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Agosto 30, 2009 Newsletter

La CATALASI è un enzima coinvolto nella difesa dai radicali liberi; è molto diffuso sia nel regno animale che in quello vegetale; quasi tutti gli organismi la utilizzano per la sua potente azione antiossidante;

Nello svolgimento delle sue attività la cellula produce molti prodotti di scarto tra cui i perossidi che rappresentano composti altamente reattivi e pericolosi per la cellula stessa, ed in particolare per la membrana cellulare e gli acidi nucleici; la catalasi, in considerazione della sua conformazione e delle sue caratteristiche chimiche, rappresenta un formidabile baluardo contro l’accumulo di perossido di idrogeno; infatti, data la sua stabilità e la sua velocità di azione, è in grado di bloccare in poco tempo enormi quantità di perossidi trasformandoli in acqua e ossigeno.

Ciò spiega la resistenza alla forte azione disinfettante del perossido di idrogeno di alcuni batteri, come il bacillo della tubercolosi, o quello della Legionella, e ciò consiste proprio nel fatto che essi sono in grado di produrre catalasi, che blocca l’attacco del perossido.

L’azione antiossidante della catalasi si esplica anche tramite la neutralizzazione dell’azione tossica di altri composti come la formaldeide, mentre nel caso di avvelenamento da metalli pesanti la sua azione viene bloccata.

La sua carenza provoca un forte squilibrio nel bilancio ossidativo e potrebbe essere alla base di numerose patologie di tipo cronico-degenerativo; pertanto il rilievo del suo valore, assieme a quello di altri enzimi antiossidanti, rappresenta un parametro molto utile sia in senso diagnostico che terapeutico .

Presso l’Istituto di Medicina Biologica è possibile rilevare il valore della catalasi e delle altre sostanze che formano la barriera antiossidante con un semplice prelievo di sangue; un ulteriore approfondimento può essere eseguito tramite test genetico; attraverso lo spatolato della mucosa della bocca, è possibile individuare carenze o anomalie su base genetica allo scopo di verificare la capacità quantitativa e qualitativa del potere antiossidante e, pertanto, stabilire una strategia terapeutica individualizzata ed efficace.



Agosto 30, 2009 Newsletter

E’ ormai nota a tutti l’importanza del sistema immunitario cioè di quel complesso di funzioni cellulari e biochimiche che servono a proteggere l’organismo dalle aggressioni esterne.

Ci sono però delle situazioni che provocano un malfunzionamento di questo sofisticato sistema difensivo e che sono alla base di numerose e frequenti patologie; ad esempio, nel caso delle patologie autoimmunitarie, il sistema non è in grado di riconoscere le strutture che dovrebbe difendere; nel caso delle allergie, scatena una reazione forte a sostanze in genere innocue; o è ancora più noto come un deficit del sistema immunitario possa predisporre a patologie infettive croniche o anche malattie tumorali.

Spesso tutte queste patologie vengono affrontate solo sul versante sintomatico ma il risultato sarebbe nettamente superiore se si affrontasse il problema a monte, cioè cercando di riequilibrare la funzione immunitaria.

La MICROIMMUNOTERAPIA (MIT) si propone di agire utilizzando come organo bersaglio il sistema immunitario; essa utilizzano sostanze a dosi infinitesimali e quindi molto simili a quelle presenti normalmente nell’organismo nei processi fisiopatologici. In tal modo si supera il problema non trascurabile della tossicità.

Viene generalmente somministrata per via sub linguale e può avere effetto stimolante, modulante o inibitorio a seconda delle concentrazioni che vengono adoperate.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica di Milano già da tempo viene utilizzata questa tecnica con risultati incoraggianti, in particolare nelle patologie autoimmunitarie e come terapia di supporto nelle patologie oncologiche.

L’uso di sostanze a cui anche la farmacologia ufficiale riconosce effetti terapeutici senza effetti collaterali rilevanti, la possibilità di effetti diversificati, la facilità di somministrazione e costi abbastanza contenuti rappresentano della caratteristiche molto favorevoli che fanno della MIT una strategia terapeutica molto promettente.



Luglio 30, 2009 Newsletter

La diffusione del concetto di stress ossidativo ha notevolmente ampliato l’utilizzo di antiossidanti; seppure è vero che la integrazione con antiossidanti può risultare utile sia dal punto di vista preventivo che curativo, altrettanto vero che in alcune situazioni l’utilizzo non mirato o indiscriminato di agenti antiossidanti può risultare inutile o addirittura controproducente.

Un recente lavoro pubblicato sul Journal of Clinical Oncology ha messo in risalto come livelli elevati di Selenio nel sangue si associano a fenotipo aggressivo della malattia; in questa situazione l’uso di integratori con Selenio può essere dannoso.

Analogamente anche in altre situazioni l’uso non specifico di integratori con sostanze antiossidanti può essere sbagliato; per impostare un trattamento coretto è pertanto importante, oltre al quadro clinico e sintomatologico, una valutazione attenta del bilancio tra sostanze ossidanti e antiossidanti eseguita tramite specifici indagini eseguite sul sangue.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica questa valutazione viene fatta già da alcuni anni con buonissimi risultati; oltre a questo viene anche eseguita, se il caso lo richiede, anche un test genetico che può integrare le precedenti indagini; tramite un semplice (e indolore) passaggio di uno spatolino nella mucosa della bocca viene eseguito lo studio genetico; così si può approfondire l’assetto genomico antiossidante specifico e così raggiungere un più elevato livello di diagnosi; in tal modo anche la terapia specifica può essere ancora più mirata e pertanto ben individualizzata.



Maggio 30, 2009 Newsletter

Il termine STRESS OSSIDATIVO si riferisce ad una situazione in cui viene alterato il normale equilibrio esistente tra la produzione di sostanze ossidanti e la capacità dell’organismo di eliminarle.

I prodotti di ossidazione, in particolare i radicali liberi, vengono fisiologicamente prodotti dalle cellule e svolgono importanti ruoli fisiologici, quali la difesa nei confronti dei batteri e la trasmissione dei segnali biochimici; peraltro le cellule per il loro buon funzionamento devono mantenere al loro interno un ambiente riducente e pertanto, terminata la loro azione, i suddetti prodotti di ossidazione devono essere eliminati; a tale scopo l’organismo dispone di numerosi sistemi enzimatici e non enzimatici adatti allo scopo; pertanto il buon funzionamento cellulare dipende da un delicato equilibrio tra produzione e smaltimento dei radicali liberi.

Nel momento in cui c’è una eccessiva produzione di sostanze antiossidanti (come ad esempio in caso di infezioni o infiammazione) o c’è una riduzione del sistema di difesa antiossidante (come nei dismetabolismi) si verifica un accumulo di radicali liberi; questi sono sostanze derivate dall’ossigeno molecolare, caratterizzate dalla presenza di elettroni spaiati. Sono altamente reattivi e possono danneggiare il DNA, le proteine, i carboidrati ed i lipidi.

Tale squilibrio cellulare è considerato la base di numerosi processi patologici (oltre cento patologie umane alla base del processo precoce di invecchiamento).
Pertanto disporre di una quadro diagnostico terapeutico in grado di predire la presenza di stress ossidativo e il modo migliore per affrontarlo significa impostare un trattamento che può essere estremamente efficace anche in senso preventivo.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica il problema viene attentamente preso in considerazione; tramite opportuni esami ematici di primo livello (barriera antiossidante; quantità radicali liberi) e secondo livello (sistemi di difesa antiossidanti cellulari e tissutali) si evidenzia l’eventuale stress ossidativo; tramite valutazione di questo valore nel contesto individuale si può poi proporre un iter terapeutico atto a correggere la situazione di squilibrio e per quanto possibile anche le sue cause nell’ottica di una medicina curativa e anche preventiva.



Maggio 30, 2009 Newsletter

I disturbi riferibili a patologie dell’apparato gastrointestinale sono numerosi e affliggono migliaia di persone; spesso sono trascurati dai pazienti che immaginano possano essere solo disturbi passeggeri o legati a particolari situazioni; è anche vero che però nonostante vari accertamenti non si arrivi ad una diagnosi precisa per cui la situazione rimane incerta o rientra nel quadro più generico di sindrome del colon irritabile.

In tale situazione spesso non viene presa in considerazione che il quadro clinico sia provocato dalla celiachia; infatti a parte la forma classica che in genere si manifesta nei primi anni di vita, esistono altre forme che si possono manifestare nell’età adulta; esse hanno in genere sintomi analoghi a quelli della forma classica e sono sovente contrassegnati da esami clinici e strumentali contraddittori o addirittura negativi. A supporto di tale dato alcuni studi recenti effettuati da ricercatori nordamericani hanno evidenziato i pazienti affetti da colon irritabile hanno una probabilità nettamente più alta di essere affetti da celiachia.

È evidente che in tali situazioni conoscere la predisposizione a tale patologia può aiutare notevolmente il paziente e il medico ad intraprendere un iter terapeutico mirato e corretto e ad un regime dietetico adeguato.

Questi quadri di celiachia potenziali o silenti sono contrassegnati da caratteristiche sieriche, immunologiche e genetiche tipiche della celiachia. In questo senso presso l’Istituto di Medicina Biologica sono disponibili test genetici in grado di identificare i portatori di tali caratteristiche.

Il test è di facile esecuzione, semplice e costi contenuti e consente un inquadramento diagnostico importante perché permette di distinguere una intolleranza al glutine geneticamente determinata o una intolleranza acquisita per cattive abitudini alimentari.

In questo contesto la possibilità di identificare le situazioni a rischio permette da una parte di impostare un trattamento adeguato e dall’altra di prevenire un ulteriore peggioramento dei sintomi e della qualità della vita.



Maggio 30, 2009 Newsletter

Gli adulti con alopecia areata, a cui si attribuisce una natura autoimmune, hanno probabilità significativamente maggiori di avere un’anamnesi di eventi traumatici sia nell’infanzia che in tutta la vita rispetto agli altri.

Gli eventi traumatici delle prime fasi della vita dunque potrebbero essere uno dei fattori che incrementano la vulnerabilità allo sviluppo successivo di questa patologia dermatologica.

L’alopecia areata è causata da un attacco dei linfociti (anticorpi noti come globuli bianchi) al follicolo del capello in crescita, fenomeno chiaramente sotto influenza genetica: l’aggiunta dello stress come elemento scatenante viene spesso presunta, ma è oggetto di controversie.
Alcuni studi hanno indicato un aumento dell’incidenza di eventi stressanti sei-dodici mesi prima della comparsa dell’alopecia, mentre altri non hanno suggerito alcuna associazione del genere.

L’interesse nella teoria dello stress è recentemente aumentato in quanto è stato scientificamente dimostrato in un modello murino che lo stress può portare all’alopecia areata. Oggi è disponibile un test genetico in grado di determinare la predisposizione genetica a questo tipo di affezione presso l’Istituto di Medicina Biologica di Milano.

Gli eventi stressanti dell’infanzia hanno un’influenza negativa sullo sviluppo del sistema dello stress, e di conseguenza un’infanzia traumatica porta ad una maggiore suscettibilità (predisposizione costituzionale-genetica) allo stress stesso: è stato rilevato un incremento degli eventi traumatici infantili in molte patologie correlate allo stress, come la fibromialgia, la sindrome da affaticamento cronico ed il colon irritabile, ma è la prima volta che questo elemento viene analizzato in correlazione all’alopecia areata. (J Am Acad Dermatol 2009; 60: 388-93)



Marzo 30, 2009 Newsletter

E’ ormai noto da alcuni anni come lo stress ossidativo rappresenti un parametro molto importante per la valutazione dello stato di benessere dell’organismo. Una eccessiva produzione di sostanze proossidanti liberi e/o una riduzione della capacità antiossidante diventa il punto di partenza di numerose patologie.

Con tale premessa è ovvio che quindi la giusta valutazione dei parametri è la necessaria premessa ad una terapia adeguata; esistono in commercio moltissimi prodotti antiossidanti ma ciò che conta è, oltre la quantità di principi attivi, anche il giusto assemblaggio tra i principi stessi altrimenti si corre il rischio di fare un trattamento sostanzialmente inutile.

Altra cosa importante è una alimentazione adeguata.
Alcuni lavori recenti dimostrano come, anche nel caso di assunzione di sostanze ad alto potere antiossidante, ci possono essere delle associazioni tra alimenti che ne riducono drasticamente l’efficacia. Ad esempio la biodisponibilità dei fenoli (contenuti nel tè) viene significativamente ridotta dalla contemporanea assunzione di latte. Da ciò risulta come sono necessarie delle modalità ben definite per un corretto apporto di principi nutritivi attivi.

E’ pertanto essenziale comprendere che lo stress ossidativo deve essere prima valutato con esami mirati e successivamente corretto, se è il caso, con un intervento terapeutico chiaro e ben pianificato: il fai da te genera quasi sempre solo confusione.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica sono eseguibili esami ben mirati alla valutazione della barriera antiossidante:essi possono essere eseguiti sul sangue e/o sulle urine;danno utili informazioni sul bilancio antiossidante e rappresentano la necessaria premessa per una terapia mirata.

A questo scopo sono stati studiati e messi a disposizione linee di integratori specifici per le varie situazioni che si presentano in modo da eseguire un piano di cura personalizzato nell’ottica più ampia della medicina preventiva.



Febbraio 1, 2009 Newsletter

L’acufene (tinnitus) viene definito come un disturbo della percezione uditiva per cui il paziente avverte sensazioni acustiche senza una sorgente che lo generi.
E’ un disturbo molto diffuso e spesso trascurato; e si stima che anche in Italia ne soffra il 10% circa della popolazione;spesso poi tale sintomo si associa anche a disturbi della sfera psichica (irritabilità, ansia ecc.) con notevoli ripercussioni sulla vita di relazione.

L’ acufene può essere un sintomo di patologia delle vie acustiche e pertanto accompagnato anche da altri segni di compromissione uditiva; tuttavia può essere anche compreso anche in patologie di apparati diversi(cardiocircolatorio, endocrino, nervoso). Spesso la vera causa non viene riscontrata.

E’abbastanza evidente che l’acufene non è un disturbo “facile” con cui confrontarsi; anzi spesso è insidioso e per niente facile da trattare.

Analogo discorso si può fare per le vertigini, disturbo molto frequente e spesso, analogamente agli acufeni, mal valutato o trascurato; le vertigini possono trarre origine non solo da problematiche cervicali o dell’orecchio,ma possono far parte anche di quadri clinici complessi per i quali ci vuole un inquadramento diagnostico ampio che comprende anche intolleranze alimentari,stress ossidativo, assetto immunologico e cardiocircolatorio.

Partendo dalla concezione che qualsiasi disturbo è l’espressione di uno squilibrio che coinvolge l’intero organismo, l’IMBIO, in collaborazione con il Dr Raponi, otorinolaringoiatra di lunga esperienza ed esperto nella patologia dell’orecchio, propone un modello di cura basato su principi della medicina tradizionale e di quella alternativa che ha come fine ultimo il miglioramento della funzionalità delle vie acustiche sia a livello periferico che centrale; l’intento è quello di dare il più ampio spazio a tutte le possibilità terapeutiche cercando nel contempo di contenere i costi.
Riteniamo pertanto con questa strategia di poter agire in maniera efficace sui fattori che possono essere alla base della insorgenza degli acufeni.
Dopo una valutazione clinica viene stilato il programma di cura che prevede l’utilizzo delle terapie in maniera variabile da caso a caso.

Le terapie proposte hanno effetti collaterali davvero poco rilevanti; in ogni caso,sono anche previsti questionari ed anche brevi valutazioni durante ed alla fine della terapia per monitorare la situazione clinica.Su consenso del paziente i dati verranno poi utilizzati per uno studio clinico.



Febbraio 1, 2009 Newsletter

Ma la dieta serve a far dimagrire le persone veramente o non serve a nulla? Dalle ultime ricerche emergono dei nuovi dettagli sull’uso e concetto di dieta.Il parere di alcuni esperti in campo nutrizionale affiancati da psicologi, afferma che il calcolo delle calorie e dei pesi conta meno delle emozioni. Anzi a volte è la causa scatenante delle oscillazioni di peso con effetto yo-yo dopo anni di diete di ogni tipo.

Il termine dieta viene dal greco “Dieta” che significa vita, stile di vita, ed è proprio a questo che bisogna mirare: il cambiamento o la parziale modifica del proprio stile di vita aiuta molto più che una bilancia per pesare gli alimenti prima di cucinare!
A questo proposito il sapere quale tipo di alimento è più utile per il nostro tipo di metabolismo, e quale ci aiuta meno o è meno favorevole, è importante in questo tipo di approccio nutrizionale.

Il test degli alimenti ALCAT® ci orienta sul tipo di alimento che ci fa sentire stanchi, svogliati, senza energie o memoria, che ci fa sentire gonfi con un senso di pienezza sin dai primi bocconi. Tramite un prelievo di sangue possiamo conoscere gli alimenti che ci disturbano e favorire altri alimenti che ci aiutano a stare in forma. Il primo farmaco è il cibo!

Il profilo pratico alimentare e le emozioni ad esso legate sono oggetto di studio da diverso tempo. Presso il nostro istituto da alcuni anni si pratica questo tipo di analisi, di aiuto e supporto determinante nel controllo del peso e del rapporto con il cibo.
Le ricerche fino ad ora e l’esperienza dei medici nutrizionisti e non, confermano che alla base di alcuni meccanismi metabolici ci sono alcuni mediatori chimici che modulano le sensazioni legate al cibo. Tra questi la serotonina gioca un ruolo rilevante. A tutti è nota la voglia di alcuni alimenti rispetto ad altri, come il carboidrato o il cioccolato e altri. La causa è nella produzione di quantità adeguate di serotonina. Il cibo intollerato fa produrre molta serotonina che viene rapidamente consumata e quindi questo innesca un meccanismo per il quale il determinato alimento è richiesto con maggiore frequenza. Ecco come la biochimica e in particola modo i neurotrasmettitori, ancora una volta, sono alla base delle nostre emozioni, come già negli anni settanta una ricercatrice Americana, C. Pert, affermava nel suo libro “molecole d’emozioni”.

Sapere verso quali cibi abbiamo delle intolleranze ci aiuta a modulare meglio la produzione di molecole deputate alla modulazione dei nostri bisogni emotivi e metabolici, quindi ci aiuta a controllare meglio il nostro rapporto con il cibo, modificare anche in piccola parte lo stile di vita e stare più in forma.

La medicina tradizionale e la medicina cosiddetta complementare offrono degli aiuti anche di tipo farmacologico o fitoterapico nel controllo del peso e del metabolismo.



Febbraio 1, 2009 Newsletter

Sta iniziando davvero la nuova era della medicina personalizzata.Noi di IMBIO abbiamo iniziato ad occuparci di medicina preventiva e personalizzata, quando ancora questo termine non era d’uso comune nella carta stampata.

Eppure con la costanza e tenacia che ci contraddistingue, siamo andati contro corrente per diversi anni e ora finalmente le grosse istituzioni e centri di ricerca si sono accorti che bisognava dare una svolta in campo terapeutico, a favore di terapie mirate per i pazienti e soprattutto per quelle patologie molto gravi come le cardiopatie, il diabete, i tumori, la psichiatria.

Stabilire a priori una cura adeguata è di vitale importanza.
Anche scegliere un antibiotico più adatto al nostro organismo ci può aiutare a combattere meglio e guarire prima, da una particolare malattia.
Il test in questione si chiama nutrigenomica e farmaco genomica.
Sono le nuove vie di ricerca che studiano il funzionamento del metabolismo e di alcuni enzimi che tutti noi possediamo, che se messi a contatto con alcune molecole di farmaci, comunemente utilizzati dal medico, sono metabolizzati bene, male o poco. Le prospettive terapeutiche sono intuitive, stabilire il farmaco e il dosaggio migliore sin dai primi momenti della cura. Iniziare con il piede giusto è meglio che andare per tentativi, specie in campo cardiologico.
E’ esperienza comune che la cura migliore non si raggiunge subito; dopo un infarto o ictus ad esempio, possono passare diversi mesi prima di mettere a punto la cura corretta, che funzioni e con minori effetti collaterali.

Anche in Italia finalmente alcuni centri di ricerca stanno studiando i profili genetici per il metabolismo di alcuni medicinali in campo cardiologico, metabolico, oncologico.
Negli USA, presso il Scripps Translation Science Institute di La Jolla, in California, uno dei massimi esperti del settore, il dottor Eric Topol, afferma che è ormai un pratica comune l’analisi genetica in campo oncologico per stabilire una cura che funzioni meglio, rispetto a cure standard o di protocollo, per riconoscere in anticipo i pazienti che rispondono meglio ai trattamenti e soprattutto per aiutare i medici a prescrivere farmaci e dosaggi personalizzati.

Nelle ultime due settimane, diversi studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, The Lancet e The New England Journal of Medicine, confermano che la prescrizione di alcuni farmaci come gli ultimi antiaggreganti piastrinici debbano essere precedute dall’analisi genetica per sapere se è compatibile il farmaco per il paziente.

Il senso di questa nuova prospettiva, che dovremmo prenderne atto tutti noi operatori medici, è di conoscere meglio l’organismo e il metabolismo degli enzimi deputati alla trasformazione e utilizzo delle molecole dei farmaci prescritti ai pazienti.
Il test genetico messo a disposizione è possibile farlo tramite uno specifico spazzolino da strofinare all’interno delle guance, prelevando così alcune cellule di sfaldamento dal quale verrà estratto il DNA e analizzati i geni responsabili del metabolismo farmacologico, accertandone la compatibilità e reale efficacia.
Presso il nostro istituto
, le analisi genetiche spesso sono parte integrante della visita o consulto medico per i nostri pazienti.

Ci viene da chiedersi il perché fino ad ora si è fatto finta di non conoscere queste possibilità offerte dalla ricerca?


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