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Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Spin Off di Ferrara partner nella realizzazione di un Test Genetico per aiutare a combattere l’Alzheimer.Un servizio specialistico per la determinazione dei profili di rischio individuali per la malattia di Alzheimer e l’infarto del miocardio: un approccio integrato di valutazione genetica e clinica per il trattamento personalizzato e la prevenzione di queste malattie.

E’ quello sviluppato grazie alla collaborazione tra l’équipe del Prof. Federico Licastro dell’Università degli Studi di Bologna, la NGB Genetics srl spin off dell’Università di Ferrara, l’Istituto di Medicina Gentica Preventiva e Personalizzata (IMGEP) e l’Istituto di Medicina Biologica (IMBIO) di Milano.

“Nessun individuo è uguale a un altro – ha spiegato oggi in occasione della presentazione del test Flavio Garoia, Responsabile Ricerca e Sviluppo NGB Genetics srl, spin off dell’Università di Ferrara -. La diversità tra gli esseri umani, non è soltanto una questione di carattere o fisionomia: le diversità diventano ancor più evidenti in presenza di stati patologici”.

“Sappiamo che il nostro genoma è composto di tre miliardi di paia di basi, condivise al 99,9 per cento da tutti gli individui – ha proseguito Garoia – In ogni individuo si manifesta un particolare fenomeno, il polimorfismo genetico, che indica la capacità di ogni gene di esprimersi in maniera diversa da individuo a individuo. Ciò che determina lo sviluppo di alcune patologie in certi soggetti e in certi altri no, risiede in un cambiamento che avviene in una singola base del DNA”.

L’impegno della comunità scientifica si è quindi rivolto a comprendere, per imparare a individuare questi polimorfismi e poi gestire i meccanismi genetici che concorrono a determinare la suscettibilità di un individuo a sviluppare malattie complesse come l’Alzheimer.

“Lo scopo – ha spiegato Garoia – è riuscire a prevenire, bloccando, il processo di decadimento neurologico e neurocognitivo associato alla malattia di Alzheimer”. “La ricerca genetica condotta presso i laboratori di NGB Genetics srl ha messo in evidenza il ruolo di alcuni polimorfismi genici relativamente comuni che, associati tra loro e combinati con specifiche componenti ambientali, possono elevare notevolmente il rischio di sviluppare stati patologici, in particolare riferiti alla malattia di Alzheimer.

Il test sviluppato dall’èquipe del prof. Licastro e messo a punto dai nostri laboratori – ha concluso il Responsabile Ricerca di NGB Genetics – permette la determinazione del profilo di rischio pro infiammatorio associato al decadimento cognitivo e alla demenza”. Il test sviluppato dallo spin off dell’Università di Ferrara si basa sulla genotipizzazione di 7 polimorfismi allelici eseguita sul DNA del soggetto in esame. I laboratori di NGB Genetics procedono poi all’elaborazione e al calcolo del rischio individuale risultante, che viene classificato in alto, medio e basso.

www.unife.it
Ferrara, 18 ottobre 2006



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Alzheimer: un test ci dirà chi è a rischio e chi no.L’esperimento è stato presentato a a Milano nel corso di un convegno. Un test, per capire le reali possibilità di essere colpiti dall’Alzheimer dopo i 65 anni, è stato messo a punto dal Dipartimento di Patologia sperimentale dell’Università di Bologna. “L’esperimento – ha spiegato Federico Licastro, responsabile del Laboratorio di immunologia e immunogenetica del Dipartimento bolognese – non equivale a una diagnosi ma a un campanello d’allarme che può spingere alla prevenzione per cercare di ritardare il più possibile il manifestarsi dell’Alzheimer”.

Il test, dal costo di 750 euro, è in commercio da dieci giorni ed è stato già eseguito su un campione di venti persone.

“Si stima che la malattia abbia una lunga fase silente, di circa 10-15 anni – dice Licastro – dunque in questo periodo è utile cercare di individuare segni premonitori della malattia. Abbiamo condotto test genetici su 350 malati e su 300 controlli di 72-73 anni, in collaborazione con la Fondazione Don Gnocchi e il S.Raffaele di Milano, proprio per individuare varianti genetiche associate alla malattia, e potenzialmente in grado di predire il rischio di Alzheimer”.

L’esperimento permetterà dunque di ricevere informazioni utili sul paziente. “Inseriremo la persona con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo mirato, grazie all’utilizzo di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari”. Insomma – conclude Licastro – dopo il test una serie di visite, esami radiologici e test neurocognitivi diranno quando e se iniziare terapie precoci per ridurre il più possibile un rischio genetico elevato”.

Fonte: AdnKronos – 19 ottobre 2006



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Un test in grado di individuare le persone a rischio di Alzheimer, così da trattarle con farmaci o dieta ad hoc, e ritardare o addirittura prevenire l’insorgere della malattia.

Lo hanno messo a punto alcuni ricercatori del Dipartimento di patologia genetica dell’università’ degli Studi di Bologna, coordinati dal professor Federico Licastro. “Si tratta di un’analisi semplice e riproducibile, quindi altamente affidabile – spiegano dell’ateneo bolognese – che, diffusa anche attraverso un’opera di sensibilizzazione sui medici di famiglia, permetterebbe di riconoscere in anticipo, intorno ai 55 anni, i soggetti a rischio”. E poiché questa demenza senile, che colpisce circa 800mila italiani (per lo più donne), si manifesta in genere intorno ai 65 anni, “ritardando lo sviluppo della patologia anche solo di 10 anni il paziente si ritroverebbe colpito negli ultimi anni di vita”.

“Nei nostri studi – spiegano gli studiosi bolognesi – ci siamo accorti che chi presentava particolari profili genetici (polimorfismi) nei tratti di Dna codificanti per alcuni fattori coinvolti nei processi infiammatori (interleuchine 1 e 6 e alfa-1 antichimotripsina) era più a rischio di Alzheimer”. Da qui la messa a punto “di un test semplice come quello del colesterolo. Un’analisi innovativa – sottolineano gli esperti – per la quale abbiamo anche presentato la richiesta di brevetto”. E per far sì che il nuovo strumento di prevenzione passi più velocemente dal banco di laboratorio all’ambulatorio dello specialista, Licastro “ha chiesto l’attivazione di uno spin-off per la costituzione di una Srl che per i primi 3 anni rimarrebbe universitaria e che poi, se i risultati commerciali lo permetteranno, si renderebbe indipendente”.

Fonte: Italiasalute articolo pubblicato il 21/10/2006



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Dai laboratori di tre grandi università italiane arriva una nuova opportunità per prevenire la malattia di Alzheimer. La questione prevenzione per la demenza senile di Alzheimer non è cosa di poco conto, basta considerare che la sua manifestazione clinica è l’inizio della compromissione inesorabile della memoria e delle funzioni cognitive del cervello.

Per battere questa malattia è quindi necessario intervenire prima, nella sua fase silente, per esempio, che si stima duri circa 10-15 anni.
L’idea dei medici delle università di Milano, Bologna e Ferrara è stata proprio di indagare al livello genetico proprio in questo periodo.
Spiega il professor Federico Licastro, docente al Dipartimento di Patologia Sperimentale dell’Università di Bologna: «Sfruttando una complessa combinazione di indagini genetiche, neurocognitive e radiologiche applicata a centinaia di pazienti con la malattia e altrettanti controlli su persone sane è stato possibile rilevare i segni premonitori della malattia».
«Poter sapere in anticipo il rischio individuale è un’informazione di vitale importanza», spiega Licastro, «perché permette di inserire il soggetto con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo che può permettere di prevenire il decadimento cognitivo e la successiva manifestazione della malattia grazie all’utilizzo precoce di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari».

Fonte: Club azzurro la clessidra & friends 22/10/2006 10.51



Ottobre 1, 2006 Newsletter

CONFERENZA STAMPA

061009alzheimer

Martedì 17 ottobre, ore 11.00 – Circolo della Stampa – “Sala Montanelli”
Corso Venezia 16, Milano

“UN TEST GENETICO PUO’ FERMARE
LA MALATTIA DI ALZHEIMER”

Conoscere il proprio rischio genetico è giocare d’anticipo sul decadimento cognitivo e sulla malattia di Alzheimer.

Il 19,5% degli italiani ha più di 65 anni e si stima che nel 2030 ci sarà 1 anziano ogni 3 giovani adulti. La longevità può rappresentare un’opportunità….ma come affrontare una malattia che oggi, in Italia, colpisce circa 600.000 persone con più di 65 anni e aumenta con l’innalzarsi dell’età?

“Conoscere in anticipo il rischio individuale a sviluppare la malattia di Alzheimer è un’informazione di vitale importanza perchè permette di inserire la persona con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e neurocognitivo. Un progetto di educazione alla salute che, modificando gli stili di vita, le abitudini alimentari ed utilizzando farmaci appropriati può aiutare a giocare d’anticipo sul decadimento cognitivo e sulla manifestazione della malattia.”

Parola di esperti…

prof. Federico Licastro, Università di Bologna, Dipartimento di Patologia Sperimentale

dott. Flavio Garoia, Responsabile Ricerca e Sviluppo NGB Genetics srl, spin off dell’Università di Ferrara

dott. Damiano Galimberti, Presidente A.M.I.A. – Associazione Medici Italiani Anti-Aging

dott. Giuseppe Di Fede, Direttore Sanitario di IMBIO- Istituto di Medicina Biologica – Milano

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Moderatore: Paola Carassai, Presidente di ASSIE – Associazione Europea di Ipertermia e rappresentante IMGEP, personalmente impegnata nel promuovere ed incentivare percorsi di profilassi e prevenzione delle patologie degenerative.

Prevenire la malattia di Alzheimer e il decadimento cognitivo è un’opportunità che nasce dalla collaborazione tra la ricerca scientifica dell’Università di Bologna, lo spin off dell’Università di Ferrara e l’Istituto di Medicina Genetica Preventiva e Personalizzata (IMGEP) di Milano che ha reso possibile la realizzazione dei test genetici.

E’ gradita conferma della Vostra partecipazione



Settembre 1, 2006 Newsletter

La Malattia di Alzheimer (MA) è la principale causa di demenza e di decadimento cognitivo nella popolazione anziana. La malattia si manifesta con la perdita dei neuroni e delle sinapsi (contatti tra le cellule del sistema nervoso) e con la deposizione tra le cellule di sostanza Amiloide e di matasse neurofibrillari ( depositi di sostanze inerti ). Queste alterazioni sono ritenute essenziali per la diagnosi della malattia e hanno effetti tossici sulle cellule neuronali che progressivamente muoiono anche in conseguenza della deposizione cerebrale di queste sostanze. La progressiva perdita di contatti tra le cellule neuronali, ha col tempo come conseguenza la comparsa di alterazioni della memoria delle capacità cognitive e del comportamento. Vi sono anche altri meccanismi che inducono la morte neuronale, quali ad esempio la produzione di sostanze con attività pro-infiammatoria protratta nel tempo.

Studi epidemiologici hanno dimostrato che l’utilizzo abituale di farmaci anti-infiammatori non steroidei ( come l’aspirina o simili ) è associato ad una diminuzione dell’incidenza di malattia di Alzheimer; suggerendo un possibile ruolo dell’infiammazione nella degenerazione cerebrale.

Le citochine sono molecole rilasciate dalle cellule del sistema immunitario ( anticorpi ) ed hanno svariati ruoli, molte di queste molecole regolano le risposte infiammatorie.
Quindi le sostanze ad attività pro-infiammatoria sono importanti nell’induzione di parte della neurodegenerazione associata al decadimento cognitivo, ai deficit della memoria e all’insorgenza della demenza. Un’approccio originale consiste nell’individuare i portatori di un rischio aumentato di sviluppare risposte pro-infiammatorie cerebrali e iniziare in questi soggetti sani una terapia precoce.

Polimorfismi allelici ( attraverso test genetici ) di molecole che regolano l’infiammazione possono identificare soggetti con un elevato rischio di sviluppare il decadimento cognitivo e/o la demenza.
La manifestazione della demenza è probabilmente il punto di arrivo di una lunga serie di eventi i quali, dopo svariati anni di processi neurodegenerativi silenti, si rendono visibili con i sintomi clinici della malattia, quali perdita della memoria, disorientamento e alterazione della personalità.
È importante notare che il cervello anziano è in grado di compensare, per un lungo periodo (probabilmente anche per diversi anni), le alterazioni che si accumulano dentro e fra le cellule nervose. Ciò e possibile fino ad un punto in cui la soglia di compensazione del cervello è saturata dai processi neurodegenerativi e si ha la comparsa della sintomatologia cognitiva.
I polimorfismi ( diversi modi di manifestazioni dei geni ) a singolo nucleotide (SNPs) di certi geni infiammatori sono già stati associati al rischio di sviluppare la malattia di halzaimer. Altri studi hanno suggerito che la combinazione di differenti polimorfismi sui geni di varie molecole infiammatorie (IL-1, ACT, IL-10) e molecole coinvolte nel metabolismo cerebrale (HMGCR, VEGF) mostra un effetto additivo sul rischio di MA. È perciò possibile, combinando differenti SNP (già dimostrato in diversi studi caso/controllo associati al rischio di MA), creare un profilo genetico complesso ma indicativo di rischio individuale che ci può dare un’idea abbastanza precisa della probabilità di sviluppare decadimento cognitivo e più avanti nel tempo la MA.

In che cosa consiste il test per il profilo genetico?
Grazie ad un piccolo prelievo indolore delle cellule di sfaldamento del cavo orale tramite una semplice spatola si può isolare il DNA cellulare e genotipizzare il soggetto in esame per i geni che compongono il profilo di rischio pro-infiammatorio. Ad ogni soggetto è quindi possibile assegnare un punteggio che quantifica il rischio individuale intrinseco di sviluppare con l’avanzare dell’età il decadimento cognitivo. Ai soggetti con un profilo di rischio medio o alto si dovrà poi proporre un percorso di approfondimento diagnostico di visite specialistiche, esami radiologici e di test neurocognitivi. L’insieme di questa valutazione darà indicazione se e quando iniziare terapie precoci personalizzate volte a minimizzare la presenza di un rischio genetico elevato.
Il profilo per il decadimento cognitivo e la demenza si basa sulla genotipizzazione di SNP su i seguenti geni: IL-1, ACT, IL-10, VEGF, APOE e HMGCR e l’elaborazione statistica del profilo individuale secondo un algoritmo appositamente sviluppato per la popolazione italiana.

Profilo genetico pro infiammatorio per la determinazione del rischio individuale di sviluppare l’infarto del miocardio (IM).
Le malattie cardiovascolari sono la maggiore causa di morbilità nelle società industrializzate.
Le conoscenza sui meccanismi patogenetici di queste malattie sono ancora incomplete, poichè la metà dei pazienti affetti non mostra i fattori di rischio già noti quali livello ematico di colesterolo, lipoproteine, presenza di ipertensione, ecc.
È noto che l’infiammazione gioca un importante ruolo nello sviluppo delle malattie cardiovascolari visto che placche e lesioni aterosclerotiche sono associate ad un infiltrato di cellule immunitarie attivate e ad elevati livelli plasmatici di molecole infiammatorie.
Sono stati fatti numerosi studi per individuare fattori di rischio genetici che possono predisporre per l’insorgenza di malattie cardiovascolari.
A questo proposito la nostra attenzione si è focalizzata sull’infarto del miocardio e abbiamo valutato se la presenza di determinati polimorfismi presenti nei geni che codificano per molecole infiammatorie coinvolte quali e su geni coinvolti nel metabolismo (fattore angiogenetico principale) che sono risultati associati ad un aumentato rischio di sviluppare l’Infarto al miocardio.
I nostri studi caso controllo hanno dimostrato che la presenza di determinati polimorfismi aumentava il rischio di sviluppare la malattia pertanto è stato possibile sviluppare anche in questo caso un test genetico che prevede la genotipizzazione dei soggetti per i geni sopra menzionati.
Grazie ad un piccolo prelievo indolore delle cellule di sfaldamento del cavo orale tramite una semplice spatola si può isolare il DNA cellulare e genotipizzare il soggetto in esame per i geni che compongono il profilo di rischio pro-infiammatorio associato al IM. Ad ogni soggetto è quindi possibile assegnare un punteggio che quantifica il rischio individuale intrinseco di sviluppare con l’avanzare dell’età L’IM. Ai soggetti con un profilo di rischio medio o alto si dovrà poi proporre un percorso di approfondimento diagnostico di visite specialistiche, esami cardiovascolari ed ematici. L’insieme di questa valutazione darà indicazione se e quando iniziare terapie precoci personalizzate volte a rendere minimo la presenza di un rischio genetico elevato.

In che cosa consiste il test per il profilo genetico pro-infiammatorio per l’infarto del miocardio?
Grazie ad un piccolo prelievo indolore delle cellule di sfaldamento del cavo orale tramite una semplice spatola si può isolare il DNA cellulare e genotipizzare il soggetto in esame per i geni che compongono il profilo di rischio pro-infiammatorio. Ad ogni soggetto è quindi possibile assegnare un punteggio che quantifica il rischio individuale intrinseco di sviluppare con l’avanzare dell’età l’infarto del miocardio. Ai soggetti con un profilo di rischio medio o alto si dovrà poi proporre un percorso di approfondimento diagnostico di visite specialistiche, esami radiologici e cardiologici. L’insieme di questa valutazione darà indicazione se e quando iniziare terapie precoci personalizzate volte a minimizzare la presenza di un rischio genetico elevato.
Il profilo di rischio individuale per l’infarto del miocardio si basa sulla della genotipizzazione del soggetto per SNP su i seguenti geni: IL-6, IL-1, ACT, IL-10, TNF-α, INF-γ VEGF, APOE e HMGCR e l’elaborazione statistica dei risultati secondo un algoritmo specifico per la popolazione italiana.

Entrambi i profili di rischio sono stati individuati dall’equipe del Prof. Federico Licastro, responsabile del Laboratorio di Immunologia e Immunogenetica del Dipartimento di Patologia Sperimentale, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Bologna.
Oggi grazie a una collaborazione fra Il Prof. Licastro, la Neogene di Bologna e IMGEP eIMB di Milano è possibile offrire un servizio moderno e esclusivo per la determinazione dei profili di rischio individuali per le due malattie ed un approccio integrato di valutazione genetica e clinica per il trattamento personalizzato alla prevenzione di queste malattie.

Letteratura scientifica: fattori di rischio genetico associati al decadimento cognitivo età associato e malattia di Alzheimer.

Lio D, Annoni G, Licastro F, Crivello A, Forte GI, Scola L, Colonna-Romano G, Candore G, Arosio B, Galimberti L, Vergani C, Caruso C. Tumor necrosis factor-alpha -308A/G polymorphism is associated with age at onset of Alzheimer’s disease. Mech Ageing Dev. 2006 Jun;127(6):567-71. Epub 2006 Mar 3

Ravaglia G, Paola F, Maioli F, Martelli M, Montesi F, Bastagli L, Bianchin M, Chiappelli M, Tumini E, Bolondi L, Licastro F. Interleukin-1beta and interleukin-6 gene polymorphisms as risk factors for AD: a prospective study.
Exp Gerontol. 2006 Jan;41(1):85-92. Epub 2005 Nov 16.

Licastro F, Chiappelli M, Grimaldi LM, Morgan K, Kalsheker N, Calabrese E, Ritchie A, Porcellini E, Salani G, Franceschi M, Canal N. A new promoter polymorphism in the alpha-1-antichymotrypsin gene is a disease modifier of Alzheimer’s disease.
Neurobiol Aging. 2005 Apr;26(4):449-53.

Sciacca FL, Ferri C, Licastro F, Veglia F, Biunno I, Gavazzi A, Calabrese E, Martinelli Boneschi F, Sorbi S, Mariani C, Franceschi M, Grimaldi LM. Interleukin-1B polymorphism is associated with age at onset of Alzheimer’s disease.
Neurobiol Aging. 2003 Nov;24(7):927-31.

Licastro F, Chiappelli M. Brain immune responses cognitive decline and dementia: relationship with phenotype expression and genetic background.
Mech Ageing Dev. 2003 Apr;124(4):539-48. Review.

Lio D, Licastro F, Scola L, Chiappelli M, Grimaldi LM, Crivello A, Colonna-Romano G, Candore G, Franceschi C, Caruso C. Interleukin-10 promoter polymorphism in sporadic Alzheimer’s disease.
Genes Immun. 2003 Apr;4(3):234-8.

Licastro F, Pedrini S, Ferri C, Casadei V, Govoni M, Pession A, Sciacca FL, Veglia F, Annoni G, Bonafe M, Olivieri F, Franceschi C, Grimaldi LM. Gene polymorphism affecting alpha1-antichymotrypsin and interleukin-1 plasma levels increases Alzheimer’s disease risk.
Ann Neurol. 2000 Sep;48(3):388-91.

Grimaldi LM, Casadei VM, Ferri C, Veglia F, Licastro F, Annoni G, Biunno I, De Bellis G, Sorbi S, Mariani C, Canal N, Griffin WS, Franceschi M. Association of early-onset Alzheimer’s disease with an interleukin-1alpha gene polymorphism.
Ann Neurol. 2000 Mar;47(3):361-5.

Licastro F, Pedrini S, Govoni M, Pession A, Ferri C, Annoni G, Casadei V, Veglia F, Bertolini S, Grimaldi LM. Apolipoprotein E and alpha-1-antichymotrypsin allele polymorphism in sporadic and familial Alzheimer’s disease.
Neurosci Lett. 1999 Aug 6;270(3):129-32.

Letteratura scientifica: fattori di rischio genetico associati all’ infarto del miocardio.

Chiappelli M, Tampieri C, Tumini E, Porcellini E, Caldarera CM, Nanni S, Branzi A, Lio D, Caruso M, Hoffmann E, Caruso C, Licastro F. Interleukin-6 gene polymorphism is an age-dependent risk factor for myocardial infarction in men.
Int J Immunogenet. 2005 Dec;32(6):349-53.

Lio D, Candore G, Crivello A, Scola L, Colonna-Romano G, Cavallone L, Hoffmann E, Caruso M, Licastro F, Caldarera CM, Branzi A, Franceschi C, Caruso C. Opposite effects of interleukin 10 common gene polymorphisms in cardiovascular diseases and in successful ageing: genetic background of male centenarians is protective against coronary heart disease.
J Med Genet. 2004 Oct;41(10):790-4. No abstract available.

Licastro F, Chiappelli M, Caldarera CM, Tampieri C, Nanni S, Gallina M, Branzi A. The concomitant presence of polymorphic alleles of interleukin-1beta, interleukin-6 and apolipoprotein E is associated with an increased risk of myocardial infarction in elderly men. Results from a pilot study.
Mech Ageing Dev. 2004 Aug;125(8):575-9.



Agosto 1, 2006 Newsletter

Informazione e prevenzione per la salute dell’uomo: come risolvere le intolleranze alimentari

Venerdì 22 settembre 2006
ore 15:00 – 19:00 Palazzo Turati – via Meravigli, 9/b – Milano

L’occasione vedrà illustri esperti e specialisti discorrere con il pubblico di come rinforzare il proprio sistema immunitario per prevenire la formazione delle intolleranze, attraverso un’alimentazione sana; di quali sono oggi i metodi diagnostici, personalizzati e non invasivi, per riconoscerle e cosa fare per affrontarle e risolverle, ottenendo un aumento del benessere psicofisico.

PARTECIPERANNO

Giuseppe Di Fede
Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica e
Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva Personalizzata srl

Manuela Baldi
Naturopata. Specializzata in Psico Neuro Endocrino Immunologia

Roberto Marrocchesi
Consulente e docente di macrobiotica e di Feng Shui. Nutrizionista

Attilio Speciani
Medico, specialista in allergologia, immunologia clinica. Agopuntore. Profondo conoscitore della medicina naturale e della nutrizione applicata. Membro del Comitato tecnico scientifico di medicina complementare della Regione Lombardia

Flavio Gazzola
Medico, specialista in Neurologia, EVAN, check-up bioelettronici, iridologia, visologia, medicina naturale, omeopatia, fitoterapia, vitalizzazione cellulare

Luciano Pecchiai
Primario Patologo Emerito dell’Ospedale dei Bambini “Vittore Buzzi” di Milano, esperto di alimentazione e medicina naturale, direttore del Centro di Eubiotica Umana di Milano LA

PROGRAMMA

Ore 14.30:
Registrazione

Ore 15.00:
Visologia (diagnosi e terapia attraverso il viso) e test bioelettronici nella diagnosi e
trattamento di intolleranze e allergie alimentari

Flavio Gazzola, Medico, specialista in Neurologia, EVAN, check-up bioelettronici,
iridologia, visologia, medicina naturale, omeopatia, fitoterapia, vitalizzazione cellulare

Ore 15.20:
Sistema Alcat-test innovativo per le analisi delle intolleranze
Giuseppe Di Fede, Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica e
Direttore Sanitario di Istituto di Medicina Genetica Preventiva Personalizzata srl
Manuela Baldi, Naturopata. Specializzata in Psico Neuro Endocrino Immunologia

Ore 16.00:
Rinfresco

Ore 16.30:
Nessun cibo è colpevole: guarire le intolleranze mangiando
Attilio Speciani, Medico, specialista in allergologia, immunologia clinica. Agopuntore.
Profondo conoscitore della medicina naturale e della nutrizione applicata. Membro del
Comitato tecnico scientifico di medicina complementare della Regione Lombardia

Ore 16.50:
Insorgenza delle intolleranze alimentari. Come risolverle
Luciano Pecchiai, Primario Patologo Emerito dell’Ospedale dei Bambini “Vittore Buzzi” di
Milano. Esperto di alimentazione e medicina naturale, direttore del Centro di Eubiotica
Umana di Milano

Ore 17.10: (Presenza non ancora confermata)
Sergio Chiesa, Esperto di nutrizione e in particolare del Metodo Kousmine.
Fondatore e presidente dell’associazione CiboèSalute. Cofondatore dell’Associazione
Amik per la preparazione dei medici al Metodo kousmine

Ore 17.30:
Dibattito con il pubblico

Ore 18.30:
Chiusura dei lavori



Luglio 1, 2006 Newsletter

Le alghe sono organismi simili alle piante, fotosintetici ed acquatici ma privi di vere radici, gambi, foglie e con strutture riproduttive semplici.Sono nel mare, in acque dolci ed in zone umide del terreno.
Moltissimi sono i principi attivi contenuti nelle alghe che hanno effetti benefici sul nostro corpo e già nell’antichità venivano consumate come ingrediente principale in cucina.
Le alghe hanno proprietà notevoli, zero calorie e contribuiscono a disintossicare l’organismo da sostanze nocive. Sono inoltre ricchissime di vitamine, oligoelementi e sali minerali, tendono ad abbassare il colesterolo, agiscono da antiossidanti e intervengono sul metabolismo.

L’elevato contenuto di iodio, rende le alghe molto utili dove sia richiesta una terapia iodica.
Possono essere consigliate per l’osteoporosi grazie all’elevata ricchezza di calcio.
Altro componente importante è l’acido alginico, famoso per la capacità di difendere l’organismo dai metalli pesanti e dagli ioni radioattivi presenti nell’ambiente o negli alimenti attraverso la formazione di chelanti che vengono espulsi dall’organismo attraverso le feci.

Proprietà molto importante è la presenza di clorofilla, sostanza simile chimicamente all’emoglobina umana e quindi utile per le anemie.

Le alghe sono molto preziose per il benessere del nostro organismo; sperimentate in casi di candida albicantis e stati infiammatori in genere hanno dato ottimi risultati in quanto forniscono importanti elementi minerali utili alle cellule.
L’azienda che le produce garantisce, cosa essenziale e molto importante, la loro coltivazione in ambienti ecologicamente naturali e senza il rischio di nessun tipo di inquinamento.

La linea alghe cocktail contiene:

  • Alga laminaria e alga carragheen (Chondrum crispus) che ha importanti proprietà espettoranti e mantiene pulito il colon.

  • Sambuco in bacche, diuretico, antinfiammatorio e lassativo.

  • Mirtillo nero ottimo per la regolarizzazione della permeabilità dei vasi sanguigni.

  • Rosa canina ipoglicemizzante e antinfiammatorio.

  • Finocchio per dispepsia,spasmi gastrointestinali e meteorismo.

Il gusto è piacevole e si consiglia di berlo fresco al mattino a digiuno.

La linea alghe patè contiene:

  • alga lamour, topinambur (che non contenendo amido è naturalmente assorbito),

  • spinacio,

  • radicchio rosso (ottimo depurativo),

  • alloro (diuretico e antispastico),

  • cumino

  • zenzero (ottimo digestivo e ipocolesterolemizzante).

Si consiglia l’uso su crostini come spezzafame.

L’uso quotidiano di questi preparati,ottimizza le funzioni metaboliche dell’organismo umano traendo gli elementi chiave che attivano le funzioni biologiche; svolgono una funzione di drenaggio delle sostanze che tendono ad accumularsi e riattivano un metabolismo pigro ed appesantito da una alimentazione non sempre adeguata allo stile di vita.

Questo efficace prodotto lo si può trovare presso il nostro Istituto



Giugno 1, 2006 Newsletter

Perdere peso, prevenire malattie, vivere più a lungo e meglio. Sono le promesse della nutrigenomica. Ora con tanto di test genetico personalizzato.Nel variegato panorama delle diete si affaccia una nuova tendenza, destinata a rivoluzionare i programmi alimentari “standardizzati”: la “dieta del Dna”. Il settore di ricerca è nutrigenomica, che studia le relazioni tra alimentazione e metabolismo, per realizzare un regime nutrizionale personalizzato, tarato sul corredo genetico di ogni persona. In più, esplora la suscettibilità dell’organismo di sviluppare malattie multifattoriali, come quelle cardiovascolari, l’aterosclerosi, il diabete o le neoplasie, determinate dall’interazione genetica-ambientale.

La ricerca scientifica
La nutrigenomica, insieme a proteomica e farmacogenomica, è uno dei campi d’applicazione dei risultati scaturiti dal Progetto genoma umano. Il 99,9 per cento del Dna è uguale per tutti gli uomini. La restante porzione presenta minuscole variazioni, gli Snp (Single nucleotide polymorphism), le “impronte digitali” della doppia elica, che rendono diversi nell’aspetto esteriore e nella risposta all’ambiente, ai trattamenti farmacologici e agli alimenti. Ciò spiega, ad esempio, perché c’è chi mangia in abbondanza cibi ricchi di lipidi senza mettere su un filo di grasso, e chi invece non può nemmeno immaginarli che ingrassa. Oppure, la ragione per cui chi assume alimenti ricchi di grassi non sempre sviluppa malattie cardiache. Dai geni, infatti, dipende la velocità e l’efficienza del metabolismo. Alcuni, però, non servono a metabolizzare direttamente i nutrienti, ma vengono regolati da questi e sono legati all’esordio, o al grado di severità, di una patologia. “L’espressione genetica può avere effetti positivi o non corretti, a seconda di fattori influenzanti, come alimentazione, ambiente (inquinamento, radiazioni solari, fumo, ecc), psiche e predisposizioni personali. Qui entra in gioco la nutrigenomica, disciplina che fa luce su queste interconnessioni e consente di creare un profilo alimentare personalizzato, che ottimizza le risorse e migliora la qualità della vita”, sostiene Giuseppe Di Fede, medico chirurgo e direttore dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano, e dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva Personalizzata.
Senza dimenticare i “fondamenti” di una sana alimentazione.
Scoprirsi geneticamente protetti dall’effetto dei grassi, ad esempio, non deve incoraggiare a fare il pieno di burro, maionese, fritto, hamburger…

Alla base: il poliformismo genetico
Il genoma umano è rappresentato da numerose molecole, “pezzettini” di DNA presenti in ogni singola cellula. Il DNA, a sua volta, è strutturato in singoli geni, che codificano l’informazione per la sintesi di sequenze di aminoacidi, i costituenti delle proteine, indispensabili allo svolgimento della vita. I geni, quindi, sono i garanti del funzionamento metabolico e i principali responsabili delle risposte all’ambiente. Cosa accade quando il meccanismo s’inceppa? Perché il gene “operaio”, per usare una metafora, incrocia le braccia e si rifiuta di lavorare? La ragione va ricercata nel polimorfismo, ossia la possibilità di un gene di esistere in molteplici forme ed esprimersi in maniera diversa per ogni individuo. “In alcuni individui, l’attività dei geni e di conseguenza delle proteine prodotte è normale, in altri con particolari polimorfismi può condizionare modifiche del metabolismo e di conseguenza avere delle condizioni fisiologiche che possono portare all’esordio di una malattia. Ad esempio, se il benzopirene, sostanza tossica contenuta nel fumo, non è neutralizzato dall’eliminazione ordinata dal gene preposto, si accumula nell’organismo e diventa cancerogeno”, afferma Di Fede.

Il test genetico personalizzato
L’approccio è in funzione della “prevenzione personalizzata”, che aiuta a proteggersi da malattie causate dall’ambiente e dagli effetti collaterali di farmaci, cibi, integratori alimentari non idonei al proprio metabolismo.
Finalità
Indica se il tenore di vita è compatibile con le capacità genetiche della persona e, attraverso la prescrizione, consente di modificare l’attività dei geni, facendo in modo che lavorino a suo vantaggio.

  • Salute: Individua gli organi predisposti alle malattie, i fattori di rischio e i metodi per fronteggiarle. Permette di identificare tipi di medicine (antibiotici, antinfiammatori, ecc) nutrienti e integratori alimentari (vitamine, minerali, oligoelementi) più adatti all’organismo e in grado di rallentare l’invecchiamento biologico, migliorando la resistenza alle patologie nelle diverse età.

  • Benessere: Selezionando gli alimenti compatibili e non con l’attività dei geni, consente di controllare il peso con efficacia e sicurezza, e ottimizzare le prestazioni del fisico, comprese quelle sportive.

In cosa consiste
Si tratta di un piccolo prelievo di sangue dal polpastrello, seguito dalla compilazione di un questionario con dati personali, predisposizioni a malattie e abitudini di vita. Il risultato si ha nell’arco di un mese.
A chi è indicato
A soggetti con familiarità a malattie cardiovascolari, diabete, neoplasie, o degenerative, come Alzheimer, Parkinson, sclerosi multipla, oppure a persone che intendono migliorare la qualità della vita.
Quando farlo
Il test è indicato per tutti, donne e uomini, dai 18 anni in su, e si effettua una sola una volta nella vita, a differenza delle comuni rilevazioni biochimiche.

Le aree studiate
Attraverso 22 analisi genetiche che indagano il gene, la sua mutazione e polimorfismo, si esplora la predisposizione alle malattie e la capacità di fronteggiarle dell’organismo.

  • Biotrasformazione: tolleranza ad alimenti, alcool, tabacco, fumo, farmaci, associazione tra componenti nutritivi, reazioni secondarie ai farmaci.

  • Capacità di disintossicazione da sostanze tossiche o non compatibili.

  • Rischio cardiovascolare: tipo di metabolismo lipidico (colesterolo) che influisce su cuore, circolazione, ictus, ecc.

  • Sistema Angiotensina-Renina: pressione arteriosa, attività renale, predisposizione e danni creati ad arterie e vene.

  • Metabolismo dell’omocisteina: capacità da parte del colesterolo e dei grassi di occludere le arterie, predisponendo a malattie come l’arteriosclerosi.

  • Osteoporosi: riassorbimento osseo e malattie correlate (ad esempio, parodontopatie e osteoporosi precoce)

  • Interleuchina: proteine attive del sistema immunitario, anticorpi contro virus, batteri, cellule cancerose e nelle malattie di origine reumatica.

  • Markers addizionali: parametri relativi al metabolismo del calcio o alla capacità delle arterie di dilatarsi o restringersi.

  • Scelta di antiossidanti mirati e personalizzati.

  • Linee guida alimentari: micronutrizione personalizzata, associazione, esclusione o integrazione specifica degli alimenti.



Maggio 1, 2006 Newsletter

Il colorito della pelle è una caratteristica che distingue nettamente la faccia di chi vive in città da quella di ha la possibilità di fare una vita sana lontano dalle metropoli, respirando un’aria migliore.Si perché il “viso metropolitano” è un marchio che scompare con difficoltà anche dopo giorni interi di vacanza al sole o di escursioni in montagna: sembra quasi che l’abbronzatura vada solo a sovrapporsi al colorito giallo-grigiastro, alle rughe e all’espressione affaticata che ci contraddistingue.

Roberto Canu Solinas, medico Estetico ed esperto di terapie naturali, parte da un presupposto: la città invecchia l’organismo e questo fenomeno invecchia il viso.
Fra i principali avversari del nostro benessere ci sono i Radicali Liberi, generati normalmente dal nostro organismo e che in determinate condizioni come smog, fumo di sigaretta, stress, alimentazione scorretta, si accumulano e influenzano in maniera ormai scientificamente accertata, la qualità e la salute sia della cute del viso, che la qualità degli organi interni, meno visibili ma non per questo meno importanti. Dice Canu “diventa quindi indispensabile disintossicare l’organismo con una terapia naturale ispirata ai criteri della Medicina Biologica e Anti Age.

Per identificare il tipo di trattamento più adatto e personalizzato, dice Giuseppe di Fede, Direttore Sanitario dell’Istituto di Medicina Biologica di Milano, ci si avvale di un test specifico e innovativo, eseguito su un normale campione di sangue venoso, tramite il quale si identificano la quantità di Radicali Liberi, il danno biologico potenziale e la capacità antiossidante dell’organismo. Identificato il o i fattori alterati, si mettono in atto una serie di terapie mirate e personalizzate, idonee a ricostituire una corretta capacità dell’organismo ad eliminare i Radicali Liberi prodotti in eccesso.
Le terapie, dice di Fede sono a base di principi attivi specifici di alta qualità e di origine puramente naturale, capaci di riportare l’organismo in condizioni biologiche più giovani, rispetto a soggetti che hanno perso la capacità disintossicante e molto speso senza che se ne accorga. Ed ecco che quando l’organismo si è liberato dalle tossine in eccesso, si può iniziare la cura capace di ridare al viso la sua funzione di specchio di un organismo sano.

Il trattamento finale si chiama Energo-lifting ed è un insieme di omeopatia e agopuntura. Il presupposto fondamentale è quello di ridare all’organismo le basi per poter riacquistare una pelle idratata, lucente ed elastica. La qualità delle cellule che costituiscono il collagene, i fibroblasti, e alcune sostanze come l’elastina, è data dalla presenza di sostanze chiamate antiossidanti, tra queste ricordiamo la vitamina C, l’Omega 3, derivati dai Bioflavonoidi e altre ancora, che sicuramente giocano un ruolo determinante per la buon riuscita di un trattamento di Energo-lifting.
È noto a tutti che il collagene invecchia e diventa sempre più rigido con l’avanzare dell’età, tale fenomeno è possibile rallentarlo e mantenere uno stato di buna idratazione ed elasticità cutanea, sottoponendosi a trattamenti di Energo-lifting, che non intende spianare le rughe del volto con riempitivi, ma bensì di assecondare e stimolare la produzione di sostanze, di cui lo stesso organismo dispone e della quale, per diverse cause, ha perso la capacità di farlo.
Praticamente si iniettano dei preparati naturali biologici in determinate zone del viso che corrispondono ai punti di Agopuntura, la seduta è settimanale per un massimo di 10 sedute circa. Lo scopo è quello di ridare un’epidermide più trasparente e naturale, agendo non solo a livello “superficiale” ma anche dal di dentro con terapie biologiche Anti Age personalizzate.

dott. Giuseppe Di Fede e Roberto Canu Solinas


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