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Maggio 30, 2012 Newsletter

Nonostante quella che può essere un’opinione comune, capita molto spesso che l’analisi bioimpedenziometrica rilevi particolari stati di malnutrizione e disidratazione in soggetti apparentemente sani a prescindere da età, sesso e classe sociale.

Risulta pertanto fondamentale questo esame per poter procedere nella definizione di un programma alimentare e di allenamento sulla base di un’attenta interpretazione dei dati. E’ inutile per esempio proporre un allenamento volto al condizionamento muscolare (la cosiddetta tonificazione) quando non vengono introdotti sufficienti “mattoni” per sostenere l’anabolismo cellulare.

Si è notato inoltre che in casi di insufficiente apporto proteico si ha un aumento dei fluidi extracellulari che può essere erroneamente scambiato per ritenzione idrica. Questo aumento invece è dato dall’acqua che residua dalla distruzione dei tessuti muscolari non supportati da un adeguata alimentazione e pertanto non va trattato con dei comuni diuretici bensì con una regolazione degli apporti proteici quotidiani e del carico di lavoro fisico nelle attività di tutti i giorni.
E molto comune infatti osservare in soggetti sovrallenati e sottoalimentati la classica plica edematosa, ossia un gonfiore liquido sottocutaneo riconoscibile anche al tatto per la scarsa consistenza del muscolo sottostante e per la lentezza con la quale i tessuti tornano normali dopo una pressione (delle dita o delle parti elastiche degli abiti).

Per rilevare uno stato di malnutrizione (PEM = protein-energy malnutrition) e definire la massa cellulare minima teorica basterà applicare il seguente calcolo:

Massa Cellulare Minima=(Altezza in cm – 100) x 0,3.

Se il dato acquisito è superiore alla massa cellulare (BCM) rilevata dal bioimpedenziometro, allora abbiamo un caso di malnutrizione alla quale sarà probabilmente associata un elevata quantità di acqua extracellulare.

Dovrebbe bastare, ove non ci siano particolari ragioni di natura patologica, introdurre 0,8-1 gr.di proteine per kg di peso corporeo, secondo le tabelle più comuni, fino a 1,8-2,2 per coloro che sono coinvolti in attività lavorative o sportive di una certa intensità e regolarità.

Personalmente preferisco lavorare considerando la parte metabolicamente attiva, quindi escludendo la massa grassa (FM) e calcolando fino a 1,5-2 gr per kg di massa magra (quindi Massa Cellulare, BCM + Massa Extracellulare, ECM) a seconda dell’attività quotidiana.

La qualità delle proteine da introdurre sarà argomento dei prossimi articoli

di Aaron Ciancio – Certified Fitness Trainer (CFT1) International Sport & Science Association



Maggio 30, 2012 Newsletter

L’aumento ponderale è uno dei problemi più sentiti di quest’ultimo periodo, non solo per la componente estetica, ma soprattutto per quella medico sanitaria. Dati preoccupanti circa l’aumento vertiginoso dell’obesità, e comunque del sovrappeso in generale, hanno indotto i mass media e gli organismi sanitari a occuparsi sempre più del problema, organizzando campagne a favore della riduzione del peso e di un’alimentazione sempre più salutista e attenta. Giusto per fare un breve cenno statistico, a conferma dell’importante ruolo svolto dalla prevenzione, migliore arma contro il sovrappeso, la media nazionale, in Italia, sfiora il 25% di soggetti obesi e in sovrappeso (con punte di quasi il 40% in Campania e in Valle d’Aosta con circa il 15%). In Italia, solo il 53% della popolazione rientra nella fascia del normopeso.

Alla luce di quanto esposto e, vista l’affluenza presso i nostri ambulatori di pazienti in sovrappeso, abbiamo ritenuto opportuno verificare i risultati dell’azione congiunta di determinati interventi dietetici, attività fisica, e utilizzo d’integratori a base di sostanze naturali nell’indurre una riduzione ponderale in soggetti sovrappeso. Si tratta di dati iniziali che, se incoraggianti, dovranno essere confermati da controlli a lungo termine. Rientrano nell’indagine anche i test sulle intolleranze alimentari. Sono, infatti, numerosissimi ormai gli studi che confermano la stretta correlazione tra la presenza di un’intolleranza alimentare e il sovrappeso.

Esistono situazioni in cui l’organismo, pur assumendo la giusta quantità di alimenti, è incapace di utilizzarli nel modo corretto. Si formano così delle scorie che ostacolano i normali meccanismi metabolici, e generano una condizione che si manifesta spesso anche in concomitanza di un’intolleranza alimentare. Tali situazioni infiammatorie possono peggiorare o provocare ritenzione idrica, edemi o alterazioni del microcircolo. Migliorando lo stato infiammatorio di un’intolleranza alimentare migliorano notevolmente circonferenza corporea e peso. Un recente studio ha confermato che il tessuto adiposo dell’obeso è caratterizzato dall’infiltrazione di macrofagi, importante fonte d’infiammazione del tessuto stesso.

Grazie alla pratica ambulatoriale quotidiana ho potuto verificare che, se in presenza di un’intolleranza alimentare, apportando le dovute modifiche alla dieta e monitorando costantemente la composizione corporea è possibile ottenere ottimi risultati non solo nella riduzione ponderale, ma anche nel benessere psicofisico. Cito con piacere il test grazie che mi ha permesso di raggiungere importanti risultati nella diagnosi delle Intolleranze e nella messa appunto di un programma nutrizionale adeguato. Si tratta di ALCAT, test completamente computerizzato, con alta ripetitività (fondamentale in questo tipo di analisi), approvato anche dall’FDA americana.

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Studio Osservazionale

Dr. F. Lampugnani – Biologo Nutrizionista Specialista in Farmacologia
Dr. A. Scardicchio – Ist. Medicina dello Sport BARI
Dr. V. Amendola – Ist. Medicina dello Sport BARI
Dr. M. Amendola – Ist. Medicina dello Sport BARI
Dr. D. Accettura – Ist. Medicina dello Sport BARI

Articolo completo in formato pdf >>



Aprile 30, 2012 Newsletter

La primavera si accompagna normalmente a una serie di cambiamenti psicologici, fisiologici e comportamentali, legati ai meccanismi che il nostro organismo mette in atto per adattarsi a una realtà meno rigida rispetto a quella invernale.

Il cambio di stagione porta con se anche un grande desiderio di vita all’aria aperta, movimento e soprattutto alleggerimento. Durante l’inverno, a causa di una vita più sedentaria e calorica si tende, infatti, ad accumulare qualche chilo di troppo.

Quale migliore occasione per mettersi a dieta, disintossicarsi e tonificarsi con un po’ di attività fisica? In questo periodo sono tanti i pazienti che desiderano riacquistare quella sensazione di benessere, persa a causa di qualche leccornia di troppo unita a qualche ora di ozio in più.

Ho l’abitudine, in questi casi, di sottoporre i miei pazienti (ma lo consiglio anche a coloro i quali volessero intraprendere un regime alimentare dimagrante abbinato a un’attività fisica) a un programma semplice e snello, che prevede una serie d’indagini in grado di rivelare i parametri che possono guidarci nel programma Fisico/Nutrizionale.

I due pilastri di tali indagini sono:
a)Impedenziometria b) Test per le Intolleranze Alimentari.

Entrambi i test sono di grande aiuto sia perché durante il periodo invernale potremmo aver accumulato tossine legate ad alimenti che il nostro organismo “non tollera” sia perché, a causa di un’idratazione non sempre perfetta e di una massa grassa che molte volte va oltre certi limiti, probabilmente abbiamo modificato la composizione del nostro corpo.

a) L’Impedenziometria è una pratica assolutamente non invasiva, che grazie al passaggio di una leggerissima corrente nel nostro corpo, attraverso uno strumento particolare, ci permette di conoscere la composizione corporea in termini di Acqua, Grasso, Massa Magra ecc.

Utilizzo uno strumento molto recente (Impedimed DF 50), che indaga differenti parametri, utili a conoscere più da vicino il corpo del paziente, e di conseguenza intervenire in maniera più adeguata.

Novità importante rispetto ad altri esami simili è quella di poter scomporre la nota Massa Magra (FFM) in due ulteriori componenti: la Massa Tissutale Attiva (ATM) e la Massa Extracellulare. Questi nuovi parametri consentono di valutare il grado di efficienza fisica del paziente ed essere più predittivo nei confronti di un programma fisico e nutrizionale, rivolto sia a un paziente sovrappeso sia a uno sportivo (professionista e non) che vuole iniziare un programma di allenamento o di supporto.
Queste valutazioni sono importanti per riuscire ad abbinare meglio un’attività fisica di tipo aerobico o isotonico.
Completiamo i dati rilevati con i livelli di Acqua Extracellulare (ECW) e di Acqua Intracellulare (ICW), parametri fondamentali per individuare situazioni di disidratazione, ritenzione, carenze.

Integro l’indagine con l’analisi della Massa Grassa (FM), della Massa priva di Grassi, del Metabolismo Basale e dell’Indice di Massa Corporea (BMI) per inquadrare il paziente da un punto di vista staturo-ponderale.

Importante, infine, la valutazione dell’Angolo di Fase, parametro che sintetizza un po’ la situazione generale, per meglio apportare eventuali correzioni.

b) Il test per la diagnosi delle Intolleranze Alimentari, soprattutto quando il risultato è molto attendibile, consente di modificare le abitudini alimentari dei pazienti che lamentano sofferenze di svariato tipo (gonfiori, flatulenza, stanchezza, cefalea, mialgie, sovrappeso, apatia, eczemi, dermatiti, colite, ritenzione idrica, ecc.). Le correzioni alimentari possibili in seguito alla diagnosi di eventuali intolleranze sono particolarmente utili soprattutto quando si decide di iniziare un periodo disintossicante, dimagrante e ginnico.

Utilizzo nel mio studio ALCAT Test, unico test per Intolleranze Alimentari riconosciuto dall’U.S. Food and Drugs Administration.

Fondamentali in questi ultimi periodi, le risposte ottenute sul versante “Glutine, Frumento, Lieviti”. Le abitudini alimentari attuali prevedono un abbondante utilizzo di carboidrati di base. Il grano, purtroppo, non è più quello di un tempo, e in molte occasioni il nostro intestino non è geneticamente preparato a questi diversi tipi di frumento. Il risultato è una serie di reazioni di vario tipo, che a lungo andare possono determinare disturbi molto fastidiosi.

Individuati gli alimenti cui si è intolleranti, con un periodo di disintossicazione e un seguente riavvicinamento (rotazione) all’alimento individuato, si riesce a migliorare moltissimo la sintomatologia lamentata.

Completo il programma con aiuti di reidratazione, drenaggio e disintossicazione.Associando l’ALCAT Test, la Bioimpedenziometria, la Disintossicazione e l’Azione Drenante è possibile ottenere risultati utili su molteplici fronti: perdere peso in eccesso, prepararsi a un percorso di attività fisica, riprendere il benessere psico-fisico perso a causa di uno stile di vita inadeguato.
Buona ripresa a tutti.

a cura del Dr Francesco Lampugnani, Biologo Nutrizionista, Specialista in Farmacologia



Marzo 30, 2012 Newsletter

L’alimentazione fornisce il nutrimento alle nostre cellule e in particolar modo alle centrali energetiche cellulari, i mitocondri.Alimentarsi in modo corretto è dunque il presupposto per mantenere un buono stato di salute e per garantire una maggiore efficienza al nostro organismo. Un’alimentazione sana ed equilibrata richiede un apporto energetico adeguato al consumo di calorie, e prevede diverse categorie di cibi, che possano assicurare al nostro organismo tutti i nutrienti essenziali per il suo funzionamento.

Variare la dieta permette, inoltre, di eliminare meglio le tossine e di ostacolare l’accumulo di alimenti potenzialmente in grado di sviluppare un’intolleranza.Oggi purtroppo le nostre abitudini alimentari sono diventate sempre più uguali. Acquistiamo e cuciniamo spesso gli stessi cibi, che si ripropongono settimanalmente, mensilmente e a volte anche tutto l’anno.

Questa ripetizione sistematica pone le basi per la formazione di numerosi disturbi, i cui sintomi sono vari e molto spesso aspecifici: stanchezza e deficit di energie, cefalea, svogliatezza e difficoltà di concentrazione, scarsa attenzione durante lo studio o il lavoro, facile esauribilità fisica ed energetica, allergie e intolleranze alimentari, problemi dermatologici e intestinali con stipsi alternata a dissenteria, infiammazione dei muscoli e delle articolazioni.

Il modo più semplice per ridurre la possibilità di sviluppo di tali sintomi è di assumere alimenti freschi di stagione ed evitare, attraverso una dieta di rotazione, la continua e ripetitiva assunzione di un alimento. La dieta di rotazione, che prevede l’assunzione di cibi specifici diversi ogni 3-4 giorni, ostacola, inoltre, la formazione di radicali liberi, causa primaria d’invecchiamento cellulare e innesco per le condizioni infiammatorie.

Oltre alla rotazione degli alimenti è utile praticare una giornata di digiuno, bevendo molta acqua e assumendo frutta, così da ridurre il carico di lavoro stressante che l’organismo è costretto a fare quotidianamente. Si consiglia, inoltre, di utilizzare cibi ricchi di anti ossidanti e con capacità anti infiammatorie, e di sfruttare le virtù di alcune le spezie, come la curcuma e lo zenzero, che contengono numerosi fattori contro l’infiammazione e l’invecchiamento cellulare.

La rotazione e la varietà delle pietanze assicurano al nostro organismo utili e preziosi componenti nutrizionali, che preservano il nostro stato di salute e rallentano l’invecchiamento.



Dicembre 30, 2011 Newsletter

Uno degli argomenti sempre più seguiti e discussi è quello del nostro benessere e della nostra salute. Non esiste programma o rivista, specializzata e non, che non dedichi ampi spazi al ruolo che un determinato stile di vita svolge sul nostro benessere e sulla nostra salute.

L’argomento è molto vasto, ma tutto sommato riconducibile a pochi e fondamentali fattori che determinano il nostro stato psicofisico: alimentazione, attività fisica e stile di vita. A sua volta, un comune denominatore di questi tre pilastri del nostro stato di salute è rappresentato dai “Radicali Liberi”e di conseguenza, lo Stress Ossidativo a questi legato.

Cercheremo di inquadrare la problematica considerando situazioni comuni ai tre punti, fermo restando che ognuno meriterebbe di essere analizzato nel dettaglio, evidenziando gli atteggiamenti e le situazioni che possono contribuire al mantenimento di uno stato di salute e benessere ottimali.
E inoltre opportuno considerare un’altra condizione molto attuale, che può amplificare l’attività dei Radicali Liberi causando nella persona interessata una situazione di sofferenza, che spesso si manifesta in maniera subdola, con sintomi diversi e strettamente individuali. Mi riferisco alle Intolleranze Alimentari, che possono essere diagnosticate solo attraverso l’effettuazione di un modernissimo test.

A questo punto, dato per certo il ruolo negativo, oltre certi livelli, dei Radicali Liberi, cerchiamo di capire come possiamo conoscerli meglio, prevenirne gli eccessi, combatterli e in ultima analisi, convivere con questi vivaci “Guerrieri”.

Per definizione, i Radicali Liberi sono molecole o frammenti di molecole derivate dall’Ossigeno Molecolare, caratterizzate dalla presenza di uno o più elettroni spaiati negli orbitali esterni. In pratica, sottraggono elettroni ad altre molecole bersaglio per completare il loro ottetto (condizione stabile di elettroni; condizioni non di ottetto sono instabili).

Le molecole bersaglio possono essere: a) Acidi Nucleici; b) Proteine; c) Membrane Biologiche.
Il risultato di tutte queste aggressioni rappresenta lo “Stress Ossidativo”.

I Radicali Liberi sono prodotti di scarto che si formano naturalmente all’interno delle cellule del nostro corpo quando l’ossigeno è utilizzato nei processi metabolici per produrre energia (ossidazione). Se sono in quantità minima, aiutano il Sistema Immunitario nell’eliminazione dei germi mediante perossidazione lipidica (denaturazione membrane batteriche); mediante un’azione mutagena sul DNA; mediante ossidazione dei Citocromi (arresto respirazione mitocondriale). Se non sono prontamente neutralizzati dai sistemi Antiossidanti, danneggiano i tessuti e le cellule circostanti interrompendo i processi cellulari vitali.

Per comprendere più facilmente gli equilibri che esistono tra gli stati di ossidazione e di riduzione (acquisizione o cessione di elettroni) è utile evidenziare che tutte le forme di vita mantengono un ambiente “riducente” entro le proprie cellule. L’ambiente cellulare “Redox” è preservato da enzimi che mantengono lo stato ridotto attraverso un costante input di energia metabolica.
Eventuali disturbi in questo normale stato redox possono avere effetti tossici in seguito alla produzione di Perossidi e Radicali Liberi, che danneggiano tutti i componenti della cellula, incluse: proteine, lipidi, DNA. Come precedentemente accennato, in quantità ridotte, i Radicali Liberi contribuiscono ad aumentare le nostre difese verso infezioni e altre situazioni a rischio. L’eccesso di Radicali Liberi conduce, invece, a una serie di alterazioni e patologie: fibroplasia retrolenticolare, aterosclerosi, ipertensione arteriosa, morbo di Parkinson, morbo di Alzheimer, diabete mellito, colite, artrite reumatoide, invecchiamento.

È giusto ricordare, inoltre, che anche l’attività fisica, sempre più apprezzata e fondamentale per il nostro benessere, può causare, in certe situazioni, la produzione di Radicali Liberi. L’attività fisica comporta, infatti, uno sbilanciamento temporaneo tra la produzione di Radicali Liberi e il loro smaltimento. Questo fenomeno identifica lo “Stress Ossidativo”. La pratica sportiva continua induce nel nostro organismo un aumento delle difese endogene contro questo tipo di Stress, diminuendone quindi i danni. Esistono 2 siti di produzione: a) quello classico a livello della catena di trasporto degli elettroni, cioè all’interno del mitocondrio; in altre parole, maggiore è il consumo di ossigeno della cellula, maggiore sarà la produzione dei Radicali liberi. b) produzione anaerobica, avviene in altri compartimenti cellulari, in assenza di ossigeno, a causa di enzimi (Xantina Ossidasi, NADPH Ossidasi) o altre sostanze presenti in alcuni compartimenti (Calcio, Ferro). Questo è uno dei motivi che conferma quanto si ripete ormai da tempo: un’attività fisica non costante e molto saltuaria crea più danni che benefici.

A questo punto, vediamo i fattori che influenzano l’iperproduzione di Radicali Liberi:
1) Fumo;
2) Alcool;
3) Diete sbilanciate;
4) Esercizio fisico intenso;
5) Raggi solari;
6) Inquinamento.

I rimedi per almeno 5 di questi punti sono essenzialmente ablativi, nel senso che è sufficiente eliminarli dalle nostre abitudini per risolvere i problemi a essi correlati (vedi fumo, alcool, inquinamento ecc). Nel caso delle diete sbilanciate e dell’alimentazione in generale possiamo invece intervenire in maniera abbastanza significativa. Diete troppo ricche di grassi animali, fritture, alcool, ma povere di frutta e verdura, sono implicate molto da vicino sull’abnorme produzione di Radicali e sull’insorgenza di altre importanti patologie quali diabete, sindrome metabolica, e aterosclerosi.

Per lo smaltimento dei Radicali Liberi abbiamo a disposizione due meccanismi:
1) Endogeni
– Sistemi Enzimatici: Superossidodismutasi; Catalasi; Glutatione Perossidasi; Desaturasi;
Acido Lipoico
– Molecole Chelanti i metalli; Albumina; Ferritina; Transferrina; Ceruloplasmina.

2) Esogeni
Dieta e Grassi.

Tra i fattori esogeni, frutta e verdura costituiscono un completo laboratorio chimico che mette a disposizione numerosi composti, utilissimi ai nostri scopi. Possiamo fare una grande distinzione e suddivisione raggruppando queste sostanze in funzione dei colori degli alimenti da cui provengono:

  • GRUPPO del BIANCO: Aglio, Castagne, Mele, Pere ecc. Possiedono un’importante azione detossificante.
  • GRUPPO del BLU-VIOLA: Melanzane, Radicchio, Mirtilli ecc. Importantissimi per la vista e i capillari.
  • GRUPPO del GIALLO-ARANCIO: Carote, Peperoni, Zucca,Arance, ecc. Molto utili per la pelle e la sua protezione dai raggi solari nocivi.
  • GRUPPO del VERDE: Asparagi, Bietole, Basilico, Broccoli, Carciofi, ecc. Fondamentali per importanti funzioni vitali.
  • GRUPPO del ROSSO: Barbabietole rosse, Pomodori, Arance Rosse ecc. Grazie alla presenza di Licopene e Antocianine, sono i più potenti agenti Antiossidanti contro l’eccesso di Radicali Liberi.

Alla luce di quanto esposto, i Radicali Liberi sono, in determinate situazioni fisiologiche, un prezioso aiuto per l’omeostasi del nostro organismo. Il problema scatta nei momenti in cui vengono stravolti determinati equilibri, e quelli che erano i potenziali benefici si trasformano in pericolose aggressioni. La gestione di tali equilibri dipende molto anche da noi.

Un’alimentazione sbagliata ed esagerata, eccessive esposizioni al sole, fumo di sigaretta, smog e inquinamento, scarsa assunzione di antiossidanti naturali contenuti in frutta, verdura e oli vegetali, possono portare a subire le conseguenze negative dovute a un eccesso di Radicali Liberi. Giusta attività fisica, eliminazione di eventi aggressivi e assunzione di antiossidanti naturali o con integrazione extra, rappresentano la giusta contromisura per l’insorgenza dei danni legati all’eccessiva azione dei Radicali Liberi.

Per concludere, è importante sottolineare l’importanza che riveste la diagnosi della presenza di Intolleranze Alimentari, con test specifici sul sangue. Anche per i Radicali Liberi esiste la possibilità di indagare in qualsiasi momento sia sull’entità di aggressione di Radicali Liberi sia sulla capacità difensiva che in quel momento si mette in atto. In questo modo, in caso di scarsa capacità difensiva, è possibile instaurare un’opportuna terapia antiossidante ed evitare i potenziali danni legati a un’eccessiva attività radicalica.

a cura del dr. Francesco Lampugnani – Biologo Nutrizionista Specialista in Farmacologia



Ottobre 30, 2011 Newsletter

“Siamo quello che mangiamo”, affermava Feuerbach.

Lasciando da parte le questioni filosofiche, affermare che siamo quello che mangiamo non è solo un banale “dato di fatto biochimico” ma significa che il modo in cui il cibo è coltivato, distribuito e cucinato, influisce sulla nostra persona nella sua totalità assai più di quanto immaginiamo.

Penso sia d’obbligo iniziare la trattazione di un argomento così tanto attuale, quale è quello delle Intolleranze Alimentari legate all’aumento ponderale escludendo quelle a base genetica, considerando come l’insorgenza delle Intolleranze Alimentari sia molto legata a come si mangia, non solo da un punto di vista delle abitudini ma anche dal punto di vista della qualità. Fatta questa, penso, doverosa introduzione, cerchiamo di vedere più da vicino queste “temute” Intolleranze Alimentari: in generale e sotto l’aspetto molto sentito e seguito soprattutto dalla popolazione femminile e cioè le correlazioni tra Intolleranze Alimentari e Sovrappeso.

Le Intolleranze Alimentari, rappresentano delle reazioni insolite al cibo, caratterizzate dalla comparsa di disturbi di vario tipo, non molto gravi ma fastidiosi e spesso associati a sovrappeso ed obesità.

Le generiche reazioni avverse agli alimenti, vengono distinte sulla base del meccanismo eziopatogenetico, in: forme a meccanismo immunologico o Allergie Alimentari e forme a meccanismo non immunologico o Intolleranze Alimentari. Il termine allergia alimentare, va riservato alle forme per le quali sia dimostrabile un meccanismo immunologico, che può essere in prevalenza IgE-mediato, ma appartenere anche ad altre categorie di reazioni immunopatogene o derivate dall’associazione di più meccanismi immunologici.

Le Intolleranze A. possono essere:

  • Enzimatiche, caratterizzate dall’incapacità di metabolizzare alcuni principi attivi a causa di
    un enzima specifico.
  • Farmacologiche, che si presentano nei soggetti che hanno una particolare reattività verso
    determinate molecole presenti nei cibi (vedi le Ammine vasoattive Istamina, Tiramina ecc).
  • Da Additivi: compaiono per reazione nei confronti degli additivi aggiunti agli alimenti.

Ogni Intolleranza A. genera sintomi ben percepibili che si combattono solo eliminando dalla dieta i cibi incriminati, depurando l’organismo.

Differenza fondamentale tra le Allergie e le Intolleranze è quella legata alla tempistica sintomatologica. Le prime esprimono uno stato di malessere intenso, già dopo pochi minuti dal consumo dell’alimento e la sua gravità non dipende dalla quantità ingerita. Disturbi che si presentano per ragioni di carattere immunitario.

Le seconde invece, esprimono sintomi più vaghi a distanza di ore e fino a due giorni dopo l’ingestione dell’alimento. I disturbi accusati, compreso l’aumento di peso, tendono a peggiorare con l’aumento delle quantità degli alimenti ingeriti e non sono dovuti a fattori immunitari, ma a meccanismi di ipersensibilizzazione dell’intestino. A tal proposito, ho piacere di spendere due parole sul ruolo importante di quest’ultimo, che nella mia pratica quotidiana è sempre tenuto in gran considerazione sia che si tratti di intolleranze Alimentari, sia che si tratti di altri disturbi acuti e cronici. L’intestino per quanto riguarda l’instaurarsi di un’Intolleranza, ricopre un ruolo fondamentale. Infatti presiede, grazie a strutture come le Tight Junction, la membrana basolaterale, la membrana laterale, i microvilli e soprattutto l’enorme presenza della flora batterica , a tutta una serie di attività atte prevalentemente a proteggere l’organismo dall’aggressione di sostanze nocive, di germi patogeni, ed anche di componenti immunogeniche. Qualsiasi alterazione di tali strutture, comporta sia sofferenze acute, sia croniche. Sia le Intolleranze Alimentari, sia le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI), vedono tra le cause, un’alterazione dell’effetto barriera intestinale.

Al momento ci sono diverse correnti di pensiero, circa l’associazione delle Intolleranze A. all’aumento di peso. La pratica ambulatoriale quotidiana, mi conferma abbondantemente l’associazione tra i due eventi e fondamentale, risulta la giusta individuazione degli alimenti sospettati.

Breve ricordo biochimico sul bilancio energetico. Quando assorbiamo energia e nutrienti in quantità sufficiente a soddisfare i nostri fabbisogni senza accumulare grasso corporeo, siamo in una condizione che definiamo di equilibrio energetico, ed il peso rimane stabile. Se l’energia assorbita è superiore alle esigenze metaboliche (bilancio energetico positivo) la frazione in eccesso viene accumulata nel tessuto adiposo e il peso corporeo aumenta. Se invece le nostre esigenze energetiche non sono soddisfatte (bilancio energetico negativo), l’organismo per far fronte alle sue richieste, demolisce i grassi di riserva e di solito si perde peso. Fatta questa precisazione, cerchiamo di capire come la sovrapposizione di un’intolleranza alimentare, possa influire sull’accumulo di peso.

Quanto detto poco sopra circa il bilancio energetico che se positivo ci porta ad accumulare grasso, è quasi sempre vero. Può succedere infatti che l’organismo, pur assumendo una giusta quantità di alimenti, si trovi nell’incapacità di utilizzarlo nel modo corretto, portando così alla formazione di scorie che sono d’intralcio al funzionamento stesso della meravigliosa macchina, che è il corpo umano. Questa situazione può avvenire in diverse occasioni, compresa la presenza di un’intolleranza alimentare. E’ noto ormai che situazioni infiammatorie (come lo sono le intolleranze), possano peggiorare o provocare ritenzione idrica, edemi, alterazioni del microcircolo in toto. Nella mia pratica quotidiana del trattamento di pazienti a cui sono state riscontrate delle intolleranze alimentari, proponendo diete disintossicanti verso gli alimenti interessati, prima, e diete di riabilitazione dopo, riesco ad ottenere risultati non solo sul benessere generale, compresi i disturbi tipicamente legati all’alimento non tollerato, ma cosa importante, ottengo miglioramenti sulla diminuzione del peso e delle circonferenze, che gli stessi pazienti non erano riusciti ad ottenere, adottando diete che miravano solo ad un ridimensionamento calorico.

Una dieta che tenga conto della presenza di un’intolleranza alimentare, può determinare un buon risultato sulla perdita di Massa Grassa (FM) e sul recupero di Massa Magra (FFM) che, in pratica, si evidenzia con una perdita di peso ed una notevole riduzione delle circonferenze corporee, dati non solo dalla riduzione della Massa Grassa, ma anche dal miglioramento dello stato infiammatorio generale dell’organismo. Su tali affermazioni, ci sono in letteratura numerosi articoli, che mettono inoltre, sempre più in risalto l’associazione: Obesità/Sovrappeso e Stato Infiammatorio. (Cito un articolo comparso su “The Journal of Clinica Investigation” dal titolo: Obesity induced inflammatory changes in adipose tissue. Appare infatti evidente, l’importanza del sistema immunitario nella patogenesi dell’obesità. Il tessuto adiposo dell’obeso, è caratterizzato dall’infiltrazione di macrofagi, che sono un’importante fonte di infiammazione del tessuto stesso. Lo studio conferma inoltre, che gli adipociti ed i vari tipi di cellule del sistema immunitario, come ad esempio i macrofagi, possiedono ruoli simili nelle vie quali l’attivazione del complemento e la produzione infiammatoria di citochine. A tutto questo scenario biochimico, c’è da aggiungere che nell’organismo, le Intolleranze Alimentari provocano una reazione infiammatoria cronica, caratterizzata dalla produzione di sostanze che acidificano i tessuti ed il sangue, rallentando il metabolismo e favorendo l’aumento di peso. Inoltre le Intolleranze ostacolano l’attività dell’Insulina, provocando una sensazione di fame perenne. Per concludere, quanto riportato ci induce ad affermare che non esistono “Diete Ideologiche”, cioè norme alimentari che devono andar bene a tutti; infatti anche la miglior dieta (teorica), si scontra con il concetto di infiammazione e conseguentemente anche con l’eventuale presenza di un’Intolleranza.

Trovo molto utile nella mia pratica quotidiana, inquadrare il paziente con problemi di disturbi verso certi alimenti e presenza di sovrappeso, indagare non solo la presenza di un’Intolleranza (utilizzo un valido test che è l’Alcat test), ma anche indagare con un semplice test genetico, l’eventuale presenza di un aumento di resistenza dell’Insulina. Giusto per dovere di cronaca, ho presentato ad un congresso i risultati di una mia esperienza su un discreto numero di pazienti (uomini e donne), seguiti per circa un anno, tutti con intolleranze alimentari individuate con il Test Alcat, i cui risultati sono molto interessanti.
Tutti (tranne pochi drop out) hanno migliorato la sintomatologia generale, hanno ridotto il peso come programmato e cosa importante, al termine del periodo di trattamento, l’assunzione degli alimenti incriminati riusciva meglio tollerata. Risultati migliori tra gli uomini.

La mia è stata semplicemente una sorta di conferma professionale verso una pratica che mi affascina ma che soprattutto mi incoraggia per i risultati. Tante cose dovranno essere ancora chiarite, ma sicuramente siamo sulla strada buona. A questo poi sicuramente aggiungo, visti i risultati, che molto dipende da noi per quanto riguarda una possibile prevenzione dei disturbi legati al tollerare o meno certi alimenti. Un semplice accorgimento che consiglio molto, è soprattutto quello di variare quanto più possibile la nostra alimentazione, che dovrebbe comprendere alimenti più naturali possibile, privi cioè di pericolose manipolazioni e trattamenti.

A cura del Dr. Francesco Lampugnani – Biologo Nutrizionista Specialista in Farmacologia
www.drlampugnani.it



Giugno 30, 2011 Newsletter

Chi è affetto da un’intolleranza alimentare generalmente soffre di sintomi aspecifici e tendenzialmente cronici. I problemi gastrointestinali come le difficoltà digestive, il gonfiore, la stitichezza o la diarrea, il mal di testa, i dolori articolari, i disturbi dermatologici come il prurito o le lesioni resistenti sono manifestazioni che si riscontrano abitualmente.

La bella stagione con le vacanze estive e i week-end fuori porta potrebbe essere una occasione favorevole per combinare il tentativo di migliorare il quadro dell’intolleranza associando la correzione dell’alimentazione con uno stile di vita più adeguato.

Lo stress fisico, ambientale e psicologico, i ritmi sregolati nel sonno e nei pasti, l’assenza di attività fisica sono fattori che potrebbero in maniera più o meno importante influenzare in un senso o nell’altro i sintomi di una intolleranza.

La vacanza termale si caratterizza generalmente, forse più delle altre, per una fuga dalle situazioni tipiche della realtà quotidiana alla ricerca di un ambiente protetto fatto di relax e di attenzioni che anche se piccole sono importanti.

È così che la frutta e la verdura al pasto e nelle forme di succhi e centrifugati la fanno da padrone con un aumento dell’assunzione di sostanze antiossidanti che aiutano a riequilibrare lo stress ossidativo dell’organismo. La rilassatezza e il rallentamento del ritmo con cui si affronta la giornata permettono una riduzione importante di diversi fattori di stress. I trattamenti estetici consentono una migliore percezione di sé e partecipano al miglioramento di alcune condizioni che si associano alle intolleranze come accade ad esempio con massaggi e linfodrenaggi che aiutano ad affrontare il problema della ritenzione idrica o con i trattamenti cosmetici indirizzati al miglioramento della qualità della pelle che possono aiutare ad affrontare alcuni disturbi dermatologici.

Esistono anche stabilimenti termali terapeutici in cui sabbiature, fanghi o attività di medici e fisioterapisti permettono di affrontare disturbi muscoloscheletrici e articolari ed altri in cui le cure inalatorie sono alla base di trattamenti per il miglioramento di affezioni delle prime vie aeree. Seppur meno frequentemente anche i problemi di questi distretti possono trarre giovamento dal trattamento combinato con il regime alimentare che tenga conto di eventuali intolleranze.

In tutti i casi comunque colazione, pranzo, cena e spuntino sono preparati generalmente con una grande attenzione per la varietà e la qualità.

Poiché si tratta di scegliere il cibo e non di prepararlo potrebbe essere più semplice rispettare una alimentazione coerente con i risultati di un test per le intolleranze e in questo ambiente in generale più attento alle necessità di salute.

a cura del Dr. Alberto Cescato, Medico chirurgo esperto in genetica preventiva e biotecnologie



Settembre 30, 2010 Newsletter

È opinione comune ritenere che la cellulite sia eminentemente un inestetismo (peraltro molto diffuso, visto che fa soffrire circa l’80 per cento delle donne), quando in verità si tratta di una vera e propria patologia, nella fattispecie del tessuto adiposo, definita pannicolopatia edemato-fibrosclerotica.

Come ben sa chi mal la sopporta, essa si concentra prevalentemente all’esterno delle cosce (nella zona laterale del bacino), all’interno delle stesse e sui glutei, interessando il “pannicolo adiposo” che si trova fra il derma (lo strato di tessuto connettivo giusto sotto l’epidermide) e la parte muscolare. Il pannicolo ha una sua impalcatura di sostegno (il tessuto reticolare e il collagene) e una vascolarizzazione (denominata microcircolo) attraverso la quale il tessuto adiposo fornisce l’energia all’organismo o l’accumula sotto forma di grasso.

Per motivi diversi – stress, stipsi, fattori ereditari, fumo, sedentarietà, abuso di medicinali (pillola anticoncezionale), cause ormonali (per esempio un cattivo funzionamento della ghiandola tiroidea, o ipotiroidismo), disturbi del ciclo mestruale (come si verificano nella Sindrome dell’ovaio micropolicistico), ma soprattutto cattiva alimentazione –, la circolazione venosa e linfatica (vasi che trasportano scorie) può rallentare e dai capillari possono uscire sostanze che invece dovrebbero essere eliminate. Parte così il meccanismo iniziale di accumulo di liquidi (edema), che s’infiltra fra le cellule del pannicolo adiposo. Queste si allargano, peggiorando lo stato edematoso e nel contempo il tessuto di sostegno (collagene e fibre reticolari) reagisce cercando d’impedire che le cellule adipose si allontanino, ma causando così la produzione di capsule che impediscono a loro volta gli scambi ematici fra la “cellulite” e il resto dell’organismo.

I processi esposti possono essere distinti in 4 fasi che evolvono per grado di gravità. I primi due stadi possono essere rallentati o addirittura bloccati con l’attività fisica (e la corsa in particolare); nel terzo e quarto la consistente struttura fibrosa dei noduli rende tutto molto difficile. La corsa, quindi, è certamente da proporre come prevenzione e cura per i primi 2-3 stadi, insieme ad alcune semplice regole di alimentazione e qualche stratagemma nutri-cosmeceutico per sconfiggere o tenere sotto controllo la cellulite.


Gli stadi della cellulite
La cellulite viene suddivisa in quattro stadi, o gradi, in base alla gravità dei sintomi
con i quali si manifesta e alla loro difficoltà di trattamento.

1 Cellulite edematosa È caratterizzata dalla presenza di gonfiore, ma la cute è ancora tesa  ed elastica e, se compressa, non resta segno né si avverte dolore.

2 Cellulite fibrosa La pelle, se compressa, ancora non duole ma, seppur ancora liscia, comincia ad assumere un colorito spento e si presenta “a buccia d’arancia” se viene stretta fra le dita. C’è formazione di tessuto fibrotico e la cattiva circolazione sanguigna può causare formicolii, pesantezza alle gambe, crampi.

3-4 Cellulite sclerotica Il tessuto connettivo s’indurisce ulteriormente e si formano i primi macronoduli che conferiscono alla pelle l’aspetto a buccia d’arancia “a vista”. Nel quarto stadio le zone cellulitiche si presentano isolate dal tessuto circostante. I macronoduli danno origine ad avvallamenti e protuberanze; la cute è dura e dolorante alla palpazione.
È la più difficile da trattare.


CORRI (FORTE) CHE TI PASSA
In verità il running non è, e non può essere, del tutto risolutivo. Un programma di attività deve prevedere almeno 3-4 sedute di allenamento divise in 3 sedute di corsa e una di tonificazione generale, ma soprattutto delle zone interessate alla cellulite. La corsa dev’essere affrontata secondo tabelle che prevedano la possibilità di migliorare le proprie caratteristiche fisico-organiche progressivamente e secondo le proprie caratteristiche e predisposizioni.

Vanno sfatati alcuni miti: camminare invece di correre (vale solo nei casi di situazioni gravi, dove il carico sulle articolazioni è importante), oppure allenarsi sotto la soglia lattacida: si dimentica che l’acido lattico è un potentissimo vasodilatatore e stimola la produzione di mitocondri nella supercompensazione fisiologica. A torto si potrebbe pensare che la vasodilatazione da acido lattico potrebbe peggiorare la perdita di materiale vasale, perché nella prevenzione – e anche negli stadi 1 e 2 della cellulite – l’azione tonico-trofica della corsa sul circolo ematico è di gran lunga maggiore.
Una limitazione nella produzione di acido lattico potrebbe valere nei primi momenti d’allenamento per soggetti con stadio 3 di cellulite.

Quindi: progressione nell’allenamento e, nelle uscite, lasciare almeno un allenamento con corsa variata. L’allenamento di tonificazione dovrà interessare in maggior misura le parti interessate dalla cellulite, quindi con esercizi di adduzione (per i muscoli interni della coscia: 10 minuti) e abduzione (per glutei e laterali della coscia: 10 minuti), per il bicipite il femorale (posteriore della coscia: 10 minuti), per il quadricipite (10 minuti) e alla pressa (15 minuti). Meglio sarebbe utilizzare il circuit training, intervallando gli esercizi a con 10 minuti di cyclette, corsa leggera, step.

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LA COSMETICA CHE AIUTA
Utilizzo d’integratori alimentari e interventi più prettamente cosmetici possono sovrapporsi e migliorare i risultati che si possono ottenere con la corsa e l’alimentazione (vedi Occhio a ciò che mangi nel box sotto). Certamente la possibilità d’intervenire in modo coordinato in-out consente di ottenere risultati apprezzabili nella lotta contro l’inestetismo in questione, ma non bisogna dimenticare che la cellulite è anche pelle a buccia d’arancia, colore dell’incarnato, pelle asfittica, condizioni che possono migliorare molto anche con interventi cosmetici. La maggior parte degli attivatori metabolici che stimolano la lipolisi si trovano in integratori alimentari: guaranà, arancio amaro, mate, caffeina e tè verde possono attivare preventivamente l’attività lipolitica rispetto alla corsa e quindi si possono ottenere risultati sinergici.

Un effetto simile si può ottenere anche con l’applicazione topica di una crema anticellulite prima di correre. Integratori ad uso sistemico possono contenere principi fitoterapici ad azione diuretica come l’orthosiphon stamineus, che per la presenza di sinenstesina determina un effetto drenante e andiedematoso, o altri estratti come la centella asiatica e l’ippocastano che producono benefici effetti sulla tonicità dei vasi sanguigni. Da evitare l’uso d’integratori a base di fucus vesciculosus, soprattutto in soggetti a rischio d’infiammazioni tiroidee: anche una tiroide “normale” può andare incontro, “caricandola” eccessivamente di iodio, a fenomeni di flogosi cronica.

In sostanza una corretta alimentazione, integrata quando ce ne sia la necessità da una ragionata supplementazione e unita a un corretto programma di corsa, magari anche questo integrato da qualche seduta con i pesi in palestra, potranno aiutare le donne, in maniera ragionevole e soprattutto a basso costo, a prevenire e, nei primi stadi, anche a curare il più diffuso inestetismo che le colpisce.
(Ha collaborato il dottor Carmine Orlandi)

da http://www.runnersworld.it – settembre 2010
di FULVIO MARZATICO



Ottobre 5, 2009 RASSEGNA STAMPA

Con il termine “intolleranze alimentari” si intendono reazioni avverse determinate dalla ingestione di alcuni principi alimentari che provocano una serie di disturbi spesso subdoli e di difficile inquadramento.I quadri clinici riferibili ad intolleranza sono generalmente in aumento; tale fenomeno riveste poi particolare importanza nell’età pediatrica perché può avere importanti ripercussioni sull’accrescimento del bambino.

L’intolleranza al lattosio consiste in una completa o parziale riduzione della capacità di assorbimento del lattosio da parte dell’intestino tenue per carenza dell’enzima lattasi. La produzione di tale enzima varia a seconda dell’età: è massima nei primi 2-3 anni di vita per ridursi progressivamente nell’età adulta.

La riduzione dell’attività dell’enzima che digerisce il latte si riduce progressivamente durante lo sviluppo. In alcuni casi è completa già dai primi mesi di vita ed è determinata geneticamente.
Anche in caso di patologie gastrointestinali come coliti e gastriti si può riscontrare una sua diminuzione.

In genere anche in caso di carenza di lattasi piccole quantità di lattosio vengono ben tollerate con la dieta, ma al di sopra di una certa soglia (pochi grammi al giorno) possono comparire sintomi intestinali quali diarrea, dolori addominali, meteorismo oltre alla tendenza a ridurre il consumo di latte e derivati e quindi anche di calcio con tutte le possibili conseguenze.

Un’altra intolleranza frequente, chiamata celiachia (o morbo celiaco) è nei confronti del glutine; l’incidenza di questa condizione è stimata intorno a 1/150 persone. La patologia dipende da una intolleranza permanente alla gliadina, proteina contenuta nei cereali, su base genetica. L’introduzione del glutine determina gravi danni alla mucosa intestinale con sintomi determinati dal
malassorbimento: diarrea, dolori addominali, stanchezza e, nei bambini, arresto della crescita. Non esiste una cura specifica se non una dieta rigorosamente priva di glutine. Nell’età pediatrica la più frequente è la forma classica che insorge durante lo svezzamento, tuttavia ci sono numerose forme potenziali o silenti determinate da un corredo genetico che predispone alla intolleranza al glutine che possono manifestarsi in qualunque periodo dell’accrescimento o nell’età adulta.

Le due forme di intolleranza al lattosio e al glutine possono anche coesistere originando quadri clinici complessi che, seppure così comuni, spesso non vengono prese in considerazione nell’iter diagnostico. Inoltre esistono anche alcuni esami specifici che possono dare risultati non univoci o addirittura contraddittori, per cui il paziente presenta disturbi insistenti senza una diagnosi certa.

Presso l’Istituto di Medicina Biologica abbiamo approntato l’utilizzo di test genetici che possono dare risposte significative in molte situazioni. In particolare, sono in grado di definire la presenza o una predisposizione alle intolleranze al lattosio e glutine studiando la composizione genetica. Ciò permette di definire un comportamento alimentare e uno stile di vita adeguato e personalizzato nell’ottica di una medicina curativa ed anche preventiva.
Il test è di facile esecuzione e non invasivo: con un apposito spazzolino, si preleva dalla mucosa del cavo orale il materiale necessario all’indagine genetica; può essere eseguito in prima istanza o, meglio, rappresentare un approfondimento diagnostico nell’ambito delle intolleranze alimentari, soprattutto nei casi contrassegnati da sintomatologia persistente con quadro diagnostico non chiaro.

 

del dr. Marco Mancuso



Ottobre 5, 2009 RASSEGNA STAMPA

Nel 1999 il Ministero della Sanità ha emanato specifiche linee guida per disciplinare l’uso degli integratori alimentari, definiti “alimenti adattati a un intenso sforzo muscolare soprattutto per gli sportivi“, nel tentativo di proteggere il consumatore rispetto alle spinte

promozionali di questi prodotti che, non essendo farmaci, non necessitano di prescrizione medica e sono spesso assunti senza un controllo adeguato. Mentre gli integratori energetici (a base di carboidrati, con l’aggiunta di qualche vitamina e a volte antiossidanti) e gli integratori idro-salinici (contenenti elettroliti eventualmente associati a zuccheri e vitamine) hanno un razionale d’uso, ovvero il loro utilizzo può essere giustificato in alcune situazioni, per le altre categorie di prodotti, salvo rare eccezioni, non è ancora stata scientificamente dimostrata una reale efficacia. Integratori che contengono proteine, aminoacidi, creatina e combinazioni variabili, sono acquistati da alte percentuali di sportivi, a tutti i livelli, non per sopperire a una mancanza nutrizionale, quanto piuttosto perché è diffusa l’opinione che questi integratori, assunti in dosi elevate, possano portare dei miglioramenti alle loro prestazioni.

Si definiscono “ergogeni” e, in base ai poteri loro attribuiti dalla pubblicità sono:

  • anabolizzanti, che hanno un effetto diretto sul metabolismo proteico e favoriscono il rilascio dell’ormone della crescita e/o del testosterone endogeno;
  • aerobici, per aumentare la prestazione aerobica, intervengono sui meccanismi di utilizzo dei substrati energetici e sullo smaltimento dell’acido lattico;
  • antiossidanti, con azione protettiva rispetto ai radicali liberi;
  • anoresizzanti e stimolanti, che agiscono sul sistema nervoso;
  • ricostituenti, con azione generalizzata sull’organismo. Il fatto che spesso gli ingredienti siano prodotti naturali (guaranà, ginseng, caffeina ecc.) non ne esclude la tossicità, soprattutto in merito ai dosaggi utilizzati. Per esempio, la dose di creatina normalmente assunta dai body builders e da molti di coloro che vogliono “metter su massa”, è di 20-25 grammi al giorno, corrispondente a oltre 12 Kg di carne, per lunghi periodi di tempo.

Non esiste alcun tipo di certezza riguardo l’innocuità di questo comportamento, soprattutto a lungo termine. Eppure, l’assunzione di prodotti non vietati per doping (farmaci, vitamine, integratori alimentari) è una prassi ormai generalizzata, sia nell’amatore che nel professionista. In realtà, già nella definizione attribuita dal Ministero della Sanità sorge il primo dubbio: come quantificare un “intenso sforzo muscolare” che giustifichi l’assunzione di supplementi?

È possibile che un corretto piano nutrizionale e una coerente pianificazione degli allenamenti e degli impegni sportivi soddisfino totalmente le esigenze di chi fa sport, anche ad alto livello?

Il professor Fabrizio Angelini, medico endocrinologo, consulente nutrizionista della Juventus e consigliere nazionale SIAS (Società Italiana di Alimentazione e Sport), ci è venuto in soccorso e ha messo a disposizione tutta la sua esperienza e la sua competenza per rispondere a queste e altre domande.

Tendenzialmente, un programma alimentare studiato sull’atleta riesce a garantire il completo soddisfacimento dei suoi bisogni?

Innanzitutto, un piano nutrizionale deve essere frutto di un’accurata fase diagnostica, volta a investigare diversi fattori. A livello ematochimico generale, per verificare che non ci siano carenze (anemia), che l’apparato metabolico funzioni bene (funzionalità epatica e renale), che non siano presenti marker di infiammazione (es. proteina C-reattiva). Sono poi da valutare eventuali intolleranze alimentari, sebbene ancora non esistano metodiche certe per identificarle, ma alcuni test (es. il Test Alcat) se eseguiti dopo un’accurata anamnesi possono dare indicazioni interessanti. Poi, ancora, i parametri ormonali, soprattutto per quel che riguarda la funzione tiroidea, gonadica e surrenalica. Non trascurerei soprattutto negli atleti di endurance o top level la valutazione dello Stress Ossidativo, che può essere eseguita sia sul plasma (d-roms test e BAP) che sulle urine (dosaggio della malaldeide urinaria). Per quanto riguarda la composizione corporea, ritengo importante sottolineare un corretto utilizzo dell’impedenziometria, che non dà informazioni sulle masse, bensì sui liquidi corporei. Massa magra e massa grassa sono misure che si ricavano tramite equazioni indirette, che non sono così precise. L’impedenziometria, invece, fornice informazioni importanti sullo stato di idratazione e sulla quantità di cellule metabolicamente attive. La metodica standard per la valutazione delle masse corporee è la Dexa, che consente di avere anche informazioni segmentarie, per la valutazione della distribuzione del grasso corporeo o eventuali sviluppi asimmetrici della muscolatura. Va inoltre eseguita la valutazione del dispendio energetico, tramite calorimetria indiretta o holter metabolico o l’associazione dei due. Importante è, infine, l’anamnesi nutrizionale: come il soggetto mangia, orari di pasti e allenamenti, orari di sonno e veglia.
La valutazione della sfera personale è tanto più importante nell’atleta amatoriale, la cui vita sportiva non è così rigorosa e deve essere fatta conciliare con la giornata lavorativa. Secondo gli ultimi dati della letteratura, un soggetto che svolge attività fisica due volte la settimana è considerato un sedentario. Quindi, già chi sostiene 4-5 allenamenti settimanali di buona intensità è da considerarsi un atleta con delle necessità che vanno oltre il maggiore fabbisogno calorico: il piano nutrizionale deve considerare la regolazione dei macro nutrienti, degli orari di assunzione, valutare la necessità di eventuali supplementi e considerare infine il valore antinfiammatorio, per evitare che l’atleta si infortuni troppo spesso o che recuperi bene quando gli impegni sono ravvicinati.

A suo parere è ragionevole che un atleta amatoriale, così come un frequentatore di centri fitness, assuma integratori alimentari? Come gestire in assenza di uno specialista posologie, scelte, dosaggi?

Intendiamoci sul concetto di integrazione alimentare. Se una persona svolge attività fisica con intensità media e si alimenta in maniera adeguata con un piano nutrizionale stabilito da un nutrizionista, il più delle volte non necessita di una supplementazione per l’attività sportiva magari daremo delle indicazioni sul timing di assunzione dei nutrienti. Ma se il riferimento è il livello standard di alimentazione, quindi non calibrata nella quantità e nella qualità, allora la risposta è molto probabilmente affermativa, soprattutto per il discorso legato all’infiammazione. Quello che assolutamente non deve essere praticato è il faidate: creatina, aminoacidi ramificati, proteine, omega 3 tutte le integrazioni devono essere valutate all’interno di un piano nutrizionale gestito da un professionista, perché la loro assunzione sia giustificata da un razionale. Eppure il faidate è molto diffuso…

Prendiamo ad esempio la creatina, assunta, secondo gli studi effettuati dall’Istituto Superiore di Sanità, dal 50% degli atleti, e molto diffusa anche fra gli amatori: non esiste dimostrazione scientifica di un suo possibile effetto anabolizzante, e rispetto all’effetto energetico come riserva fisiologica per la contrazione per l’ATP, dura solo pochi secondi, quindi può essere utile solo negli sport che durano pochi minuti e che necessitano di uno sforzo immediato. Perché, a suo parere, questo prodotto è così utilizzato?

La creatina è un integratore ottimo, ma deve avere un razionale: non tutti i tipi di sport ne giustificano l’assunzione, ma ci deve essere una prescrizione, non farmacologia, ma di integrazione. Altrimenti, parliamoci chiaro, è alterare la prestazione. Non si sa se la creatina assunta oltre una certa grammatura possa fare male, ma sicuramente non produce effetti positivi sulla performance. Non esistono dati in letteratura e questo vale per moltissime sostanze. Una supplementazione può essere motivata solo da una carenza, o da un momentaneo stress dell’organismo, che si può verificare, per esempio, dalla perdita di massa magra, per cui utilizzerò sostanze pro-anaboliche o anti-cataboliche. Se, per esempio, l’atleta deve sostenere un impegno fisico importante protratto nel tempo posso utilizzare anche sostanze ergogeniche, Altrimenti, si va contro al primo principio della nutrizione dello sport che dice: preserviamo la salute dei nostri atleti.

Molti considerano l’assunzione di integratori alimentari come l’anticamera del doping: lei è d’accordo con questa opinione?

Quando qualsiasi prodotto viene utilizzato senza uno specifico razionale e a dosi elevate, si entra nel sottile confine fra integrazione, supplementazione e doping. Ma sia chiaro: se cerco un’iper-dose è perché voglio ottenere un ipereffetto. I nostri nonni non avevano bisogno di un nutrizionista dello sport, perché il rapporto con l’alimentazione era molto diverso: il cibo era l’energia immagazzinata necessaria per svolgere la propria giornata. Oggi l’attività fisica viene limitata a una parte della giornata, uno sforzo concentrato in un breve lasso di tempo rispetto al normale stat o di sedentarietà, e non è detto che questo produca effetti sempre positivi. L’amatore a volte è a rischio di salute più del professionista, perché non è seguito da nessuno. In questi atleti il ruolo del nutrizionista sarebbe fondamentale. Come Sias (Società Italiana di Alimentazione e Sport) stiamo strutturando un questionario anamnestico per svolgere un’indagine epidemiologica sulle abitudini alimentari dello sportivo, a partire da come si alimenta, si idrata, se usa integratori e chi glieli prescrive. Le faccio un altro esempio con delle sostanze che sono attualmente molto di moda: gli antiossidanti. Ebbene, lo stress ossidativo è molto difficile da individuare e riconoscere, è un processo fisiopatologico che conosciamo ancora poco, eppure sono ormai tantissimi sul mercato i prodotti venduti come in grado di combatterlo: che logica ha? Valutiamo lo stress ossidativo e poi interveniamo con un’antiossidazione mirata. Anche le vitamine… una dose da 500 mg di vitamina C ha sicuramente un’azione antiossidante , ma esistono delle modalità e delle necessità di assunzione.
Certo che se un atleta si alimenta in modo scorretto, considerando anche che il valore nutrizionale degli alimenti non è più quello di un tempo, ci può essere una carenza vitaminica: ma la carenza nutrizionale va comunque rilevata.

Sempre la stessa ricerca condotta dall’Istituto Superiore di Sanità ha inquadrato questo fenomeno di abuso di sostanze come “medicalizzazione dell’atleta”: infatti, oltre a integratori (assunti dal 70% degli sportivi) e vitamine soprattutto C e D (dal 100%), si è registrato un abuso di farmaci veri e propri (soprattutto FANS, antidolorifici con azione antinfiammatoria, fra i più utilizzati, anche alla ricerca di un’azione preventiva sul DOMS). Uno studio effettuato dalla Fifa su rapporti redatti dai medici delle squadre che hanno partecipato ai mondiali del 2002 e del 2006 riporta cifre elevatissime di consumo di integratori e farmaci, numeri che, nelle parole del responsabile del settore medico della FIFA Jiri Dvorak “sollevano interrogativi sul fatto che i medicinali siano presi solo per ragioni terapeutiche” facendo ipotizzare una eccessiva prescrizione di farmaci per uomini adulti sostanzialmente sani. Qual è la sua opinione in merito?

Io non sono un medico dello sport, ma come medico non sono assolutamente d’accordo. L’atleta è fondamentalmente una persona sana, anche se il professionismo porta spesso con sé dei problemi fisici importanti. Ma una macchina che si usura prima non giustifica, comunque, l’utilizzo indiscriminato di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) o di altri tipi di trattamento. Sicuramente la possibilità di pianificare preparazioni atletiche sempre più mirate e individualmente differenziate rappresenta una difficoltà negli sport di squadra, ma io credo che l’atteggiamento tendenzialmente prescrittivo sia, purtroppo, anche retaggio della nostra formazione medica italiana. Il farmaco deve essere somministrato in fase acuta, quando c’è dolore, o infiammazione, sicuramente solo in presenza di una diagnosi. Invece, pensi solo che il pacco gara dell’ultima Stramilano conteneva un libretto di consigli utili*, in cui si indicava espressamente di prendere un’aspirina (che è un FANS) subito dopo la gara… ma si rende conto? Un anticoagulante! Teniamo anche conto che l’aspirina, andando a inibire le prostaglandine, ha un effetto negativo sulla diuresi e sul ricambio idrico… Poi è chiaro che, davanti a un trama acuto o infiammazione acuta, il medico deve fare il medico, anche se ci sarebbero comunque molti approcci diversi. Credo che l’approccio multidisciplinare, che include anche visioni non esclusivamente “mediche” come la fitoterapia, l’omeopatia, l’osteopatia, sia importante anche per capire il motivo che causa gli eventi traumatici o infiammatori. Altrimenti, è come prendere un antinfiammatorio per il mal di testa senza indagare mai sulle origini del mal di testa. Poi gli atleti si rompono lo stesso, ma se tenuti sotto controllo si riducono le incidenze.

  • Da “10 consigli per la vostra prima maratona”, firmati da Linus. Con la collaborazione scientifica del Dottor Giuseppe Fischetto, specialista in Medicina dello Sport e Medicina Interna, responsabile Settore Sanitario Nazionale della Fidal, membro della Commissione Medica e antidoping della Federazione Internazionale atletica leggera. “tornano buoni due o tre consigli, questi sì uguali per tutti, dilettanti e professionisti. Subito dopo il traguardo un bicchiere di Coca Cola ha il potere di “ri-av-viare” il vostro stomaco come fate col vostro computer, qualcuno addirittura riesce a scolarsi una meravigliosa birra gelata. Poi un’aspirina per aiutare l’organismo a smaltire tutti i piccoli processi infiammatori, se non qualcosa di più potente con la supervisione di un medico sportivo”.

Fonte: Professione Fitness – Gennaio 2010

PROF. FABRIZIO ANGELINI Medico Chirurgo Specialista in Endocrinologia – Docente di Psiconeuroendocrinologia Università di Parma – Medico Nutrizionista Juventus Fc Torino – Responsabile Sezione Nutrizione e Sport SIAS.


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