenire in modo coordinato in-out consente di ottenere risultati apprezzabili nella lotta contro l’inestetismo in questione, ma non bisogna dimenticare che la cellulite è anche pelle a buccia d’arancia, colore dell’incarnato, pelle asfittica, condizioni che possono migliorare molto anche con interventi cosmetici. La maggior parte degli attivatori metabolici che stimolano la lipolisi si trovano in integratori alimentari: guaranà, arancio amaro, mate, caffeina e tè verde possono attivare preventivamente l’attività lipolitica rispetto alla corsa e quindi si possono ottenere risultati sinergici.

Un effetto simile si può ottenere anche con l’applicazione topica di una crema anticellulite prima di correre. Integratori ad uso sistemico possono contenere principi fitoterapici ad azione diuretica come l’orthosiphon stamineus, che per la presenza di sinenstesina determina un effetto drenante e andiedematoso, o altri estratti come la centella asiatica e l’ippocastano che producono benefici effetti sulla tonicità dei vasi sanguigni. Da evitare l’uso d’integratori a base di fucus vesciculosus, soprattutto in soggetti a rischio d’infiammazioni tiroidee: anche una tiroide “normale” può andare incontro, “caricandola” eccessivamente di iodio, a fenomeni di flogosi cronica.

In sostanza una corretta alimentazione, integrata quando ce ne sia la necessità da una ragionata supplementazione e unita a un corretto programma di corsa, magari anche questo integrato da qualche seduta con i pesi in palestra, potranno aiutare le donne, in maniera ragionevole e soprattutto a basso costo, a prevenire e, nei primi stadi, anche a curare il più diffuso inestetismo che le colpisce.
(Ha collaborato il dottor Carmine Orlandi)

da http://www.runnersworld.it – settembre 2010
di FULVIO MARZATICO



Aprile 30, 2009 Newsletter

Alcuni ricercatori svedesi dell’università di Lund hanno messo in relazione l’aumento di peso e lo sviluppo di artrosi, specialmente delle anche e delle ginocchia.Il rapporto tra aumento di peso e artrosi è caratterizzato dall’usura eccessiva delle articolazioni implicate e dalla produzione di sostanze infiammatorie, chiamate citochine, da parte del tessuto grasso che si deposita a livello addominale. Le persone che tendono ad aumentare di peso nel tempo sono più a rischio di artrosi rispetto a chi rimane in peso forma.

Allora una forma di prevenzione è quella di aumentare le ore di attività fisica, seguire una dieta bilanciata e soprattutto scegliere alimenti che sono compatibili o meglio tollerati rispetto ad altri alimenti ai quali si è intolleranti.

Da questo punto di vista risulta fondamentale il test per la ricerca delle intolleranze alimentari, il test ALCAT®, che attraverso un prelievo di sangue venoso rivela la predisposizione alle intolleranze verso alcuni alimenti.

La peculiarità di questo esame è che rivela quali alimenti sono capaci di scatenare una reazione infiammatoria e di conseguenza accentuare i disturbi infiammatori delle articolazioni.
Attraverso una dieta di eliminazione degli alimenti risultati intolleranti e una graduale e intelligente reintroduzione, è possibile controllare la sintomatologia dolorosa riacquistando una funzionalità articolare, che permetta di svolgere le normali attività della vita quotidiana.



Dicembre 30, 2008 Newsletter

L’artrosi viene definita come una malattia degenerativa legata alla usura delle articolazioni; essa ha andamento progressivo e nei casi gravi può anche determinare importanti limitazioni funzionali tanto da richiedere un intervento chirurgico La ARTROSI del GINOCCHIO o GONARTROSI è una delle forme più frequenti di artrosi perché il ginocchio è una articolazione molto sollecitata e sottoposta a stress funzionale elevato; se poi si aggiungono situazioni come come obesità, problemi posturali, pregressi traumi, cioè fattori di rischio piuttosto comuni, è facile comprendere come questa patologia sia così diffusa.

In genere il sintomo dominante è il dolore che dapprima è sporadico poi man mano che aumenta il processo degenerativo diventa sempre più frequente ed intenso.

Nelle forme più avanzate la capacità funzionale della articolazione diventa molto scarsa per cui l’unico rimedio è la chirurgia.
Nelle forme meno gravi si possono utilizzare vari tipi di trattamento.
Presso l‘istituto di medicina Biologica di Milano, per la artrosi del ginocchio vengono utilizzate due metodiche che sono generalmente molto utili :

1) l’ipertermia che si basa sulla azione terapeutica del calore prodotta da una apparecchiatura che emette onde elettromagnetiche ad una determinata frequenza, importante è ricordare l’assenza di effetti collaterali

2) campi magnetici pulsati,che sfruttano onde magnetiche a bassissima frequenza il cui scopo è quello di indurre uno stimolo rigenerativo sulla cartilagine usurata, con l’aiuto di integratori specifici che stimolano l’attività riparatrice delle articolazioni. Unica contro indicazione è l’epilessia e la gravidanza o uso di stimolatori cardiaci.

Questi due terapie si possono utilizzare da sole o sinergicamente in base alla situazione; risulta in ogni caso utile aggiungere una opportuna terapia di supporto per le due terapie proposte.

La scelta della opzione terapeutica viene fatta in base ai dati clinici e radiologici e modulata in base alla risposta clinica.

In considerazione della diffusione della patologia e tenuto conto dei buoni risultati conseguiti nella nostra esperienza clinica,riteniamo che il nostro metodo di cura sia applicabile in un numero ampio di pazienti con buone probabilità di miglioramenti clinici specie per il controllo del dolore.

Dr. Marco Mancuso



Luglio 30, 2008 Newsletter

Si chiamano composti volatili organici (VOC), sono invisibili e insospettabili, ma possono essere pericolosi e dannosi per la salute.

La qualità dell’aria tra le mura domestiche è spesso peggiore di quella esterna. La colpa è degli “inquinanti domestici” insospettabili, come vaporizzatori, bastoncini d’incenso, candele profumate, diffusori elettrici di aromi, mobili nuovi o riverniciati, pavimenti in legno industriale, formica, etc.

Sono spesso responsabili di emettere composti volatili organici alcuni dei quali sono davvero pericolosi per la salute e a volte anche cancerogeni. Lo conferma il Cnr (consiglio nazionale delle ricerche) in una speciale pubblicazione, per quanto riguarda i fattori di inquinamento ambientale. Ci pare importante richiamare l’attenzione sul fatto che la pericolosità di questi composti, non immediatamente percepibili e contenuti in prodotti di largo utilizzo, è troppo spesso sottovalutata. La maggior parte delle persone passa il proprio tempo dentro ambienti chiusi, dove la qualità dell’aria lascia spesso a desiderare. La colpa ricade anche tra i “veleni” di casa, responsabili del cosiddetto “inquinamento indoor”. La formaldeide, un gas dall’odore pungente e incolore, è uno dei più insidiosi e diffusi. È presente in colle, adesivi, truciolato e compensato, detergenti e disinfettanti, prodotti per la pulizia della casa, deodoranti, etc.

Negli aromi possono nascondersi sostanze nocive e pericolose. Quindi bisogna prestare attenzione nell’acquisto di prodotti che rilasciano aromi profumati per ambienti.

Alcuni esempi di composti contenenti VOC:

vernici da parete: contengono il toluene, un solvente usato per miscelare leganti, additivi delle vernici. L’inalazione può causare tosse, asma, faringite, e gravi effetti sul sistema nervoso centrale.

Deodoranti per la casa: contengono il limonane, una sostanza usata in questi prodotti. Emana un aroma di limone, a lungo andare è irritante per gli occhi e può creare arrossamento della cute, allergie e peggiorare eventuali sintomi di altri composti domestici nocivi.

Mobili in truciolato e compensato: contengono la formaldeide, riconosciuta come cancerogena, usata nella produzione di resine, colle, solventi. Il suo rilascio è elevato quando i prodotti sono nuovi e diminuisce on il tempo. Può causare irritazioni agli occhi, eruzioni cutanee, tosse.

Pennelli indelebili: contengono acetati, solventi irritanti per gli occhi e vie respiratorie. Possono dare tosse, congiuntivite, mal di testa, vertigini.

Anti-tarme: contengono il paradiclorobenzene e pare che questa sostanza sia cancerogena. Può causare dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, convulsioni. Un’alternativa è la canfora, che risulta essere meno dannosa.

Moquette: una sostanza usata per l’installazione è il dicloreoetano, che assorbe e poi rilascia altri inquinanti per l’ambiente, come la formaldeide. Può creare tosse, asma, congiuntivite, rinite.

Cera per pavimenti: contiene la trementina e l’inalazione di questa sostanza può creare irritazione agli occhi, tosse, mal di gola, mal di testa, asma, dermatite.

Insetticida spray: contiene permetrina, sostanza appartenente alla famiglia dei piretroidi. La sua inalazione può causare tosse, asma, sensazione di bruciore in gola, lacrimazione.

Alcune precauzioni per la prevenzione associata all’esposizione degli inquinanti chimici domestici:

  • cambiare spesso l’aria di casa. Alla mattina e alla sera, per almeno 15 minuti, spalancando le finestre di casa.

  • non fumare in casa.

  • limitare l’uso di insetticidi e deodoranti, per ambienti, e dopo l’uso, areare bene i locali.

  • leggere le etichette, quando comperate i prodotti per la casa, detersivi, colle, prestando attenzione a simboli che richiamano la possibilità nociva dl prodotto.

  • usate protezioni come mascherine, occhiali, guanti, se usate sostanze pericolose. È bene lavare i vstiti dopo l’uso di sostanze volatili in ambito domestico.

  • vernici ad acqua, così come le colle, sono da preferire, specie se ad usarle sono i bambini.

  • usando prodotti con VOC, è bene non mangiare, fumare, non bere.

  • se avete mobili in truciolato o compensato, cambiate spesso l’aria all’ambiente, in modo da favorire la dispersione dei VOC fuori dalla mura domestiche.

  • alcune piante, come il ficus, edera, possono aiutare a purificare l’aria.

  • dopo il lavaggi a secco della tintoria, ( percloroetilene), prima di riporre nell’armadio gli abiti, fate in modo di esporli all’aria anche per alcuni giorni se necessario, per ridurre l’inquinamento in casa.

Inoltre è possibile che alcune sostanze VOC, possano essere presenti in alcuni alimenti.

In aiuto c’è ALCAT

Il test ALCAT, è in grado rilevare attraverso prelievo venoso la presenza e il grado di esposizione di alcune sostanze chimiche compresi additivi, coloranti, conservanti, sostanze nocive per la salute. Testando 30 sostanze chimiche, abbiamo la possibilità di conoscere il tipo chimico che può essere la causa di una tosse insistente, un’asma severa, senza cause puramente allergiche, una dermatite, congiuntivite, rinite e altro ancora, fornendo un aiuto oggettivo al clinico nella ricerca di una soluzione adeguata e personalizzata del disturbo.



Febbraio 1, 2008 Newsletter

Le infezioni delle vie seminali maschili (prossimali. orchiepididimiti e distali: prostatovescicoliti e uretriti) sono universalmente considerate una frequente causa d’infertilità (Weidner et al., 1999, WHO, 2000).

Sintomatologia. Diagnosi
Il riscontro di infezioni acute è rarissimo nella popolazione maschile che si rivolge a un medico per l’infertilità. La maggior parte sono soggetti asintomatici, paucisintomatici o addiritura con sintomatologia fuorviante di tipo gastro-intestinale (coliti, stitichezza, flatulenza, intolleranze alimentari ecc.).
L’esame obiettivo offre, a volte, poche informazioni: una leggera sensibilità epididimaria, testicoli con consistenza diminuita, epididimi con noduli fibrotici, minima secrezione uretrale, l’esplorazione rettale di solito negativa.
Essenziale per la diagnosi si è dimostrato l’esame ecografico (US) associato al colordoppler che mette in evidenza immagini caratteristiche sia per le infezioni acute che per quelle croniche a livello epididimo-testicolare e prostato-vescicolare.
Le indagini microbilogiche (Test di Stamey, EPS, TU con varie ricerche, spermiocoltura con Mycoplasmi e Chlamydie, urinocoltura, ecc) sono assoluttamente necessarie in quanto completano il quadro diagnostico e permettono la terapia mirata.

Fisiopatologia
Le infezioni agiscono sulla qualità spermatica a vari livelli:

  • distruzione degli spermatozoi da parte delle tossine prodotte da vari germi

  • modificazione del pH dei tubuli seminiferi con danno spermatogenetico

  • distruzione degli spermatozoi da parte dei leucociti (fagocitosi)

  • l’influenza delle varie citochine coinvolte nella flogosi sulla capacitazione spermatozoaria

  • lo STRESS OSSIDATIVO:
    . i radicali liberi dell’ossigeno (ROS) liberati dai leucociti determinano la perossidazione dei lipidi della membrana spermatozoaria con modificazioni della fluidità di membrana e effetti negativi sugli interscambi intra/extracellulari, ridotta motilità e alterata morfologia
    . gli stessi ROS possono danneggiare il DNA dello spermatozoo con conseguente danno
    genetico (mutazioni e anomalie cromosomiche)
    . i ROS possono modificare l’acrosoma spermatozoario con conseguente
    reazione acrosomiale alterata e quindi ridotta capacità fecondante

  • le fibrocalcificazioni postflogistiche possono determinare ostruzioni o subostruzioni delle vie seminali (prossimali o distali) con azoospermie secodarie

Uno squilibrio del rapporto ROS/TAC (incrementata produzione di ROS, o scarsa presenza di fattori TAC) è in grado di danneggiare lo spermatozoo.
La TAC rappresenta la capacità antiossidante globale dovuta ai fattori scanvenger es: acido ascorbico, glutatione perossidasi, policosanoli, selenio, ecc)

Eziologia
Dall’analisi dei dati si è evidenziata una chiara prevalenza di microorganismi Gram-positivi quali responsabili delle infezioni genitourinarie, con massima frequenza per gli Enterococchi. Tra i germi Gram-negativi l’Escherichia coli si presenta con una percentuale superiore al 10%. Apparte E.coli le infezioni da Gram negativi possono essere sostenute anche da altre Enterobacteriaceae come come Enterobacter, Proteus, Morganella.
I Gram-negativi, in particolare E.Coli determinano di solito le prostatiti acute, mentre gli agenti etiologici delle forme asintomatiche o paucisintomatiche sono gli Enterococchi, i Micoplasmi (Ureaplasma Urealyticum e Mycoplasma hominis) e Chlamydia Trachomatis
Sia gli Enterococchi che le Enterobacteriacae ( v.Escherichia coli, Proteus, ecc) sono germi di origine intestinale (enteron = intestino) che possono arrivare dall’ampolla rettale situata posteriormente alla prostata in stretto rapporto anatomico per osmosi, via linfatica e, a volte, anche attraverso il circolo sanguigno, in seguito di episodi batteriemici.
Anteriormente si trova la vescica urinaria che molto spesso può essere sede di varie infezioni.
Apparte le classiche vie ascendenti e discendenti di contaggio delle vie uroseminali dobbiamo prendere in considerazione quindi anche le infezioni di origine intestinale e vescicale.

Di fronte a ogni prostato-vescicolite il clinico deve escludere una patologia intestinale infiammatoria e viceversa, visto che le infezioni croniche sono di solito silenti, ogni paziente con problemi intestinali va indagato sul versante urogenitale!
A volte, trattare la colite può risolvere una prostatite non responsiva a vari cicli di antibioticoterapia.

Al contrario di quanto si pensa, sono i pazienti giovanni la fascia più a rischio per vari motivi:
sono sessulmente molto più attivi e quindi soggetti anche a infezioni con trasmissione sessuale,
hanno uno stile di vita meno equilibrato e devono preservare ancora la loro fertilità in previsione di una futura paternità.

Terapia
Alla terapia antibiotica, antiossidante e probiotica si devono aggiungere una dieta rigorosa e tutte le terapie finalizzate a un funzionamento intestinale ottimale.

“In considerazione dei benefici dimostrati sulla funzione riproduttiva, la terapia antiossidante deve occupare un ruolo primario nelle strategie di trattamento della infertilità maschile” Tarin JJ, Human Reproduction, 1998

Autore:
dott.sa Cornelia Sparios
Medico Chirurgo Andrologo



Ottobre 1, 2007 Newsletter

CONOSCIAMO I NOSTRI NEI?

I nei sono macchie della pelle
– di forma e dimensione variabile,
– piane o più o meno rilevate;
– cambia anche il colore da quello della pelle fino al marrone e al nero.

Possono essere presenti sin dalla nascita oppure comparire nel corso della vita, così come possono crescere di numero e di dimensione, localizzandosi in qualsiasi area cutanea.
Non sono pericolosi ma è consigliabile tenerli sotto controllo per non confonderli con il melanoma.

IL MELANOMA
Il melanoma è un tumore maligno della pelle che inizialmente appare del tutto simile ad un neo ma che nel tempo modifica notevolmente il suo aspetto. Può originare da un neo preesistente o comparire su cute sana.
Le sedi più comuni sono:
– nella donna gli arti;
– nell’uomo il tronco.
Possono insorgere anche in altre sedi corporee non cutanee (in una ridotta percentuale di casi).
Il rischio di sviluppare un melanoma è legato a diversi fattori “personali” (numero elevato di nei, presenza di nei atipici, familiarità per melanoma, pelle occhi e capelli chiari);
– ambientali (esposizioni solari intense ma intermittenti).

È in genere asintomatico e può presentarsi sulla pelle con aspetti molto variabili.
In generale, nel caso di comparsa sulla pelle di una nuova macchia oppure di modificazione di nei già presenti è consigliabile rivolgersi al medico.
Ogni persona può anche fare una prima valutazione dei propri nei eseguendo un:

AUTOESAME DELLA PELLE SECONDO LA REGOLA DELL’ABCDE

A come Asimmetria:
– una forma irregolare e asimmetrica, ossia dividendo il neo a metà si ottengono due parti non sovrapponibili

B come Bordi:
– bordi irregolari e frastagliati

C come Colore:
– un colore disomogeneo e non uniforme oppure un neo molto scuro

D come Dimensione:
– diametro superiore a 6 millimetri

E come Evoluzione:
– un neo che cambia il suo aspetto, cioè che modifica la sua forma, il suo colore, la sua dimensione, la sua superficie oppure che sanguina spontaneamente.

Molto spesso un aumento della produzione di Radicali Liberi dell’ossigeno, che derivano dal funzionamento delle cellule, può causare un aumento delle macchie melaniche o da invecchiamento che si formano sulla pelle a fine estate ad esempio, sono macchie color caffelatte. È possibile sapere con precisione se la quantità di radicali liberi prodotta è in eccesso attraverso un semplice esame del sangue che rivela lo stato ossidativo e la capacità dell’organismo anti ossidante, cioè di abbattere i radicali liberi in eccesso.

VISITA SPECIALISTICA
È comunque buona norma sottoporsi a una visita per la valutazione dei nei da uno specialista che oltre alla visita clinica esegue una dermatoscopia (tecnica non invasiva né dolorosa che consiste nell’osservazione dei nei mediante una fonte di luce e una lente ricoperta da un film oleoso e posta a contatto con il neo stesso).
Oggi è anche possibile eseguire una videodermatoscopia digitale:
mediante una apparecchiatura computerizzata costituita da una telecamera ad alta risoluzione collegata ad un computer è possibile acquisire immagini di nei a rischio e archiviarle in formato digitale consentendo di seguire la loro evoluzione nel tempo (mappatura). Il computer è fornito di un particolare software di gestione dati che permette di creare per ogni paziente una cartella personalizzata. Il nostro Centro sarà dotato dell’apparecchiatura per la videodermatoscopia digitale nei prossimi mesi: per questo motivo, al fine di valutare quali persone possano essere candidati a tale esame e relativa mappatura, vogliamo offrire ai nostri pazienti la possibilità di una visita preliminare con lo specialista.

a cura del prof. Giuseppe Della Valle



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Un esercito di 27,7 milioni di persone nel mondo è afflitto da una forma di demenza, e solo in Italia l’Alzheimer è stato diagnosticato a circa 800.000 connazionali.

Si tratta di una malattia che ‘divora’ memoria e funzioni cognitive, contro la quale ancora oggi, dopo la diagnosi, si può fare poco. “Per questo è importante cercare di giocare d’anticipo. Abbiamo messo a punto un test genetico predittivo, che indica in bassa, media o alta la possibilità di sviluppare la malattia dopo i 65 anni.

Non equivale a una diagnosi, ma a un ‘campanello d’allarme’ che può spingere alla prevenzione per cercare di ritardare il più possibile il manifestarsi dell’Alzheimer”. Lo spiega oggi a Milano Federico Licastro, responsabile del Laboratorio di Immunologia e immunogenetica del Dipartimento di Patologia sperimentale dell’Università di Bologna.

Licastro è autore della ricerca condotta in collaborazione con NGBGenetics (spin-off dell’Università di Ferrara) e con l’Istituto di Medicina genetica preventiva e personalizzata (Imgep) e l’Istituto di Medicina biologica (Imbio) di Milano, che ha portato al test ‘made in Italy’ dal costo di 750 euro. “E’ disponibile da circa 10 giorni per il pubblico, e lo abbiamo già eseguito su 20 persone”. L’Alzheimer, che nel 95% dei casi colpisce dopo i 65 anni, progredisce lentamente, ma la sua manifestazione clinica segna l’inizio della compromissione inesorabile di memoria e funzioni cognitive. “Si stima che la malattia abbia una lunga fase silente, di circa 10-15 anni – dice Licastro – dunque in questo periodo è utile cercare di individuare segni premonitori della malattia. Abbiamo condotto test genetici su 350 malati e su 300 controlli di 72-73 anni, in collaborazione con la Fondazione Don Gnocchi e il S.Raffaele di Milano, proprio per individuare varianti genetiche associate alla malattia, e potenzialmente in grado di predire il rischio di Alzheimer”.

“Sfruttando una combinazione di indagini genetiche, neurocognitive e radiologiche e
osservando i dati dei pazienti e di persone sane, abbiamo potuto individuare una combinazione di sette polimorfismi sui geni (sei in tutto) di varie molecole infiammatorie e di altre coinvolte nel metabolismo cerebrale, che aumentano il rischio della malattia. Un’informazione – assicura il ricercatore – che ci permette di inserire una persona con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo mirato, grazie all’utilizzo di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari”.

Insomma, dopo il test una serie di visite, esami radiologici e test neurocognitivi diranno “quando e se iniziare terapie precoci per ridurre il più possibile un rischio genetico elevato”.

A chi si rivolge il test? “A persone sane dai 40 ai 65 anni – salute nel caso di un’aumentata predisposizione genetica alla malattia”. Il prelievo è semplice, e si può fare anche da soli, con un kit apposito. Grazie a una spatolina si ‘raccolgono’ le cellule di sfaldamento del cavo orale, poi il materiale si invia o si consegna al laboratorio NGBGenetics, che si occupa dell’analisi.

La refertazione viene inviata all’equipe di Licastro che valuta i risultati e indica il rischio di Alzheimer.

L’Imbio di Milano, infine, si occupa di comunicare il risultato. Se scoprire di avere un rischio aumentato può deprimere una persone, Licastro è convinto che la conoscenza favorisca una maggior consapevolezza verso comportamenti ‘sani’.

(Mal/Adnkronos Salute ) articolo pubblicato il 17/10/2006 15:30

Alzheimer: test genetico a 40 anni predice il rischio di ammalarsi

Milano, 17 ott. (Adnkronos Salute)


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