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Luglio 30, 2008 Newsletter

Si chiamano composti volatili organici (VOC), sono invisibili e insospettabili, ma possono essere pericolosi e dannosi per la salute.

La qualità dell’aria tra le mura domestiche è spesso peggiore di quella esterna. La colpa è degli “inquinanti domestici” insospettabili, come vaporizzatori, bastoncini d’incenso, candele profumate, diffusori elettrici di aromi, mobili nuovi o riverniciati, pavimenti in legno industriale, formica, etc.

Sono spesso responsabili di emettere composti volatili organici alcuni dei quali sono davvero pericolosi per la salute e a volte anche cancerogeni. Lo conferma il Cnr (consiglio nazionale delle ricerche) in una speciale pubblicazione, per quanto riguarda i fattori di inquinamento ambientale. Ci pare importante richiamare l’attenzione sul fatto che la pericolosità di questi composti, non immediatamente percepibili e contenuti in prodotti di largo utilizzo, è troppo spesso sottovalutata. La maggior parte delle persone passa il proprio tempo dentro ambienti chiusi, dove la qualità dell’aria lascia spesso a desiderare. La colpa ricade anche tra i “veleni” di casa, responsabili del cosiddetto “inquinamento indoor”. La formaldeide, un gas dall’odore pungente e incolore, è uno dei più insidiosi e diffusi. È presente in colle, adesivi, truciolato e compensato, detergenti e disinfettanti, prodotti per la pulizia della casa, deodoranti, etc.

Negli aromi possono nascondersi sostanze nocive e pericolose. Quindi bisogna prestare attenzione nell’acquisto di prodotti che rilasciano aromi profumati per ambienti.

Alcuni esempi di composti contenenti VOC:

vernici da parete: contengono il toluene, un solvente usato per miscelare leganti, additivi delle vernici. L’inalazione può causare tosse, asma, faringite, e gravi effetti sul sistema nervoso centrale.

Deodoranti per la casa: contengono il limonane, una sostanza usata in questi prodotti. Emana un aroma di limone, a lungo andare è irritante per gli occhi e può creare arrossamento della cute, allergie e peggiorare eventuali sintomi di altri composti domestici nocivi.

Mobili in truciolato e compensato: contengono la formaldeide, riconosciuta come cancerogena, usata nella produzione di resine, colle, solventi. Il suo rilascio è elevato quando i prodotti sono nuovi e diminuisce on il tempo. Può causare irritazioni agli occhi, eruzioni cutanee, tosse.

Pennelli indelebili: contengono acetati, solventi irritanti per gli occhi e vie respiratorie. Possono dare tosse, congiuntivite, mal di testa, vertigini.

Anti-tarme: contengono il paradiclorobenzene e pare che questa sostanza sia cancerogena. Può causare dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, convulsioni. Un’alternativa è la canfora, che risulta essere meno dannosa.

Moquette: una sostanza usata per l’installazione è il dicloreoetano, che assorbe e poi rilascia altri inquinanti per l’ambiente, come la formaldeide. Può creare tosse, asma, congiuntivite, rinite.

Cera per pavimenti: contiene la trementina e l’inalazione di questa sostanza può creare irritazione agli occhi, tosse, mal di gola, mal di testa, asma, dermatite.

Insetticida spray: contiene permetrina, sostanza appartenente alla famiglia dei piretroidi. La sua inalazione può causare tosse, asma, sensazione di bruciore in gola, lacrimazione.

Alcune precauzioni per la prevenzione associata all’esposizione degli inquinanti chimici domestici:

  • cambiare spesso l’aria di casa. Alla mattina e alla sera, per almeno 15 minuti, spalancando le finestre di casa.

  • non fumare in casa.

  • limitare l’uso di insetticidi e deodoranti, per ambienti, e dopo l’uso, areare bene i locali.

  • leggere le etichette, quando comperate i prodotti per la casa, detersivi, colle, prestando attenzione a simboli che richiamano la possibilità nociva dl prodotto.

  • usate protezioni come mascherine, occhiali, guanti, se usate sostanze pericolose. È bene lavare i vstiti dopo l’uso di sostanze volatili in ambito domestico.

  • vernici ad acqua, così come le colle, sono da preferire, specie se ad usarle sono i bambini.

  • usando prodotti con VOC, è bene non mangiare, fumare, non bere.

  • se avete mobili in truciolato o compensato, cambiate spesso l’aria all’ambiente, in modo da favorire la dispersione dei VOC fuori dalla mura domestiche.

  • alcune piante, come il ficus, edera, possono aiutare a purificare l’aria.

  • dopo il lavaggi a secco della tintoria, ( percloroetilene), prima di riporre nell’armadio gli abiti, fate in modo di esporli all’aria anche per alcuni giorni se necessario, per ridurre l’inquinamento in casa.

Inoltre è possibile che alcune sostanze VOC, possano essere presenti in alcuni alimenti.

In aiuto c’è ALCAT

Il test ALCAT, è in grado rilevare attraverso prelievo venoso la presenza e il grado di esposizione di alcune sostanze chimiche compresi additivi, coloranti, conservanti, sostanze nocive per la salute. Testando 30 sostanze chimiche, abbiamo la possibilità di conoscere il tipo chimico che può essere la causa di una tosse insistente, un’asma severa, senza cause puramente allergiche, una dermatite, congiuntivite, rinite e altro ancora, fornendo un aiuto oggettivo al clinico nella ricerca di una soluzione adeguata e personalizzata del disturbo.



Aprile 30, 2008 Newsletter

Difendersi dai pericoli dell’inquinamento, piccoli consigli molto utili per la tutela della salute di grandi e piccini.

Negli ultimi anni si è visto un incremento dei livelli di inquinanti atmosferici ed in particolar modo al PM10 e i sotto tipi generati dalle emissioni delle automobili: le cosiddette polveri sottili, particolarmente nocive per la salute dell’uomo.

I danni rilevati sulla salute sono notevoli e di diverso impatto sociale. Ricercatori dell’Università Statale di Milano hanno studiato i meccanismi e gli effetti nocivi del PM10 su bambini e anziani.
Tale studio e stato realizzato con la collaborazione dell’Università di Harvard School of Public Health. I dati emersi da tale studio sono a dir poco scioccanti e ci devono spingere a riflettere seriamente sul futuro nostro e dei nostri figli.

Il continuo superamento dei valori soglia rilevati dalle centraline di controllo situate in punti nevralgici della città certamente non è un segnale positivo per la tutela della salute pubblica. Infatti sono aumentati i ricoveri presso le strutture ospedaliere Milanesi per attacchi improvvisi di crisi respiratorie e, oltre ai problemi respiratori, sono aumentati i ricoveri e le richieste di aiuto per crisi cardiache. In buona sostanza, le polveri sottili aumentano le patologie cardiache e respiratorie, togliendo anni di vita e con una qualità non ottimale. Anche la coagulazione del sangue cambia, si modifica in senso negativo. Il sangue diventa più viscoso in presenza di inquinanti e le pareti di vasi sanguigni, arterie e vene e non ultimo il cuore vengono danneggiati.

Gli indicatori di tali eventi sono i parametri della coagulazione che si alterano, con il tempo di protrombina che aumenta dal 5 all’8% e l’aumento del tasso di omocisteina, un aminoacido collegato con le infiammazioni e rischio cardio-vascolare dell’organismo. Con un aumento del PM10, l’omocisteina aumenta anche del 7%, incrementando i problemi cardiaci. Ma non solo i rischi cardiaci aumentano con l’inquinamento.

Le patologie legate all’apparato respiratorio sono anch’esse in rapida ascesa. Per esempio nei bambini si presenta una bronchite spastica, di tipo reattivo, con tosse secca, senza una causa apparente, in assenza di allergie respiratorie o infezioni virali.

Una delle cause di infiammazioni e irritazioni delle arterie e delle mucose respiratorie è dato dall’aumento dei radicali liberi, specie reattive dell’ossigeno, normalmente prodotte dal metabolismo del nostro corpo. Questi sono i sintomi di un malessere ambientale che come tali dobbiamo cercare di interpretare e curare. Meglio ancora prevenirli.

La difesa e la prevenzione dei fenomeni legati all’inquinamento inizia con la determinazione dello stress ossidativo. Tramite una goccia di sangue capillare prelevata dal polpastrello è possibile determinare la quantità di radicali liberi nocivi in eccesso presenti liberamente nelle nostre vene. I danni da un eccesso di radicali liberi d-ROMs si osservano nel tempo con il continuo superamento dei valori normalmente tollerati. Oggi è possibile sapere sia la concentrazione dei d-ROMs che la capacità di difendersi da tali agenti.

La determinazione della Barriera Antiossidante di Protezione, BAP test, quantifica la capacità da parte dell’organismo di difendersi dai danni generati dai radicali liberi. Grazie a questi sistemi diagnostici moderni il clinico medico è indirizzato ad una terapia che permette di abbattere i radicali liberi in eccesso, fonte di invecchiamento precoce e di patologie croniche e degenerative, e se necessario aumentare le difese di protezione consigliando antiossidanti specifici di barriere neutralizzanti nei confronti dei d-ROMs.

E’ chiaro che il problema non riguarda solo il PM10, ma tutta una serie di misure preventive a 360 gradi, atte a ridurre tutte le fonti di inquinamento dannose per la salute di tutti noi. Un’alimentazione ricca in frutta e verdura fresca è indispensabile per alzare i livelli di antiossidanti capaci di eliminare l’eccesso di tossine nocive. Un prodotto efficace per abbassare i livelli di radicali liberi e alzare le difese cellulari è l’Antiox1, in flaconcini bevibili, al mattino e per venti giorni al mese. Un’attività fisica adeguata è importante per permettere di mantenere un livello immunitario efficiente e attivo contro virus, batteri e tossine esterne.

E’ possibile effettuare la determinazione dello stress ossidativo e della capacità antiossidante presso l’Istituto di Medicina Biologica e il risultato dell’analisi è disponibile in 10 minuti, dando subito le indicazioni sui possibili interventi terapeutici.

 



Febbraio 1, 2008 Newsletter

Le infezioni delle vie seminali maschili (prossimali. orchiepididimiti e distali: prostatovescicoliti e uretriti) sono universalmente considerate una frequente causa d’infertilità (Weidner et al., 1999, WHO, 2000).

Sintomatologia. Diagnosi
Il riscontro di infezioni acute è rarissimo nella popolazione maschile che si rivolge a un medico per l’infertilità. La maggior parte sono soggetti asintomatici, paucisintomatici o addiritura con sintomatologia fuorviante di tipo gastro-intestinale (coliti, stitichezza, flatulenza, intolleranze alimentari ecc.).
L’esame obiettivo offre, a volte, poche informazioni: una leggera sensibilità epididimaria, testicoli con consistenza diminuita, epididimi con noduli fibrotici, minima secrezione uretrale, l’esplorazione rettale di solito negativa.
Essenziale per la diagnosi si è dimostrato l’esame ecografico (US) associato al colordoppler che mette in evidenza immagini caratteristiche sia per le infezioni acute che per quelle croniche a livello epididimo-testicolare e prostato-vescicolare.
Le indagini microbilogiche (Test di Stamey, EPS, TU con varie ricerche, spermiocoltura con Mycoplasmi e Chlamydie, urinocoltura, ecc) sono assoluttamente necessarie in quanto completano il quadro diagnostico e permettono la terapia mirata.

Fisiopatologia
Le infezioni agiscono sulla qualità spermatica a vari livelli:

  • distruzione degli spermatozoi da parte delle tossine prodotte da vari germi

  • modificazione del pH dei tubuli seminiferi con danno spermatogenetico

  • distruzione degli spermatozoi da parte dei leucociti (fagocitosi)

  • l’influenza delle varie citochine coinvolte nella flogosi sulla capacitazione spermatozoaria

  • lo STRESS OSSIDATIVO:
    . i radicali liberi dell’ossigeno (ROS) liberati dai leucociti determinano la perossidazione dei lipidi della membrana spermatozoaria con modificazioni della fluidità di membrana e effetti negativi sugli interscambi intra/extracellulari, ridotta motilità e alterata morfologia
    . gli stessi ROS possono danneggiare il DNA dello spermatozoo con conseguente danno
    genetico (mutazioni e anomalie cromosomiche)
    . i ROS possono modificare l’acrosoma spermatozoario con conseguente
    reazione acrosomiale alterata e quindi ridotta capacità fecondante

  • le fibrocalcificazioni postflogistiche possono determinare ostruzioni o subostruzioni delle vie seminali (prossimali o distali) con azoospermie secodarie

Uno squilibrio del rapporto ROS/TAC (incrementata produzione di ROS, o scarsa presenza di fattori TAC) è in grado di danneggiare lo spermatozoo.
La TAC rappresenta la capacità antiossidante globale dovuta ai fattori scanvenger es: acido ascorbico, glutatione perossidasi, policosanoli, selenio, ecc)

Eziologia
Dall’analisi dei dati si è evidenziata una chiara prevalenza di microorganismi Gram-positivi quali responsabili delle infezioni genitourinarie, con massima frequenza per gli Enterococchi. Tra i germi Gram-negativi l’Escherichia coli si presenta con una percentuale superiore al 10%. Apparte E.coli le infezioni da Gram negativi possono essere sostenute anche da altre Enterobacteriaceae come come Enterobacter, Proteus, Morganella.
I Gram-negativi, in particolare E.Coli determinano di solito le prostatiti acute, mentre gli agenti etiologici delle forme asintomatiche o paucisintomatiche sono gli Enterococchi, i Micoplasmi (Ureaplasma Urealyticum e Mycoplasma hominis) e Chlamydia Trachomatis
Sia gli Enterococchi che le Enterobacteriacae ( v.Escherichia coli, Proteus, ecc) sono germi di origine intestinale (enteron = intestino) che possono arrivare dall’ampolla rettale situata posteriormente alla prostata in stretto rapporto anatomico per osmosi, via linfatica e, a volte, anche attraverso il circolo sanguigno, in seguito di episodi batteriemici.
Anteriormente si trova la vescica urinaria che molto spesso può essere sede di varie infezioni.
Apparte le classiche vie ascendenti e discendenti di contaggio delle vie uroseminali dobbiamo prendere in considerazione quindi anche le infezioni di origine intestinale e vescicale.

Di fronte a ogni prostato-vescicolite il clinico deve escludere una patologia intestinale infiammatoria e viceversa, visto che le infezioni croniche sono di solito silenti, ogni paziente con problemi intestinali va indagato sul versante urogenitale!
A volte, trattare la colite può risolvere una prostatite non responsiva a vari cicli di antibioticoterapia.

Al contrario di quanto si pensa, sono i pazienti giovanni la fascia più a rischio per vari motivi:
sono sessulmente molto più attivi e quindi soggetti anche a infezioni con trasmissione sessuale,
hanno uno stile di vita meno equilibrato e devono preservare ancora la loro fertilità in previsione di una futura paternità.

Terapia
Alla terapia antibiotica, antiossidante e probiotica si devono aggiungere una dieta rigorosa e tutte le terapie finalizzate a un funzionamento intestinale ottimale.

“In considerazione dei benefici dimostrati sulla funzione riproduttiva, la terapia antiossidante deve occupare un ruolo primario nelle strategie di trattamento della infertilità maschile” Tarin JJ, Human Reproduction, 1998

Autore:
dott.sa Cornelia Sparios
Medico Chirurgo Andrologo



Gennaio 30, 2008 Newsletter

Il problema emorroidario è oggi in Italia una delle patologie benigne più frequenti e condiziona fortemente la qualità di vita delle persone che ne soffrono. Per dare una dimensione del problema basti pensare che si stimano essere affetti da malattia emorroidaria circa tre persone su cinque.

080129_aIl nostro centro si occupa da anni di problemi proctologici in modo particolare dei problemi legati alla sindrome emorroidaria. Negli ultimi cinque anni abbiamo, grazie al lavoro svolto, ottenuto il riconoscimento dalla Società Italiana di Coloproctologia.
L’approccio a queste patologie è spesso influenzato dai pregiudizi radicati nella popolazione adulta che nella stragrande maggioranza continua a considerarle estremamente invalidanti e dolorose secondo vecchi retaggi.
Le possibilità terapeutiche sono cambiate radicalmente negli ultimi dieci anni da quando un italiano di nome Antonio Longo ha inventato una nuova tecnica che prevede l’utilizzo di una suturatrice meccanica da lui stesso brevettata.
L’intervento ha così preso il nome di Mucoprolassectomia sec Longo ed è stato subito accettato a livello internazionale da tutta la comunità scientifica, a tal punto che oggi viene eseguito in tutto il mondo come prima scelta terapeutica.

Le emorroidi sono delle strutture anatomiche situate nel canale anale. Le emorroidi svolgono la funzione di completare la continenza di liquidi e gas.
La malattia delle emorroidi è provocata da uno scivolamento verso il basso di una parte del rivestimento del canale anale (prolasso mucoso): la mucosa rettale scivola verso il basso, 080129_bspingendo verso l’esterno le emorroidi.
Questa condizione crea una serie di sintomi inizialmente poco fastidiosi quali per esempio il senso di peso, il prurito perianale e saltuari sanguinamenti post-evacuativi sino ad una vera e propria sindrome emorroidaria avanzata che risulta estremamente invalidante.
I sintomi caratteristici di questo stadio avanzato sono frequenti e importanti emorragie, episodi di tromboflebite particolarmente dolorosi e prolassi mucosi non più riducibili spontaneamente.

080129_cIl trattamento chirurgico, laddove lo specialista ponga la giusta indicazione, risulta risolutivo. La tecnica di Longo in particolare si è dimostrata efficace e sicura. Questa viene effettuata attraverso l’uso di un apposito strumento, una suturatrice circolare (stapler)
che asporta il prolasso e, contemporaneamente, la mucosa viene ricongiunta con microclips al titanio.
La grande innovazione è stata rendere questo intervento meno doloroso e di conseguenza con una degenza ridotta ed un più rapido recupero postoperatorio.

In conclusione possiamo dire che i vantaggi di tale tecnica chirurgica, poco invasiva sono rappresentati da:
• miglioramento significativo dei sintomi pre-operatori
• ripristino anatomico e funzionale del canale anale, con miglioramento dei sintomi
• riduzione della degenza ospedaliera e rapido ritorno del paziente alla normale attività;
• consumo ridotto di analgesici nel post-operatorio;
• in fase post-operatoria, si riscontrano scarsi sanguinamento e prurito.

Normalmente, l’intervento viene eseguito in Day Surgery con tutti i tipi di anestesia, dalla spinale alla generale. I pazienti alla dimissione non necessitano di medicazioni e possono riprendere le loro normali attività nell’arco di 4-5 giorni.

Autore:
dott. Carlo Maria Zampori
Specialista in Chirurgia dell’Apparato Digerente ed Endoscopia Digestiva,
Specialista in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso,Angiologia



Dicembre 1, 2007 Newsletter

Il coenzima Q10 è una sostanza scoperta alla fine degli anni cinquanta ma poco conosciuta.Esso è diffuso in natura ed in particolare in alcuni alimenti quali il grano, la soia, la frutta secca e la verdura; inoltre il nostro organismo è in grado di sintetizzarlo autonomamente.

La sua funzione è quella di agire contro i radicali liberi e di incrementare la capacità del sistema immunitario. Inoltre ha una azione importante nella regolazione del metabolismo dei grassi ed è un fattore fondamentale nella produzione di energia da parte delle cellule.

Ci sono condizioni in cui per minore produzione (malattie croniche – invecchiamento) o aumentato fabbisogno (attività atletica) la quantità disponibile di Coenzima Q10 è ridotta per cui un reintegro di tale sostanza è particolarmente utile ed indicato.
Il supplemento di Coenzima Q10 si può ottenere con capsule o compresse oppure per via iniettiva.

In particolare presso l’Istituto di Medicina Biologica si può trovare in esclusiva una preparazione in fialoidi contenenti coenzima Q10 in associazione a vitamine e minerali. Tale composto è il risultato dello studio delle proprietà dei vari componenti: ANTIOX1 flaconi bevibili, uno al giorno per 20 giorni al mese.

Sfruttando al massimo il meccanismo d’azione dei singoli principi e la loro sinergia è stato ottenuto un farmaco ad elevate capacità antiossidanti ideale anche per trattamenti prolungati in considerazione della non tossicità e del rapporto qualità costo.
Per una corretta impostazione vengono eseguiti preliminarmente degli esami mirati a valutare il grado di stress ossidativo e la capacità antiossidante: in base a tali parametri si prescrive la posologia più consona alla situazione.

Da circa due anni viene utilizzato regolarmente presso il nostro Centro con risultati apprezzabili nelle patologie degenerative croniche. Tuttavia, dato il suo meccanismo di azione, è un utilissimo presidio per contrastare gli effetti dell’invecchiamento. Molti studi dimostrano infatti che con il passare degli anni la quantità di coenzima Q10 disponibile tende a ridursi.

I recenti studi usciti su riviste mediche internazionali che ribadiscono l’utilità del coenzima Q10 sono una conferma della validità del nostro prodotto.



Gennaio 1, 2007 Newsletter

060820sapere
Venerdì 26 gennaio 2007 Unione CTSP – Corso Venezia 49, Milano ore 14.30 – 18.30 

“Soluzioni naturali per le ossa e le articolazioni”
Convegno a partecipazione gratuita – prenotazione obbligatoria

– Il calore delle articolazioni

Giuseppe Di Fede
Professore in medicina, Biotecnologie, Immunoterapia e Ipertermia oncologica presso l’Università di Milano. Opera in campo immunologico e allergologico.

Vittorio Ghezzi
Medico chirurgo, ipertermista in campo oncologico e ortopedico.

– Mangia che ti passa
I cibi giusti per ridurre i dolori e fermare l’osteoporosi

Attilio Speciani
Medico specialista in allergologia e immunologia clinica.
Agopuntore. Membro del Comitato Tecnico Scientifico di Medicina
Complementare della Lombardia.

– Un “balzo” in avanti con integratori d’avanguardia

Silvia Vitturi
Farmacista, dottoressa in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche.

– Il movimento e l’equilibrio della forma umana
Una sfida alla visione meccanicista

Sergio Maria Francardo
Medico antroposofp, membro del Comitato Tecnico Scientifico di
Medicina Complementare della regione Lombardia.
Docente di Fisiologia e Antropologia medica

– L’uomo, la nutrizione e la salute

Antonio Remonato
Osteopata, terapista della riabilitazione, naturopata, posturologo.


PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI:

Tel 02 66114397 fax 02 64749456
info@saporedelsapere.it

Con il patrocinio di

070122sapere



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Si chiama Trimprob ed è una specie di “Metal detector”, inventato da un fisico italiano per cogliere sul nascere le avvisaglie del male.La tecnica è ancora in sperimentazione ma senz’altro promettente.

Ho sentito dire che sarebbe disponibile un originale esame, semplice e rapido, non invasivo, raccomandato annualmente a tutti gli uomini con più di 50 anni di età, per prevenire il tumore alla prostata.
E’ vero, professore? Valeriano Gibelli, Milano

Sì, glielo posso confermare. Il sistema esiste da più di tre anni e per ora è ancora in fase sperimentale. Grazie ad una sonda elettromagnetica inventata nel 1992 dal fisico italiano Clarbruno Vedruccio, che allora conduceva ricerche sui sistemi anti-mina per la Marina Militare.

Questa sonda, un semplice bastoncino lungo una trentina di centimetri, emette onde elettromagnetiche a diverse frequenze e sfrutta i principi della propagazione dei segnali elettromagnetici in mezzi non omogenei, un po’ come un metal detector.
L’esame è davvero semplicissimo e rapido (dura appena 2-3 minuti): le onde elettromagnetiche, emesse dalla sonda, dopo aver colpito i tessuti biologici, tornano indietro e vengono raccolte da un ricevitore collegato ad un computer. Lo schermo del computer visualizza il comportamento delle onde ricevute. Se esse non variano in ampiezza significa che non esistono particolari alterazioni dei tessuti e che la prostata è sana. Se invece subiscono oscillazioni vuol dire che ci può essere qualche problema.
L’apparecchio in questione si chiama Trimprob, una sigla che riassume il lungo e descrittivo nome in inglese, cioè “Tissue Resonance InterferoMeter Probe”.
Un apparecchio così, spiegano i fisici, può essere l’equivalente del laser nel campo delle radio-onde e il suo nome è “maser”.
Il primo utilizzo, più di dodici anni fa, è stato appunto come rivelatore delle mine anti-uomo, disseminate e nascoste dove c’è qualche guerra a decine di milioni in molti paesi del mondo. una piaga che il chirurgo Gino Strada ha denunciato nel suo libro Pappagalli Verdi e che continua a mieter vittime soprattutto tra i bambini e i ragazzi.
Vedruccio, che è docente di Metodologia della Ricerca all’Università di Urbino, è arrivato alla sua scoperta in modo sperimentale, verificando che il segnale elettromagnetico emesso dalla sonda interagiva in maniera microscopica con i tessuti alterati. Con 16 mila nuovi casi all’anno di tumore della prostata, la tecnica potrebbe proporsi in futuro come uno strumento di seconda indagine nei casi con il PSA alterato nella popolazione maschile con più di 50 anni. Il test del PSA (sigla che sta per Antigene Specifico Prostatico), che, come molti sanno, si effettua con un semplice esame del sangue, rimane l’esame fondamentale per la prima diagnosi del tumore prostatico, seguito poi dall’esplorazione rettale e dall’ecografia.
Il Trimprob non elimina, quindi, gli altri esami diagnostici, ma ha il vantaggio di consentire l’individuazione delle situazioni in cui “qualcosa non va”.
Nel qual caso, si passerà agli altri esami diagnostici.
Per ora gli ospedali che dispongono di questa sonda, capace di “spiare” i tumori della prostata, non sono molti, ma la prestazione è coperta dal Servizio Sanitario Nazionale e il paziente paga solo il ticket.
Uno studio su oltre 2 mila casi, condotto dal dipartimento di Urologia, prima all’ospedale San Carlo, poi all’ospedale San Giuseppe di Milano, è stato pubblicato sulla rivista scientifica European Urology, e ha mostrato dati sicuramente incoraggianti che hanno attirato anche l’attenzione degli specialisti urologi americani.
Se il metodo venisse valutato da studi approfonditi potremo considerare un possibile allargamento della metodica ad altri tumori e anche a patologie non tumorali, come per esempio quelle infiammatorie.
Perché se il principio fisico scoperto da Vedruccio funziona sui tessuti della prostata, può rivelarsi valido anche su altri tessuti, e questa sonda a onde elettromagnetiche potrebbe diventare in un prossimo futuro un importante esame preliminare anche per altre forme tumorali, oppure essere estesa quale metodo d’indagine a patologie come le ulcere, le gastriti e le duodeniti.
E’ indubbio come nel campo dei tumori si riveli prezioso tutto ciò che può anticipare la diagnosi. Con questo preciso obiettivo, si stanno pertanto conducendo indagini anche sull’impiego della sonda nel rivelare i tumori al fegato, del polmone e della mammella.
Anche noi dell’Istituto Europeo di Oncologia ne stiamo saggiando le potenzialità sul fronte del tumore al seno.
In conclusione, io penso che quando si riuscirà a dimostrare la piena efficacia di questo dispositivo, il dato potrebbe segnare un altro passo avanti sulla strada della diagnostica non invasiva che sempre più si va affermando e con la quale la medicina gioca la carta importantissima d’avvicinare alla prevenzione il più ampio numero possibile di persone.
Il tumore della prostata, se individuato in fase precocissima, è perfettamente guaribile.
E tutto ciò che serve a scoprirlo lavora in favore della vita.

Da “La nostra Salute” di Umberto Veronesi
a cura di Edoardo Rosati su Oggi, Febbraio 2006.

 

 



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Abstract

Le Neoplasie Peritoneali si sviluppano frequentemente nella storia naturale di molti tumori rappresentando uno dei maggiori problemi di gestione oncologica. I rari tumori primitivi del peritoneo di cui i Mesoteliomi Peritoneali sono i più frequenti così come le Carcinosi Peritoneali sono spesso associati a gravi problemi clinici per il paziente. Considerati in passato delle condizioni terminali, le Neoplasie del Peritoneo sono state trattate nelle ultime due decadi quali malattie curabili. L’introduzione nella pratica clinica da parte di Sugarbaker della Citoriduzione Chirurgica/Peritonectomia nel trattamento delle neoplasie peritoneali e la diffusione della metodica nell’ambito della comunità scientifica ha drasticamente cambiato la storia naturale di tali patologie. Un’altra metodica che ha dimostrato un importante impatto nel controllo delle neoplasie peritoneali è la Chemio Ipertermia Intra Peritoneale. E’ certamente una delle aree di ricerca che in atto suscita particolare interesse nell’ambito della comunità scientifica sia per l’impatto sulla sopravvivenza che sulla qualità di vita dei pazienti trattati con un modesto costo in termini di morbilità e mortalità. L’obiettivo di questo lavoro è quello di illustrare il razionale, le tecniche ed i risultati dell’approccio multimodale alle Neoplasie Peritoneali mediante la Citoriduzione Chirurgica/Peritonectomia associata alla Chemio Ipertermia Intra Peritoneale.

Premessa
La Carcinosi Peritoneale (CP) è un evento prognosticamente sfavorevole che caratterizza in particolare l’evoluzione delle neoplasie degli organi a sede addomino-pelvica potendo in misura minore presentarsi quale stadio terminale di neoplasie extra-addominali ( 1,2 ,3 ). Il concetto che ad una diagnosi di CP si associ una prognosi severa per il paziente è ampiamente diffuso nell’ambito della comunità scientifica. L’indicazione stessa di un trattamento chirurgico di un tumore primitivo gastrointestinale è fortemente influenzata dalla presenza di CP. Ciò perché, per lungo tempo la CP è stata considerata una patologia non suscettibile di un trattamento curativo ed in particolare di un intervento chirurgico. Le motivazioni sono varie. Il peritoneo non è infatti considerato un organo, ma semplicemente un foglietto che riveste la cavità addominale e gli organi che vi sono alloggiati; eppure ha una struttura istologica, una vascolarizzazione, una disposizione e soprattutto una funzione. Parimenti al fegato ed al polmone, è soggetto a metastatizzazione da parte di molti tumori ed in particolare quelli originati dagli organi contenuti nella cavità addominale. Come qualunque altro organo inoltre, può essere sede di un tumore primitivo,anche se raro, definito Mesotelioma Peritoneale e di altri tumori più rari di origine non mesoteliale. La sua disposizione è complessa; i suoi 7.600 cm2 si distribuiscono infatti con una disposizione complessa tale da consentire rapporti con tutte le strutture che sono contenute o transitano nell’addome; tale disposizione tuttavia rende complessa anche la distribuzione di una neoplasia peritoneale, primitiva o secondaria, che andrà inevitabilmente a seguire l’anatomia del peritoneo. L’evoluzione delle tecniche chirurgiche e la disponibilità di presidi terapeutici innovativi in ambito chirurgico ed anestesiologico hanno consentito di applicare un trattamento chirurgico anche al peritoneo. La CP è stata ed in gran parte è tuttora trattata mediante Chemioterapia (CT) sistemica eventualmente associata ad interventi di debulking chirurgico con l’obiettivo di ridurre la massa e migliorare la sintomatologia.
Nel 2000, è stato pubblicato un articolato lavoro riguardante uno studio prospettico multicentrico sulla CP (EVOCAPE 1) (4) che ha coinvolto 9 centri universitari ed ospedalieri francesi, con un reclutamento nel ’95-’97. Lo studio ha arruolato 125 pazienti con CP da carcinoma gastrico, 118 da carcinoma del colon, 58 da carcinoma del pancreas variamente distribuiti per stadio (0= no macroscopica evidenza, I < 5mm localizzato, II < 5mm diffuso, III 5-20mm, IV > 20mm) e sottoposti ad interventi palliativi e/CT. La sopravvivenza mediana è stata fortemente influenzata dal tipo istologico del tumore primitivo essendo di 3.1, 5.2, 2.1 mesi rispettivamente per carcinoma dello stomaco, del colon e del pancreas. Se consideriamo il sottogruppo dei 118 pazienti con CP da carcinoma colorettale, il 60% della casistica presentava noduli di diametro <2cm; tuttavia quando trattati senza intento curativo hanno evidenziato una sopravvivenza limitata. Queste considerazioni note da tempo e confermate in questo recente lavoro, hanno indotto molti ricercatori a sviluppare studi mediante l’utilizzo di metodiche innovative per il trattamento della CP. Un trattamento che ha sicuramente contribuito al miglioramento della sopravvivenza dei pazienti affetti da CP consiste nella strategia terapeutica locoregionale.
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Principi della metodologia
Approccio locoregionale delle malattie neoplastiche del peritoneo
L’approccio innovativo mediante la combinazione tra la chirurgia citoriduttiva (CCR) e la chemioipertermia intraperitoneale (CIIP), trova il suo razionale nella caratteristica storia naturale della CP. Nel carcinoma ovarico ed in una elevata percentuale di carcinoma del colon, la malattia rimane confinata all’addome per gran parte della sua storia naturale, conferendone una caratteristica evoluzione loco-regionale. Questa è la caratteristica biologica che ha consentito l’opportunità di un approccio selettivo, quale il trattamento chemioterapico intraperitoneale. L’elevata concentrazione di farmaco ottenibile mediante un trattamento locoregionale, consente infatti di superare la resistenza intrinseca od acquisita nei confronti del farmaco e simultaneamente ridurre gli effetti collaterali sistemici.

Il razionale della CIIP
Il concetto fondamentale di un trattamento intraperitoneale è rappresentato dalla tendenza di alcuni farmaci a concentrarsi a livello del peritoneo attraversandolo solo gradualmente. Tale probabilità dipende da molteplici fattori, tra cui la supposta presenza di una barriera Plasmatico-Peritoneale. Tale ipotesi è basata su diversi studi che confermano l’esistenza di un gradiente plasmatico-peritoneale. La barriera è rappresentata dal tessuto sottomesoteliale e dalla membrana basale dei capillari, che limitano il riassorbimento di farmaci idrofili o ad elevato peso molecolare come la mitomicina C, il cisplatino e la doxorubicina. È stato dimostrato che il cisplatino ha una maggiore capacità di penetrazione nel tessuto tumorale quando somministrato in condizioni ipertermiche. Inoltre, a 40-42 C le cellule neoplastiche diventano più chemiosensibili per l’aumentata concentrazione intracellulare dei farmaci, la maggiore attivazione, specialmente per gli agenti alchilanti,la diminuita capacità di riparo dei danni al DNA. Questi eventi sono più intensi nelle cellule tumorali ovariche cisplatino-resistente che nelle cellule cisplatino-sensibili (5).
La formazione di addotti platino-DNA dopo esposizione al cisplatino è aumentata e la sua rimozione ridotta in condizioni ipertermiche, con un conseguente relativo effetto letale sulle cellule.
Analogo comportamento in condizioni di ipertermia è tipico di altri farmaci e come la Doxorubicina e la Mitomicina C.

Descrizione della tecnica(6)
Citoriduzione chirurgica
Il concetto di chirurgia citoriduttiva (CCR) deve essere inteso come completa asportazione degli impianti neoplastici con eventuali microresidui di dimensioni non superiori a 2,5 mm (target ottimale della CIIP).
La metodica necessita di regola di manovre di peritonectomia secondo la tecnica descritta da Sugarbaker (7)Un dispositivo chiamato ball-tip electrosurgical handpiece mediante uno elettrodo sferico di 2 mm viene utilizzato per dissecare il peritoneo tumorale della parete addominale normale. Verrà utilizzato il bisturi elettrico ad alto voltaggio.

Fase chirurgica
La CCR viene ottenuta mediante una sequenza ordinata di manovre ben codificate che vengono eseguite in funzione dell’estensione della malattia (Fig.2):

  • Resezione del grande omento, peritonectomia parietale destra resezione del colon destro;
  • Peritonectomia del quadrante superiore sinistro e parietale sinistra, splenectomia;
  • Peritonectomia del quadrante superiore destro, resezione della capsula Glissoniana, peritonectomia della tasca di Morrison;
  • Resezione del piccolo omento, citoriduzione dell’ilo epatico ± colecistectomia, ± resezione parziale o totale dello stomaco
  • Peritonectomia pelvica ± resezione del sigma ± isterectomia ed annessectomia bilaterale;
  • Altre resezione intestinali e/o resezioni di massa tumorale;
  • Anastomosi intestinali.

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Chemioipertermia intraperitoneale
Dopo la citoriduzione, 4 cannule vengono posizionate nella cavità addominale. Due di queste verranno utilizzate per l’infusione del liquido, rispettivamente nella cavità sottofrenica destra e nella pelvi. Le rimanenti due cannule verranno posizionate rispettivamente nella cavità in sede centro addominale e superficialmente nella pelvi per la effusione del liquido (fig. 3).
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Macchina per CEC e circuito
La perfusione peritoneale prevede l’utilizzazione di una macchina che presenti le seguenti peculiarità:
1) un sistema di pompe;
2) un termostato o scambiatore di calore;
3) sistemi integrati di controllo delle temperature, delle pressioni e del flusso;
4) sistema di analisi dei dati mediante uno specifico programma computerizzato con visualizzazione in tempo reale dei parametri e loro registrazione;
5) un circuito extracorporeo (CEC). L’apparecchiatura deve essere garantita dalla normativa C.E. Vengono inoltre utilizzati una serie di termometri per la valutazione costante della temperatura intraaddominale. Molti centri attivi, in atto utilizzano l’apparecchiatura Performer LRT (fig. 4).

Priming
0607_4Per priming si intende il liquido di riempimento del circuito. All’Istituto Tumori di Milano è stata sperimentata una soluzione composta per 2/3 da soluzione Normosol R pH 7.4 e per 1/3 da Emagel. Per quanto riguarda il volume ottimale del priming questo deve essere sufficientemente abbondante ai fini di garantire una temperatura omogenea e constante, ma non eccessivo al punto di causare una distensione addominale e termodiluzione corporale. Pertanto, per un adeguato funzionamento del circuito un volume di 3 a 4 litri per la tecnica ad addome aperto e 6 litri per la tecnica ad addome chiuso sono sufficienti (8). Nella tecnica ad addome chiuso, la pelle della parete addominale è temporaneamente chiusa con sutura continua e le cannule vengono connesse al circuito ai fini di iniziare la CIIP. Nella modalità aperta, l’addome è coperto con uno strato di materiale plastico ed il vapore dei farmaci sono aspirate per proteggere l’equipe della sala operatoria. Il perfusato riscaldato contenente i farmaci viene somministrato nella cavità peritoneale attraverso la macchina con un flusso medio di 600-1000 ml/min per 60/90 minuti. Al fini di ottenere una temperatura intra-addominale di 42.5 C, è necessario mantenere la temperatura di infusione a 44 C circa. Durante la perfusione, se la tecnica in utilizzo è ad addome aperto, l’operatore deve continuamente manipolare l’intestino al fini di garantire una omogenea distribuzione di calore e chemioterapici. Dopo la perfusione, il perfusato viene rapidamente drenato e si procede la chiusura della parete addominale dopo un’ispezione accurata della cavità.

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Periodo post-operatorio immediato.
Nel periodo post-operatorio i pazienti sottoposti a CCR + CIIP vengono assistiti presso l’unità di terapia intensiva per un periodo di circa 72 ore. I pazienti ricevono un trattamento con plasma fresco congelato in quantità tale da mantenere adeguato il livello serico di albumina. Al fine di prevenire un’ eventuale insufficienza renale, i pazienti vengono adeguatamente idratati. Inoltre, sono attentamente valutati i parametri emodinamici, di funzionalità renale ed epatica.
Patologie bersaglio

  • CP resecabile da carcinoma dell’ovaio (17,88,18)
  • Mesotelioma peritoneale (19,20)
  • CP resecabile da carcinoma colorettale (21,22,23,24,25)
  • Tumori mucinosi dell’appendice condizionanti un Pseudomixoma peritonei (26,27)
  • Carcinomi dell’appendice con CP resecabile (28)
  • Carcinoma dello stomaco con CP resecabile (29,30,31,32)

Elegibilità
Criteri di inclusione

  • età inferiore ai 75 anni;
  • adeguata funzionalità renale, epatica e midollare;
  • performance status (ECOG) 0, 1 or 2;
  • consenso informato firmato dal paziente.

Criteri di Esclusione

  • impossibilità di un adeguato follow-up;
  • presenza di altre malattie neoplastiche maligne;
  • infezione attiva o altre condizione cliniche contemporanee che possano interferire nella capacità del paziente di ricevere il trattamento proposto secondo il protocollo;
  • metastasi extradistrettuali;
  • occlusione intestinale completa.
  • inadeguata funzionalità renale, epatica o midollare.

Stato dell’arte
Carcinoma del colon
Interessanti risultati sono stati recentemente pubblicati da Glehen (23) riguardanti uno studio retrospettivo condotto su 506 pazienti sottoposti a peritonectomia e CIIP; a questo studio hanno concorso i più importanti centri italiani. La sopravvivenza mediana globale è stata di 19,2 mesi; i pazienti che hanno ottenuto una citoriduzione completa, hanno avuto una prognosi migliore con una sopravvivenza mediana di 32,4 mesi. La completezza della citoriduzione si è rivelata essere una variabile statisticamente significativa (p< .001)
Infine, Verwaal- Zoetmuller e collaboratori. (25) hanno condotto uno studio prospettico in cui 105 pazienti affetti da CP da carcinoma colorettale sono stati randomizzati. Il braccio sperimentale prevedeva la CCR associata alla CIIP, seguita da chemioterapia sistemica mentre il braccio controllo prevedeva la terapia standard con chemioterapia sistemica (5-fluorouracile-leucovorin) con o senza chirurgia palliativa. Il gruppo sperimentale ha presentato un vantaggio di sopravvivenza significativo rispetto al gruppo controllo.

Carcinoma gastrico
Recentemente sono stati pubblicati i dati di un trial randomizzato prospettico su 248 pazienti affetti da carcinoma gastrico, nei quali la CIIP era stata associata alla chirurgia tradizionale; i risultati della sopravvivenza a distanza sono stati statisticamente significativi per le neoplasie avanzate, con sopravvivenza a 5 anni del 49% nei pazienti sottoposti a CIIP associata a chirurgia rispetto al 18% nei pazienti con sola chirurgia (29).
E’ quindi fortemente ipotizzabile un miglioramento nelle incidenze delle recidive locali e delle sopravvivenze globali nel cancro dello stomaco avanzato, associando asportazione di organo, peritonectomia distrettuale e chemioterapia locoregionale.
In definitiva siamo di fronte ad una rivoluzione di pensiero: se le carcinosi peritoneali non sono più considerate malattie sistemiche incurabili, la peritonectomia associata a chemioterapia intraperitoneale ed ipertermia ne rappresenta la risposta terapeutica più razionale e moderna.

Carcinoma ovarico
Un importante studio di fase II è stato condotto dalla SITILO su 27 pazienti con tumore epiteliale dell’ovaio avanzato, confermato istologicamente e sottoposte a Peritonectomia + CIIP (18). Tutte le pazienti presentavano malattia ricorrente o progressiva in seguito a Chirurgia di stadiazione e chemioterapia sistemica. Le pazienti presentavano una età media di 53 anni (30-67); il follow-up medio è stato di 17.4 mesi (0.3-36). Dopo l’intervento di citoriduzione e d’accordo con i criteri descritti precedentemente, 15 (55%), 4 (15%) 3 (11%)e 5 (19%) delle pazienti, presentavano rispettivamente una completezza di citoriduzione CC-0, CC-1, CC-2; e CC-3. La sopravvivenza globale (SG) a due anni per la serie globale di pazienti è stata del 55%. La sopravvivenza libera da malattia e la sopravvivenza libera da malattia locoregionale per lo stesso periodo sono state del 21% e 44% rispettivamente. Le variabili che hanno influenzato significativamente la SG sono state la radicalità della citoriduzione, l’estensione della carcinomatosi, l’età delle pazienti e l’intervallo tra la diagnosi e la terapia con CCR+CIIP. Il volume di malattia residua ha influenzato significativamente la sopravvivenza globale (SG) (P=0.00025). Pazienti con malattia residua microscopica o minima (CC-0/1) hanno avuto il 77% di probabilità di sopravivenza a due anni (mediana 20,3 mesi), mentre tutte le pazienti con malattia residua >2.5mm (CC-2/3) sono decedute entro 20.3 mesi (mediana 4,3 mesi). Riguardo l’estensione della malattia, pazienti con carcinosi P1/P2, hanno dimostrato soltanto una tendenza ad una sopravvivenza più lunga rispetto al gruppo P3 (SG a due anni- 63% vs 50%, P=0.09). Altro fattore correlato con la SG è stato l’età. Il gruppo di pazienti con età superiore a 53 anni hanno presentato 67% di SG a due anni, mentre il gruppo con età inferiore ha avuto un andamento prognostico più sfavorevole con una SG a due anni del 40% (P=0.04).

Pseudomixoma Peritonei
In considerazione della rarità di incidenza di questa patologia, non vi sono molti studi pubblicati in letteratura ,se si escludono i cosiddetti case report. Una delle più importanti casistiche pubblicate, riguarda uno studio multicentrico condotto dalla SITILO (27). Sono stati complessivamente inclusi nello studio 70 pazienti (31 maschi e 39 femmine) di età media di 56 anni (range: 24 a 76). Un’ ottimale citoriduzione è stata ottenuta nell’ 87% dei pazienti. La morbilità post-operatoria grado III è stata del 14%; un paziente è deceduto 30 giorni dopo il trattamento per emorragia e complicanze conseguenti ad una fistola duodenale. La tossicità correlata alla CIIP è stata del 9%. Il follow-up medio è di 28.6 mesi (range: 2-72). A 5 anni, la sopravvivenza globale è stata del 91%, l’intervallo libero da progressione 54% ed un controllo locale della malattia è stato ottenuto nel 69% dei pazienti.

Mesotelioma Peritoneale
La casistica più numerosa pubblicata in letteratura scientifica e riguardante il trattamento di peritonectomia associato a chemio-ipertermia-intra-peritoneale riguarda un lavoro multicentrico condotto dalla SITILO: 61 pazienti (31M, 30F) di età compresa tra 24-72 anni (media: 51) affetti da MP, sono stati sottoposti a Peritonectomia+CIIP ±CT (25).
La comparsa di ascite, massa addominale o l’incremento del marcatore tumorale è stato considerato segno di progressione. Studi bio-molecolari e di farmacologia preclinica sono stati condotti su materiale prelevato al momento della CCR (19 e 7 casi, rispettivamente). Una soddisfacente peritonectomia è stata possibile nel 74% dei pazienti, che alla fine dell’intervento risultavano radicalmente citoridotti oppure presentavano un residuo <2,5 mm. Il follow-up medio è attualmente di 20 mesi.
Con questo regime terapeutico, la probabilità di sopravvivenza globale a 5 anni è del 54% e la sopravvivenza libera da progressione del 37%.

dr. Marcello Deraco
Surgeon, Oncologist,
Responsable, Peritoneal Neoplasia,
Program, “National Institute Tumors”, Milan, Italy



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Si terrà al Circolo della Stampa “Sala Montanelli” alle 11 di martedì prossimo 17 ottobre un incontro per presentare la nuova frontiera della medicina in tema di prevenzione dell’Alzheimer, un test genetico che permette di giocare d’anticipo nel contrasto al decadimento cognitivo e alla malattia di Alzheimer.

A parlarne saranno il professor Federico Licastro del Dipartimento di Patologia Sperimentale dell’Università di Bologna, il dottor Flavio Garoia, responsabile Ricerca e Sviluppo NGB Genetics srl, spin off dell’Università di Ferrara, il dottor Damiano Galimberti presidente A.M.I.A. l’Associazione Medici Italiani Anti-Aging e il dottor Giuseppe Di Fede, direttore sanitario di IMBIO- Istituto di Medicina Biologica di Milano.

Il saluto e l’introduzione sarà affidato a Carla De Albertis, assessore alla salute del Comune di Milano mentre modererà l’incontro Paola Carassai, presidente di ASSIE l’Associazione Europea di Ipertermia e rappresentante IMGEP, personalmente impegnata nel promuovere ed incentivare percorsi di profilassi e prevenzione delle patologie degenerative.

Prevenire la malattia di Alzheimer e il decadimento cognitivo è un’opportunità che nasce dalla collaborazione tra la ricerca scientifica dell’Università di Bologna, lo spin off dell’Università di Ferrara e l’Istituto di Medicina Genetica Preventiva e Personalizzata (IMGEP) di Milano che ha reso possibile la realizzazione dei test genetici.

La demenza senile di tipo Alzheimer (DA) è la forma più frequente di demenza. Ne esistono varie forme di cui due predominanti: una si manifesta prima dei 65 anni ed è di tipo familiare poco frequente (1%); l’altra colpisce i soggetti dopo i 65 anni e costituisce circa il 95% dei casi. La sua incidenza aumenta con l’età passando dall’1% al 50% dopo i 90 anni: per questa ragione viene considerata una malattia della vecchiaia.
La malattia di Alzheimer progredisce lentamente ma la sua manifestazione clinica è l’inizio della
compromissione inesorabile della memoria e delle funzioni cognitive del cervello.
Il soggetto colpito perde progressivamente la propria autonomia fino a richiedere un’assistenza continua che comporta costi sociali, sanitari e personali soprattutto a carico delle famiglie.

A tutt’oggi infatti, non esistono terapie efficaci in grado di far tornare alla normale vita, sociale e affettiva i malati.
Si stima che la malattia abbia una lunga fase silente pre-clinica di circa 10-15 anni. È questo il periodo che, se ben utilizzato, permetterebbe di ottenere un possibile successo terapeutico individuando i portatori dei segni premonitori della malattia.

“La genetica può dare un valido contributo e noi abbiamo utilizzato una serie di test genetici condotti in numerosi studi su pazienti e controlli italiani per individuare varianti geniche associate alla malattia e potenzialmente in grado di predire il rischio di decadimento cognitivo e di Alzheimer” dichiara il prof. Federico Licastro docente al Dipartimento di Patologia Sperimentale dell’Università di Bologna.
“Sfruttando una complessa combinazione di indagini genetiche, neurocognitive e radiologiche applicata a centinaia di pazienti con la malattia e altrettanti controlli su persone sane è stato possibile rilevare i segni premonitori della malattia” (molti di questi studi sono stati pubblicati su prestigiose riviste internazionali) afferma il professore. “Poter sapere in anticipo il rischio individuale è un’informazione di vitale importanza, perché permette di inserire il soggetto con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo che può permettere di prevenire il decadimento cognitivo e la successiva manifestazione della malattia grazie all’utilizzo precoce di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari.”

Oggi, la collaborazione fra la ricerca scientifica dell’Università di Bologna, NGB Genetics srl, spin off dell’Università di Ferrara e IMGEP-Istituto di Medicina Genetica Predittiva è in grado di offrire questa importante opportunità ai cittadini.

A. Gi. Pa. Press – Agenzia Giornalistica Pavese: 09/10/2006 15:27



Ottobre 5, 2006 RASSEGNA STAMPA

Un esercito di 27,7 milioni di persone nel mondo è afflitto da una forma di demenza, e solo in Italia l’Alzheimer è stato diagnosticato a circa 800.000 connazionali.

Si tratta di una malattia che ‘divora’ memoria e funzioni cognitive, contro la quale ancora oggi, dopo la diagnosi, si può fare poco. “Per questo è importante cercare di giocare d’anticipo. Abbiamo messo a punto un test genetico predittivo, che indica in bassa, media o alta la possibilità di sviluppare la malattia dopo i 65 anni.

Non equivale a una diagnosi, ma a un ‘campanello d’allarme’ che può spingere alla prevenzione per cercare di ritardare il più possibile il manifestarsi dell’Alzheimer”. Lo spiega oggi a Milano Federico Licastro, responsabile del Laboratorio di Immunologia e immunogenetica del Dipartimento di Patologia sperimentale dell’Università di Bologna.

Licastro è autore della ricerca condotta in collaborazione con NGBGenetics (spin-off dell’Università di Ferrara) e con l’Istituto di Medicina genetica preventiva e personalizzata (Imgep) e l’Istituto di Medicina biologica (Imbio) di Milano, che ha portato al test ‘made in Italy’ dal costo di 750 euro. “E’ disponibile da circa 10 giorni per il pubblico, e lo abbiamo già eseguito su 20 persone”. L’Alzheimer, che nel 95% dei casi colpisce dopo i 65 anni, progredisce lentamente, ma la sua manifestazione clinica segna l’inizio della compromissione inesorabile di memoria e funzioni cognitive. “Si stima che la malattia abbia una lunga fase silente, di circa 10-15 anni – dice Licastro – dunque in questo periodo è utile cercare di individuare segni premonitori della malattia. Abbiamo condotto test genetici su 350 malati e su 300 controlli di 72-73 anni, in collaborazione con la Fondazione Don Gnocchi e il S.Raffaele di Milano, proprio per individuare varianti genetiche associate alla malattia, e potenzialmente in grado di predire il rischio di Alzheimer”.

“Sfruttando una combinazione di indagini genetiche, neurocognitive e radiologiche e
osservando i dati dei pazienti e di persone sane, abbiamo potuto individuare una combinazione di sette polimorfismi sui geni (sei in tutto) di varie molecole infiammatorie e di altre coinvolte nel metabolismo cerebrale, che aumentano il rischio della malattia. Un’informazione – assicura il ricercatore – che ci permette di inserire una persona con rischio elevato in un percorso di approfondimento diagnostico e preventivo mirato, grazie all’utilizzo di farmaci appropriati, cambiamenti dello stile di vita e di abitudini alimentari”.

Insomma, dopo il test una serie di visite, esami radiologici e test neurocognitivi diranno “quando e se iniziare terapie precoci per ridurre il più possibile un rischio genetico elevato”.

A chi si rivolge il test? “A persone sane dai 40 ai 65 anni – salute nel caso di un’aumentata predisposizione genetica alla malattia”. Il prelievo è semplice, e si può fare anche da soli, con un kit apposito. Grazie a una spatolina si ‘raccolgono’ le cellule di sfaldamento del cavo orale, poi il materiale si invia o si consegna al laboratorio NGBGenetics, che si occupa dell’analisi.

La refertazione viene inviata all’equipe di Licastro che valuta i risultati e indica il rischio di Alzheimer.

L’Imbio di Milano, infine, si occupa di comunicare il risultato. Se scoprire di avere un rischio aumentato può deprimere una persone, Licastro è convinto che la conoscenza favorisca una maggior consapevolezza verso comportamenti ‘sani’.

(Mal/Adnkronos Salute ) articolo pubblicato il 17/10/2006 15:30

Alzheimer: test genetico a 40 anni predice il rischio di ammalarsi

Milano, 17 ott. (Adnkronos Salute)


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